Fratello da fratello. Uomo da uomo.

 

Da : https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2018/11/5/federico-giordano-quando-la-liberta-vince-sul-fango/1800417/

Ci sono storie di cui sappiamo poco, storie che incrociamo per qualche istante — poche frasi — e che restano, pertanto, avvolte in un rispettoso silenzio, che neppure il dovere di cronaca può infrangere. È il caso del giovane Federico Giordano, 15 anni, travolto due notti fa dal fango che ha ricoperto una villetta a Casteldaccia in Sicilia, durante l’ultima violenta ondata di maltempo. Stando al racconto del papà Giuseppe, unico sopravvissuto alla tragedia, il ragazzo, all’arrivo del fango, avrebbe rassicurato il padre in merito alla sorellina più piccola, Rachele, di un anno, dicendogli “Papà, non ti preoccupare: la tengo io!”. Sono le ultime parole di un figlio, stampate per sempre nella testa di un padre, che arrivano al pubblico tramite un racconto, poche battute che nulla possono rivelare rispetto all’ampiezza e alla profondità di una vita vissuta insieme.

Resta il fatto che noi sappiamo dove la storia di Federico è davvero cominciata: tutto parte in campagna, in un campo, in un tempo indefinito in cui un padre chiede conto al figlio di dove fosse suo fratello. La risposta del figlio è lapidaria: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Quella risposta ha segnato per sempre il cuore di quel padre e, con quell’infelice espressione, Caino — questo il nome del figlio — non solo ha implicitamente confessato l’omicidio di Abele suo fratello, ma ha aperto una questione decisiva per ciascuno: l’incapacità che l’uomo ha, che noi abbiamo, di prenderci davvero cura, di stare davvero di fronte al volto e al bisogno di nostro fratello.

È questo l’esito più dirompente del peccato di Adamo ed Eva, è questo il dolore più grande che Dio si porta appresso: la nostra incapacità di essere fratelli. Nei secoli c’è stato più volte come un secondo tempo di questa partita, iniziata malissimo per l’uomo. È successo con Giuda, il figlio di Giacobbe, che dopo aver assistito quasi inerme al tentato omicidio del fratello Giuseppe si offre al posto di Beniamino, suscitando tutta la commozione di Dio. È successo a Gesù, che si offre sulla Croce per ciascuno di noi, perché il male e la morte non abbiano più l’ultima parola.

Eppure tutti questi esempi non colmano l’abisso di dolore che riempie il cuore del Padre, e non convincono fino in fondo noi del fatto che sia possibile, e umanamente conveniente, essere fratelli. Ci vuole Federico, ci vogliono quelle sue poche parole che raccontano di un desiderio, di un giudizio, di un destino: sono quelle poche sillabe a riaprire per ciascuno di noi la possibilità concreta di farci carico, nella vita, gli uni degli altri. “La tengo io” non è neppure la dimostrazione di una capacità, al punto che oggi sia Rachele che Federico sono morti, bensì di una novità che si manifesta, inaspettata, all’ultimo momento, al novantesimo minuto, quando il fango è già entrato dentro casa e tutto sembra già perduto: è allora che si fa largo lo spazio di un’estrema possibilità, di un ultimo pertugio in cui ricominciare — contro tutto e tutti — ad essere umani, ad essere fratelli.

Cominciare la settimana così, tornare a scuola, in università o sul lavoro con questo fatto davanti fa impressione perché é come se ci dicesse che non esiste una situazione, un rapporto, una circostanza che, per quanto fangosa, non lasci un ultimo spazio alla nostra libertà, alla nostra umanità che ricomincia a dire Tu al fratello che si trova accanto.

Certo: papà Giuseppe ha perso tutto — strano davvero il nome di questo Padre —, ma anche qui la sfida è aperta perché il dolore di Giuseppe diventa, a questo punto, un’offerta di amicizia per tutti noi, diventa la domanda di un Cireneo, di uno sconosciuto, che sia davvero compagno e amico a quest’uomo non nel togliergli la croce, ma nel portarla con lui. Che ampiezza e che respiro si fa largo tra le parole di Federico! E che responsabilità s’affaccia nella vita di ciascuno di noi. Il compito di essere davvero, l’uno per l’altro, padre, madre, fratello. Il compito, tutt’altro che facile, che non vinca Caino, che non prevalga quell’ombra di risentimento e di cinismo che solo la speranza di un gesto gratuito e inaudito — come il perdono — può spezzare e trasformare nella luce, magari fioca, di un nuovo inizio.

