Amici per sempre

Mi ritrovo a scrivere a un mese dalla morte di Dionisia. Era la fine dell’ottobre 2009 quando conobbi questa donna realmente bella, ribelle ma allo stesso tempo fragile. Aveva tra le braccia un bimbo di appena un anno, e da quel momento seppi, o il mio cuore sentì, che lei sarebbe stata per me. Dionisia era il tipico esempio di donna paraguaiana: lavoratrice, servizievole, ma circondata da uomini senza legge né onore, con l’unica occupazione di disseminare figli ovunque. Dionisia ne ebbe quattro, mai riconosciuti dai loro padri biologici, i quali però vollero allontanarla da ciascuno di essi, senza farle sapere per anni dove fossero. Quando la conobbi con questo quarto bebè tra le braccia, era colma di frustrazioni, ma nello stesso tempo irradiava la speranza di poter ricostruire la propria vita. Mi commosse molto. Provengo da una famiglia cristiana, mi è stato inculcato fin dalla giovane età il rispetto per la donna. Bene, ho dovuto passare attraverso molte prove, la più forte delle quali fu quando andai a donare sangue per il suo collega di lavoro e mi fu rinvenuta la presenza degli anticorpi Hiv. Io allora convivevo con Dionisia. Ero arrivato a 25 anni avendo avuto solo due fidanzate, e di buona famiglia. Ma a che cosa erano serviti i miei buoni costumi?

La lealtà di Dionisia fu messa a dura prova. Lei, nella sua infinita carità, rimase al mio fianco, comprendendo che non ci avremmo guadagnato nulla rimproverandoci vicendevolmente. Potete immaginare in che sgradevole situazione vivevamo. Ma la superammo, perché sopra tutte le cose ci amavamo tanto che per noi non esisteva neanche la malattia. Ogni giorno era una realtà e il desiderio del seguente era la speranza di veder crescere nostro figlio. Dionisia pregava sempre con insistenza. Pregava per la mia conversione, perché io, triste e infelice, mi credevo saggio perché avevo studiato in luoghi di alto livello, ma mi ero scordato di Dio. Dionisia, con una pazienza francescana, continuò a purificare la mia visione e il mio atteggiamento nei confronti di Dio e della Chiesa. Non perse mai la fiducia che un giorno io sarei arrivato alla felice conclusione che la nostra vita in concubinato era una vita di peccato. Il suo desiderio di sposarsi era un desiderio di vedere realizzati i suoi sogni e, inoltre, la dimostrazione del rispetto per la sua persona.
Sapevamo che uno dei due avrebbe perso la vita e cercavamo di godere al massimo di ogni giorno. Vivevamo e ringraziavamo per questa benedizione che Lui ci dava ogni giorno. Per il pane che non ci mancava, il lavoro, l’allegria di essere insieme, di sentirci l’uno per l’altra.
Ma la malattia non perdonava. Lentamente, Dionisia manifestava problemi di salute che la portarono a tre ricoveri in ospedali pubblici. Quando non avevo più un centesimo per le sue cure, degli amici mi avvicinarono alla Clinica Divina Providencia. Sì, fu realmente la Provvidenza del Signore che vide la vita della sua serva, si impietosì e la portò qui. Fu l’ultimo anno della sua vita, ma il più felice. Conobbe persone eccezionali che, senza chiederle nulla del suo passato o del suo presente, le tesero non una, ma cento mani autenticamente cristiane. Qui coronò il suo sogno di sposarsi, di vedermi cresimato, comunicato e confessato, perché avevo tanto da confessare.
Non potrò mai dimenticare i giorni vissuti con lei nella Clinica. Sono giorni che segnano un essere per sempre. Il luccichio dei suoi begli occhi verdi si oscurava, finché una domenica Dionisia iniziò a congedarsi dal mondo. Quando venne il momento, Dio volle che potesse sussurrarmi le sue ultime parole di amore. «Vero che siamo stati felici?». Il mio cuore andava in pezzi: «Sì, siamo stati felici, e molto, malgrado tutto!». Dio mi ha dato l’immenso privilegio di darmi in sposa Dionisia, attraverso di lei l’ho conosciuto, e conoscendolo mi sono sentito cristiano come mai prima, perché ci ha toccato nella ricchezza e nella povertà, nella salute e nella malattia, finché alla fine la morte ci ha separato.
Dio, nella sua immensa misericordia, ci ha messi in questo luogo. Sebbene ogni essere umano debba affrontare la morte, non può sopportare questa esperienza da solo. Ha bisogno di un gruppo di amici che stiano con lui e gli offrano un calore umano che non può essere dato in nessun altro modo. E se questo si basa sulla fede comune, molto meglio. Grazie a tutti, grazie a Dio onnipotente che mi ha dato amici simili. Rimbomberanno per sempre nel mio cuore il santo rosario, il canto che accompagnava ogni giorno la processione con il Santissimo che visitava malato per malato. Amici per sempre.
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Vera paternità

