La bellezza della donna salverà il mondo

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Fedor Dostoevskij 3. “Sonja, la domanda sul dolore si fa fede” di Giovanni Moleri
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altNei romanzi di Dostoevskij, Dio parla attraverso gli avvenimenti, i fatti, le situazioni, che si fanno parola e Provvidenza per chi li vive e per chi li legge. Nell’opera di Dostoevskij c’è una figura rilevante che mostra quanto il silenzio di Dio sia la voce dell’uomo. Voce che, se parlasse apertamente, schiaccerebbe all’istante ed in ogni attimo la possibilità umana di libertà. In particolare c’è una donna, tra le altre, che lambisce in modo iconico alla Theotokos, la Madre di Dio, la Madre di tutti gli uomini. Il suo nome è Sonja Semjonova Marmeladova.
È l’icona della santità che supera il bieco sentimento moralistico del pensiero comune perbenista su cosa sia moralmente buono.
Figlia di un fallito e alcolizzato, Semion Marmeladov, alla morte di questi, come unica eredità, ella assume su di sé la sopravvivenza dei fratelli e della matrigna, Katerina Ivanovna, ormai consunta dalla tisi. Rimasta orfana, infatti, si prostituisce per dare un “tozzo” di pane ai suoi fratelli.
Il suo destino si lega a quello dell’omicida Raskòlnikov, studente squattrinato che si è macchiato della colpa di aver ucciso un’usuraia in nome di un potenziale mondo nuovo, da realizzarsi con le possibilità economiche raggiunte attraverso tale delitto.