La partita è apertissima: a Dio, si sa, piacciono tanto i tempi supplementari. Quelli in cui Federico ha spiazzato tutti. Fratello da fratello, uomo da uomo.

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Il vero amore é appassionato

L’incontro. Il Papa ai giovani: il sesso è un dono di Dio, non un tabù
martedì 18 settembre 2018
La risposta ai giovani di una diocesi francese ricevuti lunedì. «Il vero amore è appassionato»

“La sessualità, il sesso, è un dono di Dio. Niente tabù. È un dono di Dio, un dono che il Signore ci dà”. Papa Francesco risponde così, durante l’incontro avvenuto con un gruppo di giovani della Diocesi di Grenoble-Vienne (Francia) ricevuti in Udienza. Il sesso, ha continuato il Pontefice nell’incontro avvenuto ieri ma la cui trascrizione la Sala Stampa della Santa Sede la rende nota oggi, “ha due scopi: amarsi e generare vita. È una passione, è l’amore appassionato. Il vero amore è appassionato. L’amore fra un uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. Sempre. E a darla con il corpo e l’anima”.

QUI LE RISPOSTE INTEGRALI DEL PAPA

“Quando Dio ha creato l’uomo e la donna – ha aggiunto Francesco -, la Bibbia dice che tutt’e due sono immagine e somiglianza di Dio. Tutti e due, non solo Adamo o solo Eva, ma tutt’e due – ensemble – tutt’e due. E Gesù va oltre, e dice: per questo l’uomo, e anche la donna, lascerà suo padre e sua madre e si uniranno e saranno… una sola persona?… una sola identità?… una sola fede di matrimonio?… Una sola carne: questa è la grandezza della sessualità. E si deve parlare della sessualità così. E si deve vivere la sessualità così, in questa dimensione: dell’amore tra uomo e donna per tutta la vita”.

Papa Francesco ha anche sottolineato che “le nostre debolezze, le nostre cadute spirituali, ci portano a usare la sessualità al di fuori di questa strada tanto bella, dell’amore tra l’uomo e la donna. Ma sono cadute – ha affermato a braccio il Papa -, come tutti i peccati. La bugia, l’ira, la gola… Sono peccati: peccati capitali. Ma questa non è la sessualità dell’amore: è la sessualità ‘cosificata’, staccata dall’amore e usata per divertimento. È interessante come la sessualità sia il punto più bello della creazione, nel senso che l’uomo e la donna sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio, e la sessualità è la più attaccata dalla mondanità, dallo spirito del male. Dimmi: tu hai visto, per esempio – non so se a Grenoble c’è – ma tu hai visto una industria della bugia, per esempio? No. Ma un’industria della sessualità staccata dall’amore, l’hai vista? Sì! Tanti soldi si guadagnano con l’industria della pornografia, per esempio. È una degenerazione rispetto al livello dove Dio l’ha posta. E con questo commercio si fanno tanti soldi”.

E ha infine invitato i ragazzi a “custodire” la loro “dimensione sessuale”, l'”identità sessuale”. “Custoditela bene – ha detto -. E preparatela per l’amore, per inserirla in quell’amore che vi accompagnerà tutta la vita”.

Nel dialogo con i ragazzi, il Papa ha parlato anche di sé: “Ho fatto il parroco per sei anni: è il lavoro più bello che ho fatto”. E il primo consiglio che darebbe come parroco alla gente è di “non chiacchierare”. “Una parrocchia che impara a non chiacchierare l’uno dell’altro è santa”.

https://www.avvenire.it/papa/pagine/papa-francesco-sesso-non-e-tabu

Carta degli operatori sanitari

 

Il medico non è «un mero esecutore» delle richieste di un paziente e conserva «il diritto e il dovere di sottrarsi a volontà diverse dalla propria coscienza». Così, anche se l’eutanasia è richiesta «in piena coscienza» dal soggetto interessato, «nessun operatore sanitario» può farsi «tutore esecutivo di un diritto inesistente». Ed eventuali legalizzazioni dell’eutanasia «cessano di essere una vera legge civile, moralmente obbligante per la coscienza», suscitando invece «un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante l’obiezione di coscienza».

