Il genio è lo stupore

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Perché vieni a scuola?

GS ROMA. «IO CON QUESTI VOGLIO STARE»

Viaggio in un liceo della periferia romana, dove una domanda buttata lì in assemblea («perché vieni a scuola?») ha scombinato la routine. E dove, un incontro dopo l’altro, nasce il cristianesimo, puro e semplice… (da Tracce di febbraio)Paola Bergamini

Ottobre 2018. All’“Edoardo Amaldi”, liceo scientifico e linguistico a Tor Bella Monaca, quartiere a sud di Roma (quello del clan Casamonica, per intenderci), è tempo di elezioni scolastiche. Quattro le liste. Federico Giorgetti, “il Giò” per tutti, IV anno al linguistico, ha deciso di candidarsi; glielo ha chiesto Alfiero, e di questo amico si fida. Ma non è solo per lui che ha accettato. Quando va nelle classi per la campagna elettorale, dice: «Fino a un anno fa, vivevo passivamente. Non mi importava nulla, scuola compresa. Me ne stavo quieto in classe, non davo fastidio. E alla fine mi sono fatto anche bocciare. Ma l’estate scorsa sono stato alla vacanza di GS ed è successo qualcosa che mi ha sconvolto. In senso buono ve lo dico. Ho visto che c’è una speranza. Sì, insomma, una speranza non campata per aria in un futuro migliore, ma qualcosa di bene in quello che faccio. Di cose dolorose e difficili me ne sono successe, come a voi, ma ora non le vedo come una condanna, qualcosa da dimenticare. Ora mi interessa tutto. Ecco, la stessa cosa, quel “bene” che ho visto, lo desidero a scuola». I duemila studenti dell’Amaldi rimangono in silenzio. Federico, ultimo anno, mentre lo ascolta pensa: «Io questo lo voto. Gli altri chiedono i giardini puliti, il bar nella scuola. Lui invece parla di sé, di quello che desidera per la vita».

«Bene», «speranza», «qualcosa che accade». Parole già sentite, a volte anche già “sapute”; ma, guardando le facce di questi ragazzi mentre le ridicono, si comprende che per loro sono il segno di una novità che è entrata prorompente nella loro vita. Hanno dentro quel più del cristianesimo. «Quell’imprevisto e imprevedibile» di cui parlava don Giussani alla Giornata di inizio anno, pieno e semplice, solo da guardare. E raccontare.

Nel programma de “La realtà supera l’idea” (questo il nome della lista), si legge: “1. Miglioramento del rapporto scuola/alunno. 2. Cineforum e feste scolastiche. 3. ?”. Sì, solo un punto di domanda. A chi gli chiede se è un errore, il Giò risponde: «Siamo aperti a ogni proposta o idea che viene dagli studenti». Alle elezioni prendono due seggi su quattro. Insieme a Giò è eletto Mirco, che non segue l’esperienza di GS, ma che a quella proposta di scuola ci era stato.

Il 22 novembre, c’è la prima assemblea d’istituto organizzata da Giò. Ordine del giorno: «Perché vieni all’Amaldi?». In aula magna ci sono più di duecento studenti, un numero fuori dal comune. Ma i primi interventi sono all’insegna della scontatezza: «Vengo per il diploma», «i miei mi costringono» e via dicendo. Viviana, seduta nelle prime file, freme. Si alza, va al microfono e dice: «Se tra un anno morite e quindi il diploma non lo avete preso, il successo non lo avete raggiunto, allora tutto quello che fate è inutile? Perché venire a scuola? Io vengo perché ora, e sottolineo ora, c’è la possibilità di un bene per me. Non mi interessano le promesse sul futuro. Io voglio vivere ora. Voi pensatevela come vi pare. Per me è così». Qualcuno, ridacchiando, commenta: «E no, con ’sta storia della morte, questa porta male», ma il clima cambia. Chi interviene parla di sé, della famiglia, di un dolore, di una speranza intravista. A un certo punto, sale Alfiero: «Ha ragione Viviana: il cambiamento è possibile. Io ero uno che beveva, si faceva le canne, sono stato bocciato. Poi Marina, la prof di filosofia, mi invita alla vacanza di GS. Non sapevo cosa fosse ’sto Gs, sono andato con l’idea: mi diverto e basta. Mi ero portato una valigia piena di bottiglie di Gin. E mi sono divertito, a modo mio. Ma l’ultimo giorno, durante la gita in montagna, ho pensato: non mi fermo, non mi basta. Voglio continuare a salire, ad andare. Lì qualcosa è successo, mi è venuto incontro ed è iniziato il cambiamento. Ci sono rimasto con questi amici e sono andato al Triduo pasquale. Insomma, è stato fatto un regalo alla mia vita. A me, che mi consideravo un pezzente. Non sono più bravo, sono stato salvato». Lorenzo, in sei anni, è la prima volta che va a un’assemblea perché quell’ordine del giorno gli era piaciuto. Dopo Alfiero interviene: «Io non so se all’Amaldi c’è un bene per me. Di una cosa sono certo: fra queste quattro mura mio fratello ha incontrato GS, cioè gli è successo qualcosa che lo ha reso felice. La scuola non è cambiata, è diventata bella». A fine assemblea, Giò invita tutti a una gita sui pratoni di Tor Vergata.

