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L’avventura di un padre è l’avventura di un figlio. Nel giorno del compleanno di mio figlio, 5 settembre.

Oggi è l’anniversario della morte dello scrittore francese Charles Péguy (Orléans, 7 gennaio 1873 – Villeroy, 5 settembre 1914), cui l’ultimo Meeting di Rimini ha dedicato un’importante mostra e un’intervista al filosofo francese Alain Finkielkraut
Qui di seguito vi proponiamo la lettura di un brano appartenente a Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale, dedicata al padre, il vero avventuriero.

C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moder­no: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventu­rieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Non corrono assolutamente alcun perico­lo, al suo confronto. Tutto nel mondo moderno, e so­prattutto il disprezzo, è organizzato contro lo stolto, contro l’imprudente, contro il temerario,

Chi sarà tanto prode, o tanto temerario?

Contro lo sregolato, contro l’audace, contro l’uomo che ha tale audacia, avere moglie e bambini, contro l’uomo che osa fondare una famiglia. Tutto è contro di lui. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Tutto si rivolta e congiura contro di lui. Gli uomini, i fatti; l’accadere, la società; tutto il congegno automatico delle leggi economiche. E infine il resto. Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia; e di conse­guenza contro la famiglia stessa, contro la vita di fami­glia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. Perché gli altri, al maximum, vi sono coinvolti solo con la testa, che non è niente. Lui invece ci è coinvolto con tutte le sue membra. Gli altri, al maximum, si giocano solo la loro testa, il che non è niente. Lui invece mette in gioco tutte le membra. Gli altri soffrono solo per se stessi. Ipsi. Al primo grado. Lui solo soffre per altri. Alii patitur. Al secondo, al ven­tesimo grado. Fa soffrire altri, ne è responsabile. Lui solo ha degli ostaggi, la moglie, il bambino, e la malattia e la morte possono colpirlo in tutte le sue membra. Gli altri navigano a secco di vele. Lui solo, qualunque sia la forza del vento, è obbligato a navigare a piene vele. Tutti hanno vantaggio su di lui e lui non ha vantaggio su nes­suno. Si muove continuamente con i suoi ostaggi, in lungo e in largo tra quei terribili fortunali. Le cose che accadono, i guai, la malattia, la morte, tutto ciò che accade, tutti i guai hanno vantaggio su di lui, sempre; è sempre esposto a tutto, in pieno, di fronte, perché navi­ga su una larghezza immensa. Gli altri scantonano. So­no corsari. Sono a secco di vele.

Ma lui, che naviga, che è obbligato a governare la nave su questa rotta immen­samente larga, lui solo non può assolutamente passare senza che la fatalità si accorga di lui. E allora è lui che è coin­volto nel mondo, e lui solo. Tutti gli altri possono infi­schiarsene. Lui solo paga per tutti. Capo e padre di ostaggi, anche lui stesso è sempre ostaggio. Che impor­ta agli altri di guerre e rivoluzioni, guerre civili e guer­re straniere, l’avvenire di una società, ciò che accade alla città, la decadenza di tutto un popolo. Non rischia­no mai altro che la testa. Niente, meno di niente. Lui invece non solo è coinvolto dappertutto nella città pre­sente. Dalla famiglia, dalla sua razza, dalla sua discen­denza da quei bambini è coinvolto dappertutto nella citta futura, nello sviluppo ulteriore, in tutto il tempo­rale accadere della città. Si gioca la razza, si gioca il popolo, si gioca la società, mette come posta la società. Si gioca (tutta) la città, presente, passata, a venire. Tale è la sua posta in gioco. Gli altri scantonano sempre. Sono carene leggere, sotti­li come lame di coltello. Lui è la nave grossa, pesante bastimento da carico. È il luogo d’appuntamento di tutte le tempeste. Tutti i venti del cielo congiurano e si mettono d’accordo, si abbattono da tutti gli angoli del cielo, accorrono e si intersecano da tutti i punti del­l’orizzonte per assalirlo. Lui scopre alla sorte, alla for­tuna, alla sfortuna che vigila, alla fatalità una larghezza (di spalle) (su cui abbattersi), una superficie, un vo­lume incredibile. Non è coinvolto solo nella cit­tà presente.

È coinvolto dappertutto nell’avvenire del mondo. E anche in tutto il passato, nella memoria, in tutta la storia. È assalito dagli scrupoli, straziato dai rimorsi, a priori, (di sapere) in che città di domani, in quale ulteriore società, in quale dissoluzione di tutta una società, in quale miserabile città, in quale deca­denza, in quale decadenza di tutto un popolo lasceran­no, consegneranno, domani, stanno per lasciare, entro qualche anno, il giorno della morte, quei bambini di cui i padri  si sentono così pienamente, così assoluta­mente responsabili, di cui sono temporalmente i pieni autori. Quindi per loro nulla è indifferente. Niente di quello che succede, niente di storico è per loro indiffe­rente. Soffrono di tutto. Soffrono dappertutto. Solo loro hanno esaurito la sofferenza temporale, tutto il dolore di chi vive nel tempo. Chi non ha mai avuto un bam­bino malato non sa cosa sia la malattia. Chi non ha perso un bambino, chi non ha visto morto il suo bambino non sa cosa sia il dolore. E non sa cosa sia la morte. E, coinvolti da ogni parte nelle sof­ferenze, nelle miserie, in tutte le responsabilità, sono tutti  ingolfati nell’esistenza, sono pesanti e impacciati, sono goffi, impediti nelle manovre; sembrano deboli e vili; non solo lo sembrano; sono deboli, sono vili, sono codardi. Nella manovra. Capi responsabili e appesanti­ti, carichi e responsabili di una banda di prigionieri, prigionieri essi stessi, carichi, responsabili di una banda di ostaggi, ostaggi essi stessi, non fanno un passo che non sia vigliacco, sembrano, sono circospetti, sono prudenti, non fanno una mossa che non sia sconcertante. E tutti li disprez­zano e, quel che è peggio, hanno ragione a disprezzarli. Gli altri scantonano sempre. Non hanno bagagli. Vili, scantonano con districamenti politici. Coraggiosi scan­tonano con districamenti eroici, con districamenti d’au­dacia. Temporali, scantonano verso la carriera e le domi­nazioni temporali. Spirituali, scantonano, si defilano verso le osservanze della regola. Storici, scantonano verso le carriere della gloria. Riescono sempre, sia nella regola, sia nel secolo.