Lo ribadisce la Nuova carta degli operatori sanitari (LEV, 150 pp.) presentato oggi in Vaticano, ricordando che «tutelare la dignità di morire» significa «rispettare il malato nella fase terminale della vita», escludendo sia di «anticipare la morte» con l’eutanasia, sia di «dilazionarla con il cosiddetto “accanimento terapeutico”». La Carta è un vademecum rivolto non solo a medici, infermieri e ausiliari, ma anche a biologi, farmacisti, amministratori, legislatori in materia sanitaria che desiderano operare «in armonia con gli insegnamenti di Cristo, e con il Magistero della Chiesa».

Il testo aggiorna la prima edizione pubblicata nel 1995 e, come il precedente, è stato curato dal pontificio Consiglio per gli operatori
sanitari che dal 1° gennaio è confluito nel nuovo Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Oggi è stata illustrata nella Sala Stampa della Santa Sede da monsignor Jean-Marie Mupendawatu, segretario delegato del Dicastero e già segretario del pontificio Consiglio, e dal professor Antonio Gioacchino Spagnolo, ordinario di Bioetica all’Università Cattolica di Roma, tra gli esperti che hanno rinnovato la Carta. Durante la presentazione è stato illustrato il programma della 25esima Giornata del malato, che si svolgerà sabato 8 febbraio a Lourdes.

Il sussidio è strutturato in tre le sezioni dedicate a “Generare”, “Vivere”, “Morire”. Diverse le novità che tengono conto della ricerca scientifica e dei progressi per salute umana, come ad esempio il congelamento del tessuto ovarico, ritenuto una «risposta eticamente sostenibile nel caso di terapie oncologiche che possono alterare la fertilità della donna». Viene poi ribadita la «gravità morale» dell’aborto e stigmatizzata la diagnosi pre-impianto, «espressione di una mentalità eugenetica» così come «le sperimentazione su minori e adulti incapaci a decidere».

Riguardo alla problematica della nutrizione e idratazione, la Carta ricorda che anche se «artificialmente somministrate» esse «vanno considerate tra le cure di base dovute al morente, quando non risultino troppo gravose o di alcun beneficio». E «la loro sospensione non giustificata può avere il significato di un vero e proprio atto eutanasico, ma è obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente».

Nel corso della conferenza stampa il professor Spagnolo ha inoltre sottolineato che «l’abbassamento della vaccinazione della popolazione può portare a un grosso pericolo per quelli che non possono vaccinarsi per motivi immunitari», e quindi «ridurre al minimo la possibilità di contagio per quelli che non possono vaccinarsi, è un dovere sociale».

https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/malati-documento-vaticano-fine-vita

