Moltiplicatore di vita e di bellezza

 

Da : https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2018/11/8/la-domanda-del-clochard/1802459/

 

Che cosa vale portare un pubblico da record in uno dei più bei musei italiani se poi una notte sulle scalinate di quello stesso museo un uomo muore nella solitudine? È la domanda estremamente civile che si è posto Paolo Giulierini, direttore del Museo archeologico di Napoli. La notte del 3 novembre uno dei clochard che abitualmente stazionavano sotto i portali del museo, un uomo di 56 anni, era stato trovato morto. Una notizia drammatica arrivata proprio mentre il museo e il suo direttore potevano dirsi ben contenti per i numeri straordinari di questo 2018: già superati i 550mila visitatori con un più 18 per cento sull’anno precedente. Numeri che confermano come l’Archeologico sia un’istituzione viva, capace di attrarre nuovo pubblico e di fare quindi davvero cultura. Ma capita che un museo vivo debba confrontarsi con un fatto di morte. Così il direttore ha preso carta e penna e ha scritto un qualcosa che sottintende la necessità di un cambiamento: “Tutti i colleghi hanno lavorato con l’angoscia nel cuore, costernati”, ha messo nero su bianco Giulierini. “Se vogliamo onorare la memoria di quest’uomo sfortunato, che ha scelto come tanti altri di passare la notte tra il piazzale del Mann, la Galleria antistante, i giardinetti comunali, la nostra agenda dovrà cambiare”.

Cosa significa cambiare l’agenda di un museo? Una possibile risposta l’ha data lo stesso direttore: partire dall’idea che il Museo è un bene per tutti, nessuno escluso. Di qui la proposta di aprire uno spazio, chiamato non a caso “Casa museo” in cui dare accoglienza ai clochard. Un investimento che non ha nulla a che vedere con la mission di un’istituzione culturale, ma che ha il coraggio di ristabilire quel legame che così spesso si è spezzato tra cultura e vita. “La vita non fa sconti e il Museo stesso conserva storie di soprusi e ingiustizie, di marginalità e indifferenza”, ha scritto il direttore. E non si può pensare che quelle storie non c’entrino con la quotidianità di un museo di successo.

Dietro questa consapevolezza c’è un’idea ben condivisibile di patrimonio culturale: un qualcosa che non è di pochi ma di tutti. Può esserlo in forme diverse, ma è per definizione di tutti. È interessante che una consapevolezza come questa riemerga in una città come Napoli che convive con moltissime difficoltà. Proprio Napoli è teatro di una delle più straordinarie esperienze di rivitalizzazione del patrimonio, con numeri da record, quella delle Catacombe di San Gennaro alla Sanità, gestite dai ragazzi della cooperativa La Paranza di don Antonio Loffredo. Anche le catacombe in questi giorni sono salite alla ribalta della cronaca in quanto la Pontificia Commissione per i beni archeologici ha chiesto di rivedere la convenzione che regola il rapporto con la cooperativa per avere il 50 per cento degli incassi dei biglietti. Ora si sta arrivando ad un accordo che permetterà di continuare questa straordinaria esperienza che oltretutto garantisce un posto di lavoro per 50 ragazzi. Ma questi due storie napoletane ricordano che un bene culturale, quando sia inclusivo e non venga vissuto come “proprietà”, può essere davvero un moltiplicatore di vita e di bellezza.

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Aprirsi alla realtà

Immaginatevi di lasciare che un vostro figlio ragazzo debba partire per un Paese sconosciuto e lontano, di cui non conosce la lingua, dove arriverà senza un soldo, e dove non lo aspetta nessuno. Immaginatevi di vederlo andar via con uno zaino in spalla, a piedi, o caricato su un bus male in arnese da trafficanti che stipano la gente a bordo come bestiame. Sapete, poi, che il ragazzo dovrà traversare un tratto più o meno ampio di Mediterraneo non su una nave, ma su un gommone gremito tanto che le sponde sfiorano l’acqua. E quanto sarà spaventoso e nero il mare di notte, senza una luce; ricordando poi in quanti, in quante migliaia sono morti, su quella stessa rotta.

