Il cambiamento d’epoca e la Chiesa

 

CARRÓN: «SE NON PENSIAMO CHE FRANCESCO SIA LA CURA È PERCHÉ NON CAPIAMO LA MALATTIA»
Il Papa e il cammino della Chiesa nel «cambiamento d’epoca» che viviamo. A pochi giorni dall’uscita della traduzione inglese de La bellezza disarmata, la prima parte dell’intervista del vaticanista Usa John Allen alla guida di CL (da “Crux”)
John L. Allen e Ines San Martin21.06.2017
Anche se molti cattolici, in particolare quelli più conservatori, trovano spesso papa Francesco un po’ provocatorio per il sistema, il responsabile dell’influente movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione afferma che se non pensiamo che il Papa sia la cura, è perché non capiamo la natura della malattia che ci troviamo ad affrontare nel mondo secolarizzato della post-modernità.

Meglio di molti altri, probabilmente, don Julián Carrón, succeduto al carismatico sacerdote italiano don Luigi Giussani alla guida dell’influente movimento di Comunione e Liberazione, il cui bacino naturale è quello del mondo cattolico più conservatore, ha compreso che papa Francesco può rappresentare una scossa per il sistema.
Per questo è un fermo sostenitore di Francesco, e insiste nell’affermare che se non pensiamo che questo Papa sia la cura, è perché non capiamo la natura della malattia che ci troviamo ad affrontare nel mondo secolarizzato della post-modernità.

«A volte non capiamo certi gesti del Papa perché non capiamo fino in fondo le implicazioni di ciò che egli definisce un “cambiamento di epoca”», ha detto Carrón a Crux lunedì scorso.

«È come considerare un tumore come un semplice caso di influenza, così che l’idea di curarsi con la chemioterapia sembrerebbe troppo drastica» ha aggiunto. «Ma una volta che abbiamo capito la natura della malattia, ci rendiamo conto che non saremo in grado di sconfiggerla con l’aspirina».

Nella sua abitazione milanese, tra gli altri argomenti, Carrón ha parlato con Crux dell’edizione in lingua inglese del suo libro La bellezza disarmata (Disarming Beauty) sulla natura dell’«avvenimento» cristiano.

«I cambiamenti che stiamo attraversando sono così radicali, così senza precedenti, che capisco perché tante persone non comprendano ancora cosa stia accadendo, o i gesti di papa Francesco», ha affermato. «Ma se non comprendiamo questi gesti adesso, li capiremo quando ci renderemo conto delle conseguenze che stanno producendo».

Carrón sostiene che ciò che è accaduto nella modernità è il fatto che le persone hanno perso di vista cosa significhi essere uomini; la crisi dunque è molto più profonda che non il semplice rifiuto di questo o quel precetto morale, e ciò di cui c’è bisogno oggi non sono richiami morali o argomenti teologici, ma il potere di attrazione che ha una vita cristiana vissuta pienamente.

«Vedo che molte persone sono turbate e imbarazzate dal Papa, proprio come le persone lo erano da Gesù nel suo tempo – e in particolare, ricordiamolo, le persone più “religiose”», dichiara. «Per esempio i Farisei, che non vedevano tutto il dramma della situazione degli uomini che avevano davanti, volevano un predicatore che semplicemente dicesse agli uomini cosa dovevano fare, imponendo loro dei pesanti fardelli».

«Tutto ciò non bastava a far ripartire l’umanità, poi venne Gesù, che entrò in casa di Zaccheo senza chiamarlo ladro e peccatore; questo avrebbe potuto sembrare una debolezza. Invece nessuno sfidò Zaccheo come fece Gesù», ha detto Carrón.

«Tutti quelli che avevano condannato la sua condotta di vita non lo avevano smosso, di un millimetro dalla sua posizione. È stato quel gesto totalmente gratuito di Gesù che riuscì dove gli altri avevano fallito», ha dichiarato.
Fondato da Giussani nel 1954, Comunione e Liberazione è un movimento ecclesiale laico nella Chiesa Cattolica; è particolarmente diffuso in Italia, ma è presente oggi in circa ottanta paesi nel mondo. Ha avuto illustri estimatori negli anni, tra questi il papa emerito Benedetto XVI, che celebrò le esequie di Giussani e che ha quali collaboratrici domestiche alcune donne del gruppo di CL dei Memores Domini.

Nato in Spagna e per molto tempo accanto a Giussani, Carrón ha assunto la guida di Comunione e Liberazione nel 2005, dopo la morte del fondatore.

Lungi dal percepire una frattura tra Francesco e i suoi predecessori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Carrón insiste nell’affermare che Francesco incarna oggi la “radicalizzazione” di Benedetto.

«Dice le stesse cose, ma in una forma che raggiunge chiunque, semplicemente attraverso i gesti, senza per questo ridurre in alcun modo la profondità di ciò che ha detto Benedetto», ha affermato.

In sostanza, il libro di Carrón è una sintesi della visione della vita cristiana proposta da Giussani, così come è stata amplificata da ognuno dei tre ultimi Pontefici. L’idea chiave è che il cristianesimo è una «bellezza disarmata», ossia un modo di vivere che si impone attraverso nessun altro potere se non quello dell’attrattiva che esso ha in sé.

«Volevo mostrare che il potere della fede sta nella sua bellezza, nella sua attrattiva. Non ha bisogno di nessun altro potere, di nessun altro strumento o di circostanze particolari per risplendere, così come le montagne non hanno bisogno di nient’altro per toglierci il respiro».

 

Di seguito la prima parte della conversazione di Crux con Carrón. La seconda sarà pubblicata domani.

 

Il titolo Disarming Beauty è una risposta esplicita al terrorismo e alla violenza di matrice religiosa?
È una risposta esplicita a un modo di vedere la fede, a partire da ciò che la rende unica. San Paolo una volta definì ciò che Dio realizzò nel farsi uomo come uno “spogliarsi” della sua divinità, del suo potere divino. Gesù è apparso nella storia spogliato di ogni sorta di potere, con il solo splendore della sua verità che emanava dalla sua persona, dal suo modo di agire, di guardare, di entrare in rapporto con gli altri, la sua misericordia, la sua capacità di abbracciare le persone e condividere la loro vita, di condividere le ferite degli altri. Tutta la potenza del suo amore per noi è passata attraverso la sua “umanità disarmata”.

Uno dei saggi nel libro è stato scritto subito dopo l’attacco a Charlie Hebdo a Parigi; in esso lei afferma che la sfida è creare uno spazio per «un incontro reale tra proposte di significato, pur diverse e molteplici». Può spiegarci a che cosa si riferisce?
Tantissime persone sono alla ricerca di un significato per la loro vita, di una ragione per andare al lavoro, per creare una famiglia, per affrontare la realtà, e spesso non la trovano e cercano di sfuggire in modi diversi. La questione fondamentale è questa: in un momento in cui il valore assoluto per noi moderni è la libertà, la sola possibilità di non ricadere nella forza per limitare la libertà altrui è che vi sia uno spazio in cui le persone si possano incontrare liberamente, per condividere il significato della vita, ciò che ognuno pensa che significhi vivere pienamente. Se ciò non accade, allora il vuoto che rimane finisce per generare conflitti.
Le persone non possono vivere senza un significato, e se rimane il vuoto finiremo per generare persone che prima o poi subiranno la tentazione della violenza… a casa, sul lavoro, e in qualche caso finiranno nel terrorismo. Il problema è come rispondere alla mancanza di significato che molte volte vediamo nella società oggi. Possiamo venirne fuori solo in una società libera, in uno spazio libero, in cui le persone possano incontrarsi e confrontarsi riguardo alle forme con cui ognuno sceglie di vivere, e su come sia possibile fare scelte diverse.