II padre di famiglia è solo, e condannato a non riuscire affatto. Non può mai scanto­nare. Deve sempre passare in tutta la sua larghezza. Ed è molto semplice, non ci passa. Non ci passa mai. Non passa da nessuna parte. Non riesce né nella regola né nel secolo. Non riesce nella regola, la regola si oppone. Prima di cominciare. Non riesce nel secolo. Il secolo si oppone prima, durante, dopo. Non riesce nella poli­tica e non riesce nell’audacia… È troppo grosso. Ha tutta la famiglia attorno al corpo. È come la donnola di La Fontaine, ma dopo che è ingrassata. Ha socialmente un grasso, un tessuto adiposo sociale, che lo rende inadatto alla corsa. Ora, temporalmente tutto non è altro che corsa, non è altro che concorso e con­correnza. Gli altri corrono, intanto, gli altri arrivano, quelli magri, fini, sottili, socialmente scarichi, sgombri di bagagli. Così tutti lo disprezzano; in sua presenza, tra di loro, lo schermi­scono; sordamente, involontariamente congiurano con­tro di lui. Più di tutti gli altri, lo disprezzano i preti. Perché hanno questo (di bello), quando si accaniscono su qualcuno, ci si riaccaniscono di preferenza. Prefe­renzialmente. E quello che chiamano la carità.

Bisogna sottolineare attentamente che la vita di famiglia è la vita più impegnata nel secolo, la vita meno conforme, la meno simpatica, la meno affine alla regola. Vuol dire lasciarsi prendere, lasciarsi ab­bindolare dalle apparenze più grossolane, commettere l’errore più smaccato, e anche naturalmente il più co­mune, l’errore più frequente, quello di dire che la vita pubblica è vivace, e la vita di famiglia è silen­ziosa, e la regola, la vita regolare è anche lei silenziosa; e quindi la vita pubblica è non ritirata, e la vita di fa­miglia è ritirata, e la regola, la vita regolare è anche lei ritirata; e concluderne, credere, che sia la vita di famiglia che è vicina alla vita di regola, apparentata alla vita di regola, e che sia la vita pubblica che se ne è allontanata. Questo è lasciarsi prendere dalle più grossolane apparenze. È diame­tralmente il contrario.

La vita di famiglia è agli antipodi della vita della regola. Nessun uomo al mondo è coin­volto nel mondo, nella storia e nel destino del mon­do quanto l’uomo di famiglia, tanto quanto il padre di famiglia, così pienamente, così carnalmente. L’uomo pubblico invece, il vir politicus, non è affatto coinvolto nel mondo, non è affatto coinvolto nella storia e nel destino del mondo. Cosa importa all’uomo politico, al demagogo, al tribuno, all’oratore, al legislatore, all’eloquente, anche all’uomo politico serio, all’uomo pubblico, all’uomo di Stato, all’uomo di governo, (e a maggior ragione) al capo di partito (come tali), cosa importa al militare e al giudice, al generale e al presidente di corte e al presidente di camera, (come tali, come tali), che importa come tali al funzionario e al magistrato, al generale, al deputato, al senatore, al giornalista, al pubblici­sta, all’esattore, e all’usciere del ministero, cosa importa al signor sindaco; cosa importa come tale a ogni uomo pubbli­co delle sorti della città presente, le sorti ulteriori, la destinazione e il destino; cosa gli importa di cosa sarà di questo popolo, cosa faremo di questo popolo; vi sono coinvolti solo con la testa e qualcuno con la gloria; al massimo con l’onore, quando ne hanno: niente, meno di niente. Non ci rischiano che la testa, al più, al maximum; al meno, di solito l’avanzamento, la carriera, al più del meno l’apice; miserie. Gloria tem­porale, onore temporale; niente, meno di niente. Avan­zamento temporale, carriera temporale, apice temporale, testa temporale; miserie. E le gioie e le miserie del dominio. E le gioie e le miserie del denaro. Ecco tutto quello che si giocano. Come tali. Se intanto, se insieme sono padri di famiglia, cosa estremamente rara, l’ope­razione è tutta diversa, il comportamento e l’azione pubblica è tutta diversa, tutta diversa la situazione anche per così dire topografica, geografica, demogra­fica. Cosa importa loro, come tali, una rivoluzione, una guerra civile o straniera, un sabotaggio di tutto un po­polo. Una diminuzione, una decrescita; una perdita, forse irrimediabile; una decadenza, forse irreparabile, irrevocabile. Tutt’al più si giocano, nel temporale, una gloria del loro nome, la gloria, ulteriore, l’onore o il discredito sul loro nome. Di solito questo tipo di con­siderazione li lascia abbastanza freddi. Sono abba­stanza poco sensibili a considerazioni di questo tipo. Di solito.

Solo il padre di famiglia mette in gioco, rischia, impegna infinitamente di più nella destinazione del mondo, nel secolo, nella destinazione di tutto un popolo; nel futuro di una razza. Nel destino di tutto questo popolo, nell’avvenire di questa razza impegna tutto, mette tutto, la sua carne e di più; si gioca la razza, si gioca davvero il popolo, si gioca la sua discendenza. II solo padre di famiglia, il padre di famiglia da solo. Ed è un pover’uomo. Tormentato da scrupoli, assalito, invaso, tormentato da rimorsi, per crimini che non ha affatto commesso, che non commetterà mai, che altri mille, che tutti gli altri commetteranno, sente oscura­mente, molto profondamente, che è lui, in effetti, che è lui davvero il responsabile. Perché è padre di famiglia. È uno dei casi più significativi che ci siano di responsa­bilità senza colpa, di colpevolezza senza colpa. Eppure di responsabilità reale, di colpevolezza reale; comune; misteriosa; di fatalità, anche; infinitamente più profonda; segreta; in comunità, in comunione; con la crea­zione con (tutto) il mondo; infinitamente più grave delle nostre proprie responsabilità, personali, particola­ri, limitate, note, individuali e collettive; infinitamente più profonda; infinitamente più vicina alla creazione stessa; e quasi (oscuramente ce ne accorgiamo), quasi infinitamente più giusta, attinente alla creazio­ne stessa, al mistero, al segreto della creazione; una col­pevolezza, allora, infinitamente più seria delle nostre colpevolezze propriamente criminali.