I nostri piccoli santi innocenti

La Sala stampa della Santa Sede ha pubblicato oggi la Lettera che Papa Francesco ha scritto ai Vescovi nella Festa dei Santi Innocenti, celebrata il 28 dicembre scorso. Riferendosi alla strage degli Innocenti, così come è raccontata dal Vangelo, il Papa si sofferma sul “gemito di dolore delle madri che piangono la morte dei loro figli” di fronte “alla tirannia e alla sfrenata sete di potere di Erode. Un gemito che anche oggi possiamo continuare ad ascoltare, che ci tocca l’anima e che non possiamo e non vogliamo ignorare né far tacere. Oggi tra la nostra gente, purtroppo – e lo scrivo con profondo dolore –, si ascolta ancora il lamento e il pianto di tante madri, di tante famiglie, per la morte dei loro figli, dei loro figli innocenti”.
“Contemplare il presepe – scrive Francesco – è anche contemplare questo pianto, è anche imparare ad ascoltare ciò che accade intorno e avere un cuore sensibile e aperto al dolore del prossimo, specialmente quando si tratta di bambini, ed è anche essere capaci di riconoscere che ancora oggi si sta scrivendo questo triste capitolo della storia. Contemplare il presepio isolandolo dalla vita che lo circonda, sarebbe fare della Natività una bella favola che susciterebbe in noi buoni sentimenti ma ci priverebbe della forza creatrice della Buona Notizia che il Verbo Incarnato ci vuole donare. E la tentazione esiste”.
Il Papa domanda: “È possibile vivere la gioia cristiana voltando le spalle a queste realtà? È possibile realizzare la gioia cristiana ignorando il gemito del fratello, dei bambini? San Giuseppe è stato il primo chiamato a custodire la gioia della Salvezza. Davanti ai crimini atroci che stavano accadendo, san Giuseppe – esempio dell’uomo obbediente e fedele – fu capace di ascoltare la voce di Dio e la missione che il Padre gli affidava. E poiché seppe ascoltare la voce di Dio e si lasciò guidare dalla sua volontà, divenne più sensibile a ciò che lo circondava e seppe leggere gli avvenimenti con realismo”.
“Oggi anche a noi, pastori, viene chiesto lo stesso, di essere uomini capaci di ascoltare e non essere sordi alla voce del Padre, e così poter essere più sensibili alla realtà che ci circonda. Oggi, tenendo come modello san Giuseppe, siamo invitati a non lasciare che ci rubino la gioia. Siamo invitati a difenderla dagli Erode dei nostri giorni. E come san Giuseppe, abbiamo bisogno di coraggio per accettare questa realtà, per alzarci e prenderla tra le mani (cfr Mt 2,20). Il coraggio di proteggerla dai nuovi Erode dei nostri giorni, che fagocitano l’innocenza dei nostri bambini. Un’innocenza spezzata sotto il peso del lavoro clandestino e schiavo, sotto il peso della prostituzione e dello sfruttamento. Innocenza distrutta dalle guerre e dall’emigrazione forzata con la perdita di tutto ciò che questo comporta. Migliaia di nostri bambini sono caduti nelle mani di banditi, di mafie, di mercanti di morte che l’unica cosa che fanno è fagocitare e sfruttare i loro bisogni”.
Il Papa ricorda i 75 milioni di bambini che, “a causa delle emergenze e delle crisi prolungate, hanno dovuto interrompere la loro istruzione. Nel 2015, il 68% di tutte le persone oggetto di traffico sessuale nel mondo erano bambini. D’altra parte, un terzo dei bambini che hanno dovuto vivere fuori dei loro paesi lo ha fatto per spostamento forzato. Viviamo in un mondo dove quasi la metà dei bambini che muoiono sotto i 5 anni muore per malnutrizione. Nell’anno 2016 si calcola che 150 milioni di bambini hanno compiuto un lavoro minorile, molti di loro vivendo in condizioni di schiavitù. Secondo l’ultimo rapporto elaborato dall’UNICEF, se la situazione mondiale non muta, nel 2030 saranno 167 milioni i bambini che vivranno in estrema povertà, 69 milioni di bambini sotto i 5 anni moriranno tra il 2016 e il 2030 e 60 milioni di bambini non frequenteranno la scuola primaria di base”.
“Ascoltiamo il pianto e il lamento di questi bambini – prosegue il Papa nella Lettera – ascoltiamo anche il pianto e il lamento della nostra madre Chiesa, che piange non solo davanti al dolore procurato nei suoi figli più piccoli, ma anche perché conosce il peccato di alcuni dei suoi membri: la sofferenza, la storia e il dolore dei minori che furono abusati sessualmente da sacerdoti. Peccato che ci fa vergognare. Persone che avevano la responsabilità della cura di questi bambini hanno distrutto la loro dignità. Deploriamo questo profondamente e chiediamo perdono. Ci uniamo al dolore delle vittime e a nostra volta piangiamo il peccato. Il peccato per quanto è successo, il peccato di omissione di assistenza, il peccato di nascondere e negare, il peccato di abuso di potere. Anche la Chiesa piange con amarezza questo peccato dei suoi figli e chiede perdono”.
“Ricordando il giorno dei Santi Innocenti, voglio che rinnoviamo tutto il nostro impegno affinché queste atrocità non accadano più tra di noi. Troviamo il coraggio necessario per promuovere tutti i mezzi necessari e proteggere in tutto la vita dei nostri bambini perché tali crimini non si ripetano più. Facciamo nostra chiaramente e lealmente la consegna ‘tolleranza zero’ in questo ambito”.
“La gioia cristiana non è una gioia che si costruisce ai margini della realtà, ignorandola o facendo come se non esistesse. La gioia cristiana nasce da una chiamata – la stessa che ricevette san Giuseppe – a “prendere” e proteggere la vita, specialmente quella dei santi innocenti di oggi. Il Natale è un tempo che ci interpella a custodire la vita e aiutarla a nascere e crescere; a rinnovarci come pastori coraggiosi. Questo coraggio – conclude il Papa – che genera dinamiche capaci di prendere coscienza della realtà che molti dei nostri bambini oggi stanno vivendo e lavorare per garantire loro le condizioni necessarie perché la loro dignità di figli di Dio sia non solo rispettata, ma soprattutto difesa”.

https://www.avvenire.it/papa/pagine/il-papa-ai-vescovi-difendere-i-bambini-del-mondo-dai-nuovi-erode

Arte della cura

 
Tra gli eventi cruciali della vita umana – nascita, malattia, invecchiamento – la morte è quello di maggiore rilevanza esistenziale e di più intensa risonanza emotiva: per i familiari, ma anche per gli operatori sanitari. La morte è un fatto naturale, il normale termine di ogni esistenza, ma il morire appartiene alla vita, che deve essere rispettata, protetta e assistita sino al suo concludersi.

