Dante a Nairobi

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Non incrimò.Salvò


Giovanna Parravicini

 

giovedì 4 settembre 2014

Al Meeting di Rimini, visitando la mostra dedicata a Charles Péguy ho ritrovato una sua frase che don Giussani ci ha ripetuto tante volte: «Gesù non perse tempo a invocare i mali dei tempi… Tagliò corto. Oh, in un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. Non incriminò, non accusò nessuno. Salvò. Non incriminò il mondo. Salvò il mondo». Semplicistico? È il metodo di Dio. Punto.

Questa frase mi si è impressa perché sullo sfondo dell’aggravarsi di giorno in giorno del conflitto in Ucraina ho rivisto in trasparenza la figura di papa Francesco che anche oggi, proprio oggi, non cessa di ricondurre il cuore dell’uomo alla speranza, con gesti che ci lasciano sempre sconcertati, imbarazzati, impigliati come siamo nelle nostre misure. E come non misurare la tragicità del momento? La stampa internazionale rievoca sinistramente il 1° settembre 1939, quando in seguito al patto stipulato fra Hitler e Stalin il Terzo Reich aggredì la Polonia e pochi giorni dopo, il 17 settembre, anche le truppe sovietiche vi entrarono da occupanti. Era l’inizio della seconda guerra mondiale. Per la Russia, a sua volta, proprio il 1° settembre è caduto il decimo anniversario della strage di Beslan, massacro perpetrato da un gruppo di separatisti islamici in una scuola dell’Ossezia del Nord, che causò 400 morti tra la popolazione civile (tra cui circa 200 bambini), e 700 feriti. Ancor oggi, questa pagina è una ferita aperta, perché oltre al dolore dell’accaduto, restano tanti sospetti, tanti interrogativi insoluti sugli autori della strage e sullo svolgimento delle operazioni di soccorso.

Lo sgomento cresce, insieme al senso di impotenza che tutti proviamo di fronte al riapparire oggi del «misterium iniquitatis allora esploso sul territorio polacco, e di cui simboli sono oggi Katyn’ e Auschwitz», come hanno detto in un messaggio di questi giorni i vescovi polacchi. Fino a poco tempo fa sembrava che un conflitto mondiale fosse impossibile, scongiurato per sempre dalla consapevolezza dell’orrore di cui il mondo intero è stato testimone. Oggi nessuno sarebbe pronto a scommetterci.

Siamo di fronte a un intreccio internazionale di interessi, ambizioni, calcoli politici di cui – ci accorgiamo bene – nessuno conosce al fondo il bandolo; assistiamo allo snaturamento di parole e concetti, per cui «bene», «libertà», «identità» e «giustizia» vengono mostruosamente manipolati e alla fine si riesce a presentare un’occupazione militare come un gesto umanitario, e addirittura a riscuotere nei suoi confronti consensi nel mondo libero e civile.

In questo scenario, papa Francesco non ha «perso tempo a incriminare o ad accusare nessuno», ma ha compiuto dei gesti di salvezza: come quando all’Angelus di domenica 24 agosto non ha avuto alcun imbarazzo nel pregare a voce alta e chiara per l’Ucraina, nell’esprimere il dolore e l’angoscia partecipatigli da monsignor Svjatoslav Ševcuk, arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina.

Questi ha poi così riassunto il contenuto della sua lettera: «Muoiono fedeli appartenenti a diverse confessioni religiose, a tante Chiese: ortodossi, cattolici, protestanti, ebrei, musulmani… Volevo presentare al Santo Padre il dolore profondo del nostro popolo. Il dolore di tanti civili feriti, il dolore di tanti militari ucraini che sono fatti prigionieri: ogni giorno ne vengono torturati a decine, il dolore delle madri che perdono i loro figli, il dolore della Chiesa madre, che sta soffrendo insieme ai suoi figli. Questo ho scritto al Santo Padre, raccontando anche i fatti concreti della vita della nostra Chiesa nella regione di Donetsk».

Oppure, ancora, come quando due giorni fa a sorpresa il Papa ha scritto una lettera alla popolazione di Beslan. Una lettera in cui, travalicando confini di spazio, di cultura, di appartenenza religiosa, Francesco testimonia la responsabilità di ognuno di noi di «spegnere la brace della disperazione e dell’odio», di «estirpare la radice del risentimento e della vendetta». In lui non c’è posto per gli interrogativi e i dubbi che si ammassano nelle menti di tutti e ne ingombrano l’orizzonte, senza lasciare tempo e libertà per altro. In papa Francesco si coagula il dolore del mondo ma anche la certezza che «un mondo migliore è possibile: seminate perdono, dolcezza e accoglienza, sapendo che i frutti di questi semi si vedranno, col passare del tempo, e si moltiplicheranno».