Per il padre di famiglia (questo è lo stato, costante, uno stato situazionale; è la sua stessa patente, la sua condizione ab urbe condita, una volta fondata la famiglia. È la sua stessa definizione, il pane di tutti i (suoi) giorni, il cruccio delle sue notti. È il midol­lo, stesso, della sua vita, il segreto della sua esistenza, la sua regola interiore, la sua regola esteriore, la regola del suo secolo, la sua regola di secolo. Ed è un pover’uomo; innocente criminale; innocente responsabile; innocente colpevole; innocente assalito da scrupoli; innocente tormentato dai rimorsi; legato, incatenato da ogni parte, mani, piedi, da tutti i lacci, da tutte le catene, è lui, amico mio, è lui, e lui solo, che ha le relazioni peri­colose; confuso, prigioniero, ostaggio, manette alle ma­ni, ganasce ai piedi, capo, responsabile dei prigionieri, capo, responsabile degli ostaggi, fa pena, è esposto a tutto, ai quodlibet, alle ingiurie, al peggio di tutto: a una sorta di riprovazione, di malevolenza universale, di presa in giro, di tacita ingiuria, (peggiore, infinitamen­te più grave di quella formale), perché se è così tacita, se può essere così sottintesa, come se andasse da sé, per così dire; non vale la pena di parlarne, perché tutti lo sanno bene; è una cosa intesa, senza che ci si pensi, una cosa alla quale tutti consentono, a cui tutti danno la mano. È infinitamente peggio di una cosa infinitamen­te concertata, che una cosa universalmente concertata. È una cosa universalmente non concertata. Così è infi­nitamente meno demolibile. Una cosa che va da sé. Che si sappia. Allora tutti ci calpestano sopra.

Allora, rin­galluzzito, anche il prete ci calpesta sopra. Clericus. Il sacerdote se ne accorge bene, un istinto di casta lo av­verte, uno degli avvertimenti, uno degli istinti più si­curi, uno degli istinti più infallibili, un segreto orgo­glio infallibile lo avverte che è lui il nemico, il più lontano, il più straniero, che l’uomo di famiglia, che il padre di famiglia è l’uomo più lontano dalla regola e dalla clericatura, l’uomo del mondo più coinvolto nel mondo, un istinto segreto lo avverte che lui è infinita­mente più vicino al pubblico peccatore; e reciproca­mente; che il tribuno, l’oratore, l’eloquente, l’uomo della tribuna è infinitamente più vicino all’uomo del pulpito, infinitamente più imparentato all’uomo del pulpito, che l’uomo del meeting, della pubblica riunio­ne è infinitamente più vicino all’uomo della predica e all’uomo del sermone; più pronto, per l’uno e per l’al­tro, sia per diventarlo, sia per subirne l’effetto, sia insie­me l’uno e l’altro, che sono dello stesso genere, che si passa comodamente e quasi continuamente dall’uno all’altro, che c’è tra loro un’intesa, interna, un accordo segreto, una somiglianza, almeno di modo, e in più che appartengono allo stesso mondo; e per la regola che il celibe, l’uomo libero, il non prigioniero, il non ostag­gio, lo slegato, il non legato, l’inlegato, il mai legato, lo scantonatore, il pié leggero, il corridore, il bombarolo, il festaiolo, l’uomo all’erta è infinitamente più vicino; e più pronto, più disponibile; che lui piace di più; che con lui ci si capirà meglio, ci si intenderà sempre. E poi è lui che è un personaggio gradevole. Il padre di fami­glia è un povero essere. Tirar su solo tre bambini, pensa un po’. Che grottesco, che ridicolo. Tutte le forze della società sono congiurate, si congiurano contro una cosa del genere. Ora, il sacerdote è una forza della società, fa parte delle forze della società. Allora tutti calpestano il padre di famiglia. Allora il sacerdote, ardi­to, lo calpesta. Non ha che indulgenza, e che indulgenze, per tutti gli altri. Si crede di solito che il celibe, l’uomo senza famiglia è un uomo di fortuna(e), un avven­turiero, che vive di avventure.

Invece è l’uomo di fami­glia che è un avventuriero, che vive non solo alcune avventure, ma una sola, una grande, un’immensa, una totale avventura; l’avventura più terribile, la più costan­temente tragica; la cui vita stessa è un’avventura, il tes­suto stesso della vita, la trama e l’ordito, il pane quoti­diano. Ecco l’avventuriero, il vero, il reale avventuriero.

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La libera fioritura dalla terra della nostra esperienza vissuta

 

Costantino Esposito

 

domenica 24 agosto 2014

Il pensiero di Charles Péguy costituisce uno tra i contributi più originali e rilevanti – anche se ancora in gran parte nascosto – alla filosofia del Novecento. La cosa può sembrare paradossale, se si pensa alla sua accesa polemica contro il partito degli intellettuali di professione, e la sua insofferenza ai principi astratti che pretendono di imbrigliare l’imprevedibilità della vita e la sorpresa degli eventi. Ma a ben guardare è proprio questa attitudine anti-accademica e anticlericale – di qualunque clero si tratti, quello della neo-scolastica o dello spiritualismo cattolico o del materialismo positivista – a rendere più interessante e decisivo quel contributo. Sin dall’inizio Péguy si augurava di «mantenere la giovinezza del suo appetito metafisico», quella fame dell’essere e quella sete del senso delle cose che nasce dall’impatto con il reale. Perché il reale non “è” mai semplicemente lì “fuori” di noi (ma neanche semplicemente qui “dentro” di noi), come qualcosa di già-fatto, ma appunto accade: il suo essere è dell’ordine della storia, e il suo senso ha la dimensione del tempo. La realtà è qualcosa che “si dà” a qualcuno, un evento che chiede il nostro libero sguardo per mostrare il suo senso – anzi, il suo stesso essere. 

Questo porta a due conseguenze speculari: da un lato noi non possiamo mai presumere di cogliere e conoscere la realtà del mondo una volta per tutte, perché questo è possibile solo quando misuriamo le cose con i nostri schemi a priori (come voleva il positivismo); ma ogni “scienza” esatta deve sempre fare i conti con gli eventi individuali e irripetibili dell’esperienza. Perché ogni volta che la realtà riaccade si fa esperienza – in un tempo e in uno spazio determinati – del suo senso, e questa scoperta ci permette di scoprire tutta la potenza inesauribile dell’essere. Ma specularmente, quando parliamo del senso del mondo e del valore dell’uomo non possiamo più intenderli come una costellazione di principi che ci guardino dal cielo, ma come la libera fioritura dalla terra della nostra esperienza vissuta. Lo “spirituale” (per usare i termini di Péguy) o è “carnale” o non è; e la carne dell’esperienza o porta in sé e manifesta da sé la sua verità o resta un dato inerte, anaffettivo. Ma questo sta a dire che solo la libertà può riconoscere l’essere, il senso ed i valori.