«L’atteggiamento davanti al morente – ha scritto Giovanni Paolo II – è il banco di prova del senso di giustizia e di carità, della responsabilità e della capacità professionale degli operatori sanitari, a cominciare dai medici». Oggi i medici sanno ancora accompagnare in modo dignitoso e umano il malato alla morte? Alcuni recenti episodi di cronaca, con il poco o tanto clamore mediatico che hanno suscitato, invitano a riflettere.
Assistere il morente è da sempre parte integrante del “mestiere di medico”: la sua professione è quella più coinvolta in un’esperienza diretta e continua della morte.

Nell’esercizio dell’antica “arte della cura”, per parecchi secoli il medico ha inteso la morte come un elemento intrinseco della sua visione del rapporto tra salute e malattia. Sino a Ottocento inoltrato l’enunciazione della prognosi era più importante della diagnosi (e della terapia): il medico sapeva che l’esplicita e dichiarata previsione di morte era essenziale alla prognosi quanto l’enunciazione di una futura guarigione.

La morte apparteneva al mondo concettuale e comportamentale del medico quanto la speranza di superare la malattia: vita e morte costituivano una categoria mentale unitaria dei medici condotti, dei medici di famiglia, dei medici di campagna che operavano sul territorio.

La loro visita al capezzale del paziente riguardava in ugual misura i malati suscettibili di guarigione quanto quelli destinati alla morte o addirittura già deceduti. Accompagnare il morente al suo destino e consolare i familiari del defunto erano atti professionali identici e simmetrici a quelli usati per curare i malati sanabili: gesti dotati della stessa dignità umana di attenzione al bisognoso e al sofferente (per la malattia, per l’imminente morte, per la perdita di una persona cara).

Nel Novecento, con l’avvento della moderna medicina tecnologica, l’orizzonte culturale del medico è cambiato. La morte del malato viene vissuta come una sconfitta della medicina, un limite della professione che non ha saputo vincere la malattia. Fatta la diagnosi e messa in atto la terapia, se quest’ultima non è risolutiva, il medico si sente implicitamente autorizzato a disinteressarsi di questo malato inguaribile.

In ospedale però spesso non ci si rassegna: il malato morente non viene considerato tale e rischia di essere inutilmente sottoposto a un accanimento terapeutico nella speranza – vana – di modificare la sua prognosi.

Viceversa gli operatori sanitari non dovrebbero mai dimenticare che «chi sta morendo ha bisogno di affetto, di aiuto, di non essere lasciato solo», come scrive Norbert Elias nel libro La solitudine del morente. Quando la guarigione non è possibile, lenire e consolare sono gli indispensabili atti di cura che il medico deve sempre saper offrire al suo paziente. Per questo, più di altri operatori sanitari, il medico deve riappropriarsi (in ospedale ma forse ancora di più sul territorio) della capacità di saper accompagnare il morente. Recuperando quella perenne dimensione antropologica della sua professione che non deve essere prevaricata e cancellata dalla pur apprezzabile componente tecnologica della medicina odierna.

Anzi, proprio i mezzi che la medicina oggi offre per lenire le sofferenze del morente, devono essere per il medico un incentivo atto a rendere possibile – quando la morte è un evento atteso e purtroppo ineluttabile – un trapasso indolore e corale della persona morente nel sereno ambiente domestico, circondato dall’affetto dei suoi cari. Un passaggio più dignitoso e umano della morte solitaria e inaffettiva – sovente evitabile – dentro l’asettica camera di un ospedale o di un hospice.

Senza rinunciare alle terapie più efficaci e attuali, farsi carico della morte del proprio paziente quando questa diventa inevitabile, sapendo accompagnare lui o lei e i suoi familiari lungo questo processo naturale, deve tornare a essere per il medico – come lo è sempre stato – un’esperienza umana emotivamente coinvolgente, ma soprattutto un atto fondante della sua competenza professionale.