Ma chi è in verità Sonja? Quali sono i suoi tratti caratteristici? Ed infine, quale immagine metaforica esprime nel tracciato Dostoevskiano?
Innanzitutto ecco come gli occhi di Raskòlnikov la incontrano la prima volta: “… era una ragazza modestamente, quasi poveramente, vestita … sembrava una bambina, modesta e serena nei modi, con un viso sereno, ma come un po’ spaurito … non la si poteva neppure dire bellina ma i suoi occhi celesti erano così limpidi e, quando si animavano, l’espressione del viso diventava così buona e semplice che involontariamente ci si sentiva attirati”.
Molti sostengono che, protopaticamente, qui Dostoevskji tracci, secondo il metodo dell’icona, il volto e la figura di questa donna. Se ciò fosse vero ci sarebbe l’intenzione di porci dinnanzi ad una rappresentazione sacra di questa figura di donna. Il romanzo, apparentemente in contraddizione con tale ipotesi, ci dice che ella svolge il lavoro di prostituta, cioè un lavoro di peccato, di cui ella, non solo è accusata, ma del quale è oltremodo consapevole. Ma questa condizione disonorevole sembra non toccare una certa sua purezza, il suo offrirsi per i “suoi piccoli”.
“Ma dimmi dunque, una volta per tutte – proferì Raskolnikòv – come mai una simile vergogna e tanta bassezza possono trovare posto in te accanto ad altri opposti e sacri sentimenti? Sarebbe più giusto, vedi, mille volte più giusto e più ragionevole gettarsi a capofitto nell’acqua e finirla di colpo”. La risposta di Sonja è semplice, lapidaria, altruista: “E di loro (dei miei piccoli) che sarebbe?”. Forse parecchie volte è stata colta dalla tentazione di farlo ma ha deciso sempre per gli altri, con estremo realismo: la sua morte sarebbe costata altra sofferenza. Così accetta su di sé, almeno in parte, la sofferenza altrui.
Questa condivisione del destino altrui, questo farsi carico dell’altrui croce, fino a morirne (poiché ella sembra apparentemente soccombere nell’identità e nell’amore), nel suo lavoro quotidiano ha una forza che la redime, che la fa risorgere, che non l’abbandona mai, anzi che la muove senza risparmio a pietà del volto umano scaraventato nel sottosuolo.
Raskòlnikov le confessa il suo delitto e lei, di pari punto “… balzò su e, torcendosi le mani, andò fino al mezzo della stanza ma poi tornò a sedersi sul letto, spalla a spalla con quella di Raskòlnikov. D’improvviso mandò un grido e si buttò dinnanzi a lui in ginocchio: – che avete fatto? Che avete fatto di voi? – disse disperatamente e, balzata in piedi, gli si gettò al collo, lo abbracciò e lo strinse forte forte con le mani … – No, ora non c’è uomo al mondo più infelice di te – … ed ad un tratto si mise a piangere … Raskòlnikov sentì un sentimento che egli da tempo più non conosceva che affluì in un’ondata nella sua anima e di colpo si riaddolcì“.
E più in là ancora, quando Raskòlnikov racconta la teoria che giustifica il suo omicidio, Sonja, senza turbamento e con grande decisione, gli grida: “Tacete, tacete! Vi siete allontanato da Dio e Dio vi ha colpito, vi ha abbandonato al Demonio”. C’è in Sonja un riferimento preciso che dà i termini del limite al potere dell’uomo, che dà i termini della perdita del senso vero dell’umanità, che sa guardare, oltre l’apparenza, la realtà umana: il riferimento a Dio.
“- Tu dunque preghi molto Dio, Sonja? – le domandò. Sonja stava in piedi, taceva, accanto a lui che aspettava una risposta. – Che sarei mai senza Dio? – sussurrò ella rapida, alzando gli occhi su di lui tutto d’un tratto scintillanti, e gli serrò forte la mano nella propria. – E Dio cosa fa per te? – domandò ancora egli. – Tacete! Non fatemi domande. Voi non siete degno. – gridò ad un tratto, guardandolo severamente e con collera. – Tutto fa! – ella sussurrò abbassando gli occhi. (È la stessa risposta che il capitano dà nel romanzo “I Demoni”: “Se Dio non esiste come potrei io essere capitano?”).
Vi è ancora un tratto della natura di Sonja che emerge da tutto il romanzo di Dostoevskji. Ella sembra avere un forte ascendente, oserei dire una seduzione su chi l’avvicina. Un fascino che disarma chi la incontra, ma la sua bellezza è il suo Dio. Dice P. Evdokimov: “Il mondo non esiste se non perché è amato e la sua esistenza testimonia del Padre che ha tanto amato il mondo” (come è scritto in Giovanni 3,16). Potremmo dire di Sonja altrettanto. Nel romanzo, lei ha tanto amato il mondo al punto di essere dove la vita le chiede di essere.
Dice Romano Guardini: “Ella è là, dove, secondo la parola di Cristo, si trovano gli umili e i reietti, i pubblicani e i peccatori. Tra lei e Cristo c’è un’intesa, essi hanno un segreto comune. Questo gli conferisce autorità, di questo ella vive. Di qui le viene quella chiarezza interiore che le vieta di lasciarsi andare a Raskòlnikov, quantunque ella ora lo ami”. Così, con questa forza, ella parte, quasi rifiutata da Raskòlnikov, con lui per la Siberia, dove diviene madre dei carcerati (“… rammendava loro i calzini”). E là, nel silenzio in cui Raskòlnikov la lascia e in cui lei discretamente si mette, ella pone un seme, un inizio in cui la libertà di Raskolnikov si possa trasformare in conversione: una bibbia, che egli non ha ancora aperto perché troppo convinto di sé. Ciò che le parole di Sonja ci dicono, l’immagine ce lo mostra silenziosamente. Così Sonja diviene testimone annunciatrice del suo credo, dell’amore che ha nel cuore, che sa dare luce e rendere buono ciò che era buio e nel male.
Chi legge il romanzo, davanti a Sonja prova un senso di profonda meraviglia: ella trasfigura, sa cogliere la verità nel cuore dell’uomo perché di essa si nutre, come Miskin ne “L’idiota”. Luce, Verità, Dolcezza, Bontà, Compassione e Carità, rendono bello ciò che lei è e ciò che è la sua vita. Sonja si piega sul mondo per servirlo e per dare in tal modo gloria a colui che per lei fa tutto. Sonja sembra essere agli occhi di Dostoievkij la Bellezza sofianica del senso, cioè ella è la personificazione della Carità. Guardando Sonja Marmeladova si comprende l’affermazione di Dostoevskji: “La Bellezza della donna salverà il mondo”.
A volte Sonja ci appare talmente limpida nella sua personalità e nella donazione gratuita di sé che ci sembra rasentare la follia, quella dei Santi in Dio, nonostante la contraddizione. “Che sarei io se Dio non ci fosse? Lui che fa tutto per me!”. In questa frase Sonja raggiunge i vertici della sua vera natura, della sua grande Bontà, infine della sua incredibile Bellezza, che la rende collaboratrice del lavoro di Dio: essere madre, nella stessa forma in cui lo è la Chiesa, generatrice (Raskòlnikov rinasce a vita nuova grazie a lei), unificatrice (i carcerati sembrano essere dei bambini intorno alla gonna della madre), paziente nella carità (Sonja attende nel silenzio la conversione di Raskòlnikov, confidando nella Provvidenza: “Ma io non posso conoscere la Provvidenza Divina e perché domandate quello che non si può domandare? Perché queste domande vuote?”), semplicemente essere pronta.
Che ci stiamo a fare qui? Che senso ha essere? Che vale soffrire e amare? Queste domande poste sin dall’inizio, in Sonja prendono e spalancano ad una visione altra da quella che in Ivan Karamazov genera la “rivolta contro Dio”. In Sonja si fanno fede. (La Nuova Bussola quotidiana del 6-3-2016)

http://www.giovannifighera.it/presi-dal-web/fedor-dostoevskij-3-sonja-la-domanda-sul-dolore-si-fa-fede-di-giovanni-moleri/tutte-le-pagine

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Attratti dalla gioia

 
Pigi Colognesi

 

lunedì 8 settembre 2014

Nelle ultime pagine del romanzo storico di Louis de Wohl La gloriosa follia c’è una frase particolarmente interessante. La pronuncia san Paolo; è ormai vecchio, sta andando a Roma per il processo che lo condannerà alla decapitazione; facendo tappa a Pozzuoli vi trova il vecchio amico Cassio Longino, colui che aveva trafitto Gesù in croce e poi era diventato cristiano, colui che – lo racconta la prima parte del romanzo – stava per uccidere l’allora Saulo mentre si recava a Damasco ad arrestare i seguaci del Nazareno ed era stato bloccato dall’intervento stesso di Cristo che si manifestò al persecutore facendone il suo più intraprendente apostolo. Longino è un buon soldato romano, pratico e volitivo; Paolo lo stima e proprio per questo lo corregge nel suo attivismo deluso, definendolo «così ambizioso da concedersi troppa poca gioia» e aggiunge: «Come puoi diffondere la lieta novella se non ne gioisci tu stesso?».