La grazia dell’esser cristiani (che a un certo punto della sua vita Péguy riconosce come l’inevitabile origine del suo sguardo e del suo cammino) è ciò che rivela la legge immanente alla natura dell’essere, cioè il suo esser-avvenimento (come ha richiamato acutamente Alain Finkielkraut). È grazie all’esperienza del cristianesimo che la grande scoperta greca della meraviglia per la presenza degli enti può attraversare tutto il dramma della modernità e riaffermarsi dentro quest’ultima, affrancandosi dalle sue riduzioni ma anche rilanciando la scoperta moderna della libertà da cui la stessa grazia alla fine misteriosamente dipende. 

Péguy intuisce il problema dell'”essere” come “storia”, con una chiarezza, una drammaticità e una passione che è propria solo di alcuni grandi pensatori del Novecento, come Henri Bergson, Edmund Husserl o Martin Heidegger. Con questi pensatori – pur in tutta la diversità delle loro prospettive – Péguy condivide la serietà con cui prende in considerazione il lavoro del pensiero, quel lavoro sui generis che è il pensiero. E quello di Péguy può ben essere considerato esso stesso come un pensiero al lavoro. Tanto più lavoro, quanto più netto è il giudizio di Péguy sul fatto che la nostra mente non può “produrre” la realtà, ma può solo farsene raggiungere, può accoglierla, può finalmente ri-conoscerla. Ma, appunto, questa “passività” originaria e permanente non solo non ci esime dalla fatica del riconoscimento (verrebbe da dire, con Hegel, dalla “fatica del concetto”), ma anzi è ciò che inaugura il vero lavoro del pensiero. 

Non si tratta dunque della mera rivendicazione della “realtà” rispetto alla ragione umana, ma della messa a fuoco dell’incontro originario tra le due. Il nome di questo incontro è avvenimento, un dato in cui è già in gioco, è già implicato e all’opera il pensiero. 

Nell’ultimo suo scritto, pubblicato postumo, la Nota congiunta su Cartesio e la filosofia cartesiana, Péguy descrive la passeggiata di due amici filosofi (Julien Benda e lui stesso): «e di che mai parleranno di più pressante» – egli osserva – «se non del problema dell’essere?». Entrambi sono legati da una reciproca complicità per il fatto che «sanno dell’incomparabile dignità del pensiero e, a dispetto di tutto il resto del mondo, a dispetto di tutti i barbari, sanno che non vi è niente di più grave e di più serio del pensiero». Ma il pensiero umano per Péguy non è un’attività astratta del soggetto, bensì la sua apertura più propria, il suo stesso “stare” al mondo. Può meravigliare coloro che sono stati pigramente abituati ad annoverare Péguy tra gli autori “antimoderni” (cioè anti-illuministi, nazionalisti, vitalisti, irrazionalisti ecc.), la stima che egli nutre per la filosofia di Cartesio. Una stima critica, certo, perché Cartesio ha creduto illusoriamente di poter dedurre tutta la realtà dai principi a priori della mente umana; ma appunto per Péguy Cartesio nel far questo ha contraddetto, tradito, negato la sua stessa scoperta: che la conoscenza dell’essere avviene sempre grazie ad un “metodo”, e che questo metodo è la stessa via dell’esperienza. Il nostro pensiero è più grande delle nostre deduzioni, dei nostri meccanismi di controllo, delle nostre formalizzazioni: esso è una vita, una storia esso stesso, il luogo in cui l’essere si fa finalmente presente.

Riprendendo una felice intuizione di Hans Urs von Balthasar possiamo dire che Péguy non è mai stato tentato di innalzare dei bastioni contro il mondo moderno (come ad esempio aveva fatto Kierkegaard nei confronti di Hegel), ma «si trasferisce subito nel cuore della posizione anticristiana dell’hegelismo estremo di sinistra [quello che confluirà nella tradizione socialista abbracciata inizialmente dallo stesso Péguy] per poterlo riportare tutto intero a casa, o meglio per potervi intessere dall’interno il bozzolo cristiano». Ecco, con Péguy è come se il moderno trovasse infine la sua propria casa.

 

Solo il sensibile lo tocca

Per Ungaretti il suo stile assomiglia a un sotterraneo moltiplicarsi di radici; per il contemporaneo e acerrimo nemico Fernand Laudet era invece un martellare insistente e fastidioso basato su un’imbarazzante eterogeneità di fonti; per un fine lettore come Maurice Blanchot, allitterazioni e anafore costituiscono invece la segreta ricchezza di un testo traboccante di un’attesa ostinata, animato da un conflitto costante fra tensione poetica, vis polemica, lessico popolare e latinismi raffinati, una lotta continua contro l’indurimento interiore dell’abitudine fissata in frammenti taglienti e incisivi come aforismi. 

Colpisce sempre, negli ammiratori come anche negli appassionati detrattori di Péguy, la diversità di motivazioni, di temperamento, di cultura, di aspettative e chiavi di lettura. Solitamente si apre un libro di Péguy per il suo inconfondibile stile letterario; perché, come ha scritto il cardinale Roger Etchegaray (da sempre estimatore del suo «anticlericalismo di buona lega»), il ritmo cadenzato dei suoi alessandrini dice sempre «cose profonde e semplici, che vi accompagnano per sempre nella vita, al ritmo del passo di un soldato di fanteria infaticabile». Il contenuto del testo, però, è stato spesso frainteso o dimenticato, proprio perché non incasellabile in nessuna categoria.

«Solo il sensibile lo tocca» diceva di lui Jacques Maritain non rendendosi forse conto di nascondere dietro a una critica il più lusinghiero dei complimenti per lo scrittore di Orléans. Parole che suonano come un potente antiveleno per l’uomo postmoderno, che tende a vedere il mondo come pura e semplice disponibilità e a passeggiare nel giardino della storia senza confrontarsi davvero con niente, “turista per caso” dello spazio e del tempo senza altro orizzonte che se stesso, nella liquida, «incurabile viltà del mondo contemporaneo, per cui osiamo dir tutto all’uomo, tranne ciò che gli interessa» (Notre jeunesse, 1910).

