L’educazione al desiderio

«Debolezza personale, competenze spesso non adeguate, e uno scollamento forzato tra il periodo della formazione e la prospettiva lavorativa». Stefano Colli-Lanzi individua così tre chiavi di lettura del fenomeno di una disoccupazione giovanile che nel nostro Paese ha raggiunto livelli record e che continua a crescere: quasi settecentomila gli under 25 che non riescono a entrare nel mondo del lavoro, con un tasso che sfiora il 42%. «L’altra faccia della medaglia di cui si parla meno sono gli inoccupati, ovvero quelli che neppure cercano un posto, che fanno schizzare la percentuale di giovani inattivi al 60%». Amministratore delegato di Gi Group, una delle più grandi agenzie interinali, che da anni opera in Italia e all’estero sul tema del lavoro temporaneo che, dato del 2012, ha avviato ad un impiego 160mila persone e in oltre 15mila aziende, e docente di Economia Aziendale alla Cattolica di Milano, con il binomio “lavoro e giovani” ci ha a che fare tutti i giorni. «Ci troviamo in mezzo a un fenomeno che è letteralmente esploso, ma di cui non ci si può stupire più di tanto: era già inscritto nell’epoca precedente, alle voci scuola, economia, politica… Sembrava possibile, qualche anno fa, trovare una sistemazione per tutti, anche non produttiva. Ora questo non è più sostenibile».

In che senso?
Lo vediamo. C’è un sistema che protegge chi è dentro il mercato del lavoro e penalizza chi è fuori. È sempre stato così, in Italia, ma le politiche in materia degli ultimi anni lo hanno accentuato: non si è mai voluto toccare il contratto a tempo indeterminato e si è voluta smontare la flessibilità in entrata aprendo le porte a lavoro nero e abuso di stage come tentativo di controbilanciare questa difesa. Un tema culturalmente rilevante, questo. Esempio: io impresa offro un lavoro. Se prendo un giovane in stage, magari per tre mesi, tendenzialmente lo vedrò solo come una risorsa a basso costo e non come occasione su cui investire. Attenzione, non è sfruttamento in senso stretto: entrambi, datore di lavoro e stagista, lo fanno per opportunità, per contingenza, una forma con cui entrambi risolvono il loro problema nel breve termine. Da un lato, non c’è l’idea di investire su di sé in chi si offre, dall’altro non c’è l’idea dell’impresa di investire sulla persona. E questo fa male al lavoro.

E la crisi ha buttato benzina sulla brace…
Sì, generando un’oggettiva mancanza di lavoro. Ma anche l’allungamento del periodo pensionistico ha influito sull’accesso dei giovani. Se c’era un minimo di possibilità, con la riforma Fornero si è messo il lucchetto anche lì, non più di due anni fa: oggi non esce nessuno e le aziende non assumono ricambi. E qui emerge la debolezza del tessuto dei giovani, che poi è il frutto di quello che abbiamo fatto noi in questi anni. In fondo, raccogliamo il seminato.

Debolezza dei giovani?
Non voglio generalizzare, ma vedi tanti ragazzi che sempre meno hanno un background famigliare che li introduca alla realtà. Ragazzi deboli, che sembrano quasi impauriti. Che hanno come strumento di difesa l’allontanamento dalla realtà e il rifugio nel virtuale, nel sogno. Perché, la realtà, non sono capaci di affrontarla, ti dicono che fa schifo. E questo atteggiamento, se prima era legato a particolari elementi di disagio, ora sta diventando sempre di più un fatto sociale diffuso.

E il fronte formativo?
Io insegno in Cattolica. Il target di chi fa Economia e Commercio, anche se è semplicistico dire così, penso sia di livello medio-alto. Ma quello che vedo a volte è impressionante. Correggo, magari, trecento elaborati e spesso hanno problemi: scrittura, spazi, linguaggio, ortografia, uso dei tempi verbali, organizzazione della risposta, ordine. E ti chiedi da dove arrivano, questi ragazzi. Non dico che non abbiamo voglia di studiare, di imparare. Ma così, che strada possono fare?