Cari amici, voglio condividere con voi l’esperienza del mio convivere quotidiano con Gabriel, 15 anni, Fortunato di 78 e Pablo, un giovane universitario che studia medicina.

Gabriel è un adolescente che non ha mai conosciuto suo padre e sua madre. È arrivato nella nostra struttura di accoglienza, la “casetta di Betlemme”, quando aveva da poco compiuto 8 anni. Fino a quel momento era vissuto in un orfanotrofio, vicino alla prigione femminile denominata “Il Buon Pastore”. Inizialmente mostrava un’aggressività impressionante. Una parola di troppo e diventava subito violento, fino a perdere totalmente la testa. I suoi occhi ti fulminavano e le sue braccia acquistavano una forza terribile. Spesso non sono riuscito a fermarlo se non per pochi minuti. Scappava, si rifugiava sui tetti, si arrampicava sugli alberi. Lanciava sassi contro le persone che vedeva. Molte volte è fuggito dalla “casetta”. Non mi poteva vedere, manifestava un odio e una repulsione inspiegabili verso di me, tanto che a un certo punto è stato evidente che doveva andarsene. Ma come? E dove poteva andare?

La Provvidenza è venuta in nostro aiuto, perché per me si trattava sempre di un figlio mio. Modesta, la cuoca della clinica, decise di portarlo a casa sua per farlo stare in compagnia di suo figlio che aveva la stessa età. Per qualche mese tutto sembrava andare bene ma poi ha iniziato a creare fastidi e, dopo averne combinate di tutti i colori, è scappato. Dopo alcuni mesi è stato ritrovato mentre dormiva in una casetta in costruzione, senza tetto e mangiando quello che gli dava la gente.

L’unico posto che non ha mai lasciato è stata la scuola, la nostra scuola. Faceva disperare le maestre ma era molto intelligente e i suoi voti sono sempre stati alti. Un giorno, all’inizio del nuovo anno scolastico, nel febbraio del 2013, mi è venuto a cercare. Mi ha guardato con un sorriso (non l’avevo mai visto sorridere) e mi ha detto: «Padre Aldo, voglio venire a vivere con te». Sono rimasto sbalordito, ma vedendo in queste sue parole la richiesta di Gesù gli ho subito risposto: «Sì, figlio mio». È andato a prendere le sue poche cose, le ha messe in uno zaino ed è venuto a casa mia.

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Pretendere il centuplo

Caro padre Aldo, ti scrivo per approfittare del tuo giudizio illuminato. Rileggendo una tua intervista dicevi che riandare con il pensiero alle tue ossessioni del passato ti faceva paura. Queste parole hanno toccato un tasto dolente e irrisolto dentro di me. Quando la malattia mentale di mio marito è diventata più grave, senza che abbia percezione chiara del come e del perché, ho iniziato a provare un disagio, un’inquietudine, una paura, un’avversione nei suoi confronti che tentavo di censurare. Non era un’avversione per le cose che diceva o per il comportamento che aveva, ma per qualcosa che lo costituiva e che mi creava un senso di repulsione che cercavo in tutti i modi di contrastare.

