Un avvenimento che dia senso al vivere

“Verso le periferie del mondo e dell’esistenza. Il destino non ha lasciato solo l’uomo”. È il titolo del prossimo Meeting di Rimini. Un titolo che rimanda all’insistenza di papa Francesco affinché la Chiesa esca dal proprio recinto per andare a raggiungere le “periferie esistenziali”, a portare la novità del fatto cristiano. Ma dove sono queste periferie? Nel Terzo mondo? Nelle periferie povere delle grandi città industrializzate? Comunque “altrove” rispetto a dove sono io?

Nel pensare a qualche film attraverso cui documentare questi luoghi, sono tornati alla mente i protagonisti di cinque capolavori firmati dai grandi registi del nostro Paese che hanno fatto la storia del cinema italiano, personaggi che si sono impressi indelebilmente nella memoria. Cosa hanno a che fare queste figure con le “periferie esistenziali”?

C’è Vittorio, un sottoproletario che sopravvive nelle periferie di una Roma bollente e immobile, in cui nulla sembra dover accadere. «Accattone», lo chiamano gli altri. Vittorio si fa mantenere da una prostituta, ma quando incontra Stella se ne innamora, e per lei è disposto a cambiare vita. Ma il suo destino sembra essere solo quello della delinquenza (Accattone, Pier Paolo Pasolini).

C’è poi Guido, un regista di fama mondiale che sta preparando il prossimo film quando viene colto da una profonda crisi creativa ed esistenziale che lo blocca. Decide, così, di mettere in scena il bilancio della propria esistenza, per cercare di riordinare e dare un senso a una vita così ricca di successo, eppure così povera di qualcosa a cui lui stesso non riesce a dare nome. Qualcosa che evidentemente sarebbe dovuto essere la cosa più importante dei suoi giorni (8½, Federico Fellini).

Ci sono Katherine ed Alex, una coppia inglese in vacanza a Napoli. In piena crisi coniugale, ormai estranei l’uno all’altra, visitano per conto proprio la città, fino a ritrovarsi nel mezzo della folla durante una processione. Si abbracciano, ma solo come chi si stringe al vicino per non sentire troppo la solitudine che alberga nel proprio cuore (Viaggio in Italia, Roberto Rossellini).

C’è Aldo, che convive con Irma e insieme hanno avuto una figlia. Irma ora non lo ama più, così Aldo prende la piccola e parte alla ricerca di una nuova vita. Altre donne lo attraggono, ma la presenza della bambina gli è di ostacolo per iniziare nuove storie. La rimanda dalla madre. Ma si accorge che in questo mondo non ci sarà mai spazio per la sua felicità, così decide di porre fine a questo vagabondaggio proprio davanti all’impotente Irma (Il grido, Michelangelo Antonioni).

E infine c’è Mario, giovane impiegato di Livorno, alla ricerca di qualcosa di straordinario che gli sconvolga la vita. Una notte incontra Natalia, una bionda e gracile ragazza che attende il ritorno del suo innamorato dopo un anno dal loro ultimo incontro. Quando Mario si innamora di lei, la ragazza gli dice che vuole restare fedele alla promessa fatta di aspettarlo. Il giorno dell’appuntamento il suo uomo però non si presenta: Natalia si arrende e promette a Mario di imparare, col tempo, ad amarlo. Ma quell’uomo ritorna e Natalia se ne va felice con lui, lasciando Mario nuovamente solo nelle notti della città (Le notti bianche, Luchino Visconti).

Cinque storie diverse, cinque pellicole importanti della storia del nostro cinema. Storie fatte di successi effimeri e fallimenti, ma un’unica solitudine che domanda un avvenimento in grado da dar un senso al vivere. «Queste sono vere periferie esistenziali, dove Dio non c’è», ha detto Papa Francesco (4 ottobre 2013). Perché quando Dio non c’è la vita diventa triste, se non disperata. Quella tristezza e quella disperazione che sembrano nascere dai piccoli o grandi fallimenti, dalle delusioni e dai problemi, in realtà hanno una radice più profonda: nascono dal non sapere o, peggio, dall’aver dimenticato di essere già voluti da Qualcuno che ci sta amando ora di un amore più grande.