A Péguy il Meeting di Rimini dedicherà (dal 24 al 30 agosto) la mostra «Storia di un’anima carnale», mentre il Centro Culturale di Milano gli ha reso omaggio con un e-book — Non ti ho ancora detto tutto, a cura di Giampaolo Pignatari (Firenze, Sef, 2014) — che raccoglie testi tradotti e inediti e foto d’epoca, tra cui un saggio di Hans Urs von Balthasar, secondo cui “non si è mai parlato così cristiano” come nelle opere dello scrittore di Orléans.

di Silvia Guidi

 

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La pedalata di un ragazzo innamorato

 

 

 

Su di lui in tanti hanno cambiato idea. E la stanno cambiando. Ad esempio Carlo Bo, autorevole critico letterario Italiano, voce cattolica tra le più ascoltate in ambiente laico, dopo aver ritenuto poco importante Péguy, in un saggio scritto in età avanzata si accorse di essersi sbagliato. Tardi ma almeno lui, sincero, lo scrisse. Molti no. E ancora fanno finta che non esista. In quanti corsi di francesistica in Italia ( ma anche a Parigi) si sosta intorno al nome di Péguy? Non ha fortuna tra quelle che lui chiamava ‘le schede’ dei professori. Ma la gente che lo ascolta rimane tutta segnata.

Charles Péguy è una strana dinamo di bicicletta. È insomma qualcosa di simile a quel marchingegno che ancora si usa e che, al muoversi delle ruote e per attrito produce energia per illuminare la strada.
La sua poesia e la sua figura sono così. Una dinamo da bicicletta. O forse una pala di un mulino ad acqua. La sua voce e il suo stile, movimentanti e originali, sono mossi da qualcosa di potente e sempre fresco: come la pedalata di un ragazzo innamorato, o il fiume che scende verso la valle. Morì nel ’14 con una palla in fronte in mezzo a tanti sconosciuti nella battaglia della Marna. E in vita fu tante cose: editore, direttore, saggista, socialista, cattolico escluso dai sacramenti, polemista. Soprattutto fu un poeta. E lo fu di opere che vanno dall’altra parte rispetto al secolo in cui a vissuto. E infatti non ha avuto grande fortuna come autore, secondo i criteri della critica fatta a schede, ma la sua voce ha interessato lettori grandi e vivi come Leo Spitzer e Ezio Raimondi, per citare due nomi.

Mentre il secolo andava – passando per tutte le illusioni di fine ’800 e i bagliori psichici e militari degli inizi ’900- a produrre i grandi totalitarismi della ideologia e della disperazione, e poi del nichilismo, il poeta Péguy imprimeva il ritmo della pedalata o del mulino a versi che parlano di speranza, di paese che lavora e costruisce, di onore del lavoro ben fatto, di carità e fede, e di uomini che sanno attraversare il dolore e la fatica senza mai pensare che la vita sia una fregatura. Così mentre le accademie, e prima la Sorbona a cui rivolgeva i suoi saggi contro ‘l’intellettuale moderno’ quasi lo ignorano – del resto sono esattamente quegli ‘intellettuali moderni’ da lui ritratti che ancora reggono la cultura europea, e i frutti si vedono – uomini nutriti di tradizioni diverse, la socialista, la cattolica, hanno trovato nutrimento e provocazione nelle sue riflessioni contro ‘il sistema’ del denaro, del pensiero che nega gli avvenimenti, e contro ogni lettura ‘sistematica’ dell’uomo che neghi la natura di essere bisognoso. Perché il fuoco della riflessione e della poesia di Péguy sta in questo realismo intorno alla natura umana.
Che lo pone, sorprendendo chi non ha tale realismo, sempre più avanti nella lettura dei problemi culturali dell’epoca sua (e nostra). O meglio, visto che ‘avanti’ non ha senso come categoria intellettuale, accade che Péguy, si trovi sempre più dentro i problemi, e autenticamente attento ai fattori in gioco. L’uomo colto nella sua natura di bisogno (che è ‘di più’ del desiderio e, per così dire, lo comprende, essendo più mordente) è il punto duro, il diamante della visione di Pèguy. Questo sguardo lo colloca subito nella corrente poco simpatica a coloro che hanno fastidio, o addirittura spavento, per il bisogno e preferiscono dilettarsi con l’illusione o le diramazioni meno costose e mordenti del desiderio. C’è stato un fastidio lungo un secolo per l’uomo reale da parte degli intellettuali. Capaci ancora oggi di censurare e non impegnarsi con i problemi veri dell’uomo reale – in un continuo ormai patetico tradimento. Basti vedere i titoli dei festival letterari o culturali nel nostro paese, per vedere quanto siano quasi tutti da Paese dei balocchi. Probabilmente nessuno di coloro che li redige viaggia da su un treno regionale da Firenze in giù.

Di certo Péguy sta poco simpatico a chi ritiene l’uomo una macchina fondata sul desiderio di potenza, il cui nome attuale è ‘autodeterminazione’. Dal nucleo dell’uomo come bisogno, nasce la sua straordinaria curiosità di avviare percorsi di pensiero avventurosi e controcorrente circa la presunzione dell’intellettuale, la riduzione di ogni cosa a ‘argent’, denaro, o circa le mutazioni antropologiche (anticipando Pasolini) del popolo, o circa il deficit di attendibilità della ‘Storia’ che gli intellettuali o i vincitori scrivono con la maiuscola come giudice delle vicende umane. Compi un lavoro defatigante e duro. In mezzo a infinite difficoltà personali, economiche, familiari, politiche. Ebbe un carattere forte. Ebbe coraggio. E soprattutto una dote – generosamente impiegata – di poeta, che ha fatto di lui una delle voci più originali del ’900. E se il pensatore ha dato di che riflettere a uomini di cultura – da Gilles Deleuze a Alain Finkielkraut, da Gramsci a Rodano – la sua poesia magnetica, commossa, e macinante o pedalante, ha parlato a un sacco di gente. In tutto il mondo. Resta impossibile da catalogare nelle banali schedature accademiche: era un avanguardista? Uno sperimentale? Un lirico? O un antilirico ? O era tutte queste cose? Era una pedalata di ragazzo, una ruota e una macina ad acqua. Era un innamorato e un creatore di farina. Uno stile che colpisce il lettore o l’ascoltatore, una voce che cerca e cresce. Che nelle sue opere, come i memorabili testi chiamati Porticiquasi a dire di un movimento ad archi, di un cammino a riprese e a volute, dedicati alla speranza, a Giovanna d’Arco, alla carità, cattura e fa vorticare il pensiero, i sensi, le emozioni. Per mettere a fuoco l’umano e quel che chiamava ‘l’incastro’ del divino con l’umano. Il grande teologo Von Balthasar ha scritto che questo uomo escluso dai sacramenti, moralmente irregolare, è colui che ha parlato ‘più cristiano’ di tutti. Giovanni Paolo II ha visto in lui di una teologia vissuta. E don Giussani ha fatto ascoltare a migliaia di giovani i suoi testi durante la Via Crucis. Così questo poeta s’è fatto compagno di tanti, e occasione per scoprire fuori da schemi opprimenti la pedalata ragazzesca, il fruscio d’acqua di mulino che sono il rumore di fondo del cristianesimo.

