Fratello da fratello. Uomo da uomo.

 

Da : https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2018/11/5/federico-giordano-quando-la-liberta-vince-sul-fango/1800417/

Ci sono storie di cui sappiamo poco, storie che incrociamo per qualche istante — poche frasi — e che restano, pertanto, avvolte in un rispettoso silenzio, che neppure il dovere di cronaca può infrangere. È il caso del giovane Federico Giordano, 15 anni, travolto due notti fa dal fango che ha ricoperto una villetta a Casteldaccia in Sicilia, durante l’ultima violenta ondata di maltempo. Stando al racconto del papà Giuseppe, unico sopravvissuto alla tragedia, il ragazzo, all’arrivo del fango, avrebbe rassicurato il padre in merito alla sorellina più piccola, Rachele, di un anno, dicendogli “Papà, non ti preoccupare: la tengo io!”. Sono le ultime parole di un figlio, stampate per sempre nella testa di un padre, che arrivano al pubblico tramite un racconto, poche battute che nulla possono rivelare rispetto all’ampiezza e alla profondità di una vita vissuta insieme.

Resta il fatto che noi sappiamo dove la storia di Federico è davvero cominciata: tutto parte in campagna, in un campo, in un tempo indefinito in cui un padre chiede conto al figlio di dove fosse suo fratello. La risposta del figlio è lapidaria: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Quella risposta ha segnato per sempre il cuore di quel padre e, con quell’infelice espressione, Caino — questo il nome del figlio — non solo ha implicitamente confessato l’omicidio di Abele suo fratello, ma ha aperto una questione decisiva per ciascuno: l’incapacità che l’uomo ha, che noi abbiamo, di prenderci davvero cura, di stare davvero di fronte al volto e al bisogno di nostro fratello.

È questo l’esito più dirompente del peccato di Adamo ed Eva, è questo il dolore più grande che Dio si porta appresso: la nostra incapacità di essere fratelli. Nei secoli c’è stato più volte come un secondo tempo di questa partita, iniziata malissimo per l’uomo. È successo con Giuda, il figlio di Giacobbe, che dopo aver assistito quasi inerme al tentato omicidio del fratello Giuseppe si offre al posto di Beniamino, suscitando tutta la commozione di Dio. È successo a Gesù, che si offre sulla Croce per ciascuno di noi, perché il male e la morte non abbiano più l’ultima parola.

Eppure tutti questi esempi non colmano l’abisso di dolore che riempie il cuore del Padre, e non convincono fino in fondo noi del fatto che sia possibile, e umanamente conveniente, essere fratelli. Ci vuole Federico, ci vogliono quelle sue poche parole che raccontano di un desiderio, di un giudizio, di un destino: sono quelle poche sillabe a riaprire per ciascuno di noi la possibilità concreta di farci carico, nella vita, gli uni degli altri. “La tengo io” non è neppure la dimostrazione di una capacità, al punto che oggi sia Rachele che Federico sono morti, bensì di una novità che si manifesta, inaspettata, all’ultimo momento, al novantesimo minuto, quando il fango è già entrato dentro casa e tutto sembra già perduto: è allora che si fa largo lo spazio di un’estrema possibilità, di un ultimo pertugio in cui ricominciare — contro tutto e tutti — ad essere umani, ad essere fratelli.

Cominciare la settimana così, tornare a scuola, in università o sul lavoro con questo fatto davanti fa impressione perché é come se ci dicesse che non esiste una situazione, un rapporto, una circostanza che, per quanto fangosa, non lasci un ultimo spazio alla nostra libertà, alla nostra umanità che ricomincia a dire Tu al fratello che si trova accanto.

Certo: papà Giuseppe ha perso tutto — strano davvero il nome di questo Padre —, ma anche qui la sfida è aperta perché il dolore di Giuseppe diventa, a questo punto, un’offerta di amicizia per tutti noi, diventa la domanda di un Cireneo, di uno sconosciuto, che sia davvero compagno e amico a quest’uomo non nel togliergli la croce, ma nel portarla con lui. Che ampiezza e che respiro si fa largo tra le parole di Federico! E che responsabilità s’affaccia nella vita di ciascuno di noi. Il compito di essere davvero, l’uno per l’altro, padre, madre, fratello. Il compito, tutt’altro che facile, che non vinca Caino, che non prevalga quell’ombra di risentimento e di cinismo che solo la speranza di un gesto gratuito e inaudito — come il perdono — può spezzare e trasformare nella luce, magari fioca, di un nuovo inizio.

La partita è apertissima: a Dio, si sa, piacciono tanto i tempi supplementari. Quelli in cui Federico ha spiazzato tutti. Fratello da fratello, uomo da uomo.

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Fuoco!

 

 

Da: https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2018/11/3/il-regno-di-dio-e-un-gioco-da-bambini/1799134/
E’ uno dei giochi che fan divertire i bambini. Nascondi un oggetto facendo in modo che chi gioca, occhi tappati, non ti veda. Poi dai il via al gioco: tutti che corrono a cercare l’oggetto! L’aiuto che tu puoi dare sono due parole: acqua, se sono troppo fuori strada, fuoco se sono prossimi a trovarlo. “Vietato barare”: se bari, sei escluso per un turno. Il Regno di Dio è un gioco, nel senso più fanciullesco del termine: è ricerca, scoperta, inseguimento, agguati e appostamenti. Sono le istruzioni d’uso fornite da Dio stesso: “Cercate invece, anzitutto, il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose (companatico e alloggio) vi saranno date in abbondanza” (Mt 6,33). Cercate, per divertirvi: per rallegrare l’anima. Oggi la pagina del Vangelo, di primo acchito, confonde. C’è uno scriba ad interrogare Cristo: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?” L’Uomo, quello Maiuscolo, mal sopporta gli scribi: sovente li taccia d’essere troppo attenti alla lettera, poco allo spirito. Stavolta, invece, la storia finisce stringendosi la mano: “Non sei lontano dal Regno dei Cieli“. Il che è un complimento d’incoraggiamento pazzesco, che manco t’aspetteresti rivolto ad uno scriba avverso. Cristo gli dice: “Fuoco, fuoco. Sei vicino: la strada è quella giusta per arrivare al Regno”. Che sorpresa!

