Fare il cristianesimo

 

Fernando De Haro

 

martedì 2 settembre 2014

Negli ultimi giorni del Meeting di Rimini è stato pubblicato un articolo interessante che riapre sulle caratteristiche che deve avere una presenza cristiana. Giuliano Ferrara, difensore dei valori “non negoziabili”, si è opposto a quel che ha detto uno degli ospiti del Meeting: Pierbattista Pizzaballa. Il Custode di Terra Santa, in uno degli interventi più profondi di Rimini, ha messo in luce i limiti delle iniziative che sono state avviate in Medio Oriente per salvare “il cristianesimo e la sua cultura”. Pizzaballa ha denunciato il fatto che ci sono molti stereotipi su quanto sta accadendo nella regione, attraversata non da una guerra di religione, ma da una lotta di potere che è in contraddizione con la storia di quei territori.

Il sacerdote francescano ha respinto la demonizzazione generica dell’islam, ha rivendicato il passato di convivenza tra le diverse confessioni – basata su un’identità esplicita e non censurata come avviene in Occidente – e ha detto che l’uso della forza va condizionato dalla presenza di una prospettiva di ricostruzione. Il Custode ha portato esempi di collaborazione tra cristiani e musulmani presenti in Siria. Tutto questo nasce, ha evidenziato, da uno “sguardo religioso redento”. Uno sguardo di cui tutti abbiamo bisogno.

Ferrara si è arrabbiato e ha bollato questo sguardo redento come qualcosa di storicamente irrilevante, come un’analisi spirituale che non ha nulla a che vedere con le sfide sociali. Per il direttore de Il Foglio, l’opzione laica, l’unica che ha valore, è quella che difende il cristianesimo, in questo caso con la forza e senza troppi complimenti. 

Il caso del Medio Oriente è emblematico per molte altre questioni e al Meeting di Rimini ci sono stati diversi esempi: il nichilismo europeo, i nuovi diritti, la costruzione della democrazia. Se il cristianesimo non è un’esperienza vincente, capace di sedurre le persone per il suo valore umano, di rispondere ai nichilisti europei o a chi cerca il paradiso nei nuovi diritti, resterà sempre sulla difensiva. Finirà sempre per difendere una fortezza assediata – un sistema, piuttosto che alcuni valori o una dottrina – che diviene inospitale per chiunque.

L’alternativa tra difendere il cristianesimo e “fare il cristianesimo” (un’espressione di Peguy) riguarda anche il modo di concepire la Chiesa. Lo ha chiarito un altro ospite del Meeting di quest’anno, il gesuita Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica e amico personale del Papa. Ha spiegato che ci sono due modi di intendere la Chiesa. Da una parte l’idea della Chiesa-faro, che in mezzo alla tempesta, immobile, proietta la sua luce e difende dei principi chiari.

Dall’altra l’idea di una Chiesa che si spande in numerose fiaccole e che porta la luce lì dov’è l’uomo e che lo accompagna persino quando naufraga. Questa è la Chiesa di Francesco (e anche di Benedetto XVI). È la Chiesa che non offre un sistema chiuso di valori o una dottrina come unica risposta, ma che si lascia provocare dalla realtà. Non si tratta di relativismo, ma è la conseguenza di concepire la verità come relazione.

Questo modo di intendere la Chiesa, ha suggerito Spadaro, è quello che aveva Luigi Giussani, fondatore di Comunione e liberazione. Papa Francesco, nel suo messaggio al Meeting di Rimini, ha invitato i suoi partecipanti a non difendersi dalla realtà, ma a viverla intensamente. Come raccomandava sempre Giussani.

 

 
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La moralità generata dal ” Risorto”

L’azienda internazionale di consulenza Bendixen & Amandi ha condotto un sondaggio tra i cattolici di dodici paesi diversi per conto dell’emittente americana di lingua spagnola Univision. I risultati sono stati diffusi a mezzo stampa dal Washington Post, da El Pais e da Repubblica, media partner della committenza. L’oggetto dell’indagine era il giudizio degli intervistati sulla morale cattolica e il gradimento di Papa Francesco. Il Papa ne esce fortissimo (con oltre l’80% di giudizi positivi) mentre la morale della Chiesa si ritrova sommersa dalla marea del dissenso (aborto, matrimoni gay, celibato dei sacerdoti, partecipazione ai sacramenti dei divorziati risposati appaiono come tabù che la famigerata “base” chiede al vertice di superare).