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/la-compagnia-dimenticata-medicina-e-morte.aspx

 

Un malato terminale è uno scarto

Un paziente terminale, la sua volontà di accelerare la fine, il consenso di chi gli è più caro, il via libera dei medici: lo vuole, lo vogliono tutti, soffre troppo, perché non praticargli l’iniezione letale? È l’eutanasia nella formula prevista dalla legge belga (e di quella di Olanda e Lussemburgo), con la differenza che questa volta è stata praticata su un minorenne. Solo a tarda sera si è sapauto che il paziente aveva 17 anni, non si conosce però né il nome né il sesso ma solo che era malato terminale, che si tratta del primo caso in Belgio (e nel mondo, col benestare di una legge dello Stato) e che sono stati rispettati i criteri fissati dalla revisione della legge belga sull’eutanasia del 2002 riformata nel 2014 per includere anche l’accesso all’eutanasia di minori informati e consenzienti una volta acquisito il placet dei genitori e del medico curante.

Le regole votate dal Parlamento di Bruxelles prevedono che possa chiedere l’eutanasia il minore che patisce una «sofferenza fisica insopportabile» e per il quale «la morte a breve termine» sia «inevitabile». «Esistono fortunatamente pochi casi di questo tipo, ma ciò non significa che abbiamo il diritto di negare loro il diritto a una morte dignitosa», ha dichiarato Wim Distelmans, presidente della Commissione federale sul controllo e la valutazione dell’eutanasia confermando la notizia diffusa dal giornale fiammingo «Het Nieuwsblad» e rimbalzata nel giro di poche ore sui media di tutto il mondo.

Il discorso dei «pochi casi», in verità, ricorda i motivi con i quali si tentò 14 anni fa (e poi negli altri Paesi e in alcuni Stati americani dove forme di eutanasia o di suicidio assistito sono state legalizzate) di attutire l’impatto sull’opinione pubblica dell’eutanasia legale, materia nella quale sembra invece applicarsi alla lettera il teorema del “piano inclinato”: una volta imboccata una strada, per scelta anche molto ponderata e convinti di dover procedere solo in casi eccezionali, non ci si ferma più, passando in pochi anni dall’accettazione della morte a richiesta solo per pazienti adulti terminali e con sofferenze insopportabili all’attuale normativa che include anche persone con forti disagi psichici e persino i bambini.

Un ampliamento dei candidati all’eutanasia che pare inarrestabile e che è passato anche attraverso altri casi eclatanti, come il detenuto per reati gravi che ha preferito l’eutanasia al carcere a vita, ottenendo di poter morire anzitempo per mano dello Stato.

La vicenda è di soli due anni fa, ed è accaduta sempre in Belgio, a riprova che lo smantellamento di un principio – l’intangibilità della vita umana – ha conseguenze inevitabili e ormai facilmente pronosticabili.

Lo dovrebbero sapere i parlamentari che stanno sostenendo anche in Italia una legge sull’eutanasia, proposta dai radicali con una raccolta di firme e della quale la Camera ha avviato la scorsa primavera la discussione generale nelle Commissioni Giustizia e Affari sociali col supporto di Sinistra Italiana – favorevole anche all’eutanasia dei minori – e il plauso del Movimento 5 Stelle (i cui militanti si sono detti largamente favorevoli in un sondaggio online alla legalizzazione).

Il disegno di legge non sembra al momento avere chance di procedere oltre, ma intanto Montecitorio sta facendo marciare speditamente un altro progetto col quale si intendono normare le volontà di fine vita: un tema in cui l’equivoco sulle parole e le procedure è dietro l’angolo, e che potrebbe essere lo spiraglio attraverso il quale l’eutanasia entra in Italia travestita da “autodeterminazione” in “casi estremi”. Il Belgio con il primo bambino ucciso in un ospedale per decisione dei genitori e con il consenso dello Stato insegna che occorre fermarsi molto prima che sia troppo tardi.

Le reazioni
Molte le reazioni, anche in Italia.
La notizia dell’eutanasia praticata a un bambino “ci addolora e ci preoccupa: la vita è sacra e deve essere accolta, sempre, anche quando questo richiede un grande impegno”, ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei.

