Dante a Nairobi

https://www.avsi.org/doc/295/12bfec1de8dd4296bad4ce215c084fc9/

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Aprirsi alla realtà

Immaginatevi di lasciare che un vostro figlio ragazzo debba partire per un Paese sconosciuto e lontano, di cui non conosce la lingua, dove arriverà senza un soldo, e dove non lo aspetta nessuno. Immaginatevi di vederlo andar via con uno zaino in spalla, a piedi, o caricato su un bus male in arnese da trafficanti che stipano la gente a bordo come bestiame. Sapete, poi, che il ragazzo dovrà traversare un tratto più o meno ampio di Mediterraneo non su una nave, ma su un gommone gremito tanto che le sponde sfiorano l’acqua. E quanto sarà spaventoso e nero il mare di notte, senza una luce; ricordando poi in quanti, in quante migliaia sono morti, su quella stessa rotta.

Poi, se il figlio riuscirà ad arrivare, avrà una lunga e aspra strada ancora davanti; tanto più lunga e aspra quanto più breve è stato il viaggio per mare. E gliela sbarreranno alle frontiere, oppure dovrà nascondersi nei cassoni dei Tir; dove l’aria bollente passerà a stento, e il respiro si farà sempre più affannato. Finché gli “invisibili” non batteranno, disperati, i pugni contro le pareti di metallo, a chiedere aiuto. Ma, forse, niente: solo il correre del camion sull’asfalto – rallentato, a volte, dalle code di chi torna dalle vacanze.

È solo un esercizio di immaginazione, ma anche sforzarsi di immaginare a volte può essere utile, per cercare di capire cosa sta accadendo tra il Mediterraneo e i Balcani. Perché a fronte di cifre come bollettini di guerra – 71 morti, fra cui donne e bambini, abbandonati dentro a un Tir in Austria, duecento annegati al largo della Libia ieri, cinquanta l’altro giorno – tanti di noi occidentali faticano ancora a comprendere.

Eppure sappiamo tutti che il viaggio fino alla Libia è un’odissea di violenze e soprusi e stupri. E che duro, durissimo, è anche quello sino alla Turchia o all’Egitto o al Marocco. Vediamo morire in mare, ogni giorno, profughi e migranti, vediamo che fra loro ci sono donne incinte, e vecchi, e ragazzini imbarcati da soli, come lanciati alla ventura. Sappiamo che lungo i Balcani, alle frontiere d’Europa, quella folla viene respinta, che in Ungheria (e non solo) hanno alzato alte barriere di filo spinato.

Fra il nostro mondo e l’altro, da cui si fugge, c’è in realtà come un immenso spesso muro da traversare – irto di ogni pericolo, e di morte. E non sappiamo, da questa parte del Mediterraneo, capire come si possa intraprendere un simile viaggio; per arrivare poi, da miserabili, in posti dove gli abitanti non ti vogliono, o addirittura ti vorrebbero cacciare. Noi stentiamo a comprendere che per avventarsi contro al “muro” d’Occidente bisogna avere dentro una spinta altrettanto potente e disperata. Un aut aut totale, come quei profughi siriani in marcia verso l’Ungheria che ai giornalisti che chiedono che ne è, di Aleppo, rispondono senza alzare la testa: «Aleppo? Niente… Voi non potete immaginare».

Voi non potete immaginare. Sì, soffriamo di un deficit di immaginazione, noi che comunque mangiamo, abbiamo un tetto, e spesso un sacco di altre cose. Si può capire solo quando lo si prova sulla pelle, che cosa deve significare fare fuggire un figlio verso l’ignoto, nella speranza che, almeno, viva. Cercare di riconoscere il terrore e la miseria che spingono questa migrazione epocale non risolve, certo, i grandi problemi materiali che l’esodo in atto comporta. Però serve, almeno, a restare o a diventare noi più umani, e a non aprire spensieratamente la bocca per dire ciò che si legge sul web, dove nel segreto dell’anonimato qualcuno si compiace che ne muoiano in cento, un altro aggiunge che “questi” credono che l’Europa sia il paese di Bengodi, e tanti gli fanno eco: che “quelli” tornino a casa loro. Cosa quest’ultima che insistono a ripetere, peraltro, anche alcuni politici.