 

 

 

 

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/PGUY.aspx

Il poeta della giovane speranza

Proviamo a tornare indietro di cent’anni. È il 28 luglio 1914, siamo in un piccolo sobborgo di Parigi. Charles Péguy ha concluso la faticosa produzione della quindicesima serie dei suoi Cahiers de la Quinzaine e ora, come tutte le estati, può ritagliarsi un poco di tempo da dedicare alla scrittura. Vuol continuare a difendere la filosofia di Bergson e, come al solito, così tanti pensieri e spunti lo sollecitano che le pagine si accumulano velocemente l’una sull’altra. Del tempo lo dedica anche ai tre figli, soprattutto al primo che ormai è adolescente, ed alla moglie Charlotte che è incinta del quarto. La concentrazione sulla scrittura e la quiete – trovata a caro prezzo – dell’ambiente familiare sono però attraversati da una grave preoccupazione. Giusto un mese fa l’attentato di Sarajevo ha incrinato definitivamente gli equilibri continentali e proprio oggi l’Austria dichiara guerra alla Serbia. Inizia la prima guerra mondiale e non passeranno molti giorni prima che il conflitto si allarghi e coinvolga altri paesi.
Infatti il 31 luglio la Germania lancia l’ultimatum alla Francia, che risponde con la mobilitazione generale. Péguy, che ha quarantun anni ed è un riservista, ha solo due giorni per organizzare la partenza. Saluta la famiglia, prepara lo zaino e poi va a Parigi. Ha bisogno di trovare qualcuno cui affidare i suoi cari nel caso non improbabile in cui non faccia ritorno: sarà lo stesso Bergson. Inoltre desidera riappacificarsi col maggior numero di quelli con cui si era scontrato: alcuni li va a visitare a casa loro, altri li riceve nell’ufficio dei Cahiers, ad altri lascia un biglietto. Così potrà scrivere di aver lasciato Parigi «con le mani pure. Vent’anni di schiuma e di scarabocchi sono stati istantaneamente lavati».
La concentrazione dei soldati francesi è a Coulommiers, poco ad est di Parigi. Péguy è il vice comandante di una compagnia di circa 150 uomini. Partono in treno verso il fronte tra ali di folla osannante: vivono tutti nella fallace illusione – comune anche agli avversati tedeschi – che la guerra sarà un affare di poche settimane e sicuramente vittorioso. Non sarà così. L’armata francese, sorpresa dalla tattica tedesca che effettua una manovra di accerchiamento invadendo il neutrale Belgio, deve rivedere tutti i suoi piani e arretrare frettolosamente per non cadere in una sacca. Giorni di marce sfiancanti di cui non si capisce bene lo scopo. Péguy – lo ricorda il memoriale di un commilitone sopravvissuto – ha l’energia fisica e morale di un giovanotto; non può credere che la disfatta sia vicina, nonostante le poche notizie che filtrano parlino di molte battaglie perse dai francesi.

Come ha lasciato Parigi con le mani pure, vuol lasciare questa terra – se così dovrà accadere – con l’anima pura e partecipa, il giorno dell’Assunta, alla messa; cosa che per la sua situazione familiare non aveva più fatto dai tempi in cui era ragazzo. Il 3 settembre, trovandosi accampato nei pressi di una chiesetta di campagna, passa parte della notte ad addobbare di fiori da lui raccolti la statua della Madonna, e a pregare. Alla sera del giorno successivo arriva la comunicazione che la controffensiva è imminente; l’ordine del Quartier Generale è quello di farsi ammazzare piuttosto che arretrare di un metro. Il 5 settembre il battaglione di Péguy si rimette in moto e la sua compagnia arriva a Villeroy verso le due del pomeriggio. I francesi sono in un campo di barbabietole, esposti ai colpi dei tedeschi asserragliati nel bosco. Parte l’attacco; il capitano è ucciso subito; Péguy prende il comando e incita i suoi ad avanzare. Viene colpito da una pallottola in fronte alle cinque e mezza. Non potrà mantenere la promessa che aveva fatto prima di partire: «Quello che scriverò al ritorno sorpasserà quello che ho fatto finora».
Ma quel che ha fatto e scritto è per noi una fonte di riflessione più che abbondante. Il lettore che voglia approfondirla potrà farlo anche al Meeting di Rimini, dove ci sarà una mostra dedicata al poeta della «giovane speranza».
http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/7/28/Peguy-il-poeta-della-giovane-speranza-/print/516812/

Mi abbandono

 