Vladimir Solov’ev, nel 1900, scrisse la Leggenda dell’Anticristo, non perché volesse identificare l’Anticristo con Tolstoj o con un potente della terra, ma per mostrare che progressisti e conservatori, razionalisti e moralisti, laici e cristiani, se non poggiano sull’esperienza («Confessa che Cristo è il figlio di Dio», dirà lo starecGiovanni), anziché essere – come si pretendono – portatori di valori umani e cristiani, diventano complici di una menzogna che finisce per soffocarli e trasformarli in strumenti del male. La scelta tra valori sempre manipolabili, e l’irriducibilità, la densità lieta e certa dell’esperienza è il bivio radicale a cui si trova la nostra epoca. Sembra ingenuo. Ma è il metodo di Dio.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/9/4/L-Ucraina-e-il-metodo-di-Dio/print/524672/

Fare il cristianesimo

 

Fernando De Haro

 

martedì 2 settembre 2014

Negli ultimi giorni del Meeting di Rimini è stato pubblicato un articolo interessante che riapre sulle caratteristiche che deve avere una presenza cristiana. Giuliano Ferrara, difensore dei valori “non negoziabili”, si è opposto a quel che ha detto uno degli ospiti del Meeting: Pierbattista Pizzaballa. Il Custode di Terra Santa, in uno degli interventi più profondi di Rimini, ha messo in luce i limiti delle iniziative che sono state avviate in Medio Oriente per salvare “il cristianesimo e la sua cultura”. Pizzaballa ha denunciato il fatto che ci sono molti stereotipi su quanto sta accadendo nella regione, attraversata non da una guerra di religione, ma da una lotta di potere che è in contraddizione con la storia di quei territori.

Il sacerdote francescano ha respinto la demonizzazione generica dell’islam, ha rivendicato il passato di convivenza tra le diverse confessioni – basata su un’identità esplicita e non censurata come avviene in Occidente – e ha detto che l’uso della forza va condizionato dalla presenza di una prospettiva di ricostruzione. Il Custode ha portato esempi di collaborazione tra cristiani e musulmani presenti in Siria. Tutto questo nasce, ha evidenziato, da uno “sguardo religioso redento”. Uno sguardo di cui tutti abbiamo bisogno.

Ferrara si è arrabbiato e ha bollato questo sguardo redento come qualcosa di storicamente irrilevante, come un’analisi spirituale che non ha nulla a che vedere con le sfide sociali. Per il direttore de Il Foglio, l’opzione laica, l’unica che ha valore, è quella che difende il cristianesimo, in questo caso con la forza e senza troppi complimenti. 

Il caso del Medio Oriente è emblematico per molte altre questioni e al Meeting di Rimini ci sono stati diversi esempi: il nichilismo europeo, i nuovi diritti, la costruzione della democrazia. Se il cristianesimo non è un’esperienza vincente, capace di sedurre le persone per il suo valore umano, di rispondere ai nichilisti europei o a chi cerca il paradiso nei nuovi diritti, resterà sempre sulla difensiva. Finirà sempre per difendere una fortezza assediata – un sistema, piuttosto che alcuni valori o una dottrina – che diviene inospitale per chiunque.

L’alternativa tra difendere il cristianesimo e “fare il cristianesimo” (un’espressione di Peguy) riguarda anche il modo di concepire la Chiesa. Lo ha chiarito un altro ospite del Meeting di quest’anno, il gesuita Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica e amico personale del Papa. Ha spiegato che ci sono due modi di intendere la Chiesa. Da una parte l’idea della Chiesa-faro, che in mezzo alla tempesta, immobile, proietta la sua luce e difende dei principi chiari.

Dall’altra l’idea di una Chiesa che si spande in numerose fiaccole e che porta la luce lì dov’è l’uomo e che lo accompagna persino quando naufraga. Questa è la Chiesa di Francesco (e anche di Benedetto XVI). È la Chiesa che non offre un sistema chiuso di valori o una dottrina come unica risposta, ma che si lascia provocare dalla realtà. Non si tratta di relativismo, ma è la conseguenza di concepire la verità come relazione.

Questo modo di intendere la Chiesa, ha suggerito Spadaro, è quello che aveva Luigi Giussani, fondatore di Comunione e liberazione. Papa Francesco, nel suo messaggio al Meeting di Rimini, ha invitato i suoi partecipanti a non difendersi dalla realtà, ma a viverla intensamente. Come raccomandava sempre Giussani.

 

 

La libera fioritura dalla terra della nostra esperienza vissuta

 

Costantino Esposito

 

domenica 24 agosto 2014

Il pensiero di Charles Péguy costituisce uno tra i contributi più originali e rilevanti – anche se ancora in gran parte nascosto – alla filosofia del Novecento. La cosa può sembrare paradossale, se si pensa alla sua accesa polemica contro il partito degli intellettuali di professione, e la sua insofferenza ai principi astratti che pretendono di imbrigliare l’imprevedibilità della vita e la sorpresa degli eventi. Ma a ben guardare è proprio questa attitudine anti-accademica e anticlericale – di qualunque clero si tratti, quello della neo-scolastica o dello spiritualismo cattolico o del materialismo positivista – a rendere più interessante e decisivo quel contributo. Sin dall’inizio Péguy si augurava di «mantenere la giovinezza del suo appetito metafisico», quella fame dell’essere e quella sete del senso delle cose che nasce dall’impatto con il reale. Perché il reale non “è” mai semplicemente lì “fuori” di noi (ma neanche semplicemente qui “dentro” di noi), come qualcosa di già-fatto, ma appunto accade: il suo essere è dell’ordine della storia, e il suo senso ha la dimensione del tempo. La realtà è qualcosa che “si dà” a qualcuno, un evento che chiede il nostro libero sguardo per mostrare il suo senso – anzi, il suo stesso essere. 