“Il pendio scivoloso sul quale da tempo il Belgio si è incamminato sui temi del fine vita rompe oggi un altro tabù”; sono le parole di Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita italiano. “La deriva belga dovrebbe costituire un campanello d’allarme per quanti, forse troppo superficialmente, si apprestano a promuovere la legislazione eutanasica nel Parlamento italiano. Non lascia ben sperare, purtroppo, l’esito della consultazione online degli attivisti del M5S”, prosegue Gigli.

In realtà il metodo della “democrazia diretta” ha coinvolto in questa consultazione on line 20mila votanti, di cui 19.381 hanno detto sì al testamento biologico e 18.204 sì all’eutanasia. Un po’ poco per dire, come fanno i 5 stelle, che “il Paese reale è più avanti e aperto rispetto alla politica e ai partiti”.

“Non c’è dubbio che il dolore di un figlio possa rappresentare per un genitore un vero e proprio martirio, ma proprio per questo in Italia la legge sulle cure palliative prevede una rete di centri impegnati nella lotta contro il dolore infantile. Una rete apposta per i minori, pensata per loro, capace di rispondere a tutte le loro esigenze; disposta a farsi carico delle necessità dei bambini e dei loro genitori, ma fermamente decisa a rifiutare l’eutanasia in qualunque forma possa essere proposta. E questa fermezza è anche il criterio guida che sta orientando il dibattito nel nostro Parlamento sul cosiddetto Testamento biologico o per meglio dire sulle direttive anticipate di trattamento, le cosiddette Dat”. Lo afferma l’onorevole Paola Binetti di Area popolare, presentatrice di uno dei disegni di legge attualmente in discussione alla Camera.

“L’eutanasia sui minori è maschera di un atto di volontà libero. La soppressione di una vita fragile non è mai accettabile”; è il parere di Alberto Gambino, presidente dell’Associazione Scienza & Vita. “Si realizza una vera e propria finzione: il diritto all’eutanasia del bambino, altro non significa che attribuire ad un adulto il potere di vita e di morte su un minorenne. È solo la ‘maschera’ di una vera decisione, personale, libera e consapevole – come intendono i fautori dell’eutanasia – in quanto non è in alcun modo concepibile in capo ad un soggetto che, per il diritto e per il livello di maturità, è incapace di autodeterminarsi nel compimento di scelte a contenuto legale ed esistenziale così estreme”.

“Eutanasia di un minore in Belgio. Quando la legge arriva a questo è il segnale che una intera società sta fallendo. Occorre un esame di coscienza nella cultura occidentale”; lo afferma Mario Marazziti, presidente della commissione Affari Sociali della Camera.

La parlamentare di IDeA, Eugenia Roccella, condanna l’episodio. “Cosa giustifica l’eutanasia ad un bambino? – si chiede Roccella -. Il dolore, si sa, oramai si può controllare efficacemente; e neppure si può invocare l’autodeterminazione, per un minore, e trincerarsi dietro la sua libertà di scelta: sono i genitori a chiedere l’eutanasia, ed è bene non nascondersi ipocritamente dietro il consenso del minore, che la legge belga richiede. Si tratta di una questione culturale – prosegue la parlamentare – dilaga ormai la cultura dello scarto, quella che Papa Francesco non si stanca mai di denunciare. Chi è gravemente malato, chi non è più autosufficiente, è già stato scartato: per la nostra società
un malato terminale non è più vivo”.

 

http://www.avvenire.it/Vita/Pagine/primo-caso-di-eutanasia-al-mondo-su-bambino-in-belgio.aspx

Una nuova opera di misericordia

Ascoltare il grido della Terra, ascoltare il grido dei poveri. Lo ha scritto Papa Francesco nel messaggio per la Giornata mondiale di preghiera, di carattere ecumenico, per la cura del creato, istituita dal Pontefice il 10 agosto 2015.

Nell’anno del Giubileo straordinario della misericordia, Papa Francesco invita a compiere una nuova “opera di misericordia” verso il creato cominciando a pentirsi del “male che stiamo facendo alla nostra casa comune” e “dopo un serio esame di coscienza” confessare “i nostri peccati contro il Creatore, contro il creato, contro i nostri fratelli e le nostre sorelle”.

