Dobbiamo andare

(..)” Giussani mi ha risposto: ” Hai fatto bene a chiamarmi , perché ci vuole una consolazione in queste decisioni. Il desiderio di questo paragone è giusto perché tutta la verità scientifica non può dare il coraggio di affrontare interamente la vita. La consolazione non risolve il problema, ma è una compagnia che rende meno ovvio quello che sembra pi’ difficile” .”

” Tu lo dici sempre, bisogna non essere soli ”

” Già . Poi ha aggiunto- ho qui impresse le sue parole, credo che non le scorderò mai :” Di fronte agli uomini non lo so, ma di fronte a Dio bisogna andare. Ricordati, la libertà scientifica significa non aver paura di sbagliare, non perché sei superficiale, ma perché se decidi in base alla paura di sbagliare non farai nulla. “(..)

Enzo, Un’avventura di amicizia, Emilio Bonicelli, Maritti1820, pag. 23

La medicina e la melodia

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C’è una frase di don Giussani nel commento della Sonata per Arpeggione e pianoforte di Schubert D821, della collana Spirto Gentil, che illumina la vita professionale di Enzo e che lui stesso mi ha indicato più volte come percorso educativo nella professione medica.
«…Ognuno di noi è fatto perché quello che Dio chiede alla sua vita – la vita come vocazione – raggiunga la perfezione e la melodia. … Chi desidera la perfezione della sua vita, la chiede, la segue ed obbedisce. .. È solo abbracciando il vero ed il bello che la nostra persona si costruisce».Vorrei dunque dare qualche spunto su queste grandi parole.
Per essere disposti a chiedere, nel rapporto con la realtà del malato, occorre stupirsi. Spesso nel curare i malati, in sala operatoria siamo pervasi da un sentimento di ripetitività, di “già saputo”, di meccanico. Occorre invece ritrovare sempre, anche nella malattia più banale così come in quella più difficile, uno stupore nell’ascoltare, nel guardare, nel toccare, visitare, nel proporre il trattamento adeguato per quel malato. Dobbiamo vivere la semeiotica come metodo professionale costante nel rapporto con il malato e la realtà della malattia. Semeiotica cioè il segno che la malattia porta ad altro, al vero ed al bello.

Chiedere
Non s’impara un metodo, non s’impara ad interpretare la semeiotica della malattia e della vita senza maestri. Il maestro non insegna mai la risoluzione del problema, ma la metodologia corretta, insegna a guardare e a mettere insieme tutti i fattori in gioco anche quelli apparentemente più lontani per giungere al corretto trattamento.

Seguire, obbedire
L’unico modo per conoscere è seguire e obbedire, stare con il maestro, impegnando tutta la propria libertà e conoscenza, tutta la propria esperienza umana e professionale alla ricerca di un giudizio che sia di conferma o teso a nuove soluzioni.
Fare insieme
Da soli non si costruisce nulla, né tanto meno si cura il malato. Lavorare insieme ai propri colleghi è una ricchezza immensa per il confronto, il conforto e soprattutto per la ricerca comune al bene del malato.

Permettetemi di dire un’ultima cosa: la nostra professione di medici impegnati nella cura del malato, nella ricerca del vero e del bello nella realtà talvolta drammatica, faticosa o disperata del malato è una sfida affascinante e carica di tensione, di passione, di successi e di tante sconfitte. Occorre avere l’umiltà di non cessare mai di lasciarsi educare dalla realtà stessa, di lasciarsi stupire dalla sua complessità e concretezza e dalla presenza di maestri e compagni o colleghi con cui condividere questa sfida educativa e quindi conoscitiva. Devo ammettere personalmente e professionalmente di essere ancora in cammino e grazie a Dio ancora desideroso di imparare e disposto a non tirarmi indietro dalla sfida che è la nostra grande ed affascinante professione, certo di essere nella strada giusta e sapendo che c’è sempre Qualcuno che mi guida e che mi aspetta.

* Ordinario di Ortopedia e Traumatologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia

Enzo Piccinini, Chirurghi(e uomini) fedeli allo stupore, Fabio Catani, Tracce.it