Questo porta a due conseguenze speculari: da un lato noi non possiamo mai presumere di cogliere e conoscere la realtà del mondo una volta per tutte, perché questo è possibile solo quando misuriamo le cose con i nostri schemi a priori (come voleva il positivismo); ma ogni “scienza” esatta deve sempre fare i conti con gli eventi individuali e irripetibili dell’esperienza. Perché ogni volta che la realtà riaccade si fa esperienza – in un tempo e in uno spazio determinati – del suo senso, e questa scoperta ci permette di scoprire tutta la potenza inesauribile dell’essere. Ma specularmente, quando parliamo del senso del mondo e del valore dell’uomo non possiamo più intenderli come una costellazione di principi che ci guardino dal cielo, ma come la libera fioritura dalla terra della nostra esperienza vissuta. Lo “spirituale” (per usare i termini di Péguy) o è “carnale” o non è; e la carne dell’esperienza o porta in sé e manifesta da sé la sua verità o resta un dato inerte, anaffettivo. Ma questo sta a dire che solo la libertà può riconoscere l’essere, il senso ed i valori.

La grazia dell’esser cristiani (che a un certo punto della sua vita Péguy riconosce come l’inevitabile origine del suo sguardo e del suo cammino) è ciò che rivela la legge immanente alla natura dell’essere, cioè il suo esser-avvenimento (come ha richiamato acutamente Alain Finkielkraut). È grazie all’esperienza del cristianesimo che la grande scoperta greca della meraviglia per la presenza degli enti può attraversare tutto il dramma della modernità e riaffermarsi dentro quest’ultima, affrancandosi dalle sue riduzioni ma anche rilanciando la scoperta moderna della libertà da cui la stessa grazia alla fine misteriosamente dipende. 

Péguy intuisce il problema dell'”essere” come “storia”, con una chiarezza, una drammaticità e una passione che è propria solo di alcuni grandi pensatori del Novecento, come Henri Bergson, Edmund Husserl o Martin Heidegger. Con questi pensatori – pur in tutta la diversità delle loro prospettive – Péguy condivide la serietà con cui prende in considerazione il lavoro del pensiero, quel lavoro sui generis che è il pensiero. E quello di Péguy può ben essere considerato esso stesso come un pensiero al lavoro. Tanto più lavoro, quanto più netto è il giudizio di Péguy sul fatto che la nostra mente non può “produrre” la realtà, ma può solo farsene raggiungere, può accoglierla, può finalmente ri-conoscerla. Ma, appunto, questa “passività” originaria e permanente non solo non ci esime dalla fatica del riconoscimento (verrebbe da dire, con Hegel, dalla “fatica del concetto”), ma anzi è ciò che inaugura il vero lavoro del pensiero. 

Non si tratta dunque della mera rivendicazione della “realtà” rispetto alla ragione umana, ma della messa a fuoco dell’incontro originario tra le due. Il nome di questo incontro è avvenimento, un dato in cui è già in gioco, è già implicato e all’opera il pensiero. 

Nell’ultimo suo scritto, pubblicato postumo, la Nota congiunta su Cartesio e la filosofia cartesiana, Péguy descrive la passeggiata di due amici filosofi (Julien Benda e lui stesso): «e di che mai parleranno di più pressante» – egli osserva – «se non del problema dell’essere?». Entrambi sono legati da una reciproca complicità per il fatto che «sanno dell’incomparabile dignità del pensiero e, a dispetto di tutto il resto del mondo, a dispetto di tutti i barbari, sanno che non vi è niente di più grave e di più serio del pensiero». Ma il pensiero umano per Péguy non è un’attività astratta del soggetto, bensì la sua apertura più propria, il suo stesso “stare” al mondo. Può meravigliare coloro che sono stati pigramente abituati ad annoverare Péguy tra gli autori “antimoderni” (cioè anti-illuministi, nazionalisti, vitalisti, irrazionalisti ecc.), la stima che egli nutre per la filosofia di Cartesio. Una stima critica, certo, perché Cartesio ha creduto illusoriamente di poter dedurre tutta la realtà dai principi a priori della mente umana; ma appunto per Péguy Cartesio nel far questo ha contraddetto, tradito, negato la sua stessa scoperta: che la conoscenza dell’essere avviene sempre grazie ad un “metodo”, e che questo metodo è la stessa via dell’esperienza. Il nostro pensiero è più grande delle nostre deduzioni, dei nostri meccanismi di controllo, delle nostre formalizzazioni: esso è una vita, una storia esso stesso, il luogo in cui l’essere si fa finalmente presente.

Riprendendo una felice intuizione di Hans Urs von Balthasar possiamo dire che Péguy non è mai stato tentato di innalzare dei bastioni contro il mondo moderno (come ad esempio aveva fatto Kierkegaard nei confronti di Hegel), ma «si trasferisce subito nel cuore della posizione anticristiana dell’hegelismo estremo di sinistra [quello che confluirà nella tradizione socialista abbracciata inizialmente dallo stesso Péguy] per poterlo riportare tutto intero a casa, o meglio per potervi intessere dall’interno il bozzolo cristiano». Ecco, con Péguy è come se il moderno trovasse infine la sua propria casa.

 

Il comandamento è il desiderio

 

 
 