L’ambizioso è chi ha sempre in mente i propri obiettivi, magari giusti, ma inevitabilmente ha sul volto l’ombra della costante preoccupazione, quando non dell’arrabbiatura perché i risultati non corrispondono – nei modi e nei tempi – alle sue aspettative. I percorsi divini sono sempre strani: Longino ha educato cristianamente l’unica figlia e questa si è trovata a convivere con Nerone, avrebbe voluto fondare una comunità a Napoli e non vi è riuscito. Star troppo legati ai propri obiettivi rende tristi, impedisce di «concedersi» quella gioia che costituisce l’attrattiva per cui il cristianesimo è interessante. Infatti, come più volte ha ricordato papa Francesco, la fede non si comunica attraverso la pianificazione strategica di uomini preoccupati, ma attraverso il fascino di uomini consapevolmente gioiosi.

Quando Dante si trova in cima al paradiso, al termine del suo straordinario viaggio, viene interrogato da tre apostoli in merito alle tre virtù teologali. Sulla fede lo esamina san Pietro, il quale, dopo avergli chiesto cosa sia la fede e se lui ne sia dotato, chiede a Dante da dove l’abbia ricevuta. Il principe degli apostoli formula la domanda in questo modo: «Questa cara gioia / sopra la quale ogni virtù si fonda, / onde ti venne?». È chiaro che la «cara gioia» di cui qui si parla è la preziosa perla – gioia: gioiello – di cui dice il Vangelo, è la gemma per ottenere la quale val la pena di sacrificare tutto il resto.

Ma al lettore – e probabilmente anche all’autore – non può non tornare in mente un altro passo dellaCommedia. Proprio all’inizio del cammino, nel primo canto dell’Inferno, Dante è smarrito nella selva oscura, vede una persona e gli chiede aiuto. È Virgilio, il quale gli domanda come mai non si decida a salire «il dilettoso monte / ch’è principio e cagion di tutta gioia». Non può perché ci sono tre belve che impediscono il passaggio e quindi il poeta fiorentino dovrà essere accompagnato per «altro viaggio». Quello, appunto, che lo porterà di fronte a san Pietro. Viaggio che ha come meta la gioia o, meglio, la felicità in cui può entrare solo chi ha trovato la perla/gioia della fede.

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/9/8/La-cara-gioia-/print/525072/

 

Attratti dalla forza di una gioia

 

 

filippo-santoroRimini. «Dobbiamo portare alla gente l’amore del Signore morto e risorto che scalda il cuore e cura le ferite. Questa non è una frasetta da ripetere ma il metodo e il cambiamento a cui papa Francesco sta chiamando tutta la Chiesa, specie quella italiana». Se Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, già missionario per 28 anni in Brasile, ha scritto il libro La forza del fascino cristiano e l’ha presentato ieri al Meeting, è solo per un motivo, come riassume don Stefano Alberto: «Ricordare che il cristianesimo non si diffonde mai per proselitismo o per una posizione ideologica, ma per attrazione».

FORZA DEL FASCINO CRISTIANO. Il libro vuole far luce sul cammino che «Dio, attraverso papa Francesco, sta chiedendo alla Chiesa» e per farlo racconta «l’esperienza esaltante» e i contenuti della Conferenza di Aparecida, che nel 2007 per volere di Benedetto XVI ha raccolto nel santuario dove è apparsa la Madonna 250 vescovi da tutta l’America Latina, presieduti dall’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio. In quei giorni di lavoro, «in cui avevamo davanti agli occhi tutti i giorni fino a 100 mila pellegrini», «i problemi sono stati assunti come sfide alla verità della fede. Lì ho capito che la forza del fascino cristiano è l’azione dello Spirito Santo che ci fa affezionare a Gesù e in forza di questo ci fa andare in missione dove vuole».


RISPONDERE ALLA REALTÀ.
 Il documento conclusivo, che ha determinato l’azione della Chiesa in tutta l’America Latina, «è un evento dello Spirito Santo perché mette insieme tutti i problemi della gente che avevamo davanti agli occhi, dalla povertà alla corruzione alla teologia della liberazione, partendo dalla lode al Signore che ci ha visitati e con una preferenza speciale per i poveri». È questo che monsignor Santoro, la cui fede è nata seguendo don Luigi Giussani e il movimento di Comunione e Liberazione, si è portato dietro anche quando è stato chiamato a Taranto. Qui, racconta, «non ho fatto altro che rispondere alle provocazioni della realtà».