Quel pomeriggio, Camilla trova il numero sui social e scrive ad Alfiero. Lui le risponde: «Ti invito domani a un incontro». Camilla va, pur non conoscendo nessuno. Molte cose non le comprende, ma la serietà e l’attenzione delle persone la colpiscono. E ci torna tutte le settimane.

Le vacanze, la campagna elettorale, l’assemblea, i pomeriggi di studio, sono il segno di questa novità prorompente.Cinetta, che da vent’anni insegna italiano nella scuola e insieme a Marina segue la comunità di GS, si ritrova lei stessa a guardare questo fatto nuovo. Racconta: «Un gruppetto c’è sempre stato, ma ora è una novità assoluta anche per noi, e non per i numeri. Spesso hanno situazioni famigliari difficili, vivono in un quartiere dove spaccio e violenza sono all’ordine del giorno. Questa amicizia non è una “buona alternativa” a tutto questo: è ciò che dà consistenza alla vita». E non possono fare a meno di dirlo a tutti, ha una dimensione pubblica. «A volte veniamo a sapere a posteriori di iniziative che hanno fatto a scuola. Lo scopriamo dai ragazzi che arrivano al raggio. O al mattino, quando ci sono facce nuove a recitare l’ Angelus prima di entrare a scuola. Alcuni non sanno cosa è CL, e GS è il GS. Per certi versi a me sembra di rivivere il mio inizio nel movimento. Uso le loro parole: qualcosa che accade ora. Una cosa è certa: non si fermano davanti a nulla».

Come è stato per il centro di aiuto allo studio. A giugno 2018 il Comune revoca l’uso dei locali che da anni avevano vicino alla scuola. Quelle due stanze erano diventate la loro seconda casa. Che fare? Si mobilitano e iniziano a trovarsi a casa dell’uno e dell’altro. A dicembre, quando la scuola rimane chiusa per quattro giorni, si trasferiscono da Lorenzo. Ogni stanza una materia. «Quei giorni, per me, sono stati una rivoluzione», racconta Ilaria: «Mai studiato così seriamente, godendomi ogni materia, persino matematica, che io odio, era interessante».

All’inizio dell’anno scolastico, ottengono dalla preside l’uso di un’aula per l’aiuto allo studio e «per attività extracurriculari», cioè il raggio. Un venerdì pomeriggio, Lisa e Danila, in anticipo sulle ripetizioni, vedono fuori da scuola un gruppetto di ragazzi. In mezzo Cinetta, la loro prof di Lettere. Incuriosite, si avvicinano a una ragazza bionda e chiedono: «Cosa siete qui a fare?». «Entrate e scoprite». Dimenticano lo studio e vanno. «Sono rimasta scioccata», racconta Lisa: «Ho trovato persone attente, che ascoltavano senza giudicare. Il GS è una cosa stupenda».