Cristo poteva arrestarsi alla facciata — “E’ scriba, mi fa perdere tempo” — e liquidarlo. Sceglie, invece, d’andare oltre, accreditandogli fiducia. Lo ascolta e ne apprezza l’indole spericolata, sbarazzina: perché un uomo che s’interroga, rifuggendo la comodità delle frasi-fatte, è un patrimonio d’inestimabile valore. E Cristo, questo, lo sa. Sta al gioco, che non è un gioco: nella foresta di comandi e comandamenti che la legge proponeva, accetta di buttare giù dalla torre quelli inutili, stilando la graduatoria di quelli importanti. Come fare in mezzo a tutto quell’imbarazzo di codici e cavilli? E’ un gioco da bambini per Chi conosce Dio a menadito come il Figlio suo: “Il primo è: Amerai il Signore tuo Dio“. Amare è il verbo-preferito di Dio. Mica per nulla: “L’amore — scriveva A. Einstein — è sapere tutto su qualcuno, e avere la voglia di essere ancora con lui più che con ogni altra persona”. Amarlo non nonostante-tutto, ma perché anche deludendo lui è rimasto il grande cuore ch’era stato.

Poi Cristo, geniale, oltrepassa: gli dice che non basta amare, gli insegna come si fa ad amare per davvero. E’ il di più che solo Cristo può chiedere: “Con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, con tutta la tua forza“. Con passione, cuore e intelligenza: è il tutto che Dio chiede a chi Lo ama. Non è troppo-poco, non è troppo-tanto: è la forma massima, quella che sfiora l’impossibile. E’ tutto. E, così facendo, amerai quello che sta più a cuore al Signore stesso: “Amerai il tuo prossimo“. Lui dice che, rispettando questo ordine, non sarà così difficile amare il prossimo come la gente pensa: amando Dio, è il mondo stesso a venire amato in contemporanea. Il mondo più bello tra quelli inventati da Dio: l’uomo, l’immagine di Dio quaggiù.

L’uomo che, più di altri, è vicino a noi stessi: “Come te stesso“. E’ il colpo di tacco a fine partita. L’avvertimento: “Stai attento: non ti sarà possibile amarmi se non ami il tuo prossimo, non sarai capace di amare il prossimo se non ami te stesso”. Come è avverbio di misura, particella d’avviso: è la faccia dell’Amore maiuscolo. La persona giusta, infatti, riesce a farti innamorare due volte: prima di lei, poi di te stesso. “Hai detto bene, Maestro. (Questo) vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici“. Glielo dice lo scriba al Maestro. E il Maestro, splendido, lo incoraggia: “Fuoco!” Pazzesco Cristo! Mettendo in cima alla classifica l’amore — declamato al futuro (“Amerai“), tempo dell’Eterno — svela la sua convinzione: le forze che accendono e fanno accedere al Regno, sono le stesse che tengono in vita il cuore della storia umana. Fuoco! “Non sei lontano dal Regno di Dio” (cfr Mc 12,28-34). E’ complimento sommo, appena sotto la santità. Ad uno scriba strafottente: per come sanno guardare, gli occhi di Cristo meriterebbero di stare al Louvre.

La casa allargata

TENDE AVSI/2. UNA COMPAGNIA CHE ALLARGA LA CASA

Nei quartieri periferici delle grandi città, l’opera delle Suore di Carità dell’Assunzione. Cure infermieristiche, accoglienza diurna di minori, condivisione della vita e dei bisogni delle persone in difficoltà. Con lo spirito con cui Sam aiutò Frodo…Ubaldo Casotto

Si chiama “La casa allargata”, ed è il titolo di uno dei progetti sostenuti da Avsi con la campagna Tende di Natale 2018. L’immagine rende fisicamente l’idea dell’opera delle Suore di Carità dell’Assunzione, un istituto religioso presente nelle periferie di alcune grandi città (Milano, Torino, Trieste, Roma, Napoli e Madrid), più conosciute, a molti dei lettori di questo sito e agli abitanti dei quartieri in cui vivono, come Suorine.

La casa, cioè la famiglia, è il dove, il luogo dell’opera

sociale delle Suorine, iniziata nelle case degli operai francesi a metà dell’Ottocento e ininterrotta sino a oggi nelle case degli immigrati, prima italiani ora internazionali, che popolano quartieri come il Corvetto di Milano, Borgo Vittoria a Torino, Spaccanapoli (non c’è bisogno di dire dove), Boccea e Primavalle a Roma, Servola a Trieste, Usera a Madrid.
Bambini a Spaccanapoli, dove operano le Suorine (foto: Stefania Malapelle)
All’inizio di quest’opera c’è un sacerdote francese del XIX secolo, padre Stefano Pernet. L’intuizione dell’assistenza domiciliare è sua, ed è databile in un momento preciso della sua vita. Succede a Nimes nel 1851, in un sobborgo chiamato l’Enclos Rey, dove abita la famiglia di un ragazzo dell’oratorio a lui affidato. La mamma è ammalata e Mario, così si chiama il ragazzo, è assente da qualche giorno. Pernet decide di andare a casa sua. Così quella visita viene raccontata su uno dei bollettini della congregazione:

«Bussa. Sulla soglia appare, scarmigliata, una bimba di cinque anni.
“Dov’è la tua mamma?”
“La mia mamma sta a letto.”
“E Mario?”
“È andato a cercar legna per scaldare la mia mamma.”
Entra. Disordine, fuoco spento, stoviglie ammucchiate, vestiti sparsi su tutti i mobili. Nel fondo dell’unica stanza il letto con la giovane mamma e un bimbo in una culla di vimini.
“Vengo per Mario che mi ha detto che lei era ammalata.”
La giovane donna espone allora la sua pena… La sua casa, curata fino a ieri, va ora alla deriva! Nessuno per curare lei, occuparsi dei bambini, fare la spesa; suo marito lavora e rientra intirizzito dal freddo. Le vicine vanno tutte in fabbrica. Andare all’ospedale? Abbandonare la famiglia. Fino a quando?… E scoppia a piangere.
Il Padre cerca di addolcire la sua pena, ma si sente impacciato.
“Che cosa potrei fare per lei?”
“Grazie, lei è buono” ma che cosa potrebbe fare lei qui. Ci vorrebbe una donna, una donna che fosse una buona infermiera e si prendesse cura dei bambini, dei pasti, della casa…”».