«GIOIA CONTAGIOSA». «Tra l’Ilva e i migranti», continua Santoro, «ci siamo trovati davanti a un vero dramma umano. Io ho capito che il mio compito era quello di accogliere, come ho fatto con gli operai dell’Ilva, andando a visitarli durante le proteste, o con una signora che è venuta da me un giorno per chiedermi di pregare per la figlia caduta in coma irreversibile proprio prima di sposarsi. Abbiamo pregato in ginocchio insieme il Santissimo e la Madonna. Dopo 15 giorni quella donna è uscita dal coma».
«Ho anche cominciato a visitare sempre più spesso il carcere e siccome per la Messa ci avevano dato una stanza terribile, i detenuti l’hanno ritinteggiata. Poi mi hanno detto: “L’abbiamo fatto per lei e per Gesù”. E nelle visite seguenti mi hanno ringraziato così: “Lei ci prende la mano e non ci lascia”. Ma quella mano era di Gesù e ad afferrarli è stato il fascino di una gioia contagiosa».

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La gente chi dice che io sia ?

 

“E le porte degli inferi non prevarranno su di essa” (Mc 16,19). Queste parole di Cristo che possiamo leggere a caratteri cubitali lungo il tamburo della cupola di Michelangelo in San Pietro annunciano il compito che intese dare a Pietro e ai suoi successori, il potere di legare e di sciogliere, il potere di confermare i fratelli nella fede, di pascere il popolo di Dio, con la promessa che satana per quanto sia potente non potrà distruggere la Chiesa. 

Sono passati 2014 anni da quando Cristo ha dato questo potere a Pietro e ha fatto questa promessa. Dove lo vediamo realizzato? Noi stiamo vivendo e leggendo gli echi della visita di Papa Francesco nella Corea del Sud: possiamo leggere questi avvenimenti giudicandoli alla luce della promessa di Cristo. È in corso la terza guerra mondiale a pezzi, come ha ricordato il Papa sull’aereo che lo riportava a Roma; una guerra che ha come obiettivo proprio i cristiani e le minoranze religiose. Il quotidiano Avvenire di mercoledì 20 agosto tracciava una mappa dei Paesi colpiti dalla guerra a livelli di crudeltà che fanno spaventare: dall’Africa al Medio Oriente, dall’America Latina all’Europa la guerra dilaga. È un poliedro di crisi che si estende a macchia di leopardo per il globo; popoli trasformati in scudi umani o usati come carne da macello per terrorizzare il nemico. 

Si legga l’articolo di Domenico Quirico su La Stampa del 21 agosto. Guerre che è difficile capire, è difficile anche raccontare perché non si può raccontare un dolore così immenso senza condividerne almeno un pezzo. Davanti al dolore non si può rimanere neutrali. In tutto questo inferno che ci sta a fare il Papa? Ciò che gli sta a cuore è annunciare il vangelo e giudicare tutto con il criterio della fede. È il capo di una chiesa che chiede solo libertà per il suo lavoro ed è disposta al dialogo con tutti, anche con l’islam; dialogo che non può funzionare senza una fede viva in Cristo. Francesco, un uomo capace di consolazione, di condivisione, cuore che parla al cuore come diceva il beato cardinale Newman. 

Non mancano gli attestati di stima incondizionata al Papa, tuttavia la domanda che pone Gesù (la gente chi dice che io sia?) vale anche per il Papa. Come non è possibile avere accesso a Gesù senza la fede, così non è facile seguire quello che dice il Papa senza le fede. Senza la fede Cristo resta un personaggio del passato, riconosciuto per la grandezza morale dei suoi insegnamenti, ma se è solo un uomo noi a chi affidiamo la nostra vita? Per noi chi è Gesù Cristo? Non fu facile per gli apostoli credere che fosse Dio colui che mangiava, beveva, camminava, dormiva con loro. E non è facile per noi.

In questo mondo incredulo e attraversato da una spaventosa furia omicida, la missione più importante che possiamo svolgere per i nostri fratelli uomini è vivere la fede. La fede della Chiesa, da quella del Papa a quella dell’ultimo cristiano è il baluardo contro il quale la violenza dell’inferno non vincerà. Satana cerca con tutte le sue forze di spegnere la fede nel mondo, ma è sulla roccia del Papa che Cristo manterrà viva e presente la Chiesa nel mondo.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/8/23/Il-potere-di-Pietro/print/521753/

 