Non se ne sono più andate. Dopo un’assemblea di tutte le comunità del Lazio, Danila a don Pigi Banna, che accompagna l’esperienza di Gioventù Studentesca, scrive: «Quel gruppo di ragazzi si faceva le stesse domande che mi sono sempre posta io. Fino a quel momento me le ero sempre tenute per me, perché nella mia cerchia di amici venivo considerata pazza a farmele, ma quel giorno ho trovato chi può capirmi. I miei amici sono i classici che sono nati e moriranno su un muretto. Pensavo fosse quello il mio mondo, ma ho capito che non stavo vivendo, che non è quella la mia strada. Io non racconto mai i fatti miei a nessuno, perché è come se la persona a cui li dico dovesse per forza provare “pena” o “dispiacere” per me e quindi evito di farlo. Ma a GS ho trovato ragazzi a cui interessa ciò che penso e che possono aiutarmi a trovare quelle risposte che non ho mai trovato. Non vedo l’ora di andare avanti e rispondere a più domande possibili, ma anche di pormene altre a cui dare risposte».

La ragazza bionda dell’«entrate e scoprite» è Alexandra. Due anni fa, era fidanzata con Alfiero. «Mi raccontava di quella vacanza, di quella gita. Più chiedevo spiegazioni, più non capivo». Finché le dice: «Vai da Cinetta». Alla prof chiede: «Cosa è successo ad Alfiero?». «Vieni al Triduo». «Sono andata. Ho capito poco, anzi nulla, ma qualcosa c’era. Qualcosa che era per me. Non me ne sono più andata».

Al ritorno da quel Triduo, Lorenzo racconta a Ilenia che lui e Alfiero a un certo punto avevano pianto. La ragazza li conosce bene, non sono tipi dalla lacrima facile. Quanto intensi devono essere stati quei giorni? «Li guardavo e pensavo che io volevo la stessa luce che illuminava i loro occhi. Ho cominciato ad andare agli incontri, a pregare l’Angelus, a studiare insieme, a scherzare. A vivere. Infine ero me stessa, ero libera come non mi era mai capitato. Loro sono il regalo più grande alla mia vita».

Italiano è una delle lezioni che Stefania ama di più. Persino la mitologia greca durante la spiegazione della prof c’entra con la vita. È affascinata da Cinetta, che un giorno la invita alla festa di compleanno di Marta, una ragazza di GS. Non conosce nessuno, ma si fida di quella prof e va. «Si sono messi a parlare di cose di cui io non capivo nulla», ricorda: «Ho pensato solo: io con questi voglio stare. La cosa che mi stupisce è che non abbiamo niente di speciale. Siamo come tutti gli altri, anche un po’ fiji de …, per intenderci. Ma c’è una tensione per cui ogni cosa diventa interessante. E la vita cambia». Di questo cambiamento se ne è accorta anche la mamma. Stefania non riesce a spiegarsi e spesso la discussione scade in litigio. A gennaio, l’ha costretta ad accompagnarla all’assemblea con don Pigi. Il giorno dopo, la mamma le dice: «Hai una cosa bella, dovrebbero averla tutti una “cosa” così».

Anche la mamma di Alessandro si è accorta di questa “cosa” che ha reso diverso il figlio. «Se le dico che esco con questi amici, non mi fa l’interrogatorio». In seconda liceo era arrivata la bocciatura. Non era stata una sorpresa. La sorpresa era stata l’invito di Cinetta, sua prof, alla vacanza di GS. Una vacanza dopo la bocciatura? Non se la sente di chiedere i soldi alla mamma. Alfiero gli dice: «So cosa stai passando, è capitato anche a me. Per questo voglio che vieni a GS». Al primo incontro, praticamente non conosce nessuno. «Entro e scopro che mi avevano tenuto il posto. Sono rimasto colpito da questo fatto». Ma la scoperta vera è ascoltare le domande che i ragazzi fanno. «Le stesse che avevo io e alle quali da solo cercavo una risposta. Mai trovata». E anche lui non se ne è più andato.

Tutto è dono

“Quando il cuore si eleva a percepire che tutto è dono, quando fa tale scoperta, allora gli uomini non s’inventano più, non inventano più se stessi, non si fingono, non debbono immaginarsi, ma finalmente sono”.