“Ci vorrebbe una donna…”. Questo episodio, il dolore cocente di non poter fare niente, ha segnato la vita di padre Pernet. Ha avuto quel giorno l’intuizione che in quelle case ci voleva la presenza di una donna, ma solo dopo quattordici anni, nel 1865 a Parigi, ha potuto realizzarla, dando origine a una congregazione di religiose che assistevano i malati a casa loro, prendendosi cura anche di tutta la situazione familiare. Un fatto rivoluzionario per quell’epoca. Questa professione nuova si è diffusa in Francia e in Europa e poi in tutto il mondo man mano le suore fondavano nuovi conventi negli agglomerati urbani popolari delle grandi città. Alla morte di padre Pernet, nel 1899, le suore erano più di quattrocento, presenti in tante città della Francia, a Londra, in Irlanda, a New York.

L’intervento in casa, la cura infermieristica, l’accoglienza diurna dei minori, l’impegno educativo nel rapporto con la scuola e con la famiglia, la collaborazione con gli enti locali e i servizi sociali; entrare nelle case condividendo i bisogni più elementari dalla malattia al sostegno nell’incombenza quotidiana dell’accudire i figli: questa è la missione delle Suorine che AVSI vuole sostenere attraverso il progetto della campagna tende di quest’anno.

La bellezza della donna salverà il mondo

Indice
Fedor Dostoevskij 3. “Sonja, la domanda sul dolore si fa fede” di Giovanni Moleri
Pagina 2
Tutte le pagine
altNei romanzi di Dostoevskij, Dio parla attraverso gli avvenimenti, i fatti, le situazioni, che si fanno parola e Provvidenza per chi li vive e per chi li legge. Nell’opera di Dostoevskij c’è una figura rilevante che mostra quanto il silenzio di Dio sia la voce dell’uomo. Voce che, se parlasse apertamente, schiaccerebbe all’istante ed in ogni attimo la possibilità umana di libertà. In particolare c’è una donna, tra le altre, che lambisce in modo iconico alla Theotokos, la Madre di Dio, la Madre di tutti gli uomini. Il suo nome è Sonja Semjonova Marmeladova.
È l’icona della santità che supera il bieco sentimento moralistico del pensiero comune perbenista su cosa sia moralmente buono.
Figlia di un fallito e alcolizzato, Semion Marmeladov, alla morte di questi, come unica eredità, ella assume su di sé la sopravvivenza dei fratelli e della matrigna, Katerina Ivanovna, ormai consunta dalla tisi. Rimasta orfana, infatti, si prostituisce per dare un “tozzo” di pane ai suoi fratelli.
Il suo destino si lega a quello dell’omicida Raskòlnikov, studente squattrinato che si è macchiato della colpa di aver ucciso un’usuraia in nome di un potenziale mondo nuovo, da realizzarsi con le possibilità economiche raggiunte attraverso tale delitto.