In questa penultima puntata della saga su Péguy devo parlare del suo avvincente, imprevedibile, profondissimo cristianesimo. Va da sé che le usuali tremila battute di un editoriale non sono sufficienti neppure per abbozzare il discorso. Preferisco, allora, far spazio al mio autore e citare alcuni folgoranti brani che mettono in evidenza, da un lato, la critica verso un cristianesimo che ha tradito il suo specifico e, d’altro canto, il fascino semplice e commovente del suo volto autentico.
Nella sua ultima opera – Nota congiunta su Cartesio e la filosofia cartesiana; il titolo non inganni, non si tratta di un difficile trattato – Péguy se la prende con le «anime abituate», quelle cioè che non si aspettano più nulla dall’incontro con la realtà perché presumono che le idee bell’e fatte che si sono costruite in testa siano sufficienti a spiegare tutto. In campo cristiano la schiera delle anime abituate va a formare il «partito dei devoti», quelli che non hanno nessuna apertura nella corazza della loro sicumera e, pertanto, non permettono alla Grazia di penetrare nella propria dura scorza. Il loro albero è ormai tutto secco, è solo corteccia e non c’è più nessuna giovinezza di linfa che possa far sbocciare l’inattesa gemma della speranza.
Così ridotti, i devoti non sono più disponibili a nessun cambiamento e – quel che è più grave – non riescono a cogliere niente della continua iniziativa dell’Eterno che vuol coinvolgersi con noi temporali, dell’Infinito che prende iniziativa verso noi limitati. Restano rigidi, ma non vogliono ammettere di essere tali e si vantano della loro devozione che non si sporca mai le mani con la vita concreta. Ed ecco la frase tremenda con cui Péguy bolla l’errore dei devoti: «Poiché essi non hanno la forza e (la grazia) di essere della natura credono di essere della grazia. Poiché non hanno il coraggio temporale credono di essere entrati nella penetrazione dell’eterno. Poiché non hanno il coraggio di essere del mondo credono di essere di Dio. Poiché non hanno il coraggio di essere di uno dei partiti dell’uomo credono di essere del partito di Dio. Poiché non sono dell’uomo credono di essere di Dio. Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio».
La bellezza del cristianesimo, per contro, sta tutta nella semplicità bambina con cui l’uomo – senza rinnegare nessuno degli avvenimenti che la realtà gli propone – li affronta nella confidente compagnia dell’Eterno incarnato. È l’atteggiamento infantile di chi non sta lì sempre a preoccuparsi di quello che deve fare o di come comportarsi, perché ha una grande Compagno che gli sta accanto e quindi può sperimentare «quel mettersi nelle mani di un altro, quel lasciamo andare, quel e poi non me ne occupo più che è all’origine delle più alte fortune».
Dopo il celebre pellegrinaggio a Chartres del 1912 Péguy disse di se stesso: «Non sono un santo. Sono un testimone, un cristiano nella parrocchia, un peccatore, ma un peccatore che ha tesori di grazia e un angelo custode incredibile. Non c’è niente di meno cristiano del moralismo. Seguo il consiglio che Dio dà nei miei “Innocenti”. Mi abbandono».
Ecco come Dio stesso nel Mistero dei santi Innocenti esemplifica tale atteggiamento di abbandono: «Nulla è bello come un bambino che s’addormenti nel dire la preghiera. Sotto l’ala dell’angelo custode e che sorride da solo scivolando nel sonno. E già mescola tutto insieme e non ci capisce più nulla. E arruffa le parole del Padre Nostro e le infila alla rinfusa tra le parole dell’Ave Maria».

Lungo la stessa via

 

Questa quinta puntata della biografia di Charles Péguy in previsione del centenario della morte è senz’altro la più difficile da scrivere. Sarebbe più semplice se si potesse parlare di «conversione» come altre sono successe in quegli stessi anni; pensiamo a quella di Paul Claudel che entrò in una chiesa ateo e ne uscì cattolico. Sarebbe inoltre più semplice se l’interessato avesse scritto un dettagliato diario coi passi che l’hanno ricondotto alla fede; ma Péguy non amava mettere in piazza i propri moti interiori.
Per di più è lui stesso a rifiutare il termine «conversione»: «È attraverso un approfondimento costante del nostro cuore nella stessa via, non è affatto per un ritorno indietro che noi abbiamo trovato la via della cristianità. Noi non l’abbiamo trovata ritornando. Noi l’abbiamo trovata alla fine». Si tratta, quindi, di capire la dinamica di questo «approfondimento» lungo la «stessa via».
Ho dedicato la puntata del mese scorso a cercare di spiegare che il modo di ragionare e di agire di Péguy non era determinato dal privilegio dato al pensiero, ma dall’ubbidienza all’avvenimento della realtà così come si pone. Tale lealtà ha significato accorgersi che la cultura dominante stava inaridendo l’umanità; dove trovare le risorse per una rinascita? Péguy ripensa al «catechismo di quando eravamo bambini»; l’aveva imparato con la stessa gioia con cui aveva appreso l’insegnamento laico dei suoi maestri. Ora si accorge che proprio in quel «catechismo» sta la nuova linfa che cerca.
Perché? Perché il cristiano non bara su che cosa sia l’uomo e su quello di cui ha veramente bisogno; non fa come l’uomo «moderno» che, accecato dal mito del progresso, finge di non vedere l’inesorabile decadimento prodotto dal tempo e, obnubilato dalla pretesa della scienza, appiattisce tutto in schemi senza riconoscere l’irriducibile individualità di ogni cosa. Il cristiano sa che ogni uomo è una storia unica e sa, da quando l’eterno è entrato nell’effimero, che il tempo non è più sprofondamento verso il nulla. E lo sa non perché l’ha letto sui libri di teologia, ma perché una medesima esperienza umana, carnale, si è trasmessa di padre in figlio, una stessa fatica e una comune speranza hanno attraversato i secoli, perché «il peccatore dà la mano al santo, il santo dà la mano al peccatore. E tutti insieme, l’uno con l’altro, l’uno tirando l’altro, essi fanno una catena che risale fino a Gesù».
Così la preghiera del cristiano ridice il Padre nostro pronunciato quella prima volta da Gesù stesso, la speranza che vive prosegue quella del buon pastore che cerca la pecora smarrita, la malattia che sopporta lo fa partecipare ai patimenti della croce, il lavoro che compie replica quello del Padre nella creazione e quello del Figlio nella bottega di Nazaret. Insomma, da quel primo momento in cui Dio «si è scomodato» per implicarsi nella vicenda umana, nulla è più destinato all’inaridimento, tutto vale.
A patto che il cristiano stesso non cada nel tranello «moderno» e faccia di quello che è per sua natura avvenimento un «sistema» di pensiero, di morale, di organizzazione, di devozione. Proprio perché invischiati in questa tentazione, molti cattolici a lui contemporanei non hanno compreso Péguy e anzi hanno guardato con sospetto alla sua fede. Che, invece, ha una potenza profetica che è indubbiamente necessaria anche oggi.
http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/5/28/Il-cristianesimo-di-Peguy/print/501613/

 

mi sorprendo

: «O sete, / sete infinita d’una luce / che mai riuscirò qui a esprimere». «Appena ti vedo mi sorprendo / come se fossi della vita / al primo giorno»:),