Ma ne sono coscienti?
Per alcuni, ma sempre di più, il periodo della formazione, scuola o università, sembra vissuto come una parentesi, e non come tappa di un percorso. Come se non andassero all’università con in mente il futuro. Per carità, non è che a diciotto anni, al momento della scelta, si può pretendere che per forza uno abbia le idee chiare… Ma a volte prevale l’idea che l’università o la scuola siano come isole. Ci vado, studio, mi diverto se riesco. E il tema del “dopo” evito di pormelo. Manca, a mio avviso, un lavoro personale, una domanda aperta. Spesso, per lo meno. Sia a livello di scelta del percorso, sia di come poi questo viene vissuto.

Qual è la leva che scardina questo atteggiamento?
Il desiderio. Che c’è, in tanti altri ragazzi lo vedi. Magari è sopito. Ma si può tirar fuori, si può aiutare a emergere. Perché è come schiacciato. Al massimo, a volte, si esprime in astrazioni. Ma più spesso è come se fosse impaurito e rassegnato…

Ma per un certo verso è inevitabile, no? La realtà è dura. E chi ha ambizioni e sogni, dal futuro lavorativo fino al desiderio di metter su famiglia, spesso è rimbalzato dalle difficoltà sempre più opprimenti. Qual è la via per uscirne?
Da una parte abbiamo una generazione che ha le potenzialità, perché il desiderio, appunto, c’è. Solo che è sempre stata orientata a vivere “passivamente”, come dicevamo. Quando la situazione era migliore, anche se era comunque un nonsenso, si aveva l’illusione che potesse reggere. Oggi viviamo nell’inerzia di questo. Solo che la situazione non è più come prima. Si possono fare degli interventi. Se uno deve dimagrire, un po’ di moto lo deve fare. Ma non si può fargli scalare l’Everest da zero. Non ce la farà mai. Occorre un percorso che sia fattibile. Si potrebbe iniziare dal correggere la difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro, per esempio, rendendo ancora più conveniente l’apprendistato, che è uno strumento bellissimo, un contratto pulito che ha dentro il respiro da indeterminato e la necessità di investire reciprocamente tra imprenditore e lavoratore.

Può bastare?
È necessario anche stimolare i giovani, che per quanto rassegnati possano essere, basta pochissimo a farli ripartire…

Come? 
I ragazzi sono lo specchio della proposta che ricevono. Occorre dunque un’educazione, occorrono maestri in grado di far fare loro esperienze positive, di trasformare il desiderio in domande e condurli in un percorso personale, anche dentro la disponibilità ad un sacrificio. Quanto agli strumenti, certamente bisogna impostare il sistema formativo in modo da ridurre il disallineamento tra scuola e lavoro e puntare sull’apprendistato come strada maestra per l’inserimento dei giovani. È poi in arrivo nel nostro Paese un’opportunità da non perdere per creare finalmente una politica del lavoro “attiva”, in grado cioè di destare la persona e inserirla in un percorso capace di aumentarne anche l’impiegabilità. Si tratta del “Piano di attuazione italiano della Garanzia per i Giovani” che è stato redatto dal Governo sulla base della Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea e che vedrà a breve la luce nella sua forma definitiva; un’iniziativa che nasce proprio dalla constatazione delle problematiche appena citate e che prova a fornire risorse economiche e indicazioni operative per migliorare il funzionamento del nostro mercato del lavoro, nel tentativo di dare – finalmente – ai giovani un’opportunità professionale o formativa entro 4 mesi dal termine del precedente percorso. L’aspetto più importante, anche culturalmente, è che in questo Piano si punta con chiarezza al risultato – al placement – e che si cominciano a creare le condizioni necessarie per far cooperare il pubblico e il privato nel raggiungimento di questo obiettivo, oggi più che mai decisivo. Per questo occorre investire, tornare alla cultura contadina: seminare per raccogliere. Non si può mangiare il seme. Se mangi il seme non mangi più nulla dopo. Certo, la politica deve lavorare per dare strumenti adeguati. Ma la responsabilità è di tutti. A partire dai lavoratori, salendo alle imprese e così via. Tutta la società, a ogni livello, è chiamata a rispondere.