XX Domenica 
Tempo Ordinario – Anno A

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

La straniera delle briciole, uno dei personaggi più simpatici del Vangelo, mette in scena lo strumento più potente per cambiare la vita: non idee e nozioni, ma l’incontro. Se noi cambiamo poco, nel corso dell’esistenza, è perché non sappiamo più incontrare o incontriamo male, senza accogliere il dono che l’altro ci porta.
Gesù era uomo di incontri, in ogni incontro realizzava una reciproca fecondazione, accendeva il cuore dell’altro e lui stesso e ne usciva trasformato, come qui. Una donna di un altro paese e di un’altra religione, in un certo senso, «converte» Gesù, gli fa cambiare mentalità, lo fa sconfinare da Israele, gli apre il cuore alla fame e al dolore di tutti i bambini, che siano d’Israele, di Tiro e Sidone, o di Gaza: la fame è uguale, il dolore è lo stesso, identico l’amore delle madri. No, dice a Gesù, tu non sei venuto per quelli di Israele, tu sei Pastore di tutto il dolore del mondo.
Anche i discepoli partecipano: Rispondile, così ci lascia in pace. Ma la posizione di Gesù è molto netta e brusca: io sono stato mandato solo per quelli della mia nazione, per la mia gente. La donna però non molla: aiutami! Gesù replica con una parola ancora più ruvida: Non si toglie il pane ai figli per gettarlo ai cani. I pagani, dai giudei, erano chiamati «cani». E qui arriva la risposta geniale della madre: è vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. È la svolta del racconto. Questa immagine illumina Gesù. Nel regno di Dio, non ci sono figli e no, uomini e cani. Ma solo fame e figli da saziare, anche quelli che pregano un altro dio.
Donna, grande è la tua fede! Lei che non va al tempio, che prega un altro dio, per Gesù è donna di grande fede. La sua grande fede sta nel credere che nel cuore di Dio non ci sono figli e cani, che Lui prova dolore per il dolore di ogni bambino, che la sofferenza di un figlio conta più della sua religione. Non ha la fede dei teologi, ma quella delle madri che soffrono. Conosce Dio dal di dentro, lo sente all’unisono con il suo cuore di madre, lo sente pulsare nel profondo delle sue piaghe. E sa che Dio è felice quando vede una madre, qualsiasi madre, abbracciata felice alla carne della sua carne, finalmente guarita.
Avvenga per te come desideri. Gesù ribalta la domanda della madre, gliela restituisce: Sei tu e il tuo desiderio che comandate. La tua fede è come un grembo che partorisce il miracolo: avvenga come tu desideri.
Matura, in questo racconto, un sogno di mondo da far nostro: la terra come un’unica grande casa, una tavola ricca di pane, e intorno tanti figli. Una casa dove nessuno è disprezzato, nessuno ha più fame.
(Letture: Isaia 56, 1.6-7; Salmo 66; Romani 11, 13-15.29-32; Matteo 15, 21-28)

 
 

La lieta meraviglia che ci risponde

 

Cecilia Ricci

 

Ci sono autori che, più di altri, sanno domandare, perché fissano le fratture dell’esistenza lasciandosi interrogare dalla realtà. Così facendo, rimangono immuni dalla doppia deriva postmoderna della letteratura, quella che l’ha eletta sia a luogo di un’erudizione esasperata ed iperspecialistica, sia a ricettacolo degli sfoghi narcisisti di scrittori quasi sempre improvvisati e, ancora più spesso, mediocri.

George Steiner e Flannery O’Connor sono due autori veri, la cui “arte” nasce dal tentativo di esprimere il Mistero della vita ed è tesa ad indagarne le opacità e l’umano “disorientamento”. Distanti per formazione culturale e credo religioso, ambedue finiscono per formulare una “poetica della Presenza” sostenuta da prospettive diverse.

Per la O’Connor lo scrittore deve «far sì che l’azione descritta riveli quanto più possibile del mistero dell’esistenza». Deve cioè “vedere” nella realtà i segni della Grazia. Per tale motivo la narrativa è chiamata ad “impolverarsi” con tutto ciò che è umano e quindi anche con i suoi aspetti più miseri e grotteschi, perché «la redenzione non ha senso se non trova una causa nella vita di ogni giorno».

Lontano dalla certezza della fede ma mosso da un potente senso religioso, Steiner ha condotto l’intera esistenza a indagare il significato profondo delle “intrusioni dell’altro” nelle nostre vite. Nell’arco della sua carriera non ha mai smesso di ripetere che la grande arte nasce e si alimenta solo in virtù di una “vera presenza”, ovvero di un significato ultimo che la giustifica. «Esiste la lingua, esiste l’arte, perché esiste “l’altro”» la cui esistenza è un «mistero doloroso e consolante». Dentro al dramma di chi vorrebbe invano decifrare la presenza misteriosa si nasconde la lieta meraviglia per l’incontro inatteso con un “ospite irrevocabile”, «qualcosa o qualcuno che è in grado di rispondere alle nostre aspettative inconsapevoli».

Dall’assedio del Mistero in Steiner a quello della Grazia nella O’Connor, i cui personaggi – bizzarri e spesso deformi – talvolta soccombono al loro orgoglio, talaltra abbracciano la Grazia sempre in forme paradossali. I tratti grotteschi dei personaggi e delle storie narrate recano con sé la firma del Male e di Dio perché «il diavolo getta le basi necessarie affinché la Grazia sia efficace».

Lo straniamento originario della vita, che in Steiner assurge a condizione umana universale, nella O’Connor riceve la carne e gli stracci logori di profeti improbabili, di fanatici ossessionati da Cristo e di tutta la numerosa schiera di figure ferite nella carne perché ferite nello spirito.

Eppure – nonostante sia di gran lunga più accentuata nella cattolica O’Connor la carnalità della Grazia – è incredibile come l’ebreo Steiner indugi, nelle letture di critica letteraria ed estetica, sui  dettagli carnali (come gli scarponi e la sedia dipinte da Van Gogh), letti attraverso le categorie cristiane dell’Annunciazione e della Eucarestia.

In Vere Presenze e in Grammatiche della creazione Steiner comprende perfettamente che la “sacralità dell’ordinario” può essere celebrata solo a partire dall’evento della kenosis di Dio. Tuttavia per Steiner il linguaggio cristologico rimane una “finzione”, una “metafora” tesa a cogliere il senso dell’esperienza estetica, ma priva di un assoluto valore di verità.