Ma chi è in verità Sonja? Quali sono i suoi tratti caratteristici? Ed infine, quale immagine metaforica esprime nel tracciato Dostoevskiano?
Innanzitutto ecco come gli occhi di Raskòlnikov la incontrano la prima volta: “… era una ragazza modestamente, quasi poveramente, vestita … sembrava una bambina, modesta e serena nei modi, con un viso sereno, ma come un po’ spaurito … non la si poteva neppure dire bellina ma i suoi occhi celesti erano così limpidi e, quando si animavano, l’espressione del viso diventava così buona e semplice che involontariamente ci si sentiva attirati”.
Molti sostengono che, protopaticamente, qui Dostoevskji tracci, secondo il metodo dell’icona, il volto e la figura di questa donna. Se ciò fosse vero ci sarebbe l’intenzione di porci dinnanzi ad una rappresentazione sacra di questa figura di donna. Il romanzo, apparentemente in contraddizione con tale ipotesi, ci dice che ella svolge il lavoro di prostituta, cioè un lavoro di peccato, di cui ella, non solo è accusata, ma del quale è oltremodo consapevole. Ma questa condizione disonorevole sembra non toccare una certa sua purezza, il suo offrirsi per i “suoi piccoli”.
“Ma dimmi dunque, una volta per tutte – proferì Raskolnikòv – come mai una simile vergogna e tanta bassezza possono trovare posto in te accanto ad altri opposti e sacri sentimenti? Sarebbe più giusto, vedi, mille volte più giusto e più ragionevole gettarsi a capofitto nell’acqua e finirla di colpo”. La risposta di Sonja è semplice, lapidaria, altruista: “E di loro (dei miei piccoli) che sarebbe?”. Forse parecchie volte è stata colta dalla tentazione di farlo ma ha deciso sempre per gli altri, con estremo realismo: la sua morte sarebbe costata altra sofferenza. Così accetta su di sé, almeno in parte, la sofferenza altrui.
Questa condivisione del destino altrui, questo farsi carico dell’altrui croce, fino a morirne (poiché ella sembra apparentemente soccombere nell’identità e nell’amore), nel suo lavoro quotidiano ha una forza che la redime, che la fa risorgere, che non l’abbandona mai, anzi che la muove senza risparmio a pietà del volto umano scaraventato nel sottosuolo.
Raskòlnikov le confessa il suo delitto e lei, di pari punto “… balzò su e, torcendosi le mani, andò fino al mezzo della stanza ma poi tornò a sedersi sul letto, spalla a spalla con quella di Raskòlnikov. D’improvviso mandò un grido e si buttò dinnanzi a lui in ginocchio: – che avete fatto? Che avete fatto di voi? – disse disperatamente e, balzata in piedi, gli si gettò al collo, lo abbracciò e lo strinse forte forte con le mani … – No, ora non c’è uomo al mondo più infelice di te – … ed ad un tratto si mise a piangere … Raskòlnikov sentì un sentimento che egli da tempo più non conosceva che affluì in un’ondata nella sua anima e di colpo si riaddolcì“.
E più in là ancora, quando Raskòlnikov racconta la teoria che giustifica il suo omicidio, Sonja, senza turbamento e con grande decisione, gli grida: “Tacete, tacete! Vi siete allontanato da Dio e Dio vi ha colpito, vi ha abbandonato al Demonio”. C’è in Sonja un riferimento preciso che dà i termini del limite al potere dell’uomo, che dà i termini della perdita del senso vero dell’umanità, che sa guardare, oltre l’apparenza, la realtà umana: il riferimento a Dio.
“- Tu dunque preghi molto Dio, Sonja? – le domandò. Sonja stava in piedi, taceva, accanto a lui che aspettava una risposta. – Che sarei mai senza Dio? – sussurrò ella rapida, alzando gli occhi su di lui tutto d’un tratto scintillanti, e gli serrò forte la mano nella propria. – E Dio cosa fa per te? – domandò ancora egli. – Tacete! Non fatemi domande. Voi non siete degno. – gridò ad un tratto, guardandolo severamente e con collera. – Tutto fa! – ella sussurrò abbassando gli occhi. (È la stessa risposta che il capitano dà nel romanzo “I Demoni”: “Se Dio non esiste come potrei io essere capitano?”).
Vi è ancora un tratto della natura di Sonja che emerge da tutto il romanzo di Dostoevskji. Ella sembra avere un forte ascendente, oserei dire una seduzione su chi l’avvicina. Un fascino che disarma chi la incontra, ma la sua bellezza è il suo Dio. Dice P. Evdokimov: “Il mondo non esiste se non perché è amato e la sua esistenza testimonia del Padre che ha tanto amato il mondo” (come è scritto in Giovanni 3,16). Potremmo dire di Sonja altrettanto. Nel romanzo, lei ha tanto amato il mondo al punto di essere dove la vita le chiede di essere.
Dice Romano Guardini: “Ella è là, dove, secondo la parola di Cristo, si trovano gli umili e i reietti, i pubblicani e i peccatori. Tra lei e Cristo c’è un’intesa, essi hanno un segreto comune. Questo gli conferisce autorità, di questo ella vive. Di qui le viene quella chiarezza interiore che le vieta di lasciarsi andare a Raskòlnikov, quantunque ella ora lo ami”. Così, con questa forza, ella parte, quasi rifiutata da Raskòlnikov, con lui per la Siberia, dove diviene madre dei carcerati (“… rammendava loro i calzini”). E là, nel silenzio in cui Raskòlnikov la lascia e in cui lei discretamente si mette, ella pone un seme, un inizio in cui la libertà di Raskolnikov si possa trasformare in conversione: una bibbia, che egli non ha ancora aperto perché troppo convinto di sé. Ciò che le parole di Sonja ci dicono, l’immagine ce lo mostra silenziosamente. Così Sonja diviene testimone annunciatrice del suo credo, dell’amore che ha nel cuore, che sa dare luce e rendere buono ciò che era buio e nel male.
Chi legge il romanzo, davanti a Sonja prova un senso di profonda meraviglia: ella trasfigura, sa cogliere la verità nel cuore dell’uomo perché di essa si nutre, come Miskin ne “L’idiota”. Luce, Verità, Dolcezza, Bontà, Compassione e Carità, rendono bello ciò che lei è e ciò che è la sua vita. Sonja si piega sul mondo per servirlo e per dare in tal modo gloria a colui che per lei fa tutto. Sonja sembra essere agli occhi di Dostoievkij la Bellezza sofianica del senso, cioè ella è la personificazione della Carità. Guardando Sonja Marmeladova si comprende l’affermazione di Dostoevskji: “La Bellezza della donna salverà il mondo”.
A volte Sonja ci appare talmente limpida nella sua personalità e nella donazione gratuita di sé che ci sembra rasentare la follia, quella dei Santi in Dio, nonostante la contraddizione. “Che sarei io se Dio non ci fosse? Lui che fa tutto per me!”. In questa frase Sonja raggiunge i vertici della sua vera natura, della sua grande Bontà, infine della sua incredibile Bellezza, che la rende collaboratrice del lavoro di Dio: essere madre, nella stessa forma in cui lo è la Chiesa, generatrice (Raskòlnikov rinasce a vita nuova grazie a lei), unificatrice (i carcerati sembrano essere dei bambini intorno alla gonna della madre), paziente nella carità (Sonja attende nel silenzio la conversione di Raskòlnikov, confidando nella Provvidenza: “Ma io non posso conoscere la Provvidenza Divina e perché domandate quello che non si può domandare? Perché queste domande vuote?”), semplicemente essere pronta.
Che ci stiamo a fare qui? Che senso ha essere? Che vale soffrire e amare? Queste domande poste sin dall’inizio, in Sonja prendono e spalancano ad una visione altra da quella che in Ivan Karamazov genera la “rivolta contro Dio”. In Sonja si fanno fede. (La Nuova Bussola quotidiana del 6-3-2016)

http://www.giovannifighera.it/presi-dal-web/fedor-dostoevskij-3-sonja-la-domanda-sul-dolore-si-fa-fede-di-giovanni-moleri/tutte-le-pagine

Contenti ma inquieti

Valerio Capasa

lunedì 17 novembre 2014

«Piove / non sulla favola bella / di lontane stagioni, / ma sulla cartella / esattoriale», scriveva agli inizi degli anni Settanta Eugenio Montale. Svanito l’arcobaleno dannunziano, «piove / in assenza di Ermione / se Dio vuole, / piove perché l’assenza è universale». Piove come in questi giorni, sulla Liguria montaliana e non solo, come piovono i guai, le tasse, le incombenze: «piove perché se non sei / è solo la mancanza / e può affogare».

È terribile se la pioggia ci trova soli, affogati nell’«assenza universale». Forse il massimo che si può sperare è, leopardianamente, la quiete dopo la tempesta. Prima del «sol che ritorna», però, rimane il lungo tempo dell’«affanno», quando un uomo può solo implorare che passi, almeno per poco, perché in quella breve interruzione riprende fiato e «de’ mali suoi men si ricorda»«piacer figlio d’affanno», sentenzia Leopardi, in quanto esso è solo la «gioia vana» di un provvisorio «uscir di pena», ma la tempesta non tarderà a ripresentarsi.

Intanto esce l’album di Francesco De Gregori, che duettando con Ligabue tira a nuovo una canzone vecchia quanto Piove di Montale, Alice, che nella seconda strofa fotografa una scena di pioggia: «E Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina. E rimane lì a bagnarsi ancora un po’, e il tram di mezzanotte se ne va: ma tutto questo Alice non lo sa». Solo chi conosce i meandri della biografia di Cesare Pavese riesce a decifrarla: quel Cesare, infatti, è proprio il poeta negli anni liceali, di cui la (discutibilissima) biografia di Davide Lajolo racconta un appuntamento «di fronte alla porta principale del caffè. Alle sei in punto, Pavese è in attesa. Ma l’attesa si prolunga; la cantante-ballerina non arriva né alle sei, né alle sette, né alle nove. Pavese aspetta sempre, e prolungherà l’attesa fino alla mezzanotte. Non lo fa deflettere dal suo proposito la pioggia insistente che dalle undici gli cade addosso; né si muove anche quando è certo che la ragazza non verrà più. Soltanto quando un orologio batte i dodici tocchi della mezzanotte, triste, annichilito, si decide a tornare a casa fradicio d’acqua e di freddo».