 

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Pellegrini dell’Assoluto

Caro padre Aldo, ho 21 anni e mi sono deciso a scriverti perché so che a te posso dire, confidare ciò che di più vero e drammatico vivo in questa mia giovinezza dentro questo mondo di oggi. A me pare che ogni modello di vita che trovo come proposto e “imposto”, sia totalmente inadeguato alla sete di significato e di felicità che il mio cuore desidera, urla e grida in continuazione. Sto vivendo un periodo di grande tristezza e dolore, non potendomi accontentare di sicurezze sociali e psicologiche che hanno il fiato corto. Padre, io voglio tutto, il vero “tutto” della vita.

Divento come nervoso, esasperato nel vivere la mia vita senza percepire e senza vedere la faccia di chi l’ha creata, accontentandomi di facili e fasulle prospettive per un futuro “tranquillo e sereno”. Le giornate scorrono tendendo a una tale banalità che mi fa rabbrividire. Guardo il mare e mi chiedo: Dio dove sei? Salgo sul metrò e vedo le persone: Dio dove sei? Accendo la tv: Dio dove sei? Sto con gli amici: Dio dove sei? Leggo le notizie sul giornale: Dio dove sei? Vedo il dolore e la morte: Dio dove sei? Desidero ardentemente la verità di tutto quel che c’è! Meno di questo sono una nullità totale e infatti niente mi soddisfa fino in fondo. Mi sento annegare dentro questa mortale apparenza.

Arrivo a constatare con immenso dolore che non mi sento amato, anzi mi sento abbandonato da Dio. So che Lui c’è ma come faccio a vederlo veramente? La mia “malattia” è questa e fino a quando non riuscirò a guarire sarà triste la mia vita. Dio per me non può essere una “cosa” tra le altre, sento che deve essere l’unica vera “cosa” che mi fa vivere con un senso pieno tutte le altre. Non posso e non voglio rassegnarmi a una vita ridotta anche a qualcosa di “buono” e di “sicuro” ma senza il volto di chi l’ha fatta. Padre Aldo, sapendo di te e di ciò che hai passato, ti chiedo di aiutarmi a capire come devo fare per poterlo vedere.
Lettera firmata

Che commozione leggere una lettera piena di drammaticità, dove ogni parola è un grido: Signore mostrami il tuo volto! È lo stesso grido che preghiamo nelle Lodi ogni lunedì: mio Dio, la mia anima è assetata di te, come terra inaridita, senza acqua. La bellezza dei salmi, caro amico, sta nell’esprimere questa esigenza che è la struttura stessa del cuore. È un’autentica grazia quella che stai vivendo e Dio voglia che la tua provocazione scuota tutti noi, piccoli o grandi borghesi per i quali Dio è uno dei tanti idoli nella nostra vita quotidiana. La vita è bella solo quando il nostro cuore vibra come il tuo. Anche Gesù nei momenti più crudi e drammatici, alla fine della sua vita, conobbe questo grido. Un grido che nasce da quello che Charles Péguy nel suo libro Getsemani definisce come «la nevrastenia di Gesù».

Quella che vivi è una grande grazia che anch’io ebbi la possibilità di sperimentare nella sofferenza per vent’anni. Senza questa grazia oggi la mia vita non sarebbe un’avventura piena di fascino. Forse tu non conosci il manifesto di Pasqua di Cl del 1989, nel quale c’era una affermazione di Emmanuel Mounier che diceva: «È dalla terra, dalla solidità, che deriva necessariamente un parto pieno di gioia e il sentimento paziente di un’opera che cresce, di tappe che si susseguono, aspettate con calma, con sicurezza. Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne».
E che cos’è la verità? È quel potente desiderio che hai di vedere il volto di Dio. Una delle canzoni che più mi hanno colpito e che continuano a risvegliare in me ogni giorno il desiderio di Infinito, è quella di Claudio Chieffo: “Io vorrei vedere Dio…”. Non esiste creatura sotto il sole che non abbia questo desiderio.