Nella O’Connor, invece, la carnalità della Grazia è letta interamente alla luce dell’Avvenimento cristiano ed il miracolo eucaristico, lungi dall’essere una semplice metafora, rappresenta la possibilità di guardare le cose peggiori come una promessa di Bene. Il Mistero si fa una Presenza fino ad essere “inciso” nella carne, come il volto di Cristo tatuato nella schiena di Parker. 

Ciò che sorprende di più è che nella narrativa della O’Connor il movimento centrale conduce dalla certezza alla possibilità. Infatti dal “fatto” dell’Incarnazione (la certezza) si passa all’atto libero dell’accettazione della Grazia (la possibilità del riconoscimento). Con un passaggio che potrebbe mettere a repentaglio la solidità “cristiana” della sua narrativa, la fede, resa apparentemente “debole”, diventa una questione pienamente “terrena”, la possibilità più vera offerta all’uomo. Questa carnalità del Mistero è “creduta” dalla O’Connor perché “vista” in azione.

Diversamente dalla O’Connor, in Steiner non c’è incontro con una presenza Altra che possa salvare “realmente” dal Male del mondo. Di fronte all’impossibilità di credere all’Incarnazione, la “vera presenza” rimane valida solo sul piano estetico-ermeneutico ed incapace di rispondere alla follia totalitaria del XX secolo, frantumandosi così davanti alla soglia della storia.

Nell’ottica della O’Connor il sacrificio di Cristo, poiché non è né una metafora né un’invenzione, salva realmente le dimensione ordinaria, e le sue imperfezioni diventano così il segno tangibile di una promessa di compimento. Come il volto “segnato” di Mary Ann, la bambina affetta da un male incurabile e morta a soli dodici anni. Nella sua breve esistenza la “spina” della malattia non le ha impedito di vivere con letizia. Il suo volto “grottesco” è incompiuto, esattamente come «la creazione al settimo giorno», ma nella sua imperfezione è un volto pieno di promessa perché ci ricorda che il Bene sulla terra è “qualcosa in costruzione”.

 

Un Altro che ci fa e ci attrae

 

«Noi, cristiani, siamo divisi tra noi; ma è poi vero che siamo divisi? Il cristianesimo è come una foresta. Tutte le piante affondano le radici nel terreno, nello stesso terreno, nello stesso suolo; ad alimentarle è la stessa vita che il Signore ha infuso nel terreno. E di lì crescono i tronchi. Tronchi che si sviluppano in parallelo, ma si protendono tutti verso la luce, il sole, il cielo; e per quanto siano separati fra loro, vivono tutti dell’unità della radice e della meta cui tendono… Se solo lavoreremo affinché la meta sia effettiva, reale, prima o poi le cime si toccheranno, e avverrà l’unità…». A cent’anni dalla nascita il metropolita Antonij Bloom (19 giugno 1914, 4 agosto 2013), autore di queste parole, continua a far parlare di sé in Russia, sfidando sia chi si imbatte per la prima volta nella Chiesa, sia chi rischia di fare l’abitudine a un codice di «comportamento ortodosso» di cui non ricorda più l’origine. Nel buio di recriminazioni o velleitarismi con cui oggi si vive sottolineando conflitti, spaccature, divisioni, queste parole sono una luce che riapre il cuore alla speranza: grazie a Dio non siamo in balia della nostra misura, c’è un Altro che ci fa e ci attrae a sé per il desiderio che costituisce la natura umana.
Per molti incontrarlo ha segnato una vera rivoluzione, o meglio la riscoperta della propria origine, come ha detto padre Petr Kolomejcev durante un incontro di preghiera nella chiesa che oggi raccoglie la comunità di padre Aleksandr Men’: «Un bel giorno mi è capitato in mano un suo libretto, e sono rimasto impressionato dal fatto che in quell’opuscolo ci fossero le risposte a tutte le domande che, come pastore, mi sentivo fare ogni giorno dalla gente… E ho capito che non c’è un salto fra la tradizione della Chiesa e l’esperienza che ne faccio io oggi».
Figlio di emigrati russi, ragazzino della banlieue parigina – oggi lo si definirebbe disadattato – a quattordici anni Antonij legge per scommessa il Vangelo (il più corto, quello di Marco, per poter dire una volta per tutte che Dio non esiste), e d’un tratto percepisce, senza alcun misticismo, che Cristo è lì presente. Si laurea in medicina, pronuncia in segreto i voti monastici e intanto partecipa attivamente alla Resistenza; poi diviene sacerdote, vescovo, esarca della Chiesa ortodossa russa per l’Europa occidentale, annuncia instancabilmente la fede sia nella diocesi affidatagli, sia anche in Unione Sovietica, nei brevi periodi di soggiorno legati ai suoi compiti ufficiali in seno al Patriarcato di Mosca. In tutta la sua vasta opera non c’è neppure una riga scritta a tavolino: l’imponente mole dei testi che ci sono rimasti è costituita unicamente da conversazioni, omelie, lezioni, lettere.