Si tratta sicuramente di uno strano sondaggio: strano per i media partner – giornali di matrice dichiaratamente progressista e storicamente avversi alla Chiesa di Roma -, strano per il criterio di analisi – le stesse domande fatte in paesi molto diversi per lingua, storia e tradizione -, strano per le domande poste – associare il gradimento del Pontefice alle valutazioni sulla morale significa infatti creare tra loro un legame simile a quello tra il leader di un governo e l’operato politico del proprio partito. Volendo tuttavia, molto benevolmente, soprassedere su queste stranezze restano sul tappeto almeno altre tre osservazioni che è utile condividere.

Anzitutto la considerazione, non nuova, della Chiesa come un soggetto politico mondano. Leggere ieri, sulle pagine del giornale fondato da Scalfari, i risultati del rilevamento faceva affiorare nella mia mente tutti gli anni in cui il giornale di Ezio Mauro ha tentato – molte volte con successo – di imporre la propria linea alla sinistra italiana: il Papa veniva surrettiziamente invitato a intraprendere una politica di reale rinnovamento dottrinale, con il neanche troppo velato avvertimento che la luna di miele tra Chiesa e stampa sarebbe continuata solo a condizione che la prima rispettasse le aspettative della seconda, cercando di riscuotere politicamente il supposto favore con cui i media progressisti dell’Occidente europeo hanno trattato il primo anno del pontificato di Francesco.

Nell’indebita azione di pressione veniva arruolato anche il famigerato questionario mandato in novembre dalla Santa Sede a tutte le diocesi italiane e che, come parroco, ho avuto occasione di affrontare e condividere con i miei collaboratori. A scanso di equivoci la Santa Sede non ha chiesto alla Chiesa “opinioni sulla dottrina”, ma ha semplicemente intrapreso un’operazione di ascolto autentico del vissuto di chi opera alle periferie: il Papa non ci ha chiesto cosa fare con i divorziati risposati o con i matrimoni omosessuali, ci ha semplicemente domandato cosa prevedono le leggi dei nostri paesi, come stanno e che cosa ci dicono coloro che vivono queste situazioni, come trattiamo le singole problematiche.

Il questionario, insomma, non era il conclamato referendum sulla famiglia di cui i giornali progressisti vanno cianciando, né l’impresentabile consultazione democratica denunciata da alcuni house organ del mondo conservatore, bensì la richiesta che qualunque padre di famiglia farebbe al proprio figlio nel caso in cui esso si trovasse ad affrontare problemi difficili o – comunque – molto complessi. Il Papa vuole conoscere e capire, ma – soprattutto – vuole portare tutto davanti a Cristo. Perché la Chiesa senza questo oggetto misterioso, “il Risorto”, non si capisce, si riduce, si manipola.

In effetti la seconda considerazione che volevo condividere riguarda proprio il modo con cui il mondo guarda alla morale della Chiesa. Fa impressione vedere contrapporsi due dialettiche mute e infeconde come quelle strettamente connesse al nominalismo o al modernismo. Infatti, da un lato la morale viene presentata come l’esito ineluttabile dei comandamenti del Signore per cui essa, in ultima analisi, sarebbe inemendabile proprio a causa dell’autorità divina che la supporta, dall’altro le prescrizioni dottrinali sono presentate come il frutto di un disegno di potere che la Chiesa tenterebbe di attuare sulla società fin dai tempi del Concilio di Trento, senza aver paura – per raggiungere i propri perversi scopi – nemmeno di praticare un’effettiva ingerenza spirituale sulle libere coscienze dei cittadini occidentali.

Entrambe queste visioni sono ovviamente stantie e limitate: la morale della Chiesa sorge dall’umanità ridestata in ogni uomo che effettivamente incontra Cristo. Certamente alcune parole provengono da Dio, altre sono frutto del tempo, ma il cuore della morale cattolica sgorga in ogni Io che diventa amico di Dio, al punto che molti convertiti non debbono neppure essere catechizzati sui principi della Tradizione, ma arrivano da se stessi a fare scelte – anche e soprattutto affettive – che la morale della Chiesa da secoli indica come “buone” per la felicità e il bene di ogni persona impegnata a vivere con piena umanità il proprio cammino nel tempo. Proprio per questo ciò che mi preoccupa davvero – in questo sondaggio dell’Univision – è che il sentire di molti cattolici risponde realmente a diversi risultati della consultazione. Ciò mi fa pensare che sia il momento, per tutti, di provare a recuperare il fondamento della morale nella Chiesa, ossia l’esperienza cristiana. Quello che manca al nostro popolo oggi è una coscienza genetica del cristianesimo, una coscienza inerente l’origine delle indicazioni morali, un’origine che non si trova nella cultura del tempo, e neppure nella cieca volontà di Dio, ma nel rapporto che ogni uomo incomincia ad avere con la realtà dopo aver incontrato il volto di Cristo.