Lei dice che stiamo sperimentando una «profonda crisi dell’umano». Crede che anche papa Francesco abbia la stessa percezione, e come le sembra che egli stia cercando di rispondervi?
Egli è profondamente consapevole che la prima questione riguarda la natura della crisi, perché essa viene spesso ridotta semplicemente a una crisi economica, o a un problema di valori, mentre è molto più profonda. Riguarda ciò che ci rende uomini, la passività che vediamo in molti giovani che sembrano non avere le motivazioni neppure per lasciare la casa…

È quello che Giussani chiamava «effetto Černobyl», giusto? È come se una sorta di radiazioni avesse svuotato le persone di significato.
Esatto, questo svuotamento dell’umanità, che lascia le persone incapaci di provare un interesse vero per qualcosa. È un problema che ha la sua radice nell’indifferenza, nell’apatia. Troppo spesso cerchiamo di rispondervi con delle regole, delle procedure, per cercare almeno di limitare la violenza che spesso nasce da questa indifferenza. Ma tutto ciò risponde alle conseguenze, non va alla radice del problema. Finché non rispondiamo ai bisogni reali delle persone, risvegliando la loro capacità di trovare un significato che renda la vita vivibile, inevitabilmente non risponderemo alla reale natura della crisi, le cui radici stanno in questa riduzione di ciò che significa essere uomini.
Questo è il motivo per cui sono ottimista, perché sono convinto che il cristianesimo può offrire il suo contributo più grande proprio in questa situazione. Cristo ha cominciato tutto incontrando delle persone che guardando a lui si sono trovate a dire: «Non abbiamo mai visto nulla di simile», e lo hanno seguito. Non c’era alternativa alla sua presenza, e quell’incontro ha dato inizio alla più grande rivoluzione della storia. La sola questione è se siamo consapevoli di quale incredibile grazia noi abbiamo in quanto cristiani.

Come, secondo lei, papa Francesco porta avanti questa idea della fede come un’esperienza che si radica in un incontro?
Egli è capace di presentarla nel modo più semplice, attraverso i gesti che compie, la sua attenzione alle persone, il modo con cui parla con chiunque. Conduce le persone a capire nel modo più semplice, con i gesti, nello stesso modo con cui Gesù si rendeva comprensibile attraverso i gesti.
È difficile aiutare le persone a comprendere tutte le dimensioni di fenomeni come l’immigrazione, per esempio, ma quando lui è andato a Lampedusa ha reso tutto visibile in un istante, era impossibile non capire cosa stava dicendo. Ci ha fatto sentire il desiderio di capire da dove veniva tutto ciò. Lo stesso accade quando si accosta a qualcuno che ha problemi sul lavoro, o che ha bisogno di perdono. È come Gesù, che si trovava di fronte a tutte le ferite del suo tempo e rispondeva a quelle ferite.

Eppure sembrerebbe che alcuni non capiscano il Papa, o forse non sono d’accordo con lui. Ha citato Lampedusa… il sindaco del comune, che era famoso in tutto il mondo per la sua azione di accoglienza dei rifugiati, è stato appena sconfitto alle elezioni, arrivando terzo.
I cambiamenti che stiamo attraversando sono così radicali, così senza precedenti, che capisco perché tante persone non comprendano ancora cosa stia accadendo, o i gesti di papa Francesco. Ma se non comprendiamo questi gesti adesso, li capiremo quando ci renderemo conto delle conseguenze che stanno producendo.
Se cominceremo davvero a prendere sul serio il problema dell’immigrazione, il problema della povertà, le difficoltà di moltissime persone ferite, sole, bisognose di misericordia, ciò porterà a un certo clima sociale, e allora vedremo le conseguenze, in un modo che nemmeno immaginiamo. Per esempio, quando il Papa usa il termine «muri», si riferisce a situazioni che solo dieci o quindici anni fa sarebbero state inimmaginabili. Voglio dire, un muro nel cuore dell’Europa più di vent’anni dopo la caduta del muro di Berlino?
La nostra capacità di comprendere [il Papa] dipende dalla nostra capacità di comprendere la natura della sfida che abbiamo davanti. A volte non capiamo certi gesti del Papa perché non capiamo fino in fondo le implicazioni di ciò che egli definisce un «cambiamento di epoca». È come considerare un tumore come un semplice caso di influenza, così che l’idea di curarsi con la chemioterapia sembrerebbe troppo drastica. Ma una volta che abbiamo capito la natura della malattia, ci rendiamo conto che non saremo in grado di sconfiggerla con l’aspirina.

Nel libro lei passa disinvoltamente dal citare Giovanni Paolo II a Benedetto, a Francesco. Spesso questi tre Papi sono messi in contrapposizione l’uno con l’altro, me lei sembra vedere una grande continuità fra loro.
Vedo una grande armonia, anche se ognuno di essi ha dovuto affrontare tempi diversi. È ciò che il cristianesimo ha sempre fatto. Ognuno ha affrontato un insieme di condizioni storiche in cui la vita cristiana era chiamata a svilupparsi, e ogni epoca reca un diverso insieme di sfide a cui il cristianesimo è chiamato a rispondere concretamente. Giovanni Paolo II ha stupito tutti con la sua capacità di comunicare. Sembrava difficile trovare un altro come lui, e poi è arrivato Benedetto che ha colpito tutti per la sua intelligenza, la sua capacità di discernimento e di mettere in luce certi temi in un modo che nessun altro avrebbe potuto fare.
Dopo Benedetto, ancora una volta sembrava che non potesse esserci nessun altro come lui. Invece è arrivato un Papa che a mio parere è la radicalizzazione di Benedetto. Dice le stesse cose, ma in una forma che raggiunge chiunque semplicemente attraverso i gesti, senza per questo ridurre in alcun modo la profondità di ciò che ha detto Benedetto. Mi sembra che tutti e tre siano andati alla radice delle cose, non sono rimasti alla superficie, ma sono andati al cuore di ciò che stava concretamente accadendo nel loro tempo.
In questo senso, c’è un’armonia che colpisce anche tanti laici, ed è la capacità che la Chiesa sembra avere di dare un contributo nuovo e originale per affrontare le nuove sfide che ha di fronte. In questi tre Papi ne abbiamo un chiarissimo esempio: ognuno di loro, nel suo momento storico, ha saputo rispondere alle sfide di quel momento.

Lei non ama le etichette politiche, ma sa bene che Comunione e Liberazione ha una grande reputazione nella Chiesa, specialmente tra i cattolici più “conservatori”. Alcuni di questi sono oggi preoccupati riguardo a papa Francesco, pensano che egli stia in un certo senso “riducendo” le cose, mettendo da parte o minimizzando la dottrina tradizionale. Cosa si sentirebbe di dire per tranquillizzarli?
La prima cosa che direi è che dobbiamo partire dal riconoscere la reale natura della sfida che abbiamo di fronte. Non possiamo comprendere pienamente l’azione di papa Francesco, se non comprendiamo la natura di ciò che si sta verificando, questo «cambiamento di epoca». Se la nostra diagnosi non tiene conto di questo, non potremo cogliere l’importanza di certi gesti di questo Papa. Se cominceremo a capire la profondità della crisi, invece, allargheremo i nostri orizzonti e cominceremo a vedere certi gesti come una risposta profetica a questa nuova situazione.
Vedo che molte persone sono turbate e imbarazzate dal Papa, proprio come le persone lo erano da Gesù nel suo tempo – e in particolare, ricordiamolo, le persone più “religiose”. Per esempio i Farisei, che non vedevano tutto il dramma della situazione degli uomini che avevano davanti, volevano un predicatore che semplicemente dicesse agli uomini cosa dovevano fare, imponendo loro dei pesanti fardelli. Tutto ciò non bastava a far ripartire l’umanità, poi venne Gesù, che entrò in casa di Zaccheo senza chiamarlo ladro e peccatore; questo avrebbe potuto sembrare una debolezza. Invece nessuno sfidò Zaccheo come fece Gesù, soltanto con l’entrare in casa sua. Tutti quelli che avevano condannato la sua condotta di vita non lo avevano smosso di un millimetro dalla sua posizione. È stato quel gesto totalmente gratuito di Gesù che riuscì dove gli altri avevano fallito.
Che cosa occorre per cambiare una società come quella in cui viviamo? Il metodo usato da Gesù con Zaccheo. [Con papa Francesco] dobbiamo ricordarci del modo con cui molte persone perbene, sinceramente religiose, hanno reagito a Gesù. Per loro, il modo con cui Gesù operava era una sorta di scandalo, nel senso più forte del termine, un ostacolo a credere.

Sta dicendo che quei fedeli cattolici che criticano papa Francesco, per esempio riguardo alla Amoris Laetitia, non hanno capito che cosa è in gioco nella cultura di oggi?
Credo di sì. Credo che ciò che manca oggi sia una comprensione profonda della sfida che dobbiamo affrontare sul piano umano. A volte i critici vorrebbero che il Papa ripetesse certe frasi, certi concetti, ma essi sono vuoti per molte persone, e lo sono da molto tempo. Oppure vorrebbero delle regole da seguire, come se ciò potesse guarire la persona, o potesse condurre qualcuno a “verificare” la fede nella propria esperienza. Il problema che abbiamo tutti, noi compresi, è che spesso non siamo capaci di trasmettere la fiducia nel futuro ai nostri colleghi di lavoro, ai nostri amici. Solo se saremo audaci nel riconoscere la situazione, senza sentire sempre il bisogno di difenderci, forse impareremo qualcosa.