La fede dei piccoli

L’urgenza di mostrare vicinanza ai cristiani perseguitati
Caro direttore, «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui» (I Cor 12,26). Come non sentire tutto lo straziante dolore dei nostri fratelli cristiani perseguitati? È un clamore che aumenta sempre di più davanti alle immani ingiustizie  sofferte dai cristiani in tante parti del mondo, costretti a lasciare tutto e a fuggire dalla loro terra per un unico motivo: il fatto di essere cristiani. Sembra incredibile che nel XXI secolo possa capitare ancora una cosa del genere.
«Ci sono più martiri oggi che nei primi secoli della Chiesa; più martiri!
Fratelli e sorelle nostri. Soffrono! Loro portano la fede fino al martirio» (18 maggio 2013). Come possiamo rimanere indifferenti davanti a queste parole di papa Francesco? Evidentemente siamo di fronte a una nuova sfida, come ci ricorda la Evangelii Gaudium: «A volte queste [sfide] si manifestano in autentici attacchi alla libertà religiosa o in nuove situazioni di persecuzione dei cristiani, le quali, in alcuni Paesi, hanno raggiunto livelli allarmanti di odio e di violenza» (61).
Ma pur in mezzo a queste sofferenze, riceviamo la testimonianza della loro fede, come ha detto l’arcivescovo di Mosul in una recente intervista: «Sono loro che hanno iniziato a dirmi di avere bisogno di essere più attaccati alla nostra fede. Erano loro a dirmi che erano tornati  a vivere  dentro le tante difficoltà. Loro me lo dicevano a parole e io, dai loro occhi, capivo che era vero. Lo capivo dal modo in cui me lo dicevano», perché «quando sono arrivato era un’altra cosa. Erano altre persone. Ma dopo sei mesi, un anno, il cambiamento in loro era palpabile» (Tracce,  luglio/agosto 2014). Mi auguro che noi riusciamo a far tesoro della loro testimonianza, così che essi risveglino la nostra fede per poterla vivere e testimoniare come loro nelle circostanze in cui ciascuno è chiamato a viverla.
«Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui. […] Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte» (I Cor 12,26-27). Proprio per questa comune appartenenza al corpo ecclesiale vorremmo portare noi un poco del peso di intolleranza, incomprensione e violenza che il mondo che rifiuta Cristo carica sulle spalle dei nostri fratelli.
Come non sentire l’urgenza di mostrare tutta la nostra vicinanza ai cristiani perseguitati? Lo facciamo non solo unendoci al clamore di tutti coloro che avvertono questa ferita come inferta a se stessi, affinché questi fatti non passino sotto silenzio, ma soprattutto partecipando con tutte le nostre comunità di Comunione e Liberazione sparse in Italia alla preghiera per loro indetta dalla Cei il 15 agosto, uniti a tutta la Chiesa italiana. Grazie dell’ospitalità.
*Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione

Uno sguardo è la verità

Primo Soldi

E’ impossibile camminare sulle acque, eppure sono millenni che la piccola barca della Chiesa lotta contro le onde e il vento contrario, attraversa bufere di ogni tipo e avanza nella storia, anche là dove l’uomo fa di tutto per cancellarne la presenza come si cancella l’orma di un piede sulla sabbia. Chi poi ha il compito di guidare la piccola “barca” partecipa di questa fatica, di questa spossatezza e, vedendo Uno che avanza sicuro camminando sulle acque, è preso da immensa paura più che da stupore e grida: “E’ un fantasma”. Non è l’unica volta che la parola “fantasma” compare nel Vangelo. Basta leggere il brano di Luca al capitolo 24, dai versetti 36-42. Quante giornate della nostra vita passano come se Cristo fosse “astratto”, lontano da noi, un fantasma appunto, basta una prova, una malattia, la morte di una persona amica, l’abbandono, la solitudine.. E’ il momento dello sconforto: ci sembra di aver perso la fede e l’onda ci travolge.

Quel mare di Tiberiade era tanto familiare a Gesù e ai suoi discepoli; quante volte l’avevano attraversato. Prima del fatto che racconta il Vangelo di oggi Matteo dice che Gesù aveva trascorso la notte in preghiera: “Se ne stava lassù, da solo, a pregare e comanda ai discepoli di precederlo sull’altra riva finchè non avesse congedato la folla”. Quanto prega Gesù! Prega nella solitudine, nella notte, all’ora dei pasti, prima del suo battesimo, prima di scegliere i 12, prima di insegnare il Padre Nostro, prima della confessione di Cesarea, nel Getsemani, sulla Croce. Prega per i suoi carnefici, prega per Pietro, prega anche per se stesso. Tutta la vita di Cristo manifesta un rapporto permanente con il Padre che non lo lascia mai solo e lo esaudisce sempre. Gesù ci insegna la necessità e il modo di pregare. Solo dalla preghiera viene l’energia della fede quando è messa a dura prova dalle tempeste della vita, quando la fede sembra tornare ad essere un insieme di parole senza significato, quando Dio sembra non occuparsi di noi.

La vita sarà sempre sottoposta alla prova che fa venire a galla la qualità della nostra fede. Più ci spaventa la prova e più la fede ne esce irrobustita. E’ Gesù che ci viene incontro dimostrando, oltre la sua infinita bontà, la padronanza sulla natura, sugli eventi naturali. A Pietro è concesso di camminare un po’ come Lui sulle acque, ma poi affonda per la paura. Ed è proprio quando tutto sembra finire che Gesù ci viene incontro e ci dice: “Coraggio sono Io, non abbiate paura!”. Pietro sperimenta anche questa umiliazione prima di ricevere il compito di guidare il timone della barca per portare i fratelli all’altra riva. Non basta il coraggio, non basta la fiducia; bisogna guardare in faccia a Lui. Avvicinandosi al ferragosto, quando tutti siamo dispersi, una cosa ci unisce: quest’Uomo ci tiene uniti da questo annuncio di speranza: “Coraggio, sono Io non temete non abbiate paura”.