padre-aldo-trento-bambino-ospedaleSpesso mi viene alla mente una affermazione del premio Nobel Czesław Miłosz: «Signore sono stanco di elucubrazioni mentali, mostrami un volto, non importa in che parte del mondo, così che contemplandolo possa contemplare Te». Don Giussani afferma, nel suo libro Il Senso Religioso: «Non esiste uomo che, per il semplice fatto di vivere, non riconosca una ragione per la quale vive. Sarà un dio di un secondo, una banalità, ma è sempre il suo dio». Questa esigenza di Infinito che scuote la vita, la mia vita, come la tua, è una grazia grande, è quello che permette di continuare a camminare, cercando come gli indios guaranì, la terra primigenia, la terra senza il male. Cioè, Tupa, Dio.

Quando il filosofo Horkheimer definì l’uomo come un «pellegrino dell’Assoluto», regalava all’uomo moderno la più bella definizione dell’essere umano. Pellegrino dell’Assoluto! E il pellegrino è un uomo come te: «I sandali ai piedi, un bastone, lo zaino e lo sguardo ben fisso all’orizzonte». È l’immagine dell’essenzialità che definisce il cuore dell’uomo. L’uomo cerca l’Infinito. Per questa ragione nacquero le religioni come tentativo di dare un volto a questa “x” sconosciuta per la quale l’uomo non si dà pace fino a che non la trova. Tuttavia, 2000 anni fa quella “x” si fece carne e si accampò tra noi. Afferma san Giovanni nel Prologo: «Il Verbo si fece carne e mise la sua tenda tra di noi», come uno di noi. Ebbe una madre, Maria, ebbe un padre putativo, san Giuseppe, il marito di Maria, visse trent’anni nella loro casetta di Nazareth e dedicò tre anni della sua vita per dire a tutti quello che disse a Filippo: «Chi vede me, vede il Padre»; «Io e il Padre siamo Uno».

Certamente potremmo dire che non ebbe molta fortuna perché, per aver svelato se stesso come il volto del Mistero, un volto ben preciso e visibile, lo abbiamo poi messo in croce prendendoci gioco di Lui. Sempre nel Prologo del suo vangelo san Giovanni afferma: «Venne tra i suoi, ma i suoi non lo riconobbero (…)Ma a quanti lo riconobbero diede la grazia di essere figli di Dio…». E proprio quelli che lo hanno riconosciuto per primi, come Giovanni e Andrea, saranno la prima compagnia destinata a render visibile nella storia il volto di Dio. Quella compagnia che dopo la Pentecoste si chiamò Chiesa.

Sempre Claudio Chieffo continua nella sua canzone: «Io vorrei vedere Dio, vorrei vedere Dio, ma non è possibile: ha la faccia che tu hai, il volto che tu hai e per me è terribile». Gesù disse: «Siate “uno” affinché il mondo creda». Cioè riconoscano il volto del Padre tra noi. Papa Francesco, commentando il vangelo che vede come protagonista san Tommaso, ha esclamato: «La strada per conoscere Cristo è quella di mettere il dito (pensiamo al drammatico quadro del Caravaggio) nelle piaghe vive del corpo resuscitato di Cristo». La carnalità con la quale il Caravaggio ci rappresenta questo scenario evangelico è impressionante e per me è la grazia che tutti i giorni il Signore mi regala quando bacio, abbraccio i pazienti terminali la cui carne molte volte è piena di vermi. I vermi del corpo di Cristo.