De Gregori ha saputo portare in rilievo una scena che sembra impregnata dell’amaro sapore di un destino: la pioggia che insiste, l’amore negato, l’attesa più insistente della pioggia e del tradimento e che pure rimane travolta, dentro la sordità del mondo. Sotto quella pioggia resiste un’ostinazione da innamorato, che tuttavia non può rimanere impermeabile a tutta quell’acqua: che, a quanto pare, lasciò il segno in una pleurite che tenne Pavese per tre mesi lontano da scuola, oltre che perduto nel disinganno.

L’immagine è efficace non solo per il destino di un poeta: a sommergerci è la pioggia delle fatiche, delle questioni irrisolte, quando dimentichiamo l’azzurro del cielo, che ormai si lascia intravedere rarissime volte, come scrive altrove Montale: «la pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta / il tedio dell’inverno sulle case, / la luce si fa avara – amara l’anima». L’inverno ci piove nell’anima, un’ora dopo l’altra, le cose non funzionano, e la soddisfazione tanto attesa non si presenta come non si presentò la ballerina, e perdiamo ogni occasione come ogni tram di mezzanotte.

Nei Fioretti di San Francesco, però, Leone si sente dire da Francesco che la «perfetta letizia» non proviene da quello che facciamo né da quello che sappiamo. «Quando noi saremo a santa Maria degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e ‘l portinaio verrà adirato e dirà: Chi siete voi? e noi diremo: Noi siamo due de’ vostri frati; e colui dirà: Voi non dite vero, anzi siete due ribaldi ch’andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via; e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame infino alla notte; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia. E se anzi perseverassimo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate dicendo: Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, ché qui non mangerete voi, né albergherete; se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore; o frate Lione, iscrivi che quivi è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l’amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro, e quelli più scandolezzato dirà: Costoro sono gaglioffi importuni, io li pagherò bene come son degni; e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia».

Come può una cascata di pioggia, e se non bastasse di neve e di freddo e di fame, e di rifiuto e di ingiustizia e di bastonate, come può quella stessa e più agghiacciante pioggia di Pavese e di Leopardi e di Montale essere il momento della «perfetta letizia» anziché della perfetta sconfitta? Come si può «volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi» sotto un cielo in cui, più che un’assenza universale, anche il diluvio universale parla di un Dio che la manda?

All’uggioso «non sei» di Montale risponde uno straordinario incipit dei Promessi sposi. Siamo nel penultimo capitolo, e Renzo ne ha subite di tutti i colori. Ora sembra che «passata è la tempesta»: pazienza per la casa distrutta, i lanzichenecchi, la peste, don Rodrigo e tutti i guai passati; finalmente, dopo 36 capitoli, possono sposarsi. Lui esce dal lazzaretto praticamente senza avere più niente addosso né davanti a sé. «Appena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzaretto, e preso a diritta per ritrovar la viottola di dov’era sboccato la mattina sotto le mura, principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie».

Non se ne può più, davvero. Qui Renzo avrebbe dovuto alzare gli occhi verso quel cielo che  credeva abitato dalla provvidenza e rimandargli indietro una bestemmia per ogni goccia. Ma «Renzo, in vece d’inquietarsene, ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata», perché sentiva che anche «nel suo destino» avveniva un «risolvimento». E non perché ogni faccenda si sistemasse: anzi, tutta la notte attraversò, stanco e affamato, Sesto e Monza e Pescate. «E potete immaginarvi come fosse quella strada, e come andasse facendosi di momento in momento. Affondata (com’eran tutte; e dobbiamo averlo detto altrove) tra due rive, quasi un letto di fiume, si sarebbe a quell’ora potuta dire, se non un fiume, una gora davvero; e ogni tanto pozze, da volerci del buono e del bello a levarne i piedi, non che le scarpe. Ma Renzo n’usciva come poteva, senz’atti d’impazienza, senza parolacce, senza pentimenti; pensando che ogni passo, per quanto costasse, lo conduceva avanti, e che l’acqua cesserebbe quando a Dio piacesse, e che, a suo tempo, spunterebbe il giorno».

Cosa lo sosteneva, passo dopo passo, in quest’ennesima tempesta? Cosa gli teneva in cuore ancora il sole anziché chiuderlo in un cinico “ci mancava pure questa”? Lo dice lui stesso, dopo chilometri in cui «non era mai spiovuto», quando arriva a casa di un amico, il quale, bello riposato e asciutto, «s’era levato allora, e stava sull’uscio, a guardare il tempo, alzò gli occhi a quella figura così inzuppata, così infangata, diciam pure così lercia, e insieme così viva e disinvolta: a’ suoi giorni non aveva visto un uomo peggio conciato e più contento. “Ohe” disse: “già qui? e con questo tempo? Com’è andata?”».

Al posto di una reazione furibonda, o dello snocciolarsi lamentoso dei tormenti accumulati, la risposta è disarmante: «”La c’è”, disse Renzo: “la c’è: la c’è”».

Questo lo rende malconcio e al tempo stesso «contento»: la certezza che lei c’è. Vorrei poterlo dire anch’io, sotto la pioggia dei miei guai. Perché la pioggia, in realtà, è inaccettabile «se non sei», senza un «amore ballerina», ma è tutt’altra storia quando la vita è piena di una presenza. Che non è un ombrello, si badi, perché non smorza di una goccia la tempesta: Lucia non era il rifugio di Renzo come Cristo non era il riparo di Francesco. Loro conoscevano la pena quanto Leopardi, Pavese e Montale, ma ci raccontano, così bagnati, che il piacere non è «figlio d’affanno» ma sboccia già dentro l’affanno se un amore gli dà senso: perché si può essere contenti non appena in quiete, ma anche inquieti. Possa succedere anche a noi di non dover aspettare un impossibile mondo senza pioggia e senza guai, ma di poter gridare, fradici proprio in mezzo alla tempesta: «la c’è».

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Se lo spazio è Cristo

 

Sergio Cristaldi

 

martedì 9 settembre 2014

La decisiva dimensione del tempo entra necessariamente in conflitto con quella dello spazio? I processi si svolgono entro concrete coordinate. Hanno luogo. E da qualche decennio, una considerazione dello spazio ha ripreso vigore, in ambito filosofico e di teoria e critica letteraria. Per limitarsi alla più recente novità: è fresco di stampa un volume miscellaneo dedicato a un intrigante binomio, Locus-Spatium; esito di un convegno promosso dall’Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo. 