Poi, se il figlio riuscirà ad arrivare, avrà una lunga e aspra strada ancora davanti; tanto più lunga e aspra quanto più breve è stato il viaggio per mare. E gliela sbarreranno alle frontiere, oppure dovrà nascondersi nei cassoni dei Tir; dove l’aria bollente passerà a stento, e il respiro si farà sempre più affannato. Finché gli “invisibili” non batteranno, disperati, i pugni contro le pareti di metallo, a chiedere aiuto. Ma, forse, niente: solo il correre del camion sull’asfalto – rallentato, a volte, dalle code di chi torna dalle vacanze.

È solo un esercizio di immaginazione, ma anche sforzarsi di immaginare a volte può essere utile, per cercare di capire cosa sta accadendo tra il Mediterraneo e i Balcani. Perché a fronte di cifre come bollettini di guerra – 71 morti, fra cui donne e bambini, abbandonati dentro a un Tir in Austria, duecento annegati al largo della Libia ieri, cinquanta l’altro giorno – tanti di noi occidentali faticano ancora a comprendere.

Eppure sappiamo tutti che il viaggio fino alla Libia è un’odissea di violenze e soprusi e stupri. E che duro, durissimo, è anche quello sino alla Turchia o all’Egitto o al Marocco. Vediamo morire in mare, ogni giorno, profughi e migranti, vediamo che fra loro ci sono donne incinte, e vecchi, e ragazzini imbarcati da soli, come lanciati alla ventura. Sappiamo che lungo i Balcani, alle frontiere d’Europa, quella folla viene respinta, che in Ungheria (e non solo) hanno alzato alte barriere di filo spinato.

Fra il nostro mondo e l’altro, da cui si fugge, c’è in realtà come un immenso spesso muro da traversare – irto di ogni pericolo, e di morte. E non sappiamo, da questa parte del Mediterraneo, capire come si possa intraprendere un simile viaggio; per arrivare poi, da miserabili, in posti dove gli abitanti non ti vogliono, o addirittura ti vorrebbero cacciare. Noi stentiamo a comprendere che per avventarsi contro al “muro” d’Occidente bisogna avere dentro una spinta altrettanto potente e disperata. Un aut aut totale, come quei profughi siriani in marcia verso l’Ungheria che ai giornalisti che chiedono che ne è, di Aleppo, rispondono senza alzare la testa: «Aleppo? Niente… Voi non potete immaginare».

Voi non potete immaginare. Sì, soffriamo di un deficit di immaginazione, noi che comunque mangiamo, abbiamo un tetto, e spesso un sacco di altre cose. Si può capire solo quando lo si prova sulla pelle, che cosa deve significare fare fuggire un figlio verso l’ignoto, nella speranza che, almeno, viva. Cercare di riconoscere il terrore e la miseria che spingono questa migrazione epocale non risolve, certo, i grandi problemi materiali che l’esodo in atto comporta. Però serve, almeno, a restare o a diventare noi più umani, e a non aprire spensieratamente la bocca per dire ciò che si legge sul web, dove nel segreto dell’anonimato qualcuno si compiace che ne muoiano in cento, un altro aggiunge che “questi” credono che l’Europa sia il paese di Bengodi, e tanti gli fanno eco: che “quelli” tornino a casa loro. Cosa quest’ultima che insistono a ripetere, peraltro, anche alcuni politici.

Torniamo a dirci che di fronte alle ecatombi dal Mediterraneo all’Austria, almeno certe parole non si dovrebbero più dire, per umano rispetto di chi muore. E almeno noi che, da casa, stiamo a guardare, esercitiamoci a pensare quanto grande debba essere l’incendio da cui molti fuggono, per non aver paura di finire schiavizzati, di annegare, di soffocare su un Tir. Cercare di capire è già il principio di un immedesimarsi e di un compatire, cioè patire insieme. Qualcosa che non salva vite, ma forse salva noi: dal diventare gretti e meschini guardiani di quel mondo in pace, che abbiamo ereditato. Dono di cui forse non siamo abbastanza consci – e nemmeno abbastanza grati.

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/per-salvarli-e-salvarci.aspx