È chiaro che ciò che preoccupa certe persone è il fatto che quando Gesù incontrò Zaccheo, il punto era di portarlo a cambiare il suo cuore. Oggi, ad alcuni sembra che il Papa, e con lui certi preti e vescovi, si impegnino in un “incontro” senza la stessa aspettativa che vi sia una conversione dagli errori.
La conversione non dipende dal gesto, dipende da noi. Quando andiamo a incontrare un ladro, noi portiamo noi stessi a quell’incontro. Gesù non ha avuto problemi ad andare a casa di Zaccheo, senza bisogno di spiegargli tutta la sua teologia o le regole morali. È andato perché la verità si incarnava nella sua persona. Il problema è: che persone incontra chi ci incontra? Se quello che incontrano in noi è semplicemente un manuale di cose da fare, lo conoscono già e non sono capaci di metterlo in pratica. Ma se si trovano davanti una persona che offre loro amore, cominceranno a desiderare di andar dietro a quella persona e di essere come lei, che è ciò che è accaduto con Gesù.

Credo che molti sarebbero d’accordo sul fatto che non bisogna partire dalle regole, ma ciò che preoccupa la gente è se arriveremo mai ad esse.
Se una persona si innamora, a un certo punto questo avviene naturalmente. Quando uno si sposa, ed è realmente innamorato, è naturale desiderare di pulire la casa, di cucinare un buon pranzo, e così via. Il problema oggi è che le persone non stanno incontrando qualcuno per il quale abbia senso impegnarsi fino a questo punto. Un codice etico non è questo genere di incontro.

Concretamente, moltissime persone ispirandosi a papa Francesco oggi affermano che la Chiesa deve accompagnare il mondo LGBT, per esempio, o i fedeli divorziati risposati civilmente, e noi lo facciamo regolarmente. Ma quello che i critici dicono è: tutto questo non dovrebbe spingersi sino al punto di dire loro che la loro condotta deve cambiare?
Risponderò con un esempio. Troppo spesso pensiamo che l’alternativa sia di non dire niente o di essere ambigui. Io ho conosciuto un gruppo di coppie, famiglie, che coinvolge 18 o 20 famiglie; nessuna di queste coppie era sposata, per diverse ragioni, a volte anche comprensibili. Alcune famiglie appartenenti a Comunione e Liberazione hanno cominciato a trascorrere del tempo con loro, senza dire niente riguardo alla loro situazione “irregolare”. Col passare del tempo, si sono sposate tutte! Si sono trovate davanti persone che vivevano la vita di famiglia in un modo che non poteva lasciarle indifferenti. Alla fine, si sono sposate tutte non perché qualcuno ha spiegato loro le regole o la dottrina cristiana sul matrimonio, ma perché non volevano perdere quello che vedevano vivere da quelle altre famiglie.
Nel cristianesimo, la verità si è fatta carne. Il solo modo che abbiamo per comprendere fino in fondo questa verità fatta carne è incontrando e guardando un testimone. Tutta la liturgia del Natale riguarda la pienezza di Dio che si rende visibile. Se non si fosse reso visibile, non l’avremmo mai capito… questa è la grande sfida.
È inutile chiedere agli altri se essi sono tutto quello che dovrebbero essere. La vera questione è: noi siamo convinti testimoni della fede? Crediamo ancora nella bellezza disarmata della fede? Una persona innamorata sa cosa fare, e uno si innamora incontrando qualcuno. Questo è ciò che fa dell’esperienza di Gesù una “rivoluzione copernicana” per l’umanità.

(Continua)

CARRÓN: «UN CRISTIANESIMO OLTRE LE GUERRE CULTURALI»
Il rapporto tra Chiesa e società contemporanea. Tra battaglie sui principi e “Opzione Benedetto”. A pochi giorni dall’uscita dell’edizione inglese de La bellezza disarmata, la seconda parte dell’intervista di John Allen alla guida di CL
John L. Allen e Ines San Martin22.06.2017
Una delle questioni più problematiche che i cristiani in Occidente si trovano ad affrontare all’inizio di questo secolo è se e come la Chiesa abbia il dovere di continuare a combattere delle guerre culturali.
A sinistra, c’è una forte corrente di pensiero che ritiene che la Chiesa dovrebbe chiamarsi fuori dal campo di battaglia, perché su vari temi, come la contraccezione e la donna, sta dalla parte sbagliata. Sul versante opposto, alcuni, come Rod Dreher con la sua proposta della «opzione Benedetto», sostengono che la Chiesa dovrebbe ritirarsi perché essa è ormai perdente, e tutto ciò in cui può sperare in questa cultura è di mantenere vive delle piccole isole di fede.
Di fatto don Julián Carrón, guida dell’influente movimento cattolico di Comunione e Liberazione, indica un altro modo di affrontare la discussione per de-enfatizzare le guerre culturali. Secondo lui, il problema non è che le posizioni tradizionali della Chiesa siano sbagliate, e nemmeno che la battaglia sia già persa.
Il punto è che partire dall’etica è sempre stato un modo sbagliato di comunicare al mondo il cristianesimo, che nella sua sostanza è un «avvenimento» – un termine che può sembrare banale nell’uso comune, ma che nel linguaggio di Comunione e Liberazione, che nasce dal suo fondatore, il sacerdote italiano Luigi Giussani, è ricco di significato.
«Che la fede sia un avvenimento significa che la vita di uno cambia quando egli incontra un fatto, come accadde a Giovanni e Andrea quando incontrarono Gesù», ha dichiarato a Crux lunedì. «Non si può evitare la realtà di un fatto accaduto, non si può cancellarlo. Pensiamo a san Paolo, che era un persecutore dei cristiani, cercava di eliminarli; l’incontro con Cristo vivente rivoluzionò il suo modo di pensare.»
«La scelta non può ridursi a quella tra le guerre culturali e un cristianesimo svuotato di contenuto, perché nessuna di queste due ipotesi ha nulla a che vedere con Abramo e la storia della salvezza», afferma Carrón. «Abramo fu scelto da Dio per incominciare a introdurre nella storia un nuovo modo di vivere, che potesse nel tempo generare una realtà visibile in grado di rendere la vita degna, piena.»
Nella sua abitazione milanese, tra gli altri argomenti, Carrón ha parlato con Crux dell’edizione in lingua inglese del suo libro La bellezza disarmata (Disarming Beauty), sul modo in cui si possa proporre l’«avvenimento» cristiano nella cultura secolarizzata dell’Occidente post-moderno.

Recentemente Rod Dreher ha sostenuto che i cristiani dovrebbero abbandonare le guerre culturali in Occidente perché le abbiamo già perse, e il massimo che possiamo sperare è l’«opzione Benedetto», ossia la conservazione di piccole isole di fede in un contesto di cultura ostile e decadente. Lei sembra sostenere che dovremmo lasciarci alle spalle le guerre culturali, senza rinunciare a quelle posizioni, ma per un motivo differente.
Certo, assolutamente. Mi ha sempre colpito la contrapposizione tra il cercare di trasformare il cristianesimo in una religione civile e il cercare di renderlo qualcosa di totalmente privato. Per me è come cercare di correggere il disegno di Dio. Mi domando, chi avrebbe mai scommesso che Dio avrebbe incominciato a comunicarsi al mondo attraverso la chiamata di Abramo? Era la modalità più inverosimile, sconcertante, di procedere che si sarebbe potuta immaginare.
La scelta non può ridursi a quella tra la guerra tra culture e un cristianesimo svuotato di contenuto, perché nessuna di queste due ipotesi ha nulla a che vedere con Abramo e la storia della salvezza. Abramo fu scelto da Dio per incominciare a introdurre nella storia un nuovo modo di vivere, che potesse nel tempo generare una realtà visibile in grado di rendere la vita degna, piena.
Se Abramo fosse qui oggi, nella nostra situazione di minoranza, e andasse da Dio a dirgli: «Nessuno mi dà ascolto», cosa gli direbbe Dio? Lo sappiamo benissimo cosa gli direbbe: «È per questo che ti ho scelto, per cominciare a porre nella realtà una presenza capace di far vedere – anche se nessuno vi crede – che io farò di te un popolo così numeroso che la tua discendenza sarà numerosa come le stelle del cielo».
Quando Egli mandò suo figlio nel mondo, spogliato del suo potere divino per farsi uomo, fece la stessa cosa. Come ha detto san Paolo, egli è venuto per darci la capacità di vivere la vita in un modo nuovo. Questo è ciò che genera una cultura. La domanda per noi è se la situazione in cui ci troviamo oggi ci offre l’opportunità di ritrovare l’origine del disegno di Dio.