A veder bene, «spazio» è categoria tipica della modernità. In una sua accezione connotata, ma emblematica, implica un’estensione neutra, dove tutti i punti risultano equivalenti; estensione disponibile alla scoperta, alla misurazione e in definitiva alla presa di possesso da parte dell’uomo, legittimato a consumarne uno sfruttamento intensivo in vista del proprio benessere. Si è parlato perciò di spazio «liscio» (prima di ogni perimetrazione e mappatura) e di spazio «striato» (in cui le demarcazioni supportano la conquista e il dominio). Il Medioevo alimenta, però, un’ottica diversa; lo aveva già rilevato lo studio ormai classico di Paul Zumthor, La misura del mondo, un contributo che non smarrisce, a poco più di vent’anni dalla sua pubblicazione, smalto e attualità. 

Persuasi a loro volta che l’uomo fosse costituito come possessor dominus mundi, i medievali fondavano questa acquisizione sulla coscienza che lo spazio era dono di Dio, prima ancora che estensione da annettersi o bene da far fruttare. Questo dono costituiva una traccia, dotata di rilievo irrecusabile in sporgenze qualificate. Ai sensi di una geografia sostanzialmente religiosa, si riconoscevano «luoghi» eminenti, dove Dio aveva stampato in maniera clamorosa la sua impronta. Un sentore del genere era già diffuso prima del cristianesimo: tutte le civiltà antiche ravvisavano «luoghi sacri», in grandiose cornici naturali, teatro di forze telluriche e paniche. La religione cristiana coniugava però congiuntamente spazio e tempo, in forza della storia della salvezza e del suo evento culminante, l’Incarnazione, con coefficiente sia storico che geografico. Il Medioevo venerava perciò «luoghi santi», quelli eletti dal progetto divino a contesto della Redenzione, anzitutto la Terrasanta, e con essa i principali sbocchi di una fede in cammino, in irradiazione, la Roma di Pietro, i santuari che ricordavano apparizioni, miracoli, esistenze scandite dalla preghiera e dalla carità.

Ma il mondo, per l’uomo medievale, era la preparazione in vista del compimento, la strada utile alla meta, tant’è vero che i teologi distinguevano tra condizione in via e condizione in patria: qui siamo stranieri, la nostra città è altrove, in cielo, anche se per raggiungerla non dobbiamo evadere dal solco in cui ci troviamo (la valle di lacrime va attraversata). «Città celeste» è evidentemente una metafora, l’aggettivo non permette di dubitarne. Ciò che questa immagine suggerisce, insieme alle consimili «dimora», «paradiso», «giardino», è forse privo di ogni esponente spaziale, di qualsiasi localizzazione?

Oggi risponderemmo senza esitazione, non per nulla la cultura più aggiornata ha elaborato la categoria di «non-luogo» e ne ha individuato un caso paradigmatico proprio nell’aldilà. Non è detto, però, che il nostro punto di vista debba colonizzare le fasi storiche che ci hanno preceduto; così come non è detto che a delimitare la sensibilità medievale rispetto a quella moderna bastino operazioni di meccanico ribaltamento.

L’escatologia del Nuovo Testamento, mentre riprende immagini di ascendenza giudaica, parlando di «paradiso», «trono», «albero della vita», «acqua», «luce», «seno di Abramo», infonde in esse un nuovo significato: come osservò Joseph Ratzinger in un agile libretto, Escatologia. Morte e vita eterna, redatto per una collana da lui diretta insieme a Johann Auer, «tutte queste immagini non descrivono dei luoghi, bensìcircoscrivono il Cristo, il quale è la luce vera e la vita vera, l’albero della vita». Era questa, in effetti, la consapevolezza maturata dai Padri e successivamente, con una messa a fuoco anche più nitida, dalla Scolastica. I teologi medievali non nutrono incertezze in merito: l’aldilà è per loro uno stato piuttosto che un luogo. Più precisamente, l’approdo escatologico attinge un rapporto personale: è l’amore di Cristo il luogo definitivamente acquisito o ceduto, è la contemplazione del Padre l’orizzonte a cui si giunge o a cui si rinuncia. Alla felicità occorre una persona, non un paese. In parallelo, la condanna eterna è colta anzitutto come separazione dal Signore, esilio dalla sua intimità, ciò che trova definizione tecnica nella formula poena damni, non senza la concorde avvertenza che una sanzione del genere è infinitamente più grave di qualsiasi altra, fuoco, gelo, tortura, sevizie. Ma il riconoscimento della centralità di Cristo comportava di necessità l’archiviazione di ogni elemento cosmologico? 

Per Tommaso d’Aquino, il Paradiso ha una sede non metaforica nell’Empireo, l’ultimo dei cieli cosmici, la decima delle sfere che circondano la terra. Il motivo di questa localizzazione – allora in auge presso tutti i maestri in sacra doctrina – viene accuratamente enucleato. La remunerazione ultraterrena, spiega Tommaso, implica, assieme alla gloria spirituale, anche una gloria corporale; la prima conosce un’anticipazione nella beatitudine degli angeli, ai quali i santi verranno equiparati, ma allora anche la seconda deve avere un preannuncio. La conclusione si profila: era conveniente che la gloria corporale avesse inizio a sua volta sin dal principio, manifestandosi almeno in un corpo, libero per intrinseca struttura dalla mutevolezza e dalla corruzione; ebbene, questo corpo è il decimo cielo, immobile perché nel suo genere perfetto, e così anticipo e pegno della finale redenzione di tutti i corpi e dell’intero cosmo. 

L’idea che dell’Empireo coltiva Dante presenta una complessità che non si può esaurire in breve, ma ci interessa qui metterne in risalto almeno un aspetto, riscontrabile nel suo trattato in lingua volgare, ilConvivio. A proposito del decimo cielo, snidiamo espressioni singolari, ancor più sorprendenti nella loro contiguità: «E quieto e pacifico è lo luogo di quella somma Deitate»; «Questo loco è di spiriti beati». 

Un luogo, dunque, condiviso da Dio stesso. Il linguaggio si tende, a costo di sfiorare l’incongruenza: Dio, come tale, non è incluso da nulla, al contrario abbraccia ogni cosa; a rigore, è l’Empireo in Dio, e non viceversa. Eppure, l’Empireo accoglie la presenza di Dio, se i beati vivono davanti a Lui, anzi in Lui, sperimentandone la contemplazione, godendo di un abbraccio che abolisce la distanza e non permette ritorno alla distanza. 