È il “gesto” chiesto da Francesco nel messaggio per la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato che la Chiesa cattolica – in pieno Giubileo – celebra l’1 settembre, in unione con i fratelli e le sorelle ortodossi e con l’adesione di altre Chiese e comunità cristiane.
Il messaggio si conclude con l’indicazione di compiere una “nuova opera di misericordia” verso il creato: “spirituale” – suggerisce il Papa – che si può realizzare fermandosi in “contemplazione riconoscente del mondo” e “corporale”, attuando invece “semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo” per “costruire un mondo migliore”. “Mi permetto di proporre un complemento ai due tradizionali elenchi di sette opere di misericordia – precisa Francesco -, aggiungendo a ciascuno la cura della casa comune”.

http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/Cura-del-creato-un’opera-di-misericordia.aspx

Gesù ci chiama per nome

“Gesù ci chiama per nome”, “Dio ci ama così come siamo”. E’ un invito a essere protagonisti della propria vita, a sognare secondo Gesù, a non aver paura di dire sì al Signore, il filo rosso dell’omelia del Papa durante la Messa di chiusura della Gmg di Cracovia.

Nel Campus Misericordiae, Francesco, commentando l’episodio evangelico di Zaccheo, mette in guardia i giovani dai rischi dello scoraggiamento, del pensare in piccolo, del considerarsi meno di quel che sono. Soprattutto li invita a non temere “la folla mormorante” che “potrebbe ridere di voi perché credete nella forza mite della misericordia”, che “potrebbe giudicarvi dei sognatori perché credete in una nuova umanità, che non accetta l’odio tra i popoli, non vede confini dei Paesi come delle barriere”.
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Pericoli da conoscere, da affrontare senza paura di dire sì a Dio, un Dio vicino, che “ci invita al coraggio vero”. Ma voi, aggiunge il Pontefice “non lasciatevi anestetizzare l’anima”, non fermatevi alla superficie delle cose e diffidate dalle liturgie mondane dell’apparire”, cercate la connessione più stabile: “Quella di un cuore che vede e trasmette il bene senza stancarsi”.

L’impegno affidato ai giovani allora è quello di essere costruttori di una nuova umanità, lottando per il bene in quanto bene, senza aspettare di sentirsi dire bravi. La Gmg allora “comincia oggi e continua domani a casa perché è lì che Gesù vuole incontrarti d’ora in poi”.

sericordiae di Cracovia, predisposto per ospitare i
due eventi conclusivi della Gmg 2016: la Vegia di sabato sera e la Messa. In quest’area sono state realizzate due strutture, che resteranno a ricordo dell’evento come segno tangibile di misericordia: una Casa diurna per anziani e un Centro Caritas denominato Il pane della Misericordià. Accolto dal sindaco di Wieliczka, nel cui territorio si trova il Campus, e dal direttore della Caritas diocesana, il Papa è stato
accompagnato all’ingresso di una delle due case destinate
all’accoglienza di poveri e anziani in difficoltà. Qui ha benedetto i presenti, i locali e una statua della Madonna di Loreto. Dopo la benedizione delle case della Caritas, Bergoglio ha compiuto sulla vettura panoramica un lungo giro in tutta l’area del Campus Misericordiae.

http://www.avvenire.it/giovani/Pagine/messa-finale-papa-gmg-cracovia.aspx#

Dalle dita di Rosa

Aurora rododàktilos «dalle dita di rosa». La Rosa greca è Rode, un nome noto al Nuovo Testamento. Ed anche le sue dita sono da immaginare dentro la scena che Luca descrive nel libro degli Atti, coinvolgendola. Accade in un’aurora che segna un passaggio non solo dalla notte al giorno, ma anche dall’angoscia alla rinascita. Fu allora che Rode, una giovane custode della porta, sentì bussare e andò, un po’ perplessa, ad aprire. Una voce dall’esterno chiamava ed era quella di Pietro! Impossibile, pensò Rode, perché Pietro è incatenato nelle prigioni di Erode e prossimo alla morte, così come ieri è stato ucciso Giacomo. Ma la voce è inconfondibile e Rode si spaventa dalla gioia! Torna indietro e avvisa Maria e gli altri che erano riuniti per pregare e che, sulle prime, non riescono a crederle. Alla fine si decidono e si alzano per andare ad aprire: è proprio Pietro! Come risuscitato, a sua volta, dagli inferi del rigetto umano. L’aurora matura i suoi colori nella gioia di un ritorno insperato, grembo di un mondo fecondo, nuovo, promettente e accogliente. La casa di Maria è una delle prime chiese cristiane. Molte altre ne nasceranno sulla diaconia delle donne: quella di Lidia, quella di Priscilla, di Febe, di Apfìa, di Giunia. Rode non  è che l’aurora della Chiesa.

 

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