Lei sembra abbastanza ottimista sul fatto che ciò sia possibile.
Assolutamente sì. Sono totalmente ottimista, per la natura stessa della fede. Il mio ottimismo si basa sulla natura dell’esperienza cristiana. Non dipende dalla mia capacità di lettura della realtà, dalla mia diagnosi della situazione sociologica. Il problema è che per essere in grado di ripartire da questo punto di partenza assolutamente originale dobbiamo ritornare alle radici della fede in sé, quello che Gesù ha detto e fatto.
Se c’è un motivo di pessimismo, sta nel fatto che troppe volte abbiamo ridotto il cristianesimo o a una serie di valori, a un’etica, o semplicemente a un discorso filosofico. Questo non è attraente, non ha il potere di affascinare nessuno. Le persone non percepiscono la forza di attrazione del cristianesimo. Ma proprio perché la situazione che stiamo vivendo oggi è così drammatica, da ogni punto di vista, paradossalmente è più facile proporre la novità del cristianesimo.

Se guardiamo all’Europa oggi, sta crescendo una nuova generazione che di fatto non è stata coinvolta nelle vecchie battaglie che hanno visto contrapposti religione e secolarismo; sono persone cresciute in una cultura abbondantemente post-religiosa, e di conseguenza spesso guardano a questo fenomeno non con animosità, ma piuttosto con curiosità. Tutto questo configura una nuova fase per l’evangelizzazione?
Sì, c’è una nuova fase. La domanda è se noi cristiani sapremo trarre vantaggio da questa opportunità per capire noi per primi che cosa è davvero la fede, cosa significa essere cristiani, perché essere cristiani dovrebbe essere interessante per noi e per gli altri. Dobbiamo approfondire questo punto indipendentemente dalla preoccupazione per i numeri, e proiettarci unicamente sulla pienezza dell’esperienza che Cristo pone nella nostra vita.
Penso a un’espressione che Giussani usava spesso, parlando della fede; diceva: «La fede è un’esperienza presente, dove trovo nella mia esperienza personale la conferma della sua convenienza umana». Senza di ciò, la fede non sarà in grado di resistere in un mondo in cui tutto dice il contrario rispetto a noi.

Dunque la sua strategia per l’evangelizzazione all’inizio del XXI secolo è vivere la fede in una maniera tale che questa «esperienza di conferma» possa verificarsi, e poi gradualmente introdurre gli altri a questa forma di vita?
Quando un cristiano vive la fede con questo genere di gioia, con questa pienezza, è evidente che quando si reca al lavoro, o sta con gli amici, o è in aeroporto, gli altri vedranno questa novità in lui. Se arrivi al lavoro alle 8 del mattino, e nel tuo posto di lavoro trovi un collega che sta cantando, che ti abbraccia e condivide con te le tue debolezze e difficoltà, ti viene da chiedere: «Che cos’è che ti fa arrivare al lavoro cantando alle 8 di mattina?».
Questo comunica il cristianesimo molto di più di tante altre cose, più di tutte le motivazioni etiche, perché quando uno vede qualcosa del genere, gli viene naturalmente da chiedere: «Da dove viene questa gioia? Da dove viene questa pienezza di vita?». Uno può non pensare immediatamente che l’origine di questa felicità si chiami Gesù Cristo, che si chiami fede. Ma quando si comincia a capire che questa sorprendente modalità di vivere nel mondo reale, così felice, così lieto, ha la sua radice nella fede, allora diventa interessante.
Il cristianesimo, in sintesi, si comunica vivendolo. T.S. Eliot una volta chiese: «Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?». Per noi è il contrario; noi guadagniamo la vita vivendo nella fede. Se non sarà così, non saremo interessanti per nessuno, neppure per noi. In altri termini, è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?

Proporre non una serie di teorie, ma una modalità di vita?
È un’esperienza di vita.

Papa Francesco parla spesso del creare una «cultura dell’incontro», e il concetto di incontro era fondamentale anche per Giussani. Guardando la Chiesa oggi, quali sono gli esempi di una «cultura dell’incontro» che la colpiscono maggiormente?
Sono sempre colpito dagli esempi di creazione di spazi per l’incontro tra persone totalmente diverse fra loro. Per esempio, qui a Milano noi [Comunione e Liberazione] gestiamo un doposcuola, un centro, in cui gruppi di docenti – alcuni appartenenti al Movimento, altri no – offrono il loro tempo libero per aiutare ragazzi che hanno problemi a scuola. Tra i ragazzi vi sono italiani, immigrati, fedeli di diverse religioni, per lo più cattolici o musulmani, e lì si vede uno spazio di incontro. Vengono da situazioni diversissime, e trovano lì un posto dove la loro umanità rinasce.
Una volta, un ragazzo è arrivato con una barra d’acciaio nello zaino; in circostanze diverse sarebbe stato trattato come un terrorista. Ma stando con quella gente, si è liberato di tutta la sua aggressività, e addirittura è diventato uno dei responsabili di quell’iniziativa. Questo è il potere dell’incontro.

Conosce anche esempi al di fuori del vostro movimento?
Beh, ovviamente non conosco tutto il mondo, ma qualche esempio posso portarlo. Frequento talvolta delle parrocchie a Roma e Milano, ed è possibile vedere quanto questo spirito di incontro sia vivace in esse. Conosco un sacerdote qui a Milano che è in rapporto con alcuni detenuti. Ha una impressionante capacità di coinvolgersi con loro, in un modo che li aiuta a ricostruire la loro vita.
Poi c’è l’esperienza delle APAC in Brasile, questa rete di carceri senza guardie e senza armi, in cui il tasso di recidività di reato, che nelle prigioni normali è intorno all’80%, scende al 15%. Si può pensare che sia un’illusione, che in realtà così non si faccia che incoraggiare la criminalità. Al contrario, è un esempio di ciò che accade quando c’è un incontro reale. Tutto ciò che va contro la vera umanità, presto o tardi svanisce.
Per esempio, c’era un detenuto che era scappato da un numero imprecisato di carceri, e che casualmente è arrivato a una di queste APAC, e non ha più tentato di scappare. Un giudice è rimasto così colpito da questa storia che ha voluto andare alla prigione per chiedergli: «Perché non hai tentato di scappare?». E il detenuto ha risposto: «Perché dall’amore non si fugge».
A volte il nostro problema è che non crediamo più in certe cose. Di fatto pensiamo che qualsiasi altra soluzione, anche violenta, sia più efficace del potere dell’amore.

Sta dicendo che alla fine il nostro «realismo» non è poi così realistico.
Questo è certo. Abbiamo dato per scontato che certe cose sono un’illusione, e abbiamo perso l’unica opportunità di andare veramente al fondo del cuore di ciascuno. Ancora una volta, questo è ciò che mi rende ottimista – la fede è efficace!
Come disse papa Benedetto XVI qualche anno fa, c’è ancora un’opportunità per il cristianesimo oggi, in questo mondo? Rispose di sì, perché il cuore dell’uomo ha bisogno di qualcosa che solo Cristo può dare. La capacità di corrispondere al vero desiderio ultimo dell’uomo è ciò che renderà il cristianesimo attraente.

Lei sembra anche dire che dobbiamo avere coraggio in questo senso, non avere paura di sfidare l’opinione comune in questo mondo.
Ciò di cui non possiamo accontentarci è un cristianesimo ridotto, un po’ ambiguo, pensando che questa sia la via per incontrare tutti. No, dobbiamo viverlo coraggiosamente, pienamente, dobbiamo essere convinti, con la stessa audacia con cui Gesù entrò a casa di Zaccheo, senza in nessun modo censurare le cose che egli aveva fatto, ma disarmato, rispondendo a quello che lui aveva nel cuore. Storicamente, questo è un metodo assolutamente nuovo. Gesù stupì san Paolo nello stesso modo in cui stupisce noi.
Non c’è nulla che sfidi il cuore di un uomo più di un gesto come questo, un gesto assolutamente sorprendente.