Dopo tanti anni e innumerevoli sforzi non sono riuscita a togliermi di dosso questa sensazione. Naturalmente ho cercato di spiegarla in tanti modi, ad esempio la mia incapacità di accettare il suo disagio. Ma in realtà, confrontandomi e studiando ho compreso abbastanza bene i meccanismi della malattia e ho imparato a riconoscerli e ad accettarli. La mia domanda (senza voler arrivare in un ambito che non mi appartiene e che non conosco ma che questo mio disagio mi suggerisce) è questa: secondo te, c’è un legame tra la malattia mentale e la presenza del maligno intesa proprio come personificazione del male?

So bene che ogni forma di malattia è una forma di male che toccando la persona e chi gli sta vicino porta dolore e sofferenza. Questa percezione di un “profondamente negativo” che percepisco in mio marito (ma che non identifico con lui) è solo frutto della mia ignoranza? Oppure veramente in questa forma di male si arriva a toccare una profondità oscura che spaventa e crea il tentativo inconscio di allontanarsi da essa? Non vorrei metterti in difficoltà, costringendoti ad affrontare un disagio che hai superato… ma sono trascorsi anni da quella intervista e sono sicura che la certezza di fede che vivi oggi ti permetterà di darmi una risposta chiara e convincente.
Marta

Cara Marta, mi permetto un tentativo di risposta alla tua dolorosissima lettera con quella di Pietro, un altro che nella vita, te lo garantisco io, ha conosciuto bene che cos’è l’inferno. Nel tuo caso, personalmente non scomoderei “quello del piano di sotto”, come una mia amica chiama il diavolo. Se Dio permette che conosciamo l’inferno in questa vita è soltanto per farci conoscere, nella pazienza di un lavoro dentro una compagnia, il paradiso. La lettera di Pietro, che si definisce un non credente, è una grande provocazione, ma come vedrai, anche per lui il Mistero ha lavorato mediante una compagnia che lo ha preso per mano. Da questo inferno si può uscire soltanto consegnandosi a una compagnia che ti tiene per mano e condivide con te questo “inferno”.
paldo.trento@gmail.com

Cara signora, la sua esperienza mi ha molto colpito e mi ha aiutato a leggere la mia con ancor più chiarezza. Ho trent’anni e ho sofferto per lunghi periodi di deliri, paranoie, psicosi e attacchi di panico. Nel punto massimo della mia grave depressione ho pensato anche di togliermi la vita, quando (prendimi pure per matto) ho visto sul tavolo una bottiglia di champagne di grande pregio. Mi ha colpito quella bottiglia e me la sono scolata. Tra i fumi dell’alcool mi è venuto in mente lo sguardo di mio nonno, un tipo allegro, una vita travagliata ma vissuta con un sorriso da sornione sempiterno.

Per me i fattori stimolanti della rinascita sono stati il sorriso di mio nonno e la libertà di grandi uomini (letti sui libri o conosciuti nella realtà di tutti i giorni). Avevo deciso: la malattia non mi avrebbe piegato. Da quell’istante lì sono ripartito. Non che sia successo un miracoloso e fulmineo cambiamento. Anzi. Il vero cambiamento è stato ed è il mettermi al lavoro, passo dopo passo, imparare una pazienza fino ad allora sconosciuta e tenere lo sguardo fisso sul “traguardo”.
Certo gli psichiatri mi hanno molto aiutato nel momento in cui ho riconosciuto il mio bisogno totale; inoltre mi sono fatto aiutare da chiunque riconoscevo capace di farlo. Ho comunque dovuto attingere a tutta la mia forza di volontà, impegnando tutto me stesso sia come ragione sia come affettività e gradualmente ne sono uscito. Mi sono reso conto che i pesi della vita si possono portare; e lo si può fare se ci si rende consapevoli che i pesi non sono lo scopo ma una inevitabile condizione. È paradossale, ma una delle mie più belle scoperte è che quando non si “vede” non è perché c’è buio ma perché c’è troppa luce.