Testori

Uomo fino in fondo

(..)Ci si vergogna di se stessi a pensare una parola del genere, ci si vergogna della cattiveria a pronunciare una parola del genere, a parlare della caduta, di una caduta di Gesù, aveva appena provato con se stesso, aveva appena conosciuto istantaneamente, aveva conosciuto che cos’era quella terribile tentazione, cos’era quella angoscia terribile e nella sua carne aveva conosciuto cos’è la debolezza della carne, l’infermità di ogni carne. Ecco, sembra dire: guardate cos’è la nostra carne, l’infermità di ogni carne. Ecco sembra dire: guardate cos’è la nostra carne e la nostra tentazione, bisogna vegliare, bisogna pregare, non si è mai tranquilli, non si ha mai un momento di tranquillità, un momento tranquillo, anch’io vostro fratello non sono mai tranquillo. E come dicevano quelle brave donne: ecco cos’è la vita, nell’esistenza non si è mai tranquilli. Di nuovo per la seconda volta se ne andò e pregò dicendo: Padre mio se questo calice non può passare senza che io ne beva sia fatta la tua volontà “iterum secundum”, per la seconda volta se ne va, per la seconda volta prega, per la seconda volta dice “si non potest”, riprendendo, ripetendo il “si possibile est” della prima volta, della prima ritirata, della prima solitudine, della prima preghiera; ma si arrende, si sottomette e già al negativo “si non potest” e, meraviglioso accordo interiore, come resuscita, come rianima, come rinnova, come ricorda, come rimmemora la preghiera, come ritrova qui la preghiera che lui stesso ha insegnato agli uomini, lui stesso ha inventato ai tempi della predicazione, lui stesso ha concepito, ricevuto in un colpo di santità, la preghiera che lui stesso aveva fermato, trovato, insegnato sulla montagna, nel sermone, nel discorso della montagna; come dire che sulla montagna, ai tempi della montagna non aveva per così dire fatto altro che insegnarcela, agli apostoli, ai discepoli, alla folla, a tutti gli uomini, a noi. Era un grande insegnamento, un insegnamento divino, il solo che sia così sceso sulla terra, un insegnamento unico, grande, una predicazione divina e infine, permettimi di dirlo, amico mio, mi capisci bene, sai che da parte mia non potrebbe esserci nessuna sfumatura irrispettosa, non sono così stupida e ho troppo il senso della storia e allora permettimi di dirtelo: era solo un insegnamento, era solo una predicazione. Invece in quella notte tragica, in quella estremità, in quel culmine della sua miseria ne fece uso soprattutto lui, lui per primo, lui come uomo, lui uomo, lui come noi, lui il primo di noi, come uno qualunque di noi, se ne servì soprattutto lui per primo perché ne aveva bisogno per la sua estrema miseria, per la sua ineguagliabile, tragica miseria, e venne di nuovo e li trovò che dormivano. I loro occhi erano infatti appesantiti e avendoli lasciati partì di nuovo e pregò per la terza volta dicendo le stesse cose; allora venne verso i suoi discepoli e disse loro: dormite ancora e vi riposate, ecco che l’ora s’è avvicinata e il Figlio dell’Uomo sarà consegnato nelle mani dei peccatori, alzatevi, andiamo, ecco che s’è avvicinato colui che mi consegnerà. E l’indomani circa all’ora nona, Gesù gridò a gran voce dicendo: Elì, Elì lama sabactani, che significa mio Dio mio Dio perché mi hai abbandonato? E la spugna imbevuta di aceto e messa in cima a una

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canna, ora Gesù gettando per la seconda volta un grande grido emise lo spirito. Occorre sperare, amico mio, occorre credere che quel doppio sconvolgente clamore e quell’inverosimile invocazione, eco, risuono, rimbombo del giardino degli ulivi, della veglia e delle tre preghiere di deprecazione non significava altro che la morte carnale e la paura della morte carnale. Dio mio Dio mio “ut qui dereliquisti me” “perché mi hai abbandonato”. Quella strana, quell’incredibile invocazione non maschera, non nasconde, non cela un’altra paura e un’altra morte, non denuncia, non rivela un altro mistero, un mistero mistico, un mistero infinitamente più profondo. Mettiamo che avesse il corpo, che il suo corpo si fosse ben difeso, il suo corpo si era ribellato, il suo corpo era insorto davanti alla morte, davanti alla morte del corpo, fino alla fine era stato un uomo, aveva avuto un corpo di uomo, il corpo che l’aveva portato trentatré anni, il corpo che aveva ricevuto lo Spirito di Dio, il corpo soprattutto che l’aveva sostenuto, che lo sosteneva in quei due giorni, il giovedì e il venerdì, il corpo di uomo alla fine non voleva saperne, come un corpo di uomo si ribellò, insorse contro la morte del corpo, e anche lui seguì il suo corpo, in un certo senso come noi peccatori e come tanto spesso i santi, seguì come un povero uomo il suo corpo, le indicazioni del suo corpo, l’invocazione del suo corpo, l’evocazione del suo corpo, compiendo così con meraviglioso coronamento, compiendo la sua incarnazione nella redenzione, rendendo perfetto il mistero della sua incarnazione nella perfezione stessa, nel compimento, nell’opera del mistero della redenzione. Se non avesse avuto quel corpo, amico mio, se fosse stato, se fosse rimasto un puro spirito, se si fosse reso angelo, se non fosse stato l’anima carnale, insomma se non si fosse reso quell’anima carnale, un’anima carnale come noi, come i nostri, tra noi, tra i nostri. Se non avesse affatto sofferto quella morte carnale come noi, cadrebbe tutto, bambini, cadrebbe tutto il sistema, perché non sarebbe affatto uomo, assolutamente. Non sarebbe affatto davvero uomo, uomo fino in fondo, ignorando non provando, rifiutando provare il più grande terrore dell’uomo, la più grande miseria dell’uomo, non sarebbe uomo, quindi non sarebbe l’uomo Dio, Gesù, l’ebreo Gesù

 Da VERONIQUE. DIALOGO DI UNA STORIA E DELL’ANIMA CARNALE (ED. MENSILE 30 GIORNI E ED. PIEMME)

Mercoledì, 21 agosto 2002, ore 21.00

Relatori:
Antonio Debenedetti, Giornalista; Andrea Carabelli, Attore

Moderatore:
Luca Doninelli, Scrittore