Un concetto chiave di Giussani, che lei ripete in tutto il libro, è che la fede è un «avvenimento». Può spiegare cosa significa e perché è così importante?
Che la fede sia un avvenimento significa che la vita di uno cambia quando egli incontra un fatto, come accadde a Giovanni e Andrea quando incontrarono Gesù. Non si può evitare la realtà di un fatto accaduto, non si può cancellarlo. Pensiamo a san Paolo, che era un persecutore dei cristiani, cercava di eliminarli; l’incontro con Cristo vivente rivoluzionò il suo modo di pensare.
È come la scena descritta da Manzoni ne I promessi sposi… l’esperienza dell’incontro con qualcuno così capace di perdono fu tanto sorprendente che era impossibile non abbandonarsi alla sua forza attrattiva. Quando il cardinale saluta l’Innominato e questi gli dice: «S’io tornerò? Quando voi mi rifiutaste, rimarrei ostinato alla vostra porta, come il povero. Ho bisogno di parlarvi! ho bisogno di sentirvi, di vedervi! ho bisogno di voi!».
Questo è il tipo di esperienza sconvolgente che cambia la vita, questo è la fede. [Il personaggio del cardinale ne I promessi sposi è ispirato dalla figura del cardinale Federico Borromeo di Milano, 1564-1631.]
Papa Benedetto ha sempre detto che all’origine del cristianesimo non c’è una dottrina, un insegnamento, ma l’incontro con Cristo. La forma dell’«avvenimento» cristiano è questo incontro, non in maniera virtuale o solo come una proposta che fa uno qualunque. No, è un incontro così potente che non vuoi perderlo per il resto dalla vita.

L’obiettivo del suo libro è risvegliare la consapevolezza di questo avvenimento?
Sicuramente. Il problema è come comunicare questo avvenimento alle persone. È come l’esperienza dell’amore, dell’innamoramento… non avviene perché se ne parla, accade perché uno si innamora.

A un certo punto lei scrive che lo scopo della comunità – forse riferendosi a Comunione e Liberazione, ma anche più in generale alla Chiesa – è di generare «adulti nella fede». Cosa intende dire?
Intendo dire persone che siano rigenerate dalla partecipazione alla comunità cristiana, nel senso che acquisiscano una nuova capacità di affrontare la realtà, una nuova capacità di essere liberi in un modo diverso da prima. E una nuova capacità di trasmettere un senso di stupore agli altri. Se il cristianesimo non è in grado di generare un nuovo tipo di persone, allora rimarrà staccato dalla loro vita.
Non c’è niente di più decisivo, nel momento presente, della capacità di generare adulti nella fede, adulti che vivono con libertà fra gli altri e che possono testimoniare la fede non solo quando vanno in chiesa o partecipano a qualche attività “altra” rispetto alla vita quotidiana, ma nel concreto del loro lavoro e della loro vita.
C’è bisogno di persone che possano portare la novità della fede nel cuore del mondo, che suscitino la domanda: «Ma dove attingete questa novità, questa freschezza? Cosa c’è dietro?». La capacità di rispondere a questa domanda condurrà naturalmente le persone a qualcosa di più grande e migliore.
Questa è una reale testimonianza di fede… anche se gli altri non arrivano a identificare il nome di Cristo, solo guardare a quella persona rende impossibile non volere capire che cosa la rende così. Vorranno sapere chi è il “terzo”, e questa è una testimonianza.
Solo una vera testimonianza può rendere visibile e tangibile l’avvenimento della fede… la capacità di rendere la fede qualcosa di ragionevole per gli uomini può venire solo da una concreta esperienza di essa, da un «avvenimento». Questo è ciò che permette che uno non abbia paura di non essere compreso, e che possa resistere alla tentazione di ridurre il cristianesimo a qualcosa d’altro.
Le chiedo io una cosa: perché noi pensiamo a volte che per rendere comprensibile un gesto gratuito esso debba essere ridotto a qualcosa d’altro, debba essere meno gratuito? Quanto più è gratuito, tanto più dovrebbe essere sorprendente e attraente, no? Non dobbiamo ridurre le cose perché siano comprese.
A volte pensiamo che se uno non ha la fede, dobbiamo ridurre le cose perché le capisca. Ma è vero il contrario – quanto più un gesto è gratuito, come il perdonare qualcuno per un’offesa piuttosto che rispondergli allo stesso modo, tanto più ciò stupirà radicalmente quella persona. Non è che dobbiamo ridurre, smussare, per evitare lo scandalo… nessuno si è mai scandalizzato di essere perdonato.

Nell’ultima pagina del libro, lei scrive che la letizia è come il fiore del cactus. Cosa vuole dire?
La fede introduce nella vita un’attrattiva, che nello stesso tempo ci attrae verso di essa ma non ci lascia soli. Niente sfida maggiormente una persona di qualcosa che risponde in totale pienezza a tutte le sue aspettative. Nulla trasforma radicalmente la vita come il compimento di tutte le sue promesse! Ecco perché la fede è come il cactus… è bellissimo, ci attrae a sé, ma nello stesso tempo punge. Possiamo accettarla o rifiutarla, ma niente trasforma e turba la vita con la stessa potenza.

Potremmo dire che questo libro è un tentativo di esprimere la visione dell’evangelizzazione che nasce da Giussani e che è stata amplificata dagli ultimi tre Pontefici?
Per me, la risposta è sì.

 

Leggi l’intervista su Crux

 

https://it.clonline.org/news/attualità/2017/06/21/intervista-julián-carron-john-allen-crux

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Una grande amicizia

IL MIO AMICO SOULAIMAN
Jean-Francois, della Biblioteca dello Spirito di Mosca, ha conosciuto il medico siriano quando si trovava in Russia. Oggi, grazie a un progetto di Ats, si sono incontrati a Damasco. Tra il progetto di un centro culturale, la guerra, il movimento…
14.06.2017
Sono rientrato da poco da un viaggio di alcuni giorni in Siria, invitato dall’Associazione pro Terra Sancta (Ats), che sostiene la presenza dei francescani in Medio Oriente. Tutto nasce dal desiderio di padre Bahjat Karakach di Damasco di aprire un centro culturale nella capitale. L’idea non è banale: oltre a sostenere i bisogni materiali (soprattutto cibo e medicine), per ricostruire il Paese c’è bisogno di un ambito dove poter imparare di nuovo a dialogare e che sia un luogo di educazione al bello e al vero.

Sono stati giorni di incontri intensissimi, che mi hanno fatto toccare con mano da dove nasca la testimonianza cristiana.

Per festeggiare la fine del mese di maggio, la parrocchia latina nel centro storico di Damasco ha proposto una processione. Seicento persone si sono incamminate dietro la statua della Madonna. I canti erano accompagnati da trombe e tamburi. A vigilare sulla sicurezza del gesto, solo qualche soldato. Nonostante i rischi, i parrocchiani non vogliono rinunciare alla gioia di testimoniare, davanti agli occhi di tutta la città, la loro fede e la loro speranza.
Incontro, poi, suor Yola che si trova in quella che una volta era una casa per pellegrini, oggi riconvertita in centro di accoglienza per profughi. Qui arriva chi non ha ricevuto il visto per espatriare e chi non ha tentato l’attraversata del Mediterraneo. Mi dice: «Quante delle persone che abbiamo conosciuto sono poi morte affogate o uccise. Dio solo sa quante lacrime abbiamo versato per queste persone. Un dolore tremendo».
Soulaiman e Jean-Francois
Soulaiman e Jean-Francois
Da sinistra: suor Joseph Marie, Soulaiman, Tarek, Bashar e Jean-FrancoisDa sinistra: suor Joseph Marie, Soulaiman, Tarek, Bashar e Jean-Francois
Ma l’incontro che attendevo di più era quello con Soulaiman. Siamo diventati amici a Mosca, dove lui, medico, era arrivato quattro anni fa per motivi di studio (Tracce ha già raccontato la sua storia). Adesso è rientrato nel Paese perché desidera aiutare la sua gente e partecipare alla ricostruzione della Siria. Quando mi vede non crede ai suoi occhi: «Sì, ci sentiamo via internet. Ma il tuo arrivo qui è un segno grande della misericordia per la mia vita». Io mi commuovo, ma dentro di me sento la sproporzione tra ciò che sono e la grandezza delle sue parole.

In questi mesi ha cercato di seguire il movimento leggendo i testi che vengono tradotti in arabo e tenendo i contatti con gli amici tramite internet. Quando mi parla di Riccardo, il visitor del Medio Oriente, e di Sobhy di Gerusalemme, gli si illuminano gli occhi. Ha organizzato qualche incontro di Scuola di comunità con i profughi del centro di suor Yola.