 

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/7/4/Gli-uomini-vivi-si-incontrano/512055/

Il desiderio genera il desiderio

 

La solennità del Sacro Cuore di Gesù mi riporta a un episodio della mia adolescenza. Eravamo in tre: io, mia nonna e un mio fratello. Mio fratello era appena tornato dal Medio Oriente, dove aveva passato un periodo in prigione; ci raccontò che il giorno del suo rilascio era rientrato in città per aspettare un po’ di giorni prima di tornare negli Stati Uniti. Scendendo dal pullman che l’aveva portato dalla prigione, vide camminare davanti a sé una bellissima ragazza e lui, essendo stato incarcerato per molto tempo, si era detto “io la avrò”. Infatti, come ci raccontò, la conquistò. Io avevo dodici anni all’epoca, ed ero molto, molto curioso di capire come aveva fatto, come era possibile decidere di possedere quella bella ragazza e alla fine riuscire ad averla il giorno stesso. Alla mia domanda rispose mia nonna, che – come mio fratello – aveva vissuto pure lei una vita molto avventurosa, amore compreso. “Ma non vedi?” – disse – “Non capisci? Il desiderio genera desiderio”. Non mi aspettavo che quella lezione sarebbe diventata così paradigmatica per il mio rapporto con il Mistero.
Il Mistero, come dice il nome stesso, è misterioso. Chi è capace di dire “io conosco il Mistero”? L’umanità stessa riesce con fatica ad affermare l’esistenza del Mistero, ma non può andare oltre. Il sapere umano non ha mai osato pretendere di possedere e di conoscere il Mistero. Eppure la solennità che la Chiesa festeggia oggi è proprio lo spettacolo del popolo cristiano che si alza a dichiarare di conoscere il cuore del Mistero, non grazie alle nostre capacità ma grazie a Gesù Cristo stesso che ce Lo rivela.
Il dinamismo di questa scoperta è lo stesso di qualunque incontro umano. Un uomo incontrando un altro uomo si domanda “Chi è questa persona?”. Come può egli rispondere a questa domanda? Deve cercare di capire cosa cerca quest’altra persona, cosa vuole, qual è il desiderio del suo cuore. Quando pensiamo di aver capito il desiderio che spinge l’altra persona, possiamo dire di aver capito chi è. Questo vale anche con noi stessi: quando arriviamo a capire quello che vogliamo veramente nella vita, iniziamo ad avere un forte senso di chi siamo, di cosa cerchiamo. Iniziamo ad avere un forte senso della nostra identità, iniziamo a conoscerci. Cristo sta in mezzo a noi per farci conoscere il Padre, cosa Egli vuole, cosa Egli cerca; il desiderio del Padre.
Come Gesù ci fa conoscere il desiderio del Padre? Inizia con la sorpresa di farci incontrare una o più persone che vogliono il nostro bene più di quanto lo vogliamo noi per noi stessi, persone che sono più disposte a sacrificarsi per il nostro bene più di quanto non osiamo noi, che hanno più compassione per la nostra esistenza di quanta ne abbiamo noi. Questo ci fa vedere, un po’ alla volta, la presenza del Mistero che semplicemente ci vuole.
È questa la grande pretesa e sorpresa dell’incontro con Dio: scopriamo quello che vuole. Egli vuole noi, vuole me, mi desidera. È come scoprire vivo in mezzo a noi un versetto del libro del profeta Isaia 62,4: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,/ né la tua terra sarà più detta Devastata,/ma sarai chiamata Mia Gioia/ e la tua terra Sposata,/ perché il Signore troverà in te la sua delizia/ e la tua terra avrà uno sposo”. Dio ci desidera e questo ci fa cominciare a desiderarLo a nostra volta: il suo voler stare con noi per sempre genera il desiderio, dentro di noi, di andare alla sua casa per stare con Lui, per sempre. Proprio come mi aveva detto la nonna su come mio fratello era riuscito a sedurre quella ragazza in Medio Oriente: il desiderio genera desiderio. Il Sacro Cuore di Gesù ci fa sperimentare il desiderio del nostro Creatore che è come uno sposo per la sua sposa: ci fa vivere desiderosi di Lui, non più da abbandonati, rendendoci un popolo che cammina certo del destino buono.

 

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/6/28/Il-cuore-di-Gesu-e-noi/print/510833/

Cristo mi prende sul serio

L’idea? L’ha avuta Cleuza, prendendo spunto dal modello della Giornata nazionale della Colletta alimentare. È nata così la risposta alla provocazione ad assumersi maggiori responsabilità nella promozione della rivista del movimento, Passos (Tracce). Una riflessione che era partita già alla fine dell’anno scorso e che è arrivata come proposta a tutta la comunità durante gli Esercizi della Fraternità. A poco a poco, le comunità hanno aderito. Domenica 1 giugno, in trenta città, è stata realizzata la “Giornata Nazionale della rivista Passos”. Il risultato più immediato di questa iniziativa è stata la vendita di circa 1.800 copie, e la sottoscrizione di trenta nuovi abbonamenti.

Ma, le testimonianze che stanno arrivando mostrano un favore che supera abbondantemente questi numeri. In tutte le regioni del Brasile abbiamo trovato amici e sostenitori che attestano, anche per noi, la forza e la bellezza del carisma. Molti sacerdoti hanno dato un grande appoggio nelle loro parrocchie. È stato sorprendente sentir dire da preti, poco conosciuti, che stimano Giussani, e raccomandano la rivista che nasce «dal carisma di un sant’uomo di cui è in atto il processo di beatificazione», come ha affermato un sacerdote barnabita a Rio de Janeiro. Altri religiosi volevano abbonarsi personalmente, o hanno chiesto di leggere la rivista per poterne poi parlare conoscendone il contenuto.