 http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/8/9/Cristo-non-e-un-fantasma/print/516799/

Il piccolo invisibile seme

 

Estate, tempo propizio per la lettura. Sotto gli antichi e maestosi faggi, querce, pini che formano la più bella corona che Dio ha posto intorno al Santuario di Oropa, in provincia di Biella, le parole entrano nel cuore, quasi scavando un di più di consapevolezza, un passo di maturità e strappano la presunzione del già saputo e quindi ignorato. “Leggete molto, ma non il Verbo di Dio. Costruite molto ma non la Casa di Dio” ( Eliot).
Il già saputo, l’ignorato Verbo di Dio è Cristo. È questa presunzione che impedisce al Seme del Vangelo di attecchire, di far diventare adulto e persona matura il bambino battezzato che è in ciascuno di noi. È più facile lamentarsi, denunciare le congiure che dall’esterno attaccano la Chiesa, ma il tarlo che mina la consistenza della fede è più forte all’interno: è lì la resistenza che ognuno di noi pone alla Parola di Dio. “La Chiesa deve edificare di continuo, perché è continuamente minata dall’interno e attaccata dall’esterno”.
La Parabola del seminatore che domenica ascolteremo in tutte le Chiese del mondo è fra le più suggestive del Vangelo, perché con immagini semplici viene rappresentata la fatica che Cristo compie ovunque, anche attraverso i suoi testimoni, nel gettare a piene mani la sua Parola nel cuore degli uomini. E la grazia di questa semina si serve di tutti, dal Papa al più umile prete che domenica celebra, se può, la Santa Messa a Gaza, ma trova corrispondenze diverse a seconda di come si pone di fronte a questa grazia la nostra libertà.
Il seme attecchisce, la fede diventa così cultura, opera, civiltà nella terra buona di chi ascolta la parola e la comprende: questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta. Per crescere, all’inizio, il seme va sottoterra e sembra che muoia perché deve sopportare il rigore dell’inverno, essere coperto dal manto della neve, stare nascosto, morire. Poi giunge il momento in cui germoglia; il filo verde tenero si fa spiga e offre semi maturi. Qui ad Oropa nel pomeriggio alterno la lettura della Vita di don Giussani al romanzo di Louis De Wohl, La gloriosa follia, un romanzo del tempo di San Paolo (Bur). Sono pagine che scavano, che illuminano la coscienza come solo le vite dei Santi, degli uomini di Dio possono fare, perché il loro cuore è la terra buona che ha lasciato lavorare Dio, che ha indirizzato la propria libertà verso un’accoglienza gratuita, entusiasta, generosa della Grazia, senza rinunciare ad alcuna fatica. Paolo, il grande persecutore, diventa il più grande apostolo delle genti, stupendo tutti, dapprima lo stesso Pietro. Non gli pareva vero che Gesù avesse scelto tra gli apostoli il loro più grande nemico. Paolo affronta i suoi ex compagni del Sinedrio, i tribunali, predica nelle Sinagoghe dove la gente schiuma di bile contro di Lui, penetra nel mondo pagano.
Così don Giussani assorbe tutto ciò che viene seminato nella sua intelligenza e nel suo cuore dalla sua famiglia, dagli educatori del più famoso seminario d’Italia (Venegono) e diventa a sua volta infaticabile seminatore per migliaia e migliaia di giovani, le cui esigenze elementari erano soffocate tra le spine e sepolte tra i sassi della cultura del mondo. E’ questa la dimostrazione che il Seme del Vangelo attraverso un’interminabile serie di uomini, in tutti i tempi, è più forte delle resistenze che incontra. Ogni seminatore genera altri seminatori.
Di questa ora è la notizia che l’industriale milanese Marcello Candia è riconosciuto venerabile, uomo che ha vissuto in grado eroico la fede, la speranza e la carità, l’uomo che, accompagnato da mons. Aristide Pirovano del Pime e da don Giussani, negli anni 60 lascia la sua impresa per costruire un ospedale a Macapà vicino al Rio delle Amazzoni in Brasile. Vivere per l’universo, per l’umanità intera. Chi lavora senza questo ideale non è un cristiano vero. La missione di gettare il seme della parola di Dio in terre lontane, tra i più poveri, è una delle dimensioni costitutive della vita del cristiano. Tra i primi ragazzi che seguiranno don Giussani in questa avventura di gratuità c’era Franca Ferrari che, dopo il Brasile, vivrà per quarantanni la missione in un quartiere popolare alla periferia di Torino come suora di carità dell’Assunzione fino al termine della sua vita nel giugno 2014.
Ma la libertà può anche rinchiudersi davanti alle difficoltà, alla fatica che tante volte richiede la testimonianza della fede, davanti ad un cammino che ci fa paura. Le origini del cristianesimo in Europa sono radici seccate a causa di una Chiesa che si è pian piano autoemarginata dalla società, che ha perso credibilità a causa di una mondanità spirituale. Eppure questa semina continua, non per merito nostro, ma per Colui che nella semina ci precede sempre e ovunque. Quale responsabilità ha il sacerdote che domenica sale sul pulpito e commenta questa parabola già commentata da Gesù stesso. Non dimentichiamo le pagine che Papa Francesco nella Evangelii Gaudium dedica a questa impresa che si chiama la nuova evangelizzazione e allo strumento fragile, di cui pure Dio si serve ogni domenica per gettare questo seme: l’omelia che, secondo le parole del Papa nella stessa Esortazione citata, deve essere breve e riscaldare il cuore (n.135 ss).
Guardo questi faggi, queste enormi querce, e mi chiedo cos’erano tanti anni fa. Ce lo ricordava sempre don Giussani: un piccolo, invisibile seme. E da questa piccola speranza che la fede rinasce e può sempre rinascere nel cuore di tutti. Anche un cuore duro come la pietra, soffocato dalle preoccupazioni del mondo e dall’inganno della ricchezza se ascolta la Parola di Dio nell’umiltà e nel silenzio si può risvegliare e si accorge di essere.