E traspare forse un’intuizione ulteriore in quelle espressioni a prima vista abnormi. Il Dio presente in tutte le cose non aderisce per questo a un indiscriminato “dovunque”; è in tutto, certo, ma insieme al di sopra di tutto. Ciò non significa, però, che non sia “da nessuna parte”, come se nella sua costitutiva imprendibilità finisse per evaporare; al contrario, possiede un suo luogo, in qualche modo identificabile. Non si ha il coraggio, oggi, di dire: perfettamente identificabile. 

 

 √http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/9/9/LETTURE-Da-Ratzinger-a-Dante-qual-e-il-luogo-di-Dio-/print/525696/

Fare il cristianesimo

 

Fernando De Haro

 

martedì 2 settembre 2014

Negli ultimi giorni del Meeting di Rimini è stato pubblicato un articolo interessante che riapre sulle caratteristiche che deve avere una presenza cristiana. Giuliano Ferrara, difensore dei valori “non negoziabili”, si è opposto a quel che ha detto uno degli ospiti del Meeting: Pierbattista Pizzaballa. Il Custode di Terra Santa, in uno degli interventi più profondi di Rimini, ha messo in luce i limiti delle iniziative che sono state avviate in Medio Oriente per salvare “il cristianesimo e la sua cultura”. Pizzaballa ha denunciato il fatto che ci sono molti stereotipi su quanto sta accadendo nella regione, attraversata non da una guerra di religione, ma da una lotta di potere che è in contraddizione con la storia di quei territori.

Il sacerdote francescano ha respinto la demonizzazione generica dell’islam, ha rivendicato il passato di convivenza tra le diverse confessioni – basata su un’identità esplicita e non censurata come avviene in Occidente – e ha detto che l’uso della forza va condizionato dalla presenza di una prospettiva di ricostruzione. Il Custode ha portato esempi di collaborazione tra cristiani e musulmani presenti in Siria. Tutto questo nasce, ha evidenziato, da uno “sguardo religioso redento”. Uno sguardo di cui tutti abbiamo bisogno.

Ferrara si è arrabbiato e ha bollato questo sguardo redento come qualcosa di storicamente irrilevante, come un’analisi spirituale che non ha nulla a che vedere con le sfide sociali. Per il direttore de Il Foglio, l’opzione laica, l’unica che ha valore, è quella che difende il cristianesimo, in questo caso con la forza e senza troppi complimenti. 

Il caso del Medio Oriente è emblematico per molte altre questioni e al Meeting di Rimini ci sono stati diversi esempi: il nichilismo europeo, i nuovi diritti, la costruzione della democrazia. Se il cristianesimo non è un’esperienza vincente, capace di sedurre le persone per il suo valore umano, di rispondere ai nichilisti europei o a chi cerca il paradiso nei nuovi diritti, resterà sempre sulla difensiva. Finirà sempre per difendere una fortezza assediata – un sistema, piuttosto che alcuni valori o una dottrina – che diviene inospitale per chiunque.

L’alternativa tra difendere il cristianesimo e “fare il cristianesimo” (un’espressione di Peguy) riguarda anche il modo di concepire la Chiesa. Lo ha chiarito un altro ospite del Meeting di quest’anno, il gesuita Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica e amico personale del Papa. Ha spiegato che ci sono due modi di intendere la Chiesa. Da una parte l’idea della Chiesa-faro, che in mezzo alla tempesta, immobile, proietta la sua luce e difende dei principi chiari.

Dall’altra l’idea di una Chiesa che si spande in numerose fiaccole e che porta la luce lì dov’è l’uomo e che lo accompagna persino quando naufraga. Questa è la Chiesa di Francesco (e anche di Benedetto XVI). È la Chiesa che non offre un sistema chiuso di valori o una dottrina come unica risposta, ma che si lascia provocare dalla realtà. Non si tratta di relativismo, ma è la conseguenza di concepire la verità come relazione.

Questo modo di intendere la Chiesa, ha suggerito Spadaro, è quello che aveva Luigi Giussani, fondatore di Comunione e liberazione. Papa Francesco, nel suo messaggio al Meeting di Rimini, ha invitato i suoi partecipanti a non difendersi dalla realtà, ma a viverla intensamente. Come raccomandava sempre Giussani.

 

 

Attratti dalla forza di una gioia

 

 

filippo-santoroRimini. «Dobbiamo portare alla gente l’amore del Signore morto e risorto che scalda il cuore e cura le ferite. Questa non è una frasetta da ripetere ma il metodo e il cambiamento a cui papa Francesco sta chiamando tutta la Chiesa, specie quella italiana». Se Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, già missionario per 28 anni in Brasile, ha scritto il libro La forza del fascino cristiano e l’ha presentato ieri al Meeting, è solo per un motivo, come riassume don Stefano Alberto: «Ricordare che il cristianesimo non si diffonde mai per proselitismo o per una posizione ideologica, ma per attrazione».

FORZA DEL FASCINO CRISTIANO. Il libro vuole far luce sul cammino che «Dio, attraverso papa Francesco, sta chiedendo alla Chiesa» e per farlo racconta «l’esperienza esaltante» e i contenuti della Conferenza di Aparecida, che nel 2007 per volere di Benedetto XVI ha raccolto nel santuario dove è apparsa la Madonna 250 vescovi da tutta l’America Latina, presieduti dall’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio. In quei giorni di lavoro, «in cui avevamo davanti agli occhi tutti i giorni fino a 100 mila pellegrini», «i problemi sono stati assunti come sfide alla verità della fede. Lì ho capito che la forza del fascino cristiano è l’azione dello Spirito Santo che ci fa affezionare a Gesù e in forza di questo ci fa andare in missione dove vuole».


RISPONDERE ALLA REALTÀ.
 Il documento conclusivo, che ha determinato l’azione della Chiesa in tutta l’America Latina, «è un evento dello Spirito Santo perché mette insieme tutti i problemi della gente che avevamo davanti agli occhi, dalla povertà alla corruzione alla teologia della liberazione, partendo dalla lode al Signore che ci ha visitati e con una preferenza speciale per i poveri». È questo che monsignor Santoro, la cui fede è nata seguendo don Luigi Giussani e il movimento di Comunione e Liberazione, si è portato dietro anche quando è stato chiamato a Taranto. Qui, racconta, «non ho fatto altro che rispondere alle provocazioni della realtà».