Oggi, afferma Papa Francesco, il cammino è lo stesso: vedere, toccare, baciare, abbracciare il malato, il povero perché, come affermava Padre Pio, chi fa questo tocca Cristo due volte. Quando mi dici che non ti senti amato, ti senti abbandonato da Dio, è un’esperienza che comprendo bene, perché anch’io l’ho vissuta nella mia persona. E sarà per questo motivo che Dio ad un certo punto della mia disperazione mi ha “colpito” col Suo volto pieno di dolore, incontrando tutto un mondo di miseria e di sofferenza. Un mondo che mi ha sconvolto.
Sconvolgente fino al punto che Dio mi “usò”, in compagnia di padre Paolino, per costruire le opere di carità che sono, per tutti quelli che hanno un cuore semplice, un segno chiaro dell’evidenza del volto del nostro Signore. Io volevo vedere Dio… ma ha il viso sfigurato, il collo pieno di vermi, l’utero putrefatto, le piaghe sanguinanti e puzzolenti… e per me è terribile. Ma questo è il volto di Dio fatto carne.

aldo-trento-don-giussaniUn lungo cammino
Per concludere, ti auguro che il tuo desiderio di vedere il volto di Dio cresca drammaticamente ogni giorno, perché arriverà il momento che potrai vederlo e baciarlo. Tu hai 21 anni, io 66. Coraggio, perché la vita è un lungo cammino. La cosa fondamentale è che il dono di questa drammaticità non finisca mai perché se ciò dovesse accadere, vedrai soltanto il volto degli idoli che come afferma il Salmo «hanno bocca e non parlano, naso e non annusano, occhi e non vedono, orecchie e non sentono». Perciò il peccato più grande è il borghesismo del cuore, la tranquillità della vita.

Non dimenticare quello che affermava Camus: «Guarda come fa questa società a distruggere i suoi figli: li fa diventare borghesi». Tranquillo amico, ecco, la carriera, la fidanzata, la famiglia, l’automobile… Questa società somiglia ai pirañas dei grandi fiumi del Brasile, che in pochi minuti riducono un animale a uno scheletro bianco. E allora che faremo di questi morti vivi che non avendo un’anima al mattino tanto meno l’avranno a mezzogiorno e alla sera?

Un suggerimento: leggi il Capitolo X del Senso Religioso del Servo di Dio Luigi Giussani. Lo puoi chiedere in qualunque libreria. Certamente ti sarà di grande aiuto per iniziare a vedere la presenza del Mistero nel mondo, quella Presenza fatta carne nella pienezza del tempo in Gesù. E non dimenticare che quel volto che desideri vedere si mostrerà all’improvviso come un bel giorno dopo una notte di tempesta.
paldo.trento@gmail.com

Leggi di Più: La carriera, la famiglia: questa società ci rende borghesi | Tempi.it

La spada incantata e le gesti grandi dell’animo umano

Mentre è appena uscito il secondo episodio cinematografico ispirato allo Hobbit, arriva nelle librerie italiane la traduzione di un’opera inedita di J.R.R. Tolkien, La caduta di Artù. Il perfetto tempismo farebbe pensare ad una strenna natalizia, ma non è così. L’opera è apparsa in Inghilterra a maggio, e solo per problemi editoriali e di traduzione esce ora nella traduzione italiana.

Si tratta di un libro assolutamente particolare: un’opera incompleta che il professore di Oxford iniziò negli anni 30, poco prima di scrivere Lo Hobbit, e che poi lasciò da parte. Un progetto ambizioso – un poema in versi allitterativi, che il figlio superstite Christopher ha voluto curare e offrire ai tanti estimatori del padre, che in queste pagine non troveranno gli abati Hobbit, gli elfi, i nani, ma la più antica mitologia dell’antica Britannia, e non solo.

Re Artù: un nome che echeggia da secoli per l’Europa, evocando affascinanti immagini di valorosi cavalieri, di luoghi incantati, di misteri insoluti riguardanti il Santo Graal o l’Isola di Avalon.

Un mito letterario, ma anche il protagonista storicamente possibile di eventi realmente accaduti 1.500 anni fa nell’isola di Britannia. Una leggenda medievale che continua a vivere anche all’alba del ventunesimo secolo, accendendo ancora una volta la fantasia degli uomini, chiamando nuovamente l’attenzione dei cantastorie su di sé, suscitando nuove versioni del suo mito, rappresentate, oltre che sulla carta, anche sul grande schermo, già in passato più volte ispirato dal grande re, dalla sua spada Excalibur, dalla sua meravigliosa corte di Camelot.