Mi fa conoscere i suoi amici: suor Joseph Marie, Tarek e Bashar. Lavorano con una quarantina di volontari per sostenere circa seicento famiglie. Distribuiscono pacchi di cibo, medicine, aiutano a pagare l’affitto, l’elettricità. Soulaiman mi invita a pranzo a casa sua per conoscere la sua bellissima moglie Maysoon e i suoi due figli Elias e Misho. Vivono in modo molto umile, ma per me hanno preparato un pranzo da re. Ad aiutare Maysoon è venuta anche una sua amica musulmana. Si conoscono da sempre.

Soulaiman mi mostra un angolo del corridoio: «Qualche mese fa, per ore, hanno bombardato il quartiere. Noi ci siamo messi lì, davanti alla statua della Madonna, al buio, per ripararci dalle schegge di vetro». Ora la situazione si è fatta più tranquilla.

Mi mostra anche lo studio medico che ha potuto aprire grazie agli aiuti di amici e di Avsi. Si trova al terzo piano di un edificio la cui costruzione si è interrotta a causa della guerra. La decadenza dell’edificio contrasta con il suo studio: tutto è arredato con cura e gusto. Ad aspettarlo troviamo due pazienti. Da loro, il dottore non si fa pagare: «Hanno molto più bisogno di me».
L’entrata dello studio medico di SoulaimanL’entrata dello studio medico di Soulaiman
Soulaiman mi fa conoscere il suo migliore amico: Bashar. Andando a casa sua, passiamo vicini alla zona di guerra. A duecento metri ci sono i ribelli. «Per ora c’è un accordo, non si spara più». Bashar è un professore universitario di Matematica. È anche scrittore e regista. Ci accoglie offrendoci un gelato. Lui è cattolico latino (Soulaiman, invece, invece ortodosso), ma non va in chiesa. Dice di non capire a che cosa servano i preti: «Dio lo incontro nelle persone, aiutandole». Si vede che è un uomo buono. Iniziamo una bella chiacchierata, che Soulaiman traduce dall’inglese all’arabo, sul bisogno di perdono che l’uomo ha e la Chiesa come luogo dove si può attingere a questo perdono. Dal balcone della casa, a centro metri, si vede il muro dell’antica prigione dalla quale san Paolo è scappato dentro una cesta.

Il giorno seguente suor Joseph-Marie, Soulaiman, Tarek, Bashar e Hanouar, un giovane soldato di leva, mi portano a vedere il monastero di Sednaya, a 40 chilometri da Damasco, fondato nel VI secolo dopo la visita di Giustiniano e l’apparizione della Madonna. Il monastero conserva un’antica icona della Vergine dipinta, secondo la tradizione, da San Luca. Preghiamo a lungo chiedendo la protezione di Maria, perché ci conservi la vita, e porti la pace.

Al momento di salutare Soulaiman penso a quanto sono grato di questa amicizia, che sfida la guerra e il dolore.

Jean-Francois Thiry, Mosca

https://it.clonline.org/lettere/2017/06/14/jean-francois-soulaiman-damasco

Ragioni di un impegno per il bene di tutti

RAGIONI DI UN IMPEGNO PER IL BENE DI TUTTI
Il volantino di Comunione e Liberazione sulle prossime Elezioni Amministrative dell’11 giugno 2017
24.05.2017
Tutti siamo chiamati in causa dalle Elezioni Amministrative dell’11 giugno, non solo coloro che già sono impegnati in politica ai vari livelli o che si candideranno.
Nelle persone e nelle realtà sociali sembra dominare il pessimismo, alimentato molto dall’incertezza. Ci sono tutti i problemi che vediamo: la crescita della povertà; l’assenza di riferimenti nella società civile e di proposte capaci di incidere nella vita reale delle persone, nei bisogni di chi ha una famiglia o cerca un lavoro; l’afflusso apparentemente incontrollabile dei migranti, che contribuisce ad aumentare il sentimento di insicurezza; l’emarginazione, gli anziani, la carenza di alloggi per i meno abbienti e le giovani coppie, la crisi dell’educazione e il degrado degli edifici scolastici, la carenza di impianti sportivi adeguati, l’inquinamento e il verde pubblico, il problema dei trasporti. Sono solo alcune delle questioni con cui ci dobbiamo confrontare ogni giorno; volenti o nolenti, fanno parte del tessuto della nostra vita quotidiana. A tutto questo si aggiunge un’ulteriore incertezza legata a una disistima e sfiducia nelle istituzioni.
In questo contesto, il rischio è che prevalga il disinteresse o una reazione istintiva, un “non giudizio” o l’idea di abbattere chi è al potere, perché gli si attribuisce tutta la responsabilità delle cose che non vanno. Una crescente cultura del sospetto e dell’incertezza blocca ogni proposta di cambiamento e demolisce tutto quello che nasce da un’appartenenza ideale, da una tradizione e da una storia, di qualsiasi colore e credo. Mentre quello di cui oggi c’è più urgenza è di soggetti che possano – nel piccolo o nel grande – incontrarsi, dialogare e fare delle proposte credibili.
Da dove ripartire? (…)

Leggi tutto il volantino al seguente indirizzo:

https://it.clonline.org/news/attualità/2017/05/24/elezioni-amministrative-2017-comunione-e-liberazione-ragioni-di-un-impegno-per-il-bene-di-tutti#prettyPhoto

Introdotti alla realtà

Marco Montrasi29.05.2017
Studiare Medicina esige enorme dedizione. Il processo di selezione è il più combattuto, il clima di competizione è continuo durante tutti i sei anni di corso, e alla fine ci sarà una lotta sui posti per le specializzazioni mediche.

A dicembre 2016, una delle riviste scientifiche mediche più blasonate del mondo (JAMA. 2016) ha reso noto che, in media, il 27% degli studenti di Medicina presentano i sintomi della depressione. Questo tema è tornato alla luce di recente, quando, solo nei primi tre mesi di quest’anno, si sono verificati quattro tentativi di suicidio al quarto anno del corso di Medicina dell’Università di San Paolo (USP), il più ambito del Paese. L’istituzione si è mobilitata per cercare altre persone a rischio e pensando come intervenire.

In mezzo a questa situazione, un gruppo di studenti cattolici dello stesso quarto anno (che conta 175 alunni) ha organizzato un evento pubblico con un professore di Psichiatria, intitolato: “Il nostro volto nella facoltà”. L’evento era un piccolo dettaglio nel ventaglio di proposte che i fatti stavano generando. Tuttavia, non è passato inosservato. Il loro movente è stato ben chiaro ancora prima dell’evento: «Il nostro gesto pubblico è per portare il contributo che la fede può dare in questa situazione di malessere dell’uomo di oggi». All’evento, la platea era fondamentalmente costituita da alunni e da professori, alcuni tra i più titolati dell’Università. La proposta è stata ben diversa da ciò che veniva offerto in quei giorni e parlava di una grande risorsa che abbiamo tutti ma che non utilizziamo mai: la nostra esperienza. «Che cosa è questa cosa tanto semplice e banale che chiamiamo esperienza umana? Cosa accade in me quando mi rendo conto di essa?». Ci sono state testimonianze, domande e risposte. Alla fine, la psicologa responsabile dell’assistenza agli studenti ha cercato quel gruppo di ragazzi che avevano organizzato la cosa dicendogli: «Venite ad aiutarmi con questo vostro metodo della esperienza». In mezzo a quell’ambiente scientifico, competitivo, dove non mancano le analisi, un piccolo gruppo di studenti ha portato una novità semplicemente parlando della necessità di imparare a fare esperienza: non esiste una circostanza buona e una cattiva, ma con tutto si può imparare e crescere, cioè imparare a ricercare e trovare il proprio volto dentro il quotidiano.
La facoltà di Medicina all’Università di San Paolo, Brasile
La facoltà di Medicina all’Università di San Paolo, Brasile
”Stiamo insieme”: una scritta degli studenti del IV anno di Medicina a San Paolo”Stiamo insieme”: una scritta degli studenti del IV anno di Medicina a San Paolo
Questo fatto verificatosi poche settimane fa descrive la situazione che viviamo e rivela una novità: ci troviamo di fronte a circostanze difficili da interpretare, davanti alle quali molte volte non sappiamo come muoverci, e questo non riguarda solo gli adolescenti o i giovani. È evidente che esiste un malessere, un’incapacità di vivere e, di conseguenza, una ricerca di soluzioni che nella maggioranza dei casi si mostrano insufficienti. Da qui nasce un grido sordo, soffocato perché non si ha il coraggio di manifestarlo, che facilmente diventa disperazione. Ma di cosa è segno questo grido? È come se non riuscissimo più a sopportare l’insoddisfazione, la mancanza di senso, il disinteresse. È il grido di chi ha bisogno di una strada per poter vivere. In fondo, è quel grido di desiderio di infinito che tutti portano dentro di sé e che ha bisogno di una risposta. Per questo, la grande parola che si deve riscoprire è la parola “educazione”.