«GIOIA CONTAGIOSA». «Tra l’Ilva e i migranti», continua Santoro, «ci siamo trovati davanti a un vero dramma umano. Io ho capito che il mio compito era quello di accogliere, come ho fatto con gli operai dell’Ilva, andando a visitarli durante le proteste, o con una signora che è venuta da me un giorno per chiedermi di pregare per la figlia caduta in coma irreversibile proprio prima di sposarsi. Abbiamo pregato in ginocchio insieme il Santissimo e la Madonna. Dopo 15 giorni quella donna è uscita dal coma».
«Ho anche cominciato a visitare sempre più spesso il carcere e siccome per la Messa ci avevano dato una stanza terribile, i detenuti l’hanno ritinteggiata. Poi mi hanno detto: “L’abbiamo fatto per lei e per Gesù”. E nelle visite seguenti mi hanno ringraziato così: “Lei ci prende la mano e non ci lascia”. Ma quella mano era di Gesù e ad afferrarli è stato il fascino di una gioia contagiosa».

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Il cuore potente dell’uomo

La Siria e l’Ucraina. L’Egitto e la Nigeria. Poi, l’Europa. Per capire il filo rosso che percorre il Meeting di quest’anno si parte dalla cronaca: dai cristiani uccisi, dai migranti disperati, dai giovani senza lavoro. Da una realtà che ha i tratti della violenza e della guerra, della povertà umana e della crisi economica. Si comincia da qui per scoprire la portata di questa edizione riminese dal titolo: “Verso le periferie del mondo e dell’esistenza. Il destino non ha lasciato solo l’uomo”, che avrà inizio il 24 agosto. «Al Meeting incontreremo degli uomini che ci mostreranno un modo nuovo di rispondere alle sfide che ci troviamo ad affrontare», ha spiegato Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà. «Perché il tema cruciale del cambiamento della storia è il cuore dell’uomo, non il potere».

Presentato per la prima volta ieri sera, nella Sala del Tempio di Adriano a Roma, il programma è fitto di appuntamenti. Quattordici mostre, oltre cento convegni, testimonianze e spettacoli che hanno come comune denominatore il desiderio di uscire e andare incontro agli altri, che «sono sempre un bene, un misterioso dato da cui lasciarsi provocare», come si legge nel comunicato ufficiale. Le alternative sono sempre due, ha spiegato monsignor Silvano Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu: «O accogliamo l’altro come dono, oppure, considerandolo una minaccia, costruiremo il nostro muro. Ma la storia ci insegna che i muri non reggono. Solo se partiamo dal fatto che l’altro è un’occasione di bene per noi, potremo intraprendere una nuova via».

La strada è quella indicata da papa Francesco durante il suo viaggio in Terra Santa, quella che il cardinale Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, ha definito il «potere del cuore», ovvero «amare e vedere nell’altro veramente un fratello». Sulla scia di quanto è accaduto l’8 giugno, in Vaticano, con lo storico incontro di preghiera tra il Papa, il presidente israeliano Shimon Peres e il palestinese Mahmoud Abbas, ad aprire il Meeting sarà padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terrasanta e protagonista di quella giornata. Con Monica Maggioni, direttore di RaiNews24, affronterà lo scenario di violenza e di guerra del mondo che soffre e il ruolo del dialogo interreligioso nei processi di pace.

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A paragonarsi con il titolo della XXXV edizione, insieme al presidente del Meeting Emilia Guarnieri, sarà invece Aleksandr Filonenko, docente di Filosofia all’Università di Char’kov, in Ucraina, che aiuterà a fare luce anche sui grandi cambiamenti che quest’anno hanno segnato il suo Paese a partire dalle proteste di piazza Maidan a Kiev. Tra gli appuntamenti principali: un focus sulla Siria, con una mostra e diversi incontri a cura di Giorgio Buccellati, professore emerito di Archeologia del Vicino Oriente all’Università della California; approfondimenti sulla situazione internazionale e sul problema dell’immigrazione, che vedranno l’intervento di monsignor Tomasi insieme al Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, Giuseppe De Giorgi; e poi ancora testimonianze e racconti dal Brasile, dall’Etiopia e dal Kenya. «Storie che dimostrano che il cuore dell’uomo cambia quando trova qualcosa per cui cambiare», spiega Emilia Guarnieri.

«Le periferie, però, non sono solo quelle fisiche e geografiche, ma anche antropologiche, che interrogano la questione educativa», ha sottolineato durante l’incontro di presentazione il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini. «Trovo bellissimo il tema di questo Meeting. Un invito anche per il mondo della scuola, a collegare il centro con le zone più lontane e formare una generazione di maestri in grado di parlare ai propri allievi».
La Giannini non sarà il solo ministro presente a Rimini. Insieme a lei parteciperanno, fra gli altri, anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e quello dello Sviluppo economico, Federica Guidi. «Ci sarà l’occasione per parlare di lavoro, riforme, occupazione», ha confermato il presidente della Compagnia delle Opere Bernhard Scholz. Sul tema, non mancheranno interlocutori di rilievo: imprenditori, politici, e rappresentanti delle istituzioni.

Sfogliando il calendario degli appuntamenti, si ritrovano i nomi di amici di lunga data: il professore egiziano Wael Farouq, il giornalista irlandese John Waters, il giurista ebreo Joseph Weiler e il monaco buddista Shodo Habukawa. Ma anche volti nuovi, come monsignor Javier Echevarrìa, prelato dell’Opus Dei. Scienziati e filosofi, economisti, intellettuali e artisti da tutto il mondo.

C’è una domanda a cui tutti dovranno rispondere. L’ha spiegato Emilia Guarnieri: «Davanti alle periferie dell’esistenza, basta davvero il potere del cuore? Siamo convinti che l’uomo sia una risorsa adeguata per affrontare tutto quello che stiamo vivendo? La storia millenaria dell’uomo risponde di sì. Anche la più piccola storia del Meeting ce lo dimostra. Gli spettacoli e le mostre che vedremo a Rimini vogliono essere un aiuto ad approfondire questa certezza. Per documentare con l’esperienza che il problema del senso della vita non è una questione per poeti, ma riguarda tutti. Perché «tu non ci crederai», ha concluso Guarnieri citando un celebre passaggio del film La strada di Fellini (a cui è dedicato lo spettacolo inaugurale, ndr), «ma tutto quello che c’è a questo mondo serve a qualcosa».

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