Torniamo a dirci che di fronte alle ecatombi dal Mediterraneo all’Austria, almeno certe parole non si dovrebbero più dire, per umano rispetto di chi muore. E almeno noi che, da casa, stiamo a guardare, esercitiamoci a pensare quanto grande debba essere l’incendio da cui molti fuggono, per non aver paura di finire schiavizzati, di annegare, di soffocare su un Tir. Cercare di capire è già il principio di un immedesimarsi e di un compatire, cioè patire insieme. Qualcosa che non salva vite, ma forse salva noi: dal diventare gretti e meschini guardiani di quel mondo in pace, che abbiamo ereditato. Dono di cui forse non siamo abbastanza consci – e nemmeno abbastanza grati.

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/per-salvarli-e-salvarci.aspx

Gli occhi di bimbo

Bambina numero uno. La figlia di una coppia di amici ora ha tre anni. Anni caratterizzati da difficoltà che parevano insormontabili; affetta da una rara malattia, sembrava già un miracolo che la bambina sopravvivesse e, in ogni caso, si riteneva che sarebbe rimasta gravemente lesa nell’udito, nella vista, nella parola, nei movimenti. Invece lei – che ha subito numerosi interventi chirurgici ed altri le si prospettano – va in giro con le sue gambe, mangia da sola, parla scioltamente, ascolta curiosa; ha una gran voglia di vivere indipendentemente dalle ferite che porta nel suo corpo. Il padre mi ha raccontato che l’altro giorno sua figlia gli ha chiesto: «Perché io devo sempre andare all’ospedale?». Si resta attoniti nel constatare l’emergere chiaro, indiscutibile di una cosa che nessuno ha potuto insegnare alla piccola: l’autocoscienza. Da profondità che non siamo in grado di sondare emerge in quel piccolo essere una cosa straordinaria, unica: dice io. E lo dice constatando una situazione data – «devo andare in ospedale» – e chiedendone la ragione, il senso.

Bambino numero due. Sul filobus che mi porta al lavoro è seduta una signora con in braccio il figlio di cinque anni circa che guarda fuori dal finestrino. Probabilmente sta imparando a leggere, perché ogni tanto spiega orgoglioso alla mamma che cosa ci sia scritto su un cartellone o su un muro; quando passiamo sopra la ferrovia si entusiasma dell’intreccio dei binari e poi dei giochi che vede nel cortile di una scuola. Ha, insomma, uno sguardo vigile e aperto.

Bambino numero tre. Una giovanissima mamma cinese ha issato sul solito filobus una carrozzina. Siamo tutti un po’ insofferenti perché si sta stretti e quell’ingombrante aggeggio dà fastidio. Lui, il piccolo nel passeggino, non se ne cura e si mette a sgranocchiare un cracker. Tre o quattro fermate dopo, la cinesina si fa largo tra la ressa perché deve scendere; va di schiena verso la portiera trascinandosi il passeggino; il piccolo sorride e proprio prima di essere calato giù alza la manina e fa ciao agli sconosciuti che gli stanno di fronte.

È proprio vero che nell’infanzia c’è una purezza che poi si perde, si inquina. L’autocoscienza difficilmente rimane nitida e leale di fronte ai dati: si copre dell’armatura di preconcetti prodotti dai propri pensieri e stati d’animo o inculcati dall’esterno. La curiosità inesauribile, che parte dalla implicita consapevolezza che quello che c’è là fuori è enormemente più vasto del già saputo, si affievolisce fino a scomparire quasi del tutto nello scetticismo di chi pensa di saperla lunga e non s’interessa più di niente.

La cordialità del bambino che saluta sorridente gli sconosciuti sul filobus lascia il posto al sospetto – anche motivato dall’esperienza della cattiveria altrui -, alla cautela, oppure semplicemente alla fredda indifferenza. Tra le cause di questa triste curva decrescente – insieme ad una dissennata diseducazione – c’è qualcosa che appare «naturale»: non si può mira restare sempre ingenui come i bambini! Eppure è innegabile che proprio quella che chiamiamo spregiativamente ingenuità è la miglior descrizione di ciò che ci piacerebbe essere. Il punto è sapere come si possa esserlo. Forse dando retta a quell’uomo che, sorprendentemente, ha detto: «Se non ritornerete come bambini…»?