L’urgenza di amarsi

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Noi non abbiamo il problema di cristianizzare Leopardi, abbiamo il problema di essere cristiani leggendo Leopardi e che questa lettura faccia giustizia a Leopardi, comprenda Leopardi più di altri. Si capisce la differenza? Noi non abbiamo la preoccupazione di metter il cappello a Leopardi, a Mozart per dire: “È dei nostri”. Non ce ne frega niente, è un problema di Leopardi, del buon Dio…. Non abbiamo il problema di mettere l’etichetta, come fanno gli intellettuali, noi abbiamo il problema di essere veri noi nel leggere una cosa, e questa cosa qui, come dicevo all’inizio, il teatro che descrivevo all’inizio, rende più vera la lettura, più vera che il problema di mettere l’etichetta.

Per questo, il fatto di notare la coincidenza tra il sistemare un pensiero negativo e l’urgenza di queste domande, dice, a mio avviso, qualcosa di più vero di Leopardi che non leggere Leopardi come opzione negativa. C’è l’opzione negativa, ma il più profondo di Leopardi, il più vero di Leopardi, è questo dramma continuo risorgente, è questa domanda che lui riconsegna continuamente, a cui lui dà una risposta.

Non è che non c’è una risposta da parte sua, altroché, se c’è; ma quello che mi consegna è la domanda più ancora che la risposta, è l’urgenza alla domanda. Questa è una poesia antiplatonica, è una poesia che, ed è vero, non ci sta al fatto che la verità è delle idee, è di un altro mondo. Non puoi fare l’amore con una donna con il cannocchiale, con la verità, con la bellezza. “Cara beltà”: devi avere una rapporto per cui puoi dire “Cara”, devi poter dire caro al bello, al vero, basta sapere chi c’è di là.

Cara beltà che amore
Lunge m’inspiri o nascondendo il viso,
Fuor se nel sonno il core
Ombra diva mi scuoti,
O ne’ campi ove splenda
Più vago il giorno e di natura il riso;
Forse tu l’innocente
Secol beasti che dall’oro ha nome,
Or leve intra la gente
Anima voli? o te la sorte avara
Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?
Viva mirarti omai
Nulla speme m’avanza;
S’allor non fosse, allor che ignudo e solo
Per novo calle a peregrina stanza
Verrà lo spirto mio. Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s’anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.
Fra cotanto dolore
Quanto all’umana età propose il fato,
Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
Alcun t’amasse in terra, a lui pur fora
Questo viver beato:
E ben chiaro vegg’io siccome ancora
Seguir loda e virtù qual ne` prim’anni
L’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
E teco la mortal vita saria
Simile a quella che nel cielo india.
Per le valli, ove suona
Del faticoso agricoltore il canto,
Ed io seggo e mi lagno
Del giovanile error che m’abbandona;
E per li poggi, ov’io rimembro e piagno
I perduti desiri, e la perduta
Speme de’ giorni miei; di te pensando,
A palpitar mi sveglio. E potess’io,
Nel secol tetro e in questo aer nefando,
L’alta specie serbar; che dell’imago,
Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.
Se dell’eterne idee
L’una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l’eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s’altra terra ne’ superni giri
Fra’ mondi innumerabili t’accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T’irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d’ignoto amante inno ricevi.

Leopardi è uno che sta seduto, sempre. Questo è stato il problema di Leopardi, era seduto, era sempre lì a sedere, non gli è successo qualcosa che lo abbia invitato a partecipare pienamente alla vita. Io ho curato un’antologia di scritti sull’amore di Leopardi e fa tenerezza, nel senso vero della parola, nel senso profondo della parola, vedere questo ragazzo che si innamora della cugina, seconda cugina, che viene a giocare a carte, tanto era la fame di qualche cosa che lo invitasse alla vita.

e mi lagno
Del giovanile error che m’abbandona;
E per li poggi, ov’io rimembro e piagno
I perduti desiri, e la perduta
Speme de’ giorni miei; di te pensando,
A palpitar mi sveglio. E potess’io,
Nel secol tetro e in questo aer nefando,

Potremmo dirlo anche noi: potessi io nel secolo tetro, in questo secolo duro:

L’alta specie serbar; che dell’imago,
Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.

Sentite a quale urgenza arriva. Anche se non ci sei, permettimi almeno di immaginarti; che non vada via, in questo secolo tetro e duro e buio, il vederti, l’immaginarti almeno. Che domanda, che culmine di domande, altro che chiusura negativa! Anche se tu non ci sei, che io ti possa almeno immaginare.

Se dell’eterne idee
L’una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l’eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s’altra terra ne’ superni giri
Fra’ mondi innumerabili t’accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T’irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d’ignoto amante inno ricevi.

Se tu rimani ignota, anch’io sono ignoto. Cosa c’è di peggio di rimanere un ignoto amante? Tutto il pensiero di Leopardi, e sfido chiunque a leggere lo Zibaldone due volte, come ho fatto io, o l’opera. Chi legge l’opera di Leopardi capisce che il fuoco dell’opera di Leopardi era come fare ad amare se stesso, come avere amor proprio, come poter sentire in qualche modo la propria dignità. Rimanere ignoto amante è la cosa suprema come tensione, e lo smacco più grande, è la cosa più degna di un uomo, perché se ami, continui ad amare anche se rimani ignoto, desideri anche se non sai dov’è, anche se non sai dove trovarla in questo momento. La più grande dignità, ma anche la più grande pena, è essere quasi nulla, è confondersi quasi con il nulla. Amare se stessi è possibile, quando qualcuno sbuca nell’orizzonte della tua vita e ti dice tu, e quando tu, a questo tu, puoi cominciare a rispondere, perché la cosa bella della vita è poter essere l’amante di qualcuno.

Leopardi: il quasi nulla e l’infinito, di Davide Rondoni

Scritto da Redazione de Gliscritti: 13 /02 /2010 – 23:41 pm | Segnala questo articolo:

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Tu manchi

Come manchi tu

Come manchi tu
non manca niente
di ciò che ha nome.

Ma questo silenzio sofferente
che sembra inghiottire ogni cosa
mi rivela che tu manchi
come la gioia
che nessuno sa chiamare.

Davide Rondoni