Artù è più vivo che mai, nella fantasia e nei sogni. La sua leggenda non finisce, una leggenda dai molti significati, dai valori profondi, arcaici, strettamente intrecciati con la storia e i miti dell’Europa.

Anni fa, in una fortunata versione cinematografica del mito di Artù, Excalibur di John Boorman, il Mago Merlino pronunciava queste suggestive parole: la maledizione degli uomini è che essi dimenticano. Una frase quanto mai vera, e sulla quale riflettere.

La memoria, sembrava dirci Merlino, è tra le risorse umane una delle più importanti: occorre coltivarla come una virtù, con amorevole attenzione. Ci può salvare dalla superficialità di giudizio, dall’ingratitudine, da una vita senza gusto e significato, facendoci invece considerare con più attenzione le realtà con le quali bisogna sempre fare i conti: il bene e il male, il futuro e il passato, il mistero della vita.

Le storie di Merlino, di Artù, dei Cavalieri della Tavola Rotonda, nella loro fervida immaginazione, hanno il pregio di non dimenticare queste questioni fondamentali.

Sta tutto qui il loro fascino, quello che fa produrre ancora nuove spettacolari versioni del mito: non è una pura evasione dalla realtà per rifugiarsi nella fantasia, ma è forse l’occasione per volgere lo sguardo verso cose grandi, verso noi stessi e la nostra anima assetata di Bellezza, verso le stelle, cercando i segni del nostro destino.

Il grande creatore di miti Tolkien non potè non confrontarsi con il mito eterno di Artù, e forse in questo confronto rimasto incompiuto ci sono i germi di quella letteratura dell’immaginario  sviluppata in seguito dal grande scrittore inglese: una letteratura che – paradossalmente − può essere lo specchio dei gusti, degli umori e addirittura della condizione psicologica dell’epoca moderna, esprimendo i dubbi, le paure, le domande insoddisfatte, le esigenze profonde dell’animo umano. I miti, i simboli, le leggende e le tradizioni ci rivelano noi stessi, e il mito e il simbolismo medievale di Artù forse più di ogni altro.

Al centro di tutto il medioevo c’era il simbolo: la vita dell’uomo medievale era inscritta in un universo simbolico, dove ogni forma del pensiero, artistica, mistica, teologica, si basava su di esso. L’esperienza quotidiana era esperienza spirituale, nutrita dai simboli che la provocavano, la animavano, le conferivano un valore profondo. L’abilità narrativa e la fervida immaginazione di chi scolpiva le cattedrali gotiche, con i suoi mostri e le sue creature fantastiche, o di chi scriveva la storia della Cerca del Santo Graal o le peripezie di un Re e della sua spada incantata adoperavano il linguaggio del simbolo, che  trasfigurava la realtà stessa, ed è stato capace di mantenere la sua intensità e il suo valore, trascorrendo, inattaccabile, il tempo e la storia.

L’epica, da Omero a Tolkien passando per le gesta di Re Artù, è sempre un racconto universalizzato della condizione, dei sentimenti, dell’animo dell’uomo, una narrazione esemplare della parabola umana. La leggenda medioevale di Re Artù costituisce dunque una breccia verso l’Eterno, che supera le dimensioni storiche della vicenda stessa. Artù, nato come una figura di condottiero britanno che difende la propria terra dall’invasione degli stranieri Sassoni, diventato nel medioevo un mito per l’Inghilterra, simbolo della regalità e fiore della cavalleria inglese, ha assunto definitivamente la dimensione di un mito per l’Europa.