 

La potenza della testimonianza

 

Parlano la stessa lingua anche se uno è spagnolo dell’Estremadura e l’altro è argentino. Oggi, al Salone del libro, don Julián Carrón, 64 anni, dal 2005 successore di don Luigi Giussani alla guida di Comunione e Liberazione, presenterà La bellezza educherà il mondo (Emi, pp. 64, € 5,90), una raccolta di interventi dell’allora arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio. Sarà l’occasione per fare il punto sulla Chiesa a un anno di distanza da un conclave che sembra averla rivoluzionata. «La prima questione», mi dice Carrón, che incontro nella sede di Cl a Milano, «è l’imponenza di un fatto che tutti ci ha sorpresi». Parla proprio così, come Francesco, dice prima «tutti» – o «solo», o «sempre» – e poi il verbo. Siamo seduti a un tavolino, alle sue spalle è appeso un ritratto di don Giussani, il «Gius» come lo chiamano ancora i suoi, mentre Carrón, che nonostante l’eccellente italiano non può non tradire l’accento castigliano, sembra che lo chiami «Iussani». È un uomo gentile, sorride sempre.

Don Carrón, qual è il primo risultato, se così si può dire, del papato di Bergoglio?
«In poco tempo papa Francesco è riuscito, con i suoi gesti, a porsi come un testimone disarmato della potenza della fede».

Perché disarmato?
«Perché solo poggia sulla potenza della testimonianza. Non poggia su una politica di egemonia. Francesco crede che la testimonianza abbia in sé una potenza che può essere capita da tutti. Sa interloquire, con la sua semplicità, con il cuore di ogni uomo».

La gente lo percepisce come sincero?
«Mi pare evidente che sì, lo percepisce come sincero. La gente ha capito che i suoi gesti non sono appariscenti, ma hanno dentro l’accento della verità. Il cuore dell’uomo è in grado dì intercettare il vero. Quindi, ha capito subito che Francesco non recita, che è davvero così. Sarebbero troppe le cose da recitare!».

Lo conosceva già, prima che diventasse Papa?
«No, non avevo mai avuto contatti con lui. So che in Argentina aveva presentato qualche libro di Giussani. Ma noi sentiamo con lui una particolare sintonia, una forte sintonia. Primo, per la centralità di Cristo sulla quale il Papa ha insistito tanto in questi mesi. Per il suo grande desiderio che l’annuncio di Cristo raggiunga ogni uomo. E poi, Francesco sottolinea quelle che lui chiama le periferie esistenziali. Noi siamo nati negli ambienti, per così dire, “normali” del vivere, nella quotidianità in cui si gioca la vita. Noi desideriamo vedere che la fede è in grado di entrare nella realtà di tutte le cose, e di mostrare tutta la sua potenza di cambiamento».

E le pare che anche questo Papa insista su una simile «centralità»?
«Ma certo! La sua insistenza sul fatto che è essenziale annunciare Cristo indica un metodo alla Chiesa. In questo momento lui ritiene cruciale che tutti gli uomini possano essere raggiunti dall’abbraccio di Cristo».

Provo a tradurre un linguaggio che forse è molto «vostro». Lei sta dicendo: come Giussani, anche Bergoglio annuncia il cristianesimo non come una morale, ma come un fatto.
«Esatto. Da tutte le cose da cui si può partire, lui ne ha scelta una che mi sembra cruciale. L’annuncio del cristianesimo come un fatto che è accaduto e che accade è sempre stato una nostra caratteristica. Ma stia attento: non sto dicendo che questo Papa segue Cl. Al contrario, dico che noi sentiamo Francesco come un forte richiamo alla conversione; a farci vivere sempre di più questa essenzialità che è Cristo».

È vero che Francesco piace tanto anche ai non credenti?
«Sì, è un fatto nuovo che dice il bisogno che ha la gente di trovare, nel momento storico che stiamo vedendo, una persona che ridesti una speranza».

Qualche cattolico critico dice: piace al mondo perché lo asseconda.
«Non mi sembra proprio che cerchi di piacere al mondo assecondandolo».