La potenzialità delle donne
Vorrei ora identificare quello che per me è il vero nocciolo di questa “malattia”. Qual è la vera questione? Cos’è la “cosa” che getta il “malato” in una condizione deprimente? La mente vacilla perché tutto il dolore che prova e la confusione che la attanaglia sembrano essere “senza senso”. Questo è il punto! La sfida del depresso è la sfida di ogni uomo, sentita più acutamente. Il problema vero non è se vi sia o meno la presenza del maligno, ma riuscire a convertire la repulsione per la vita in amore.
Questo è totalmente possibile e lo dico perché ne ho fatto esperienza. La presenza del malato psichiatrico pone un interrogativo oltre che a se stesso anche gli altri. Egli lo pone “prepotentemente”, costringendo chi vi si accosta a farsi le domande vere sulla vita. Che senso ha tutto? Ma io interesso veramente a qualcuno? Ebbene, posso tranquillamente affermare che la vita mia e quella di padre Aldo stanno a dimostrare che c’è una risposta totalmente positiva a queste domande.

Da parte mia, Marta, credo di poterle dare la certezza che se la vita sembra togliere, allo stesso modo restituisce cento volte tanto. Bisogna avere il coraggio di “pretenderlo”. Marta, lei ha ricevuto uno schiaffo? Allora DEVE chiedere i danni e il risarcimento di quello schiaffo. Lo faccia domandando a Dio, se ci crede. Anche bestemmiandolo, gridandogli addosso tutta la sua rabbia. Oppure pregandolo. Troverà segnali. Non assecondi la sua rabbia, la usi. Censurare un “patrimonio” come la rabbia sarebbe un delitto.
Che la rabbia si trasformi in energia positiva e sfoci in una iniziativa che significa non subire ma costruire, scoprire, andare a fondo: è questo il vero cambiamento. Questo è il mio suggerimento: sia egoista; l’egoismo (inteso come amore a se stessi) è la parte “migliore” dell’umano. Questo sano egoismo mi ha fatto sperimentare la possibilità di una rinascita: è totalmente possibile pretendere questa rinascita.

La positività della vita avrà senza dubbio la meglio. Io sono un non credente ma la positività della vita non è in discussione. E io le posso giurare che non si gioca con la vita per vincere (cosa che può pensare un animo narciso), ma perché la vittoria è già scritta. Marta, quando si sarà accorta che la vita è bella perché l’avrà chiesto e lo sperimenterà, proietterà una luce nuova anche sull’oscurità di chi le sta attorno. Questo dolore viene solo per una nostra maturazione. Guarire non si può, si “deve”. Uno “naturalmente” non è fatto per star male anche se i tempi non li decidiamo noi ma le circostanze reali.

Un’ultima considerazione: la donna, è risaputo, è dotata di grandi potenzialità. Una barzelletta che lo documenta: C’è una vedova che porta i fiori al cimitero; davanti alla tomba del marito piange, prega, si china e poi fa la strada di ritorno camminando all’indietro. Il becchino la vede e le chiede perché cammina in quel modo. Lei, serafica e un po’ imbarazzata risponde: «Perché mio marito diceva sempre che ho un sedere che fa resuscitare i morti!».
Pietro

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Il male non è l’ultima parola sulla vita

«Morir cantando / quiero morir cantando / Para encontrar a Cristo/ quiero morir cantando». Parole e note della canzone scritta da un malato di cancro poche ore prima di morire in una clinica alla periferia dell’umano (l’ospedale per anziani di padre Aldo Trento ad Asuncion, Paraguay) riempiono la sala gremita e percuotono i cuori di quanti sono venuti qui, a Cambiago (Cambiago chi? pensate un po’, uscita Cavenago-Cambiago dell’autostrada A4 ) ad ascoltare ancora una volta l’inesauribile testimonianza del missionario della Fraternità San Carlo, che 23 anni fa ha lasciato le vallate del bellunese per divenire guarany tra iguaranies, portandosi dietro solo l’amicizia di don Giussani e una depressione da paura. «Morire cantando, voglio morire cantando, per incontrare Cristo, voglio morir cantando». La esegue una giovane cantante, ma è come se la sua voce uscisse dall’anima ferita e gioiosa di padre Aldo, che di voce, ormai, ne ritrova giusto un filo «quando Gesù me la concede per parlare di Lui».