A São João Del Rey, nell’entroterra di Minas Gerais, Dener e Beth sono arrivati non troppo ben disposti, pensando che si sarebbero vendute poche copie, ma padre Magela ha fatto un annuncio molto forte, e alla fine ha anche detto: «Questa rivista è molto bella e vale la pena acquistarla o abbonarsi». Dopo la messa hanno venduto velocemente le quindici copie che avevano portato e diverse persone hanno chiesto di entrare in contatto per fare Scuola di comunità.

Come è successo a loro, la giornata di Passos è stata un’occasione per fare molti incontri. Giovanna di Ribeirão Preto racconta come l’ha vissuta: «Ho parlato durante due messe e ho scoperto che parlare della rivista era come parlare di quello che era più importante nella mia vita. È stata anche una scoperta piena di gratitudine! Ed è successo che abbiamo venduto tutte le copie, anche tanti numeri arretrati. Quel che veramente mi ha commosso è stata una ragazza che di solito vedo alla messa e nel quartiere, che mi è venuta a chiedere l’articolo sulle madri che hanno avuto i figli pur sapendo che avevano delle malformazioni, e poi ha detto: “Io sono una di quelle madri”. Sono rimasta stupita, l’ho ringraziata e le ho detto che le avrei procurato quell’articolo. Le ho anche detto che avrei pregato per sua figlia. E mi sono resa conto che in quel momento eravamo insieme, eravamo una compagnia, eravamo un’unità, in quanto Chiesa. E tutto questo grazie a Passos».

Fabiana, di Petrópolis afferma: «Penso che il successo di tutti gli sforzi, durante la giornata della rivista, sia stato quello di farla arrivare a diversi tipi di pubblico: persone della classe media che frequentano la cattedrale, casalinghe della Cappella di Morin, o giovani di Pedro do Rio… Dire loro che vale la pena leggere perché leggere mi aiuta a vivere, è stato questo il mio contributo alla vita di quelle persone, che non conosco, ma che so che hanno il mio stesso bisogno di felicità e di un senso della vita».

A Caxias do Sul, dove Stefano, italiano, risiede per lavoro da qualche anno, la vendita di Passos è stata una preziosa opportunità proprio per lui: «La prima cosa, e forse la più importante, è che posso dire “abbiamo venduto” e non “io ho venduto”, perché Rudi e Daniela, una coppia di amici incontrati in questi ultimi mesi, hanno accettato di impegnarsi con me in questo gesto e mi hanno accompagnato alla vendita che abbiamo organizzato nella parrocchia di San Pellegrino. Don Mario, il parroco, ha parlato estesamente della nostra iniziativa alla fine della messa, e per questo le copie della rivista sono finite rapidamente. Per la prima volta, a Caxias, è stata organizzata una manifestazione del movimento, e questo è un bene. Ma ciò che veramente mi interessa è che è stato un gesto mio, che ha implicato la mia libertà».

Da Campinas, Beth ci ha scritto: «Come si dice nella Scuola di comunità: “Il successo della nostra ricerca può richiedere un cambiamento radicale, una rottura degli stessi limiti della nostra natura”. Infatti, l’esperienza della vendita ci sorprende in primo luogo perché ci mettiamo in movimento per dare l’annuncio di qualcosa che amiamo, poi avviene un cambiamento perché molti di noi sono timidi, ma siamo stati lì e alla fine di ogni turno le persone che avevano aderito erano molto felici».

A Salvador, la gioia ha coinvolto tutti i partecipanti. Silvana racconta: «Oltre alla bellezza di un’amicizia che sta nascendo con gli amici impegnati nella promozione di Passos, l’esperienza che ho fatto in quei giorni è stata questa: Cristo mi prende sul serio! Prende sul serio i desideri del mio cuore – anche i più semplici – e mi risponde. Ciò dimostra che è Lui che fa tutto, io devo soltanto essere aperta. E lo sono stata».

A Brasilia la comunità si è messa in moto per preparare un segnalibro da distribuire all’uscita dalle messe mentre offrivamo Passos. Le famiglie sono venute con i figli e anche se avevamo portato una buona quantità di riviste, le abbiamo vendute tutte in mattinata; durante le messe del pomeriggio siamo tornati soltanto per dire che ci sarebbe stata un’altra offerta la settimana seguente. Angela ha portato un gruppo di studenti che si preparano alla Cresima perché aiutassero nella diffusione, e dice: «Il bello è stato incontrare molta gente e parlare del movimento. Alcuni ragazzi che erano con me non appartengono al movimento, e nemmeno le loro madri, che però li hanno lasciati partecipare con me. E alla sera ho pensato: non posso considerare tutto questo ovvio; è un miracolo, è Gesù stesso che sta permettendo una cosa del genere. Erano così felici».

A San Paolo sono state coinvolte molte persone, che hanno dato la loro disponibilità per offrire la rivista in diversi punti della città. Dyetry parla di ciò che ha imparato: «In una delle messe vicino a casa mia, ho finito per cercare di vendere la rivista a quelli che mi conoscevano. Una signora, con cui non parlavo molto, è rimasta un bel po’ a chiacchierare con noi del più e del meno, di politica e del Papa. È stato bello riuscire ad avvicinarsi a lei. Un’altra persona mi ha detto che comprava solo per aiutarmi, e io le ho detto che non ero lì solo per vendere una rivista – se così fosse non sarebbe valsa la pena di comprarla -, ma per promuovere uno strumento che mi aiutava ad avere la certezza che è possibile vivere nel mondo come cristiani. Queste due scene mi hanno fatto capire per Chi ho fatto quel gesto».