Viaggio in Italia di Roberto Rossellini (IT/FR 1954) – Flamingo Video
Il grido di Michelangelo Antonioni (IT 1957) – Medusa Video
Le notti bianche di Luchino Visconti (IT/FR 1957) – Cristaldi Film
Accattone di Pier Paolo Pasolini (IT 1961) – Medusa Video
8½ di Federico Fellini (IT/FR 1963) – Mustang Entertainment

 

http://www.tracce.it/default.asp?id=330&id_n=42568

Specchio di noi stessi

Zalone sbanca. Perché? Ci sono molti motivi. Ma uno è il fondamentale: perché ha coraggio. Può sembrare banale, ma non lo è. Abbiamo avuto molti comici e autori di commedie bravi ad andare nel verso della corrente. Bravi nel sottomettere il loro talento a facili battaglie di costume o politiche. Anche a molti di loro è andata bene. Hanno avuto successo e soldi. Ma Checco Zalone sbanca. Perché ha avuto il coraggio di non andare solo nel verso della corrente. Ha preso di mira nella sua carriera di uomo di commedia luoghi comuni e stereotipi inattaccabili.Senza abbassarsi mai a banale trivialità, ha finora costruito personaggi buffi e umanissimi (come siamo un po’ tutti), che hanno a cuore le preoccupazioni manifeste e segrete di tante persone comuni (come nel suo ultimo film Sole a catinelle, i figli, l’amore, come cavarsela con la crisi…), quelle preoccupazioni che spesso gli esponenti della cultura dominante non considerano o leggono con schemi vecchi e parziali. In una sorta di facile e banale sentimento antipopolare.

Certo, di fronte all’evento Zalone qualcuno può rammaricarsi che ormai il cinema risponda quasi esclusivamente a una domanda di intrattenimento, e che dunque funzionino al botteghino quasi solo film di “svago” o di effetti speciali. A dire il vero, già qualcuno come il maestro del cinema Andrej Tarkovskij (dunque non un autore di commedie leggere) aveva letto la storia del cinema come una “possibilità mancata”, a causa di certe scelte fatte fin dagli esordi, dopo la scoperta dei fratelli Lumière.

Fin dall’inizio infatti, secondo Tarkovskij, il cinema aveva scelto il business e si era proposto al grande pubblico come forma di intrattenimento e non come nuova forma d’arte che lavora sulle immagini e sul tempo. Dunque, che a sbancare siano film indirizzati verso l’intrattenimento non deve stupire, e non è certo una colpa di Zalone. Resta il fatto che dopo il fenomeno Benigni – capace con il suo Dante di far ridere, pensare e commuovere – ora un altro uomo che viene dalla commedia e dal comico offre agli italiani lo specchio dove guardarsi meglio, ridendo e pensando su se stessi.

Da sempre gli italiani sono maestri nella commedia. Leggere in questo un segno di superficialità è da babbei noiosi e annoiati. Si tratta di una virtù che risale a radici culturali letterarie precise. Basterebbe andare a Plauto. Ma anche Dante, mistico e popolare, come tanti altri sapeva tratteggiare in poche parole il carattere di un personaggio, e questo, per varie strade si è ereditato nella capacità dei migliori talenti drammatici e comici (da De Filippo a Sordi a Jannacci) di offrirci quel che siamo attraverso personaggi ben caratterizzati e memorabili.

Il successo di Zalone, in un film che pone al centro la drammaticità e il valore dei legami familiari, che ironizza su certa cultura contemporanea, che invita ad affrontare la crisi senza avvilimento, e che addirittura rende un omaggio alla sacralità della vita con linguaggio grottesco dinanzi alla seduzione dell’eutanasia, non è un caso. Non si tratta della genialata di un furbastro di successo, ma di una lettura in chiave comica di questioni che agitano gli strati diversi della nostra società.

Si tratta evidentemente di un lavoro di squadra, di regia e sceneggiatura, oltre che d’una prova d’attor comico. Tutti elementi accorti e appunto coraggiosi. Senza tale coraggio che consente di mettere a nudo atteggiamenti da benpensanti, che smitizza emblemi e luoghi comuni del potere e della moda, un comico semplicemente non esiste.

Può essere altro, magari un divertente tribuno, ma la commedia è un’altra cosa. In questi anni dove troppa comicità è servita da zerbino (o da quinta colonna) a lotte politiche, la comicità di Zalone, che peraltro non sfugge per nulla a tematiche civili serissime, indica però un livello più profondo e comune, un terreno per così dire più rischioso che quello offerto dalla scena politica: la vita della gente comune, il dramma dei sentimenti e degli affetti, la fatica del vivere e la ricerca di una positività ultima dell’esistenza.

Credo che tali elementi e tali problemi sia possibile renderli materia di commedia solo se un uomo li prende sul serio, per se stesso innanzitutto. Per questo non è una comicità che lascia uno strascico d’amarezza, se non in chi certi risultati al botteghino vorrebbe farli al suo posto.

Davide Rondoni