Perché “educazione”? Un grande teologo, Jungmann, citato recentemente da papa Francesco, definiva l’educazione come «introduzione alla realtà totale». Ma entrare nella realtà totale non significa conoscere tutti i dettagli infiniti del mondo, non è questa l’idea di totalità. Io ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a percepire il significato di quel pezzo di realtà che ho da vivere: lo studio, il lavoro, le preoccupazioni, l’amore, il futuro… Io sono esigenza di una risposta totale, cioè, di una risposta che giunga fino al profondo, fino a trovare un significato.
Papa Francesco in Brasile nel 2013 per la GmGPapa Francesco in Brasile nel 2013 per la GmG
Educare non è trasferire nozioni. Se pensiamo concretamente a cosa sia stata l’educazione per noi, ciascuno vedrà che è stato essere introdotti a qualcosa di nuovo che è diventato proprio, generando una crescita personale. Non è stato l’aver incontrato qualcuno che ci ha passato definizioni o nozioni, ma qualcuno che ci ha aperto una ferita, perché non ci ha lasciato più tranquilli. Una non-tranquillità buona, che ha aperto una strada nuova e che ha destato la mia umanità che era addormentata. L’esperienza dell’educazione è questo: incontrare qualcuno che non mi lascia tranquillo perché mi apre a una cosa nuova, spalanca le dimensioni del mio cuore e aumenta in me la capacità di contenere qualcosa, come un bicchiere che aumentasse di dimensioni e potesse contenere di più. Per questo è drammatico, per questo è una ferita: perché aumenta la sete, di bellezza, giustizia e verità.

L’educazione si può paragonare con l’esperienza che uno fa quando è perduto e qualcun’altro mostra la strada. Quando incontri qualcuno così, in queste circostanze, facilmente dici: «Questo è un angelo»; e vorresti baciarlo e abracciarlo. Perché? Perché senza di lui tu non saresti arrivato a un altro luogo nuovo, dove avevi bisogno di andare e, più importante, dove adesso puoi tornare con le tue gambe. Educazione, con tutte queste sfumature, è essere introdotti al significato di una realtà, e questo genera l’esperienza della crescita: cresce qualcosa in me, qualcosa di me si sveglia, scopro il mio volto – per tornare all’episodio degli alunni della USP -. È l’esperienza fisica di sentirmi più grande perché divento più “io”.
L’educazione accade quando uno ti insegna un metodo, cioé un cammino. Quando parliamo di educazione, di che cosa parliamo? Di persone che incontriamo. Possiamo usare, qui, la parola “maestro”. Se ci pensiamo un attimo, ciascuno di noi potrà identificare nella propria vita un maestro. Chi è stato questo maestro? È stato qualcuno che ti ha fatto entrare nel significato di una realtà, qualcuno che ti ha insegnato un cammino, qualcuno che ti ha insegnato un metodo per crescere. Il maestro ti conduce a un’altra realtà che sta “al di là” di se stesso, qualcosa di affascinante che ti fa desiderare andargli dietro per conoscere di che si tratta. E per questo quella persona ha uno sguardo che brilla, per questo affascina. Generalmente, dopo un po’ di tempo, non ci ricordiamo di quelle persone sagge o intelligenti che vivono di luce propria, i “gurú”, gli illuminati per se stessi. Esistono molte persone così, ma questo fascino passa presto. Ricordiamo e restiamo segnati da persone che hanno negli occhi un orizzonte, un’altra realtà che va oltre, un “altro” che loro stesse seguono, e questo le fa brillare. Non solo i giovani, ma anche noi adulti sentiamo la mancanza e abbiamo bisogno di queste persone oggi.
Il maestro ti conduce a un’altra realtà che sta “al di là” di se stesso, qualcosa di affascinante che ti fa desiderare andargli dietro per conoscere di che si tratta
Nel libro La bellezza disarmata, Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, cita questo poema di Tagore, che esprime tutta la sfida dei tempi di oggi che è amare la libertà: «In questo mondo coloro che m’amano cercano con tutti i mezzi di tenermi avvinto a loro. Il tuo amore è più grande del loro, eppure mi lasci libero». Quando c’è questo amore, il giovane lo riconosce, perché riconosce uno che gli dà lo spazio per crescere.
La presentazione di ”A beleza desarmada” a San Paolo, l’11 settembre 2016, con Julián Carrón La presentazione di ”A beleza desarmada” a San Paolo, l’11 settembre 2016, con Julián Carrón
Questa è la sfida che i giovani ci lanciano e che noi adulti abbiamo il dovere di accettare: «Scommettere sulla capacità del giovane di sapere giudicare», afferma Carrón nel suo libro. Questa è la cosa più affascinante, e che spesso ci manca. Manca in noi la fiducia nella capacità che i giovani hanno di sapere giudicare, la fiducia che essi hanno in sé qualcosa che possono cominciare a usare. Quando qualcuno li guarda così, quando un giovane è guardato così, si sveglia qualcosa dentro di lui, diventa più libero. Quando io sono libero per scommettere tutto su una persona – perché so che ha un cuore (quella sete di bellezza, di giustizia e di verità) col quale può comparare tutto quello che accade e giudicare -, io sono libero e lei pure diviene più libera. Ma ciò comporta un rischio.

Cosa può generare questa fiducia che sa rischiare? Cosa genera questa visione del futuro al punto di saper educare con pazienza e libertà, e, così, scommettere su questa capacità che il giovane ha, anche sbagliando, di trovare qualcosa di vero, non desistere, tornare il giorno seguente e non scoraggiarsi? È l’esperienza nel presente di qualcosa che è certo, vivo e vero, qualcosa che in primo luogo genera in noi una sovrabbondanza e una speranza. Solo con una certezza così, che sostiene tutto il futuro, senza che siamo dominati dal timore e dall’incertezza, possiamo avere questa pazienza instancabile. Questo si chiama speranza.
E solo con speranza è possibile costruire e dare il tempo perché l’altro possa capire. Abbiamo un esempio chiaro di ciò oggi: papa Francesco. O è un visionario o vive poggiato su una Presenza che gli dà la certezza rispetto a tutto il futuro, pur con tutte le domande che la storia presenta. Solo con la certezza di Qualcuno che mi aspetta io riesco a non scoraggiarmi quando cado e posso tornare a camminare e riprendere la strada. Questa esperienza nel presente genera energia creativa in chi educa.
Solo con la certezza di Qualcuno che mi aspetta io riesco a non scoraggiarmi quando cado e posso tornare a camminare
Tutta questa energia creativa viene da qualcosa che accade nel presente, che noi adulti possiamo scoprire. Quegli alunni di Medicina l’hanno chiamato «il contributo della fede. Loro hanno fatto una proposta. È un momento di emergenza perché è necessaria una lealtà, la lealtà di una ricerca. Devo cercare se esiste qualcuno che vive con questa speranza e con questa certezza. E, se questo mi interessa, andare fino in fondo, fino a scoprire cosa rende possibile vivere così, come chi ha scoperto un metodo che lo rende capace di vivere.

«È sufficiente una candela accesa per illuminare la notte più scura», diceva papa Francesco. Questo sono stati quegli alunni di Medicina della USP che, di fronte alla notte oscura del dramma di tanti colleghi, si sono resi protagonisti di una novità, andando dietro a chi non era rimasto dominato dal timore, ma ha proposto un cammino per una certezza e per una speranza.

Di fronte ai problemi di quell’“io” che non riesce a trovare pace, abbiamo bisogno di seguire queste “candele” con semplicità e decisione, senza restare rinchiusi in quello che giá sappiamo.

https://it.clonline.org/news/attualità/2017/05/29/educazione-brasile-medicina

Sete di vita

MANCHESTER: «PIÙ FORTI E PIÙ GRANDI DELLA MORTE»
Il volantino della comunità di CL del Regno Unito dopo l’attentato nella città inglese. Tra lo sgomento e il dolore, «guardiamo alla pietà e alla sete, all’infinito desiderio di bene, di bello, di vita, di giustizia che tutti noi siamo»
25.05.2017
Martedì mattina l’intera nazione si è svegliata sotto shock per le notizie sull’attentato di Manchester. Incredulità e sgomento hanno riempito il nostro cuore di fronte a un attacco che ha colpito bambini e ragazzi.