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Il cuore che desidera la Luna

Albert Camus è un maestro per tutti quelli che, in mezzo alla nebbia ideologica, cercano di leggere e formulare la propria esperienza umana in un modo trasparente e diretto. In questi giorni, in cui si celebra il centenario della sua nascita, ciò è ancora più evidente. A Camus piaceva definirsi un combattente. E ha combattuto molte cause: ha spezzato la tirannia di un marxismo che si considerava imprescindibile e ha usato i suoi articoli sui giornali per lottare contro molteplici abusi di potere. Ma la sua battaglia principale era riscattare la vita in un secolo particolarmente spietato con le ragioni elementari che permettono a ciascuno di vivere. Un’eredità, quella del XX secolo e del filosofo algerino, che ancora sopravvive.

In pochi si può percepire una ricerca sul desiderio sostenuta con intensità per cercare di attraversare l’oscurità dei tempi moderni come in Camus. Nel protagonista de “Lo straniero”, ritratto di un nichilismo che ben conosciamo, questo desiderio sembra morto. Se c’è qualcosa che attira l’attenzione in questo romanzo, che fu rivoluzionario all’epoca (1942), è che il suo protagonista vive tutto – la morte di sua madre, l’omicidio, la condanna a morte – senza cambiare, come se stesse capitando a qualcun altro. “Tutti sanno che la vita non merita di essere vissuta”, confesserà. Lo straniero parla di se stesso solo a chi gli assicura che le cose hanno un senso. L’unica aspirazione che ha è la morte. “Perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione”. Questo non ci è in qualche modo famigliare? Questa estraneità di noi stessi verso tutti gli altri non è quella che ci siamo trovati a sperimentare o che sperimentiamo quando ci illudiamo di costruire il nostro destino con le nostre mani?

Camus va oltre e sa che non tutto è perduto. È impossibile rimanere impassibili, soprattutto rispetto a ciò che uno si porta dentro. E due anni dopo il suo “Caligola” narra la storia di un imperatore che, nonostante tutto, continua a desiderare. Non qualunque cosa, ma la Luna. Tutti lo prendono per pazzo e lui spiega quale è la sua malattia: “Io che desidero oggi con tutte le mie forze sono sopra tutti gli dei”. Non trova una risposta, ma il motore che lo porta verso l’infinito non può fermarsi. E non trovando soddisfazione fa sgorgare con il potere dell’impero un fiume di sangue sotto i colpi del suo capriccio e della sua infelicità. Il lettore si sente descritto: non c’è modo di frenare l’ardore che reclama l’irraggiungibile e che, non trovando risposta, si trasforma in una fonte di arbitrarietà e violenza.

Sarebbe stato già tanto arrivare a questo punto, ma Camus, il combattente, va ben oltre. Lo spietato Caligola si trasforma nel Jacques de “Il primo uomo”, il suo romanzo postumo. Il protagonista, contro l’eredità di Freud, cerca la pace nel padre. È qualcuno caratterizzato da “un appetito divoratore per la vita”, che “non desidera un qualche luogo, ma la gioia, l’essere liberi, la forza e tutto quello che di buono, di misterioso ha la vita e che non si può comprare, né mai si comprerà”. La ricerca non è più distruttiva, ma desiderio di altra vita: “Volevo fuggire in un paese dove nessuno invecchiasse, né morisse, dove la bellezza fosse eterna, dove la vita fosse sempre splendente e selvaggia”. Di fatto, non è altro che un “cuore angustiato, avido di vita, in rivolta contro l’ordine mortale del mondo, che vuole andare più lontano, più in là e conoscere prima di morire”. È cosciente del fatto che “non gli basta tutta la sua energia per costruire, conquistare o comprendere il mondo”. E si abbandona così “all’unica speranza cieca sul fatto che quella forza misteriosa, che per tanti anni lo aveva sollevato nonostante il passare dei giorni e che lo aveva alimentato senza sosta gli desse, con la stessa generosità con cui gli aveva dato le ragioni per vivere, le ragioni per invecchiare e morire senza ribellarsi”.

Questo desiderio di “più vita” e di “più in là” è così potente nell’ultimo Camus, e così forte in noi, che non può essere figlio di un padre il cui volto si nasconda dietro una tomba anonima. È piuttosto il tono di una voce ben viva.

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