Ha 66 anni padre Aldo, neanche tanti, ma più degli anni pesa la malattia, e pesa il suo corpo che «sembra di cemento armato». Il passo è lento, la testa grava sul collo ed è faticoso tenerla su. «Dio quando mi libererai da questo corpo? Ma la testa è lucida e la mano destra funziona. Posso pensare e scrivere: Dio è stato anche troppo buono con me».

Da Cambiago padre Aldo ha iniziato un tour di 10 giorni in tutta Italia, per dire che «la malattia è una Grazia. E sono contento di averla, perché mi fa mettere lì, a guarda Lui, a vederlo agire e operare, ad accorgermi che tutto il mondo gira intorno a Lui e le cose buone vanno avanti perché le manda avanti Lui». «Dove grande è l’impotenza fisica», dice: «Potentissima è la presenza del Mistero», e conia una specie di slogan alla sua maniera: «Il più sfigato è il più amato».

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La grazia del peccato

Senza la “grazia” del peccato non avremmo potuto nemmeno pronunciare il dolce nome di Gesù. A volte dico a me stesso: sì, il paradiso terrestre sarà stato qualcosa di infinitamente meraviglioso, ma quanto più bello, benché riempia di dolore e di fatica, è poter dire: “Tu, o Cristo mio”! Cosa c’è di più grande, di più commovente del fatto del Figlio di Dio fatto carne? Lo abbiamo visto il giorno di Natale nel presepe, lo vediamo tutti i giorni nei sacramenti e in particolare nell’Eucaristia e nella Confessione. Lo vedo nella mia vita, lo vedo nei miei figli che soffrono. San Paolo afferma: «Dove abbonda il peccato sovrabbonda la grazia». La grazia per la quale l’uomo afferrato da Cristo è cosciente e sperimenta la bellezza di quello che afferma il cantico di Isaia: «Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome». Che gioia riconoscere che io sto da sempre nel pensiero di Dio e che, pur conoscendomi bene, conoscendo tutto quello che io avrei combinato, mi ha scelto per essere ciò che sono. Mentre oggi tutti ricorrono allo specialista per decidere se sono o non sono adatti per il regno dei cieli, Dio mi ha voluto, mi ha scelto per essere quello che gli specialisti non avrebbero ritenuto idoneo per me. Spesso dico che se dovessi entrare oggi in seminario non mi accetterebbero perché sarei un caso patologico. Invece la modalità di Dio nella sua relazione con l’uomo non ha niente a che vedere con i criteri del mondo moderno.(..)

«In te, Domine, speravi; non confundar in aeternum».

(..)Il dolore di un innocente è sempre un tormento, un dolore che offende la ragione, che può arrivare perfino a distruggere la ragione.

In quel momento tutti, senza guardarci in faccia, ci ponevamo lo stesso «perché», tutti volevamo trovare una spiegazione, una ragione. Ma nonostante il tentativo di capire con l’intelligenza, ci rendevamo conto che razionalmente non esisteva una spiegazione. Lo sguardo, come per un impulso immediato che suscita la rabbia davanti a queste cose, si è fissato sul quadro con l’immagine della Vergine della Pace. Sono rimasto a guardarla, mentre la mia silenziosa e «arrabbiata» preghiera sorgeva impetuosa dalla profondità del mio essere. In questo abbandono orante verso quel volto, una volta di più ho potuto intravedere la risposta, perché Lei è stata la prima a toccare con mano la drammatica realtà del dolore innocente, il dolore di suo Figlio. Quel figlio, unica risposta alle disperate domande dell’uomo. Al dolore innocente Dio risponde, e non con una teoria, ma con un fatto: il fatto dell’Incarnazione di suo Figlio.

Per questo, solo nel riconoscimento di tale fatto è possibile accettare il dramma del dolore. Accettare, non comprendere, perché la ragione rifiuta il dolore, essendo la ragione, per sua natura, ricerca e desiderio di felicità. L’accettazione del dolore che la fede permette, trasforma il dolore stesso in positività, come la madre di Laura quotidianamente ci testimonia, e con lei Filippa, Amata, Ignazia, Rinalda… come testimonia la compagnia che in quella notte di dolore si è riunita nella stessa stanza di fianco al letto di Laura, condividendo la sua sofferenza. Una compagnia della quale il dolore è stato il motivo immediato dell’incontro, ma a cui solo il riconoscimento di Cristo ha dato un significato, che permette il cammino in questa valle di lacrime.

ilsussidiario.net,Laura e la risposta al dolore,Aldo Trento,giovedì 13 dicembre 2012

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Amor , omne cosa conclama

(..)Vivere intensamente il reale è la responsabilità che ci è affidata. Solo in questo modo la perdita di un lavoro non ci annienta e non ci preoccupa la questione della morosa. Non si tratta di “pensare”, ma di vivere intensamente, perché se il pensiero non è la conseguenza del vivere con passione la realtà, è una fantasiosa elucubrazione mentale che nel tempo distrugge perfino la ragione, riducendola a immaginazione o stato d’animo. La serenità nella vita è sempre frutto di un guardare e prendere sul serio la realtà. Per questo mi commuovo ogni giorno quando visito i miei figli malati terminali e vedo nei loro volti una gioia sconcertante. Come nel caso di Pastora e Norma.

Pastora, una donna di campagna che dava da mangiare ai suoi sette figli con il duro lavoro nella fattoria, malata di cancro con vari tumori nel viso, già anziana, vive affidandosi al Signore, con il sorriso sulle labbra, dicendo ogni giorno: «Sono contenta, qui so che mi salvo». Norma è una giovane mamma che è tornata in questi giorni nella Clinica, dopo essere stata dimessa dai medici dall’ospedale, a causa del suo sorprendente recupero. Quando è tornata ed è entrata qui, il suo volto si è trasfigurato, emanando una gioia che ci ha sorpresi tutti, perché sappiamo che solo un miracolo ha potuto salvarla. «Finalmente sono tornata a casa mia», e pensate che ha un marito e nove figli.

Cosa permette questa posizione piena di positività? La certezza della scomparsa del cancro? Assolutamente no! È l’incontro con una realtà umana determinata dalla positività della realtà stessa, perché in questo luogo perfino le pietre gridano come Jacopone da Todi: «Amor, amore, grida tutto il mondo. Amor, amore, omne cosa conclama». La nostra consistenza o sta nella realtà, cioè in Cristo, o qualsiasi cosa diventa un lamento. Oggi sarà la mancanza della fidanzata o la perdita del lavoro, domani una malattia, la morte dolorosa di un amico o il licenziamento a 57 anni. Al contrario, «tutto posso in Colui che mi dà la forza». Lo affermo in un momento molto duro della mia vita, persino a livello di salute, non perché sia forte, anzi sono molto debole e invecchiato, ma perché la vita, la realtà vissuta senza sconti (la realtà non fa sconti a nessuno) mi ha educato e mi educa in ogni istante a riconoscere la verità che il mio cuore cerca. «Tu, o Cristo mio». Mi insegna a guardare in faccia Cristo, accompagnato e sostenuto dagli amici, in particolare i più vicini, Paolino, Alberto, Marcos e Cleuza.