Incredulità. Com’è possibile concepire un gesto così malvagio? Come spiegare un attacco così vile contro vite innocenti, contro speranze e desideri che forse a volte sono ridotti e confusi, ma che pure esprimono una umanissima sete di vita?

Sgomento. Questo attentato suscita in tutti noi rabbia, paura e un dolore che lascia senza parole, di fronte a un orrore che si fa sempre più vicino, sempre più personale. Non è stato, questo, un attacco casuale portato a una folla indistinta o a un edificio pubblico, ma un attacco contro ciò che abbiamo di più caro, i nostri figli.

Eppure, accanto all’incredulità e allo sgomento, abbiamo percepito tutti una profonda pietà, in noi e intorno a noi. In mezzo alla grande commozione, abbiamo visto davanti a noi la solidarietà di una città, l’affetto di un’intera nazione che improvvisamente si è ritrovata unita. Tutti abbiamo sperimentato dentro di noi, magari per pochi istanti, una profonda, reale pietà.

Pietà? La “merce più preziosa” che possiamo trovare in questi giorni! L’uomo è davvero un grande mistero, se può commuoversi sino alle lacrime per i suoi simili, uomini e donne, anche se sono perfetti sconosciuti. Gli altri animali non lo fanno. Questa pietà non rivela forse la stessa “sete di vita”, la stessa sete di significato che riconosciamo, almeno in momenti come questi, come il tratto comune a tutti noi? Questa sete rimane, più forte e più grande, di fronte alla morte.

Il Vangelo narra che una volta, davanti al suo amico morto, un uomo, Gesù Cristo, pianse. Piangiamo, allora, siamo uomini, guardiamo a questa pietà e a questa sete, a questo infinito desiderio di bene, di bello, di vita, di giustizia che tutti noi siamo.

Il Vangelo narra che una volta, a una madre in lacrime, Cristo disse: “Donna, non piangere!”, prima di ridonarle il suo unico figlio risuscitato.

La Resurrezione non è un sogno, è un fatto, che è all’origine della nostra speranza in questi tempi bui. All’origine della nostra certezza che la vita di quei ragazzi non è andata sprecata. È quello che vogliamo testimoniare ai nostri amati compagni, uomini e donne.

Comunione e Liberazione UK

https://it.clonline.org/news/attualità/2017/05/25/manchester-attentato-volantino-cl-uk

Una Presenza che investe la vita

29/07/2015 – Il messaggio di Julián Carrón per i neomaturati, i laureandi e i neolaureati che partecipano al consueto gesto estivo del pellegrinaggio a piedi a Czestochowa (dal 6 all’11 agosto).

«La gioia più grande della vita dell’uomo è quella di sentire Gesù Cristo vivo e palpitante nelle carni del proprio pensiero e del proprio cuore» (don Giussani). Non c’è niente di più sconvolgente che vedere Cristo vibrare nelle nostre viscere; non come un devoto ricordo, ma come una Presenza che investe la vita.
Cari amici, andando a Czestochowa chiedete alla Madonna che il centro della vostra vita sia Cristo.
Papa Francesco ci ricorda che «il pellegrinaggio è un simbolo della vita, ci fa pensare che la vita è camminare, è un cammino». E con un gesto di carità sterminata ci avverte: «Se una persona non cammina e rimane ferma, non serve, non fa nulla. Pensate all’acqua, quando l’acqua non è nel fiume, non va avanti, ma è ferma, si corrompe. Un’anima che non cammina nella vita facendo il bene, facendo tante cose che si debbono fare per la società, per l’aiuto agli altri e anche che non cammina per la vita cercando Dio e che lo Spirito Santo ti muove da dentro, è un’anima che finisce nella mediocrità e nella miseria spirituale. Per favore: non fermatevi nella vita!». Che dono poter camminare sostenuti da un compagno così affidabile!
Così avrete qualcosa di veramente decisivo da domandare: che la vostra vita non si fermi mai, perché tutta presa da Cristo risorto: «È nel mistero della risurrezione il culmine e il colmo dell’intensità della nostra autocoscienza cristiana, perciò dell’autocoscienza nuova di me stesso, del modo con cui guardo tutte le persone e tutte le cose» (don Giussani), a cominciare da me stesso.
La Sua presenza nello sguardo, custodita nella memoria, diventi sempre più familiare in noi, così che possiamo guardare tutto con quella presenza, anche le nostre cadute, «tutti abbiamo avuto nella vita cadute, sbagli; ma se tu hai fatto uno sbaglio, alzati subito e continua a camminare. “Canta e cammina”, diceva Sant’Agostino ai suoi fedeli; camminare con la gioia e anche camminare quando il cuore è triste, ma sempre camminare. E se tu hai bisogno di fermarti, che sia per riposarti un po’ o prendere un po’ di fiato per andare avanti dopo. Canta e cammina! Sempre, canta e cammina! Voi fate questo pellegrinaggio “Accarezzati dalla misericordia”. La misericordia di Gesù perdona tutto, sempre ti aspetta, sempre ti ama tanto» (papa Francesco). Chiedete alla Madonna questa familiarità con Cristo, per testimoniare in qualsiasi ambiente in cui vi troverete a vivere – università o mondo del lavoro − la novità che Lui ha introdotto nella nostra vita.
Ma poiché siamo fragili e potreste scoraggiarvi o distrarvi lungo il pellegrinaggio, il Papa ci invita a non spaventarci di questo, sostenuti dalla luce di queste parole: «La morale cristiana non è lo sforzo titanico, volontaristico, di chi decide di essere coerente e ci riesce, una sorta di sfida solitaria di fronte al mondo. No. Questa non è la morale cristiana, è un’altra cosa. La morale cristiana è risposta, è la risposta commossa di fronte a una misericordia sorprendente, imprevedibile, addirittura “ingiusta” secondo i criteri umani, di Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi abbraccia, mi chiama di nuovo, spera in me, attende da me. La morale cristiana non è non cadere mai, ma alzarsi sempre, grazie alla sua mano che ci prende».
Chi potrebbe continuare a camminare senza questa certezza? E chi potrebbe guardare la propria vita con i suoi pesi e con il fardello dei propri sbagli senza questa certezza? Immersi in questo grande Mistero, camminare insieme può essere veramente una grazia per tutti. Eppure tante volte noi vorremmo avere tutto chiaro prima di cominciare, e questo ci blocca. Immaginate un ragazzo che si innamora di una ragazza; se dicesse: «Mi butto o non mi butto? Prima di farlo devo chiarirmi le idee, devo essere certo…», come potrebbe sperare di raggiungere una certezza su quel rapporto senza rischiare? Deve cominciare a fare dei passi; e già nel primo istante ha la luce necessaria per fare il primo passo, perché quella ragazza ha destato il suo interesse, con altre non gli viene il desiderio di rivederle, ma con lei sì. Allora la rivede, e pensa che è bellissimo stare con lei e così fa un altro passo e un altro e un altro ancora. E nel tempo le cose si chiariranno. Ma noi dimentichiamo che la vita è come un seme che si sviluppa nel tempo: Giovanni e Andrea non sapevano dove Gesù li avrebbe portati, ma non hanno potuto resistere al desiderio di andare a cercarLo il giorno dopo. In quel primo incontro avevano percepito qualcosa di eccezionale, per cui era ragionevole seguire Gesù; aderendo a quello che avevano visto, camminando con Lui, nel tempo, si è chiarito tutto.

A ogni passo verso la Madonna Nera, nel sessantesimo dell’inizio del movimento e a dieci anni dalla nascita al Cielo di don Giussani, domandate per voi stessi, per me e per tutti i nostri amici sparsi nel mondo di vivere il nostro carisma secondo quanto ci ha chiesto papa Francesco: come la modalità con cui Cristo ci invita a seguirLo oggi, riconoscendo che Lui è il centro. Pregando per il Papa, chiedete di essere così semplici da seguirlo affettivamente ed effettivamente.

Insieme a voi nel cammino,
Julián Carrón

http://it.clonline.org/testi-julian-carron/default.asp?id=559&id_n=21633