Quando abbiamo fatto fuori la realtà e l’esperienza contemporanea dell’amicizia con Dio, lì abbiamo ucciso tutta la nostra tradizione occidentale. Lì, in quel preciso punto, abbiamo cominciato a smettere di essere cristiani per diventare, molto più banalmente, campioni d’indagine utili a una qualunque lobby in cerca soltanto di manipolare il mondo.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2014/2/10/IL-CASO-La-trappola-del-sondaggio-che-usa-i-cattolici-per-rottamare-la-Chiesa/print/465520/

All’altezza delle sfide

 

L’idea di questo libro nasce da una constatazione: oggi la Chiesa è accusata spesso di entrare “a gamba tesa” nei dibattiti politici ovvero nelle discussioni di tipo giuridico; da più parti si ritiene che le gerarchie cattoliche pretendano di dettare ex cathedra i contenuti del dibattito democratico, distorcendo, così, tale dibattito. Un’accusa del genere è fondata? Questa obiezione nasce dalla vera posizione della Chiesa sulle questioni politiche e giuridiche? Davvero il Papa e la Chiesa intendono entrare in questi dibattiti “dettando” ai politici ed alle istituzioni cosa dovrebbero dire o fare?
Così è nato il progetto che Marta Cartabia ed io abbiamo curato, quello cioè di raccogliere assieme e ripubblicare cinque grandi discorsi pubblici che il Papa emerito Benedetto XVI ha tenuto dinanzi ad istituzioni civili, politiche o accademiche (Regensburg, Westminster, Collège des Bernardins, Nazioni Unite e Bundestag); chiedendo poi ad un gruppo di autorevoli esperti nel campo delle scienze giuridiche e politiche, espressivi delle più diverse sensibilità religiose, geografiche, culturali, accademiche e istituzionali, di proporne un commento.
Il risultato è andato al di là delle più ottimistiche previsioni. I nomi che hanno accettato di partecipare sono davvero tra gli studiosi più autorevoli e chi vorrà acquistare il libro potrà scorrerne l’elenco completo.
Cattolici, ebrei, protestanti, musulmani, agnostici, tutti hanno accettato di paragonarsi con questo pensiero. Alcuni hanno posto domande o sollevato interrogativi, altri hanno sottolineato la fecondità della posizione della Chiesa soprattutto dinanzi alle sfide che vive la società umana contemporanea. Tutti, comunque, hanno accettato questo dialogo con il Papa emerito come un interlocutore all’altezza delle sfide e dei valori in gioco, rifiutando così la riduzione caricaturale cui molto spesso viene sottoposta la posizione del magistero cattolico.
Ma il punto più interessante è che questo dialogo sta proseguendo oltre le pagine del libro.

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Appartenere a Cristo

I TRE PILASTRI. Papa Francesco ha poi voluto illustrare che cosa sia questa “appartenenza”, questo  «sensus ecclesiae». Esso, ha spiegato, è «proprio il sentire, pensare, volere, dentro la Chiesa». Ci sono «tre pilastri di questo sentire». Il primo è «l’umiltà», perché innanzitutto occorre essere consapevoli di essere «inseriti in una comunità come una grazia grande»: «La storia di salvezza non è incominciata con me e non finirà quando io muoio. La storia della Chiesa incominciò prima di noi e continuerà dopo di noi. Umiltà: siamo una piccola parte di un grande popolo, che va sulla strada del Signore».
Il secondo pilastro è la fedeltà, «che va collegata all’ubbidienza»: «Fedeltà alla Chiesa; fedeltà al suo insegnamento; fedeltà al Credo; fedeltà alla dottrina. Anche Paolo VI ci ricordava che noi riceviamo il messaggio del Vangelo come un dono e dobbiamo trasmetterlo come un dono, ma non come una cosa nostra: è un dono ricevuto che diamo. E in questa trasmissione essere fedeli. Perché noi abbiamo ricevuto e dobbiamo dare un Vangelo che non è nostro, che è di Gesù, e non dobbiamo – diceva Lui – diventare padroni del Vangelo, padroni della dottrina ricevuta, per utilizzarla a nostro piacere».
Il terzo pilastro è «pregare per la Chiesa». «Preghiamo per la Chiesa? – ha chiesto ai fedeli -. Nella Messa tutti i giorni, ma a casa nostra, no? Quando facciamo le nostre preghiere? Che il Signore ci aiuti ad andare su questa strada per approfondire la nostra appartenenza alla Chiesa e il nostro sentire con la Chiesa».

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