A Rio de Janeiro, durante le settimane che hanno preceduto la giornata, siamo stati colpiti dall’incontro con due sacerdoti. Il primo, padre Ionaldo, che aveva studiato in seminario con due sacerdoti del movimento e conosceva la rivista già da allora, non solo ha dato la sua disponibilità perché promuovessimo Passos nella sua parrocchia, ma ci ha chiesto di organizzare un incontro per parlare della figura di don Giussani, dato che, ha detto, pochi lo conoscono. Il giorno della vendita ha fatto in modo di trasmettere la notizia e le riviste sono finite in un baleno grazie alla sua “propaganda”. Il gruppo che è venuto dopo ha seguito l’esempio chiedendo altre copie per la messa successiva.

In un’altra parrocchia, quando abbiamo detto che apparteniamo a Cl, il parroco è rimasto perplesso, dato che fa parte di una congregazione religiosa. Ma dopo ci ha detto: «Nella nostra congregazione abbiamo un sacerdote che è stato salvato dall’appartenenza a questo carisma, allora potete venire». Le vendite sono state effettuate nelle tre diverse messe della sua chiesa, e quel padre ripeteva sempre ai suoi fedeli che «la vita di fede non si fa da soli, e la Chiesa ha molti carismi per aiutare in questo cammino». Poi diceva loro che stavano ricevendo la visita di Comunione e Liberazione, e ha suggerito di venire a conoscerci. Al termine della messa delle 19, un ragazzo si è avvicinato a Vitor, il responsabile dell’evento in quel luogo, e ha detto: «Buona sera, il mio nome è Juliano e sono anni che aspetto di incontrarvi. Ho conosciuto il movimento all’Università di Ribeirão Preto nel 2000, e poi, da quando mi sono trasferito, ho sempre avuto il desiderio di partecipare di nuovo. E adesso vi ho incontrato».

Sono solo alcuni fatti. Però rivelano come la prima grande lezione che noi tutti abbiamo ricevuto, ancora una volta, è che Dio è sempre sorprendente e meraviglioso nel suo amore per noi. Perché questo amore si manifesti, basta una cosa: la nostra disponibilità a seguire.

http://www.tracce.it/default.asp?id=341&id_n=42081

Il cristianesimo è appartenenza

Papa Francesco durante la Messa di questa mattina alla Casa Santa Marta ha spiegato che proprio come Cristo si è inserito nel cammino del popolo ebraico, così anche il cristiano non esiste senza il popolo della Chiesa. In fatti gli apostoli, ha detto il Pontefice, quando annunciano Gesù non incominciano da Lui, ma dalla storia del popolo. «Gesù non si capisce senza questa storia», poiché il Messia «è proprio il fine di questa storia, verso il quale questa storia va, cammina». Allo stesso modo dunque «non si può capire un cristiano fuori dal popolo di Dio».
NON SIAMO MONADI. «Il cristiano non è una monade», ha insistito il Santo Padre, «appartiene ad un popolo: la Chiesa. Un cristiano senza Chiesa è una cosa puramente ideale, non è reale». E se «non si può capire Gesù Cristo solo», allo stesso modo «non si può capire un cristiano solo». Ha detto papa Francesco: «Gesù Cristo non è caduto dal cielo come un eroe che viene a salvarci, e viene. No. Gesù Cristo ha storia. E possiamo dire, ed è vero, questo: Dio ha storia, perché ha voluto camminare con noi. E non si può capire Gesù Cristo senza storia. Così un cristiano senza storia, un cristiano senza popolo, un cristiano senza Chiesa non si può capire. È una cosa di laboratorio, una cosa artificiale, una cosa che non può dar vita».
ESSERE “MEMORIOSI”. Ecco perché, ha proseguito il Pontefice, è importante avere presente «la dimensione della memoria». Per spiegare questo concetto, papa Francesco ha coniato un neologismo: “memorioso”. «Un cristiano è un memorioso della storia del suo popolo», ha detto. «È memorioso del cammino che il popolo ha fatto, è memorioso della sua Chiesa». Poi, si è domandato, «questo popolo dove va? Verso la definitiva promessa. È un popolo che cammina verso la pienezza; un popolo eletto che ha una promessa nel futuro e cammina verso questa promessa, verso l’adempimento di questa promessa. E per questo, un cristiano nella Chiesa è un uomo, una donna con speranza: speranza nella promessa. Che non è aspettativa: no, no! È un’altra cosa: è speranza. Proprio, avanti! Quella che non delude».
SPERANZA E ALLEANZA. Memoria e speranza dunque sono per papa Francesco caratteristiche del cristiano. Passato, futuro, ma anche presente: «Nel presente – ha detto il Pontefice – il cristiano segue il cammino di Dio e rinnova l’Alleanza con Dio. Continuamente dice al Signore: “Sì, io voglio i comandamenti, io voglio la tua volontà, io voglio seguirti”. È un uomo di alleanza, e l’alleanza la celebriamo, noi, tutti i giorni» con l’Eucarestia. «Pensiamo – ci farà bene pensare questo, oggi – come è la nostra identità cristiana», ha concluso il Santo Padre. «La nostra identità cristiana è appartenenza ad un popolo: la Chiesa. Senza questo, noi non siamo cristiani». Perciò, i fedeli farebbero bene ad abituarsi a «chiedere la grazia della memoria», tanto «del cammino che ha fatto il popolo di Dio» quanto di quello «personale: cosa ha fatto Dio con me, nella mia vita, come mi ha fatto camminare». Ma occorre anche «chiedere la grazia della speranza, che non è ottimismo: no, no! È un’altra cosa. È chiedere la grazia di rinnovare tutti i giorni l’Alleanza con il Signore che ci ha chiamato».
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