Dicono: ha ridotto la figura del Pontefice, non tiene più le distanze con il popolo.
«Ma Gesù non teneva le distanze! È stato in mezzo alla mischia! Se c’è un Dio non distante è il Dio dell’incarnazione. Si è fatto uomo per diventare come noi e per stare in mezzo a noi».

Altra critica: fa il pauperista per avere l’applauso del mondo progressista. 
«Francesco ha gesti di rottura e di povertà. Ma non è un atteggiamento: lui è così. Ha sempre vissuto in mezzo alla gente, nelle periferie».

Nella Chiesa c’è bisogno di pulizia?
«Non so come stiano realmente le cose. Ma che ci sia un desiderio di cambiamento per mettere quella grande struttura che è la Chiesa al servizio dell’evangelizzazione, è un fatto. D’altra parte la Chiesa è per definizione semper reformanda».

Non pensa che noi dei media stiamo banalizzando papa Francesco?
«Il rischio di ridurre la portata di una figura così è sempre in agguato. Ma io penso che il fatto cui stiamo assistendo sia molto più importante di quello che una qualsiasi strategia giornalistica sarebbe in grado di produrre».

Don Carrón, solo due settimane fa, a Roma, due Papi hanno santificato altri due Papi. È sembrato un momento trionfale. Eppure molti cattolici osservano che quel trionfo copre una mediocrità, una stanchezza nella vita di tutti i giorni della Chiesa.
«Si, possono esserci mediocrità e stanchezza. Ma la situazione attuale non è meno favorevole all’annuncio cristiano a un’umanità che è “ferita”, come ha detto Francesco. Tutto dipenderà se noi accoglieremo il dono che ci ha fatto Cristo con questo Papa, per poterlo seguire e offrire una speranza a tante persone che stanno aspettando una luce nel buio».

Ultima domanda, don Carrón. Avrebbe mai pensato di stare in una Chiesa con due Papi?
«Le dimissioni di Benedetto XVI sono state anche uno shock, inutile negarlo. Ma la convivenza tra due Papi, che sembrava poter essere un pericolo, si è rivelata invece una testimonianza di comunione che ci ha tutti sorpresi, stupiti. Non solo per la discrezione di Benedetto XVI, ma anche per come Francesco lo ha incoraggiato a partecipare alla vita della Chiesa. L’esito è una cosa che sempre ci porteremo negli occhi e che documenta una grande libertà».

(da La Stampa, lunedì 12 maggio 2014)

http://www.tracce.it/default.asp?id=344&id_n=41215

Il cuore che vigila

 

 

Papa Francesco, nell’omelia di oggi alla Messa alla casa Santa Marta, riprendendo l’esortazione del Vangelo di Giovanni a «rimanere nel Signore», ha detto che un cristiano, per farlo, deve «conoscere cosa succede nel proprio cuore». Ma è necessari anche una corretta operazione di discernimento, per non farsi ingannare da quegli «spiriti» che ci fanno «allontanare da Lui». Per questo occorre «mettere alla prova» ciò che pensiamo e desideriamo: «Mettete alla prova gli spiriti per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono venuti nel mondo. Per questo è necessaria la vigilanza. Il cristiano è un uomo o una donna che sa vigilare il suo cuore. E tante volte il nostro cuore, con tante cose che vanno e vengono, sembra un mercato rionale: di tutto, tu trovi di tutto lì… E no! Dobbiamo saggiare – questo è del Signore e questo non è – per rimanere nel Signore».

DI DIO O DELL’ANTICRISTO. Affinché questa operazione di valutazione non sia fallace è necessario un criterio. Secondo papa Francesco è semplice: «Ogni spirito che riconosce Gesù Cristo, venuto nella Carne, è di Dio. Ogni spirito che non riconosce Gesù non è di Dio: è lo spirito dell’anticristo». Per questo occorre «riconoscere la strada di Gesù Cristo», cioè riconoscere che Lui, «essendo Dio, si è abbassato, si è umiliato» fino alla «morte di croce». «Quella è la strada di Gesù Cristo», ha detto il Papa: «L’abbassamento, l’umiltà, l’umiliazione. Se un pensiero, se un desiderio ti porta su quella strada di umiltà, di abbassamento, di servizio agli altri, è di Gesù. Ma se ti porta sulla strada della sufficienza, della vanità, dell’orgoglio, sulla strada di un pensiero astratto, non è di Gesù. Pensiamo alle tentazioni di Gesù nel deserto: tutte e tre le proposte che fa il demonio a Gesù sono proposte che volevano allontanarlo da questa strada, la strada del servizio, dell’umiltà, dell’umiliazione, della carità. Ma la carità fatta con la sua vita, no? Alle tre tentazioni Gesù dice di no: “No, questa non è la mia strada”».

IL VERBO FATTO CARNE. Il cuore è «la strada», il criterio è «l’incarnazione», ha detto il Papa. «Il Verbo è venuto in carne: questo è Gesù Cristo! Gesù Cristo che si è fatto uomo, Dio fatto uomo, si è abbassato, si è umiliato per amore, per servire tutti noi. E l’Apostolo Giovanni ci conceda questa grazia di conoscere cosa succede nel nostro cuore e avere la saggezza di discernere quello che viene da Dio e quello che non viene da Dio».

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