(Don Luigi Giussani)

L’inizio di tutto

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L’inizio, l’inizio di tutto. L’incontro quel pomeriggio. «Era circa l’ora decima». Le quattro del pomeriggio. Il primo incontro pubblico, dopo quegli incontri, che nessun incontro potrà mai superare, di sua madre Maria e di suo padre Giuseppe. Dopo quei primi incontri, il primo incontro pubblico. Vi leggo come Giussani ne parla nell’Introduzione: «Andrea portò il fratello Simone da Gesù, salendo una piccola erta prima di quella casetta. Simone era là con gli occhi fissi su quell’individuo che lo attendeva ancora un po’ lontano, pieno di quella curiosità che caratterizza l’uomo quanto meno è “educato” e quanto più è ricco di vitalità. Quando si trovò là, a tre o quattro metri, come Lui lo fissava non lo avrebbe più dimenticato! Come lo fissava, come lo guardava, come ne scopriva il carattere, come ne coglieva il tipo di personalità: “Nessuno mi ha mai guardato così”. Lo ha dominato un fenomeno che, sul vocabolario, si chiama stupore. Tanto che si è sentito subito legato: se fosse scoppiata una rivolta di piazza contro quell’uomo, lui sarebbe stato per quell’uomo, anche se lo avessero accoppato (anche tu saresti così: non potresti lasciarlo!)» (p. VII). E poi continua l’Introduzione, come un ritornello: «Il giorno dopo… Sentirlo parlare: era come il giorno prima… E il giorno dopo, ancora, idem!». Anche il primo capitolo del Vangelo di Giovanni ha questo ritornello: «Il giorno dopo… Il giorno dopo…». Come il primo capitolo della Genesi, i sette giorni della creazione. In Giovanni e in Giussani si tratta della nuova creazione. «Sentirlo parlare: era come il giorno prima, quando gli ha detto: “Simone, figlio di Giovanni, ti chiamerai Pietro” […]. E il giorno dopo, ancora, idem! […] E il giorno dopo, ancora!». «Vi prego di stare attenti a questa cosa. Man mano che Simone gli andava dietro tutti i giorni – alla mattina correva là e lo guardava, con gli altri compagni: lo guardavano, stavano attenti a quel che diceva, alle sue mosse, quando si inginocchiava a pregare, tanto che un giorno gli hanno detto: “Maestro, insegna anche a noi a pregare”. #luigigiussani

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La forza d’urto per la felicità

Le sue parole sono nude, piane, scarne: nessuna traccia di filosofia. Dopo queste parole è chiaro al mondo che l’Uomo finirà male: non poteva che finire così la storia dell’Uomo che predicava l’Amore ad oltranza. L’uomo che sognava di far nascere al mondo la razza pura del Cielo. Dopo le bestie i barbari e dopo i barbari s’alzeranno gli uomini: è la nuova razza di Dio. Dalle bestie ai santi la strada è segnalata, quella dell’amore: “Uomini veri, non soltanto giusti ma santi, non somiglianti alle bestie ma a Dio” (G. Papini).

A Circe, capolavoro di Omero, riusciva di prendere gli uomini e renderli bestie facendo assaporare loro il gusto del piacere: Dio muterà le bestie in uomini, facendo provare loro l’Amore. Inizia Lui per primo: “Il Padre ama d’eguale amore chi l’abbandona e chi lo ricerca – scrive Papini -, chi l’ubbidisce nella sua casa e chi lo vomita assieme al vino”. Il rifiuto degli amanti lo rattrista: nessun rifiuto riuscirà a far di Lui un Vendicatore.

Razza dura da partorire: “Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male”. L’amore per chi mi sputa in faccia è pazzia alla mia ragione: rassomiglia all’odiare me medesimo. Amare l’odioso – come se non bastasse, aggiunge poi il fare del bene, la benedizione, la preghiera – è la forza più contraria che esista al mio istinto. Eppure è l’unica forza d’urto che apra alla felicità: “Quando ho camminato fuori dalla porta verso il cancello che avrebbe portato alla mia libertà – confessò Nelson Mandela -, sapevo che se non avessi lasciato l’amarezza e l’odio dietro di me, sarei rimasto ancora in prigione”. Che è come arrischiarsi nel dire: “Volete essere felici per un istante? Vendicatevi! Volete essere felici per sempre? Perdonate”.

