Il sorriso che porta una Presenza

 

C’è un periodo, durante la stagione estiva, in cui al Planibel non ci sono gruppi del movimento: è la settimana del Meeting. Di solito, in quel periodo, l’hotel si riempie di persone appartenenti a un gruppo spirituale un po’ particolare. Spesso il rischio è quello di snobbarli, giudicarli a priori come quelli “strani”, e anche noi, che siamo a La Thuile per lavorare, rischiamo di guardarli solo come quelli che riempiono l’albergo quando i “veri gruppi”, quelli per cui siamo su ed è possibile lavorare bene, non ci sono. Una visione superficiale e anche un po’ ipocrita ma ammetto che qualche volta anche io l’ho pensato, specialmente i primi anni.

Nel libretto degli Esercizi, a pagina 17, quando Carrón parla dello sguardo degli occhi di cielo dice: «Aconteceu, è accaduto, quando la gente meno se lo aspettava. È accaduto un fatto nella storia che ha introdotto questo sguardo per sempre». Devo quindi raccontare di Silvio. Perché Cristo, questa volta, è venuto a prendermi proprio attraverso gruppo più sottovalutato, e per di più con un ragazzino che avrà avuto al massimo quattordici anni, disabile e costretto su una sedia a rotelle, legato con una cintura perché spesso si agita e può cadere. L’ho servito fin dalla prima sera e subito, dalla prima posata che gli ho sparecchiato, il suo sorriso e la sua attenzione per quello che stavo facendo mi hanno sorpreso. Durante la settimana, i rapidi dialoghi con lui e i suoi genitori mi ribaltavano sempre di più e facevano risuonare in me una domanda: ma come può uno in quelle condizioni essere così lieto?

L’ultima sera il padre di Silvio mi chiama e mi dice una cosa molto semplice, ringraziandomi per il servizio che gli avevo fatto e per l’attenzione con cui ero entrato in rapporto con loro: «Il nostro capo gruppo ci ha chiesto di fare un’offerta per coprire degli extra che ci sono stati e una parte l’avrebbe data in mance. Noi l’abbiamo fatta pensando a te». Sono stato molto contento, ho abbracciato e salutato tutti e sono tornato a quello che stavo facendo. Ero pieno di una buona e meritata soddisfazione, ma qualcosa strideva. Io stavo lavorando in fondo alla sala, quindi per uscire sarebbero dovuti ripassare proprio davanti a me. Lo fanno, ma Silvio con il suo abituale sorriso blocca la carrozzina, mi avvicino a lui. Lo abbraccio forte e all’orecchio gli dico: «A me della mancia non interessa, ho bisogno io di ringraziare te perché, con il tuo sorriso e con la tua faccia, mi hai fatto lavorare meglio. Io arrivavo in sala con tutti i miei pensieri, ma di fronte a te tutto acquistava un diverso spessore e allora cresceva in me a dismisura la voglia di lavorare. Di lavorare bene». Io ero commosso, Silvio pure e anche il padre, che mi ringrazia per quello che avevo detto. Poi sono tornato a lavorare. Uscendo Silvio si riferma e sorridendomi mi urla: «Marco, ti auguro di trovare tante persone come me, che ti guardino e che ti sorridano come io ho fatto con te».
Marco, Bergamo

 

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Attratti dalla forza di una gioia

 

 

filippo-santoroRimini. «Dobbiamo portare alla gente l’amore del Signore morto e risorto che scalda il cuore e cura le ferite. Questa non è una frasetta da ripetere ma il metodo e il cambiamento a cui papa Francesco sta chiamando tutta la Chiesa, specie quella italiana». Se Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, già missionario per 28 anni in Brasile, ha scritto il libro La forza del fascino cristiano e l’ha presentato ieri al Meeting, è solo per un motivo, come riassume don Stefano Alberto: «Ricordare che il cristianesimo non si diffonde mai per proselitismo o per una posizione ideologica, ma per attrazione».

FORZA DEL FASCINO CRISTIANO. Il libro vuole far luce sul cammino che «Dio, attraverso papa Francesco, sta chiedendo alla Chiesa» e per farlo racconta «l’esperienza esaltante» e i contenuti della Conferenza di Aparecida, che nel 2007 per volere di Benedetto XVI ha raccolto nel santuario dove è apparsa la Madonna 250 vescovi da tutta l’America Latina, presieduti dall’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio. In quei giorni di lavoro, «in cui avevamo davanti agli occhi tutti i giorni fino a 100 mila pellegrini», «i problemi sono stati assunti come sfide alla verità della fede. Lì ho capito che la forza del fascino cristiano è l’azione dello Spirito Santo che ci fa affezionare a Gesù e in forza di questo ci fa andare in missione dove vuole».


RISPONDERE ALLA REALTÀ.
 Il documento conclusivo, che ha determinato l’azione della Chiesa in tutta l’America Latina, «è un evento dello Spirito Santo perché mette insieme tutti i problemi della gente che avevamo davanti agli occhi, dalla povertà alla corruzione alla teologia della liberazione, partendo dalla lode al Signore che ci ha visitati e con una preferenza speciale per i poveri». È questo che monsignor Santoro, la cui fede è nata seguendo don Luigi Giussani e il movimento di Comunione e Liberazione, si è portato dietro anche quando è stato chiamato a Taranto. Qui, racconta, «non ho fatto altro che rispondere alle provocazioni della realtà».

«GIOIA CONTAGIOSA». «Tra l’Ilva e i migranti», continua Santoro, «ci siamo trovati davanti a un vero dramma umano. Io ho capito che il mio compito era quello di accogliere, come ho fatto con gli operai dell’Ilva, andando a visitarli durante le proteste, o con una signora che è venuta da me un giorno per chiedermi di pregare per la figlia caduta in coma irreversibile proprio prima di sposarsi. Abbiamo pregato in ginocchio insieme il Santissimo e la Madonna. Dopo 15 giorni quella donna è uscita dal coma».
«Ho anche cominciato a visitare sempre più spesso il carcere e siccome per la Messa ci avevano dato una stanza terribile, i detenuti l’hanno ritinteggiata. Poi mi hanno detto: “L’abbiamo fatto per lei e per Gesù”. E nelle visite seguenti mi hanno ringraziato così: “Lei ci prende la mano e non ci lascia”. Ma quella mano era di Gesù e ad afferrarli è stato il fascino di una gioia contagiosa».

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Vivere è ricominciare a ogni istante

Il primo giorno di scuola

Come sarà la prima ora di lezione dell’anno scolastico? Che cosa diremo ai nostri studenti dopo tre mesi di vacanza? Racconteremo loro le difficoltà, la mole di studio e i programmi che dovranno affrontare? Se sarà solo così, confermeremo loro quanto temevano, quanto i compagni più grandi hanno spesso anticipato loro, trasmetteremo il messaggio che dal suono della campanella della prima ora di scuola sono entrati in una prigione per uscire dalla quale dovranno attendere il suono della campanella dell’ultima ora dell’ultimo giorno di scuola.

L’anno scorso, nella prima ora di lezione sono voluto partire con un augurio per me e per i miei studenti. L’augurio che il cammino dell’insegnante e del ragazzo potesse essere una vera esperienza. Da che cosa si misura un’esperienza? Dall’esito, dalle delusioni, dai risultati? Sì in parte anche da questo, ma soprattutto dal fatto che quanto si vive divenga occasione per essere più uomini e più umani, per capire un po’ meglio la propria persona e che cosa abbia a che fare quanto viviamo con il nostro desiderio di felicità.

Ho cercato di spiegare ai miei ragazzi che la scuola non è un luogo di semplice trasmissione di informazioni e di cultura, ma una realtà in cui l’io del ragazzo e dell’insegnante si deve sentire fiorire nel desiderio di scoprire i propri talenti e di metterli al servizio di tutti. Perché ciò avvenga è indispensabile che si rimetta al centro la persona, che si viva l’avventura dell’insegnamento come scoperta. Scoperta di sé e dell’altro, scoperta di un cuore che accomuna il ragazzo di dieci o diciotto anni all’insegnante che si avvicina per la prima volta alla cattedra o, viceversa, che sta per andare in pensione. Scoperta che studiare può essere ancora bello e interessante!

Nella prima ora è già contenuto tutto, perché è lì che si nasconde la domanda con cui noi ricominciamo l’avventura scolastica. L’anno scorso un ragazzo mi ha confidato che era la prima volta che un insegnante gli augurava un buon anno scolastico. In quell’augurio c’era già tutto, perché l’alunno si era promesso di non deludermi.

Un nuovo inizio

Scrive Cesare Pavese nel Mestiere di vivere: «È bello vivere perché vivere è ricominciare, sempre, a ogni istante». Per tutti, insegnanti e studenti, non è possibile ricominciare, varcare la soglia della classe, incontrare compagni e colleghi, professori e alunni, senza essere animati dal desiderio che possa accadere qualcosa di grande nelle giornate. Questa è la chiave perché tutti possano affrontare le giornate animati da quello stesso entusiasmo che provavano il primo giorno di scuola.

Tra i corridoi delle scuole e nelle sale riunioni, già nei primi giorni di settembre, si vedono volti stanchi e disillusi. Prima ancora che ai giovani, la speranza manca troppo spesso a noi adulti, che ci nascondiamo poi dietro alla pigrizia dei ragazzi. Scrive il Papa emerito Benedetto XVI: «Alla radice della crisi dell’educazione c’è […] una crisi di fiducia nella vita».

Per noi insegnanti la sfida di un nuovo anno scolastico è quella di rianimare il desiderio di insegnare che avevamo quando abbiamo intuito la nostra vocazione. Ma come fare allora?

Una modalità può essere quella di incontrarsi periodicamente, con partecipazione libera, con quegli insegnanti che desiderino affrontare assieme l’avventura dell’educazione. Il metodo è questo: non avere risposte preconfezionate, ma camminare in una compagnia piena di entusiasmo e di desiderio di vita. L’uomo cresce, diventa più vivo e intenso laddove incontra altri uomini che ardono nel desiderio di conoscere e affrontare la vita. In questo modo nasce una compagnia. Così, come una classe di studenti ha bisogno di un maestro, così un gruppo di insegnanti ha bisogno di essere accompagnato nel giudizio sul proprio compito e sull’attività educativa svolta con i ragazzi.

Leggi di Più: Tra i banchi di scuola di Giovanni Fighera. 2° capitolo | Tempi.it 

La lealtà con la propria esperienza

 

Andrea Simoncini

 

lunedì 25 agosto 2014

Strano tipo il Giuda di Doninelli. Per un verso classico, per altro del tutto sorprendente.

Come in tutte le opere teatrali (giacché la struttura narrativa di questo romanzo è decisamente “teatrale”) le prime battute del protagonista svelano – in forma sintetica – il suo animo:  

“Non essere d’accordo con qualcuno non è un delitto. 

Io amai quell’uomo fino alla fine e cercai in tutti i modi di salvargli la vita. Il mio solo delitto fu quello di non essere d’accordo con lui, ma questo che delitto sarebbe?”.

Dunque, questo è il punto. Amore da una parte e ragione dall’altra. Sentimento, ok, ma lasciamo stare la scienza. La grande frattura moderna. In questo, il personaggio doninelliano ha – scusate il paragone – qualcosa di un altro Giuda per me famosissimo (non certo nella letteratura o nella teologia): quello – scuro di pelle – di Jesus Christ Superstar, che appare sulla scena con un epico riff di chitarra elettrica anni 70 e una battuta fulminante: “Adesso ho le idee più chiare – finalmente, e anche troppo bene, posso vedere dove andremo tutti a finire. Se separi il mito dall’uomo, vedrai dove presto finiremo”.

Gesù brucia il mito, perché non parla di Dio, ma lui, corporalmente, è Dio.

Per questo, Giuda vuol bene a Gesù, tantissimo e sinceramente, ma non crede a quello che vede. Direbbe Jean Guitton “non sottomette la sua ragione all’esperienza”.

L’aspetto classico è proprio questo: Giuda consegna Gesù ai sacerdoti perché lo ama ed è convinto in tal modo di sottrarlo alla furia del popolo ebraico quando si accorgerà che non è il Messia che tutti aspettano: un forte leader politico e rivoluzionario anti-romano.

In questo la tesi di Doninelli è tutt’altro che “romantica” o fittizia (per la fiction) ma ben documentata: chi ha studiato tecnicamente il processo a Gesù (non solo il Papa emerito, ma anche uno studioso ebreo come Joseph Weiler, professore di diritto a NYU) ha ormai accertato che quel processo – per come va a finire – presenta moltissime anomalie giuridiche sul piano della procedura penale rabbinica del tempo (come codificata in seguito nel Trattato Sanhedrin della Mishnah); dal tipo di condanna, al periodo in cui si svolge – la Pasqua – al tempo in cui avviene l’udienza, ai testimoni, etc.

Per tutte queste ragioni un ebreo del suo tempo, per di più colto e molto fiducioso nelle leggi e nelle procedure, com’era Giuda, sarebbe stato più che sicuro che i sommi sacerdoti non avremmero mai condannato a morte Gesù, tutt’al più lo avrebbero rinchiuso in prigione, al sicuro da sommosse popolari.

Ma l’aspetto piu sorprendente è quello che riguarda la ragione di Giuda, o meglio come lui usa la ragione. Come ho detto, Giuda non crede a quel che vede.

“Chiunque tra voi abbia frequentato la scuola per contabili non può aver dimenticato la prima lezione di Economia. La prima lezione di economia apre una finestra sull’Universo e sulla sua verità. L’universo non è come lo vediamo, perché è noto che i nostri occhi sanno essere bugiardi. Io ho visto un uomo compiere miracoli, eppure se mi domandaste ‘tu credi nei miracoli?’ io vi risponderei come ho sempre risposto a me stesso: no, io non credo nei miracoli”.

Dunque, Giuda, prima che tradire Gesù, non è leale con la sua stessa esperienza umana.

E qual è la conseguenza di chi ragiona cosí? 

Come il Giuda anni 70 di Lloyd Webber, preferisce credere al mito: una spiegazione falsa – palesemente falsa – ma estremamente utile per sistemare le cose.

Sempre nella famosa prima lezione di Economia, Giuda non solo impara a diffidare degli occhi, ma apprende che in principio era il Kaos e il Kaos, ad un certo punto, ha creato il Kronos – il Tempo – e cosí facendo è nato tutto.

Cos’è, dunque Dio? Uno “che si è incaricato di dare una misura al caos, di rendere tutto quel disordine utile, di dare un senso a tutte le cose che all’origine non avevano nessun senso, proprio come una giovinetta che agghinda la nonna per la sua festa di compleanno”.

Dio ha solo lo scopo di dare una “norma” al caos. Una legge, per evitare che – come dicevano i romani – “cives ad arma veniant”.

Ma un Dio cosí, un Dio ex-post, che arriva sulla scena quando la creazione è gia stata fatta (un Dio ritardatario, verrebbe da dire…) non ci ricorda qualcun altro? Questa è la vera sorpresa nella sorpresa delGiuda di Doninelli. Il vero traditore di Gesù è Kant. Esatto, proprio l’Immanuel – che nome paradossale!– che nascerà oltre 1700 anni dopo!

Dio non è nient’altro che il nome che abbiamo dato alla legge prodotta dalla nostra ragione. 

Giuda-Kant emerge chiarissimo dinanzi alla Maddalena. “Un atto è morale se dietro di esso si può intravedere una norma che tutti possano seguire: per questo la prostituta che inondò i piedi del Nazareno per me era e restava solo una prostituta, che agiva e pensava come una prostituta”.

Questo è l’amaro destino di Giuda e dei kantiani contemporanei: nati per vivere i valori di Gesù, senza Gesù, finiscono per non capirlo più. Lo amano, ma non sono più d’accordo.

 

La libera fioritura dalla terra della nostra esperienza vissuta

 

Costantino Esposito

 

domenica 24 agosto 2014

Il pensiero di Charles Péguy costituisce uno tra i contributi più originali e rilevanti – anche se ancora in gran parte nascosto – alla filosofia del Novecento. La cosa può sembrare paradossale, se si pensa alla sua accesa polemica contro il partito degli intellettuali di professione, e la sua insofferenza ai principi astratti che pretendono di imbrigliare l’imprevedibilità della vita e la sorpresa degli eventi. Ma a ben guardare è proprio questa attitudine anti-accademica e anticlericale – di qualunque clero si tratti, quello della neo-scolastica o dello spiritualismo cattolico o del materialismo positivista – a rendere più interessante e decisivo quel contributo. Sin dall’inizio Péguy si augurava di «mantenere la giovinezza del suo appetito metafisico», quella fame dell’essere e quella sete del senso delle cose che nasce dall’impatto con il reale. Perché il reale non “è” mai semplicemente lì “fuori” di noi (ma neanche semplicemente qui “dentro” di noi), come qualcosa di già-fatto, ma appunto accade: il suo essere è dell’ordine della storia, e il suo senso ha la dimensione del tempo. La realtà è qualcosa che “si dà” a qualcuno, un evento che chiede il nostro libero sguardo per mostrare il suo senso – anzi, il suo stesso essere. 

Questo porta a due conseguenze speculari: da un lato noi non possiamo mai presumere di cogliere e conoscere la realtà del mondo una volta per tutte, perché questo è possibile solo quando misuriamo le cose con i nostri schemi a priori (come voleva il positivismo); ma ogni “scienza” esatta deve sempre fare i conti con gli eventi individuali e irripetibili dell’esperienza. Perché ogni volta che la realtà riaccade si fa esperienza – in un tempo e in uno spazio determinati – del suo senso, e questa scoperta ci permette di scoprire tutta la potenza inesauribile dell’essere. Ma specularmente, quando parliamo del senso del mondo e del valore dell’uomo non possiamo più intenderli come una costellazione di principi che ci guardino dal cielo, ma come la libera fioritura dalla terra della nostra esperienza vissuta. Lo “spirituale” (per usare i termini di Péguy) o è “carnale” o non è; e la carne dell’esperienza o porta in sé e manifesta da sé la sua verità o resta un dato inerte, anaffettivo. Ma questo sta a dire che solo la libertà può riconoscere l’essere, il senso ed i valori.

La grazia dell’esser cristiani (che a un certo punto della sua vita Péguy riconosce come l’inevitabile origine del suo sguardo e del suo cammino) è ciò che rivela la legge immanente alla natura dell’essere, cioè il suo esser-avvenimento (come ha richiamato acutamente Alain Finkielkraut). È grazie all’esperienza del cristianesimo che la grande scoperta greca della meraviglia per la presenza degli enti può attraversare tutto il dramma della modernità e riaffermarsi dentro quest’ultima, affrancandosi dalle sue riduzioni ma anche rilanciando la scoperta moderna della libertà da cui la stessa grazia alla fine misteriosamente dipende. 

Péguy intuisce il problema dell'”essere” come “storia”, con una chiarezza, una drammaticità e una passione che è propria solo di alcuni grandi pensatori del Novecento, come Henri Bergson, Edmund Husserl o Martin Heidegger. Con questi pensatori – pur in tutta la diversità delle loro prospettive – Péguy condivide la serietà con cui prende in considerazione il lavoro del pensiero, quel lavoro sui generis che è il pensiero. E quello di Péguy può ben essere considerato esso stesso come un pensiero al lavoro. Tanto più lavoro, quanto più netto è il giudizio di Péguy sul fatto che la nostra mente non può “produrre” la realtà, ma può solo farsene raggiungere, può accoglierla, può finalmente ri-conoscerla. Ma, appunto, questa “passività” originaria e permanente non solo non ci esime dalla fatica del riconoscimento (verrebbe da dire, con Hegel, dalla “fatica del concetto”), ma anzi è ciò che inaugura il vero lavoro del pensiero. 

Non si tratta dunque della mera rivendicazione della “realtà” rispetto alla ragione umana, ma della messa a fuoco dell’incontro originario tra le due. Il nome di questo incontro è avvenimento, un dato in cui è già in gioco, è già implicato e all’opera il pensiero. 

Nell’ultimo suo scritto, pubblicato postumo, la Nota congiunta su Cartesio e la filosofia cartesiana, Péguy descrive la passeggiata di due amici filosofi (Julien Benda e lui stesso): «e di che mai parleranno di più pressante» – egli osserva – «se non del problema dell’essere?». Entrambi sono legati da una reciproca complicità per il fatto che «sanno dell’incomparabile dignità del pensiero e, a dispetto di tutto il resto del mondo, a dispetto di tutti i barbari, sanno che non vi è niente di più grave e di più serio del pensiero». Ma il pensiero umano per Péguy non è un’attività astratta del soggetto, bensì la sua apertura più propria, il suo stesso “stare” al mondo. Può meravigliare coloro che sono stati pigramente abituati ad annoverare Péguy tra gli autori “antimoderni” (cioè anti-illuministi, nazionalisti, vitalisti, irrazionalisti ecc.), la stima che egli nutre per la filosofia di Cartesio. Una stima critica, certo, perché Cartesio ha creduto illusoriamente di poter dedurre tutta la realtà dai principi a priori della mente umana; ma appunto per Péguy Cartesio nel far questo ha contraddetto, tradito, negato la sua stessa scoperta: che la conoscenza dell’essere avviene sempre grazie ad un “metodo”, e che questo metodo è la stessa via dell’esperienza. Il nostro pensiero è più grande delle nostre deduzioni, dei nostri meccanismi di controllo, delle nostre formalizzazioni: esso è una vita, una storia esso stesso, il luogo in cui l’essere si fa finalmente presente.

Riprendendo una felice intuizione di Hans Urs von Balthasar possiamo dire che Péguy non è mai stato tentato di innalzare dei bastioni contro il mondo moderno (come ad esempio aveva fatto Kierkegaard nei confronti di Hegel), ma «si trasferisce subito nel cuore della posizione anticristiana dell’hegelismo estremo di sinistra [quello che confluirà nella tradizione socialista abbracciata inizialmente dallo stesso Péguy] per poterlo riportare tutto intero a casa, o meglio per potervi intessere dall’interno il bozzolo cristiano». Ecco, con Péguy è come se il moderno trovasse infine la sua propria casa.

 

C’è la realtà

C’è un male oscuro che attraversa il nostro tempo e impedisce alla nostra vita di essere un cammino. Questo male non è un prodotto del “secolo” o l’esito del nostro sistema economico: esso sorge con l’uomo e vive in ogni uomo.

In tal senso il libro più decisivo dell’Antico Testamento si chiama Genesi. Il suo nome è molto significativo perché vuol dire “origine”: la Genesi descrive le origini di ciò che siamo e di ciò che viviamo. Ebbene, nel libro della Genesi, questo male oscuro è raccontato attraverso una storia in cui il primo uomo, Adamo, e la prima donna, Eva, non si fidano di Dio, ma soltanto di se stessi. Questa sfiducia non riguarda tanto la divinità in se stessa, ma ha che fare con quella che noi chiamiamo realtà: Adamo non si fida di Dio perché non si fida della realtà.

Il vero problema educativo, in ogni epoca, è quindi questo: che ri-accada il rapporto tra l’uomo e la realtà, che l’uomo permetta alla realtà di incontrarlo e di metterlo in discussione fino a vincere quell’ottusa sfiducia verso ciò che è altro da noi, sfiducia che ci rende prigionieri di noi stessi, della nostra mente. Davvero il secolo trascorso è stato il secolo della mente: le idee, i valori, la logica hanno costruito le premesse di ogni filosofia e le convinzioni di tutta politica.

Anche il cristianesimo moderno è rimasto vittima di un processo che ha ridotto il cuore dell’annuncio – ossia il fatto di Cristo – a un discorso, a una visione del mondo, ad una mentalità. Ma una fede così non serve proprio a niente. Essa infatti crolla di fronte al dolore, annaspa di fronte all’amore e si prostituisce dinnanzi al male, finendo per giustificarlo o per biasimarlo con un’inquietante irruenza. Ciò che non regge di fronte al dolore, al male e all’amore non può diventare la speranza e la certezza della vita. Il cristianesimo moderno è davvero tenuto in ostaggio dalla mente, è davvero assimilato ad ogni cultura precedente e, pertanto, è davvero svuotato della propria carica sovversiva.

Eppure, se ci guardiamo indietro, il novecento ha osannato il corpo, lo ha quasi idolatrato. Questo è vero, ma il corpo di cui parliamo si è ridotto semplicemente a occasione di piacere o, al più, a strumento per il possesso. In questo modo perfino la sessualità, intimo incontro di un Io con un altro Io, è divenuta banalmente una masturbazione assistita. Tutto è stato ricondotto ad un capriccio e la mente è diventata la padrona e il criterio di ogni momento: ciò che conta e ciò che vale è quindi quello che già so, è quello che già capisco.

Invece, fuori del nostro pensiero c’è un mondo, c’è la realtà. E c’è l’esperienza. Essa altro non è che l’incontro tra ciò che è dato dentro di me, il mio cuore, e ciò che è dato fuori di me, l’altro, l’oltre.

Il nostro male, il nostro peccato originale, si annida nella sfiducia che noi proviamo per la realtà, per l’esperienza, per cui tutto, dal nostro matrimonio alle nostre amicizie − tutto − si risolve nel circuito della nostra mente. La cosa veramente drammatica sta proprio nel fatto che alla fine di ogni giornata spesso andiamo a letto senza avere imparato niente. E, se ci guardiamo indietro, pensiamo le stesse identiche cose di un anno fa.

Il risultato di tutto ciò è sotto gli occhi di tutti: quasi nessuno di noi ama di più di quanto amava un anno fa. Quasi nessuno ama di più la propria vita, il proprio corpo, il proprio male, i propri amici. Quasi nessuno sa perdonare di più, sa costruire di più la pace, abbattere i muri, ridurre i silenzi. Insomma: siamo degli schiavi, non siamo liberi.

E infatti diventiamo permalosi non appena qualcuno non ci conferma, restiamo sudditi dei nostri pregiudizi e dei nostri bronci, continuiamo a non parlarci davvero e a fare fuori i pezzi del nostro passato. Tuttavia, per grazia, non tutti sono così. Davanti a noi si stagliano ancora presenze nuove: il bambino che domanda, l’amico che si sorprende, il padre che improvvisamente cambia e inizia a sorridere.

Lo abbiamo visto durante la Colletta Alimentare, lo vediamo tutti i giorni dentro il marasma della storia: basta un Io che si lasci davvero muovere dalla realtà e Adamo diventa soltanto un ricordo. Al suo posto − infatti − c’è un’umanità nuova, c’è Maria. La donna che ha permesso alla realtà di cambiarla e di metterla in discussione. La donna che si è fidata dell’esperienza, che l’ha seguita fino in fondo. È il cuore di quella donna che a noi manca. Il cuore che ognuno di noi deve, e può, cominciare a chiedere. Non di certo per essere più bravi, ma per permettere ad un Altro di venirci a prendere.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2013/12/6/La-realta-che-ci-manca/print/449717/