Non perdere tempo con i lamenti, anche se comprensibili, ma cerca quei volti nei quali la presenza del Mistero è evidente. In questi mesi sono stato in Brasile due volte e Marcos e Cleuza sono venuti due volte ad Asunción. Quando la lotta è grande, quando infuria la battaglia, quando i problemi sembrano soffocarti, il grido e l’affidarsi agli amici nei quali sono evidenti i tratti del Mistero è l’unica strada per vivere positivamente tutto.
paldo.trento@gmail.com

Ps. Molti mi hanno scritto per sapere se la Lucilla che ha scritto su queste pagine la scorsa settimana è la figlia del direttore di Tempi, per la quale avevano pregato al tempo della sua malattia. Sì, ho risposto loro e rispondo qui ai nostri lettori e amici. Dio mio, Lucilla è una vera forza della natura, grazie che ce l’hai conservata.

n.9/2012

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Cacciatori di grazia

«Tra i metodi per dissuaderci dall’amare smodatamente i nostri simili ce n’è uno che mi vedo costretto a respingere in partenza. E lo faccio non senza turbamento, poiché l’ho trovato proposto nelle pagine di un grande santo e pensatore, verso il quale nutro un debito incalcolabile. Con parole che ancor oggi hanno il potere di commuovermi, Sant’Agostino descrive la desolazione in cui lo sprofondò la morte dell’amico Nebridio (Confessioni 4, 10). Da ciò egli trae una morale: questo è quanto accade, egli ci dice, a donare il nostro cuore a qualcuno che non sia Dio. Tutte le cose umane trapassano; non lasciamo che la nostra felicità dipenda da qualcosa che potremmo perdere. Se vogliamo che l’amore sia una benedizione, e non un tormento, dobbiamo indirizzarlo soltanto a quel bene che non tramonterà mai. Questo è un ragionamento di certo dettato dal buon senso: non imbarcare i tuoi beni su un vascello che fa acqua; non spendere denaro su una casa da cui ti potranno cacciare. Nessun uomo al mondo meglio di me sa apprezzare e far tesoro di queste sagaci massime. Sono una creatura che guarda, prima di tutto alla propria sicurezza. Di tutte le argomentazioni contro l’amore, nessuna ha più presa su di me di quella che raccomanda: «Prudenza! Questo potrebbe poi farti soffrire». Questo, dicevo, in rapporto al mio carattere e alle mie disposizioni naturali, ma non alla mia coscienza.

Quando io rispondo a questo appello, mi sento lontano mille miglia da Cristo. Se di qualcosa sono certo, è che il suo insegnamento non ha mai avuto il fine di rafforzare la mia già innata preferenza per gli investimenti sicuri e le responsabilità limitate. Direi quasi che nulla, in me, gli è meno gradito. E chi potrebbe seriamente incominciare ad amare Dio partendo da questi prudenti presupposti – perché questo sembra offrirci, per così dire, sufficienti garanzie? Chi si sentirebbe persino di includere questo motivo tra quelli che ci spingono ad amarlo? È con questo spirito che scegliereste una moglie, un amico, o addirittura un cane? Per essere capaci di un simile calcolo bisogna essere davvero al di fuori della dimensione dell’amore, o di qualunque altro affetto. L’eros, l’eros che si ribella alle regole, che preferisce l’amata alla felicità, è allora più simile a colui che è l’amore stesso. (il neretto non è di Lewis, nda). Penso che questo passo delle Confessioni debba essere considerato più come un residuo delle aristocratiche filosofie pagane in cui Sant’Agostino fu educato, che non come una parte del suo credo cristiano. È qualcosa di più vicino alla “apatia” degli stoici o al misticismo neoplatonico, che non alla carità. Noi siamo seguaci di colui che pianse su Gerusalemme e davanti alla tomba di Lazzaro, e che, pur amando tutti, ebbe tuttavia un discepolo cui si sentiva legato da un affetto speciale. San Paolo ci parla con un’autorità che fa presa su di noi più di quella di Sant’Agostino: San Paolo non cerca affatto di darci a intendere che non avrebbe sofferto come un uomo qualunque né che sarebbe stato ingiusto soffrire, se Epafrodito fosse morto (Fil. 2, 27).

Ammesso che la miglior politica da adottare fosse quella di assicurarci contro il rischio di avere il cuore spezzato, siamo poi sicuri che Dio ci offre questa possibilità? Sembrerebbe proprio di no: Cristo, prossimo alla fine, è arrivato a dire: «Perché mi hai abbandonato?». Non c’è possibilità di fuga lungo la strada che Sant’Agostino ci suggerisce, né lungo altre strade. Non esiste investimento sicuro: amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili. Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura in passatempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo col lucchetto nello scrigno, o nella bara, del vostro egoismo. Ma in quello scrigno – al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto – esso cambierà: non si spezzerà; diventerà infrangibile, impenetrabile, irredimibile. L’alternativa al rischio di una tragedia, è la dannazione. L’unico posto, oltre al cielo, dove potreste stare perfettamente al sicuro da tutti i pericoli e i turbamenti dell’amore è l’inferno. Sono convinto che il più sregolato e smodato degli affetti contrasta meno la volontà di Dio di una mancanza di amore volontariamente ricercata per autoproteggerci. È lo stesso che nascondere un talento in una buca sotto terra, e per le stesse ragioni: «So che tu sei un uomo duro». Cristo non ha sofferto per noi né ci ha dato i suoi insegnamenti affinché diventassimo, persino nei nostri affetti naturali, più preoccupati della nostra felicità personale. Se un uomo non riesce a non essere calcolatore nei confronti delle persone di questa terra che ama e conosce, è assai più improbabile che riesca ad esserlo verso Dio, che non ha mai conosciuto. Non è cercando di evitare le sofferenze inevitabili dell’amore che ci avvicineremo di più a Dio, ma accettandole e offrendole a lui: gettando lontano la cotta di protezione. Se è stabilito che il nostro cuore debba spezzarsi, e se egli ha scelto questa via per farlo, così sia».
C. S. Lewis I quattro amori, Jaca Book

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La vibrazione dell’essere

(..)Don Carrón durante la giornata di inizio anno di Cl, ha ricordato una lettera in cui don Giussani scriveva ad Angelo Majo: «Un po’ di sere fa, pensando, ho scoperto che l’unico amico mio eri tu». E perché lo considera amico? Perché «quella vibrazione ineffabile e totale nel mio essere di fronte alle “cose” e alle “persone” non riesco a captarla se non nel tuo modo di reagire». Don Carrón commenta: «Tra le tante cose a cui don Giussani poteva guardare per identificare chi gli era amico, quale indica? Ancora una volta ci spiazza: non una intelligenza particolare, non una capacità di dominare il suo pensiero, non una coerenza etica da ammirare, ma la “vibrazione ineffabile e totale” davanti all’essere, che lui coglie nel modo di reagire del suo amico».

In questa vibrazione consiste la carità come Avvenimento, vibrazione per il fatto che la realtà esiste, che esisto, che le persone esistono. Questa esperienza ha cominciato a convertirsi in carne il giorno in cui don Giussani mi ha abbracciato. Da quel giorno, anche nei miei momenti di maggiore confusione, questa vibrazione non è mai diminuita grazie a volti ben precisi, con nomi e cognomi nei quali questa vibrazione è evidente, palpabile. Infatti, si è convertita nello strumento di cui l’Essere Assoluto si è servito per mostrare al mondo in forma concreta la sua presenza, la sua carità. Nell’alzarmi al mattino il primo sentimento che provo è quello di riconoscere immediatamente l’essere: io esisto, padre Paolino esiste, padre Oscar esiste, padre Daff esiste. Questa coscienza è la prima ragione forte che mi unisce a ognuno di loro e a tutti. L’unica cosa che importa non è la simpatia o l’antipatia, ma il fatto che loro esistono. Questo è l’inizio della casa come luogo dell’essere. Se la vibrazione dell’essere è la prima reazione dopo essermi svegliato, la seconda è guardarmi, guardarli e guardare tutto con il cuore, sapendo che tutti e ognuno sono «Tu che mi fai». In questa posizione non è eliminata la fatica del temperamento o il modo di essere di ciascuno (la nostra casa è un “circo” in cui si trova di tutto), ma tutto questo non può non rientrare nella vibrazione dell’essere, perché io esisto, Paolino esiste, Oscar esiste, Daff esiste ed è questa la commozione che mi muove e rende possibile ciò che è impossibile.(..)

 
paldo.trento@gmail.com

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