Perdonare, però, non è amare: il perdono viene sempre dopo un’offesa che ci ha offeso, l’amore – ch’è fratello gemello di Misericordia – è bontà che precede. Il perdono non cambia il passato, muta la destinazione del futuro: l’amore pone le premesse perché il Male non riesca ad attecchire. Ecco perché Lucifero il Bastardo non sopporta affatto l’idea che il male possa essere perdonato così facilmente. Siccome facile, poi, non lo è, c’è tutto lo spazio che serve per le manovre che saran necessarie: “Non si sa se il perdono sia giusto o no, però forse lascia che entri un po’ di aria fresca nel mondo” (A. Torres).

Amate”, amiamoli: non perché loro meritino il nostro perdono, ma perché noi meritiamo la pace. Chi odia è già infelice, è il primo infelice della sua storia: l’odio è uno sfogo amaro della sua pena. Chissà, forse, se una parte di quella pena sarà anche dovuta a causa mia: nel dubbio, amo. L’amo da impazzire, sin quasi a ringraziare Iddio per il nemico mio: amandolo, mi salvo. E, salvandomi, forse conosco meglio anche lui e, conoscendolo meglio, arrivo forse a farmelo mio alleato nella guerra contro l’idiota di Satana. T’immagini come s’imbufalisce quella concentrazione di odio vivente? Diventerà verde di rabbia nel vedere che il Regno dei Cieli gli germoglia sotto gli occhi, esattamente all’incrocio di quelle strade che lui stesso ha infangato di lordura, di rivalse e di ripicche.

Satana dice di non aver bisogno del perdono di Dio. E’ il più bugiardo di tutti i bugiardi che gli vanno dietro: “Abbiamo sperimentato la ferocia – continua Papini nella sua Storia di Cristo – e il sangue ha chiamato il sangue: abbiamo sperimentato la ricchezza, ci siamo svegliati più deboli”. Ha proprio bisogno del perdono di Dio, invece, per una bugia così grande. Povero vecchio diavolo, senz’arte né parte.

L’amore è difendersi attaccando, è tattica d’altissima fattura: “Come volete che gli uomini facciano a voi, così voi fate a loro” (Lc 6,27-38). Detto così, in positivo: quello che volete, non ciò che non-volete. Perché il muro di Berlino non è mai caduto: fosse per lui sarebbe ancora lì. Quel muro l’hanno fatto cadere: perché le cose accadano, è necessario qualcuno che le faccia accadere. Iniziando a perdonare l’imperdonabile perché Dio gli ha perdonato l’imperdonabile. L’ho scritto per me.

https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2019/2/23/perdonare-limperdonabile/1851418/

Mendicante di Cristo

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«La sua presenza non va cercata fra i morti, ma fra i vivi», scrive Cesana

Caro Luigino, rispondo con una lettera alla tua richiesta di scrivere di don Giussani, perché voglio coinvolgerti. Infatti, la prima cosa che dobbiamo dire è che don Giussani ci ha messi insieme. Non sapendo nulla l’uno dell’altro, ci ha messi insieme non per una ragione qualunque, ma per il Destino: per il Destino ha messo insieme a noi tutti quelli che stavano in Duomo e in piazza Duomo, cantando come non si era mai sentito; dicendo Rosari come non si era mai sentito; inginocchiandosi come non si era mai visto, sul pavimento bagnato dal nevischio gelido.
Dicono che la ripresa tv abbia avuto uno share alto: si vede che chi si collegava non riusciva a staccare lo sguardo da un fatto così potentemente e umanamente vero. Questo fatto è don Giussani. La sua presenza non va cercata tra i morti, ma tra i vivi. è stato diffusamente detto che don Giussani è un padre: il padre lo si vede dai figli che danno testimonianza di lui e della sua opera. Cerchiamo di capire in che cosa è consistita la sua paternità.
Cito a memoria: «Le cose vere si ripetono centinaia di volte, senza mai stancarsi», ricordi? Perché le cose vere non sono quelle che si sanno, ma quelle che si desiderano capire. «Se a causa delle tempeste il fiume si sporca, è inutile andar dentro a rompersi la schiena per togliere i tronchi d’albero abbattuti. Bisogna mettere degli argini forti, così che il fiume, andando verso il mare, si pulisca», ricordi? Don Giussani intendeva la paternità così. Sapeva di non essere lui né la forza del fiume, né il mare verso cui il fiume andava. Faceva da argine, nello stesso tempo insormontabile e flessibile. Quanta pazienza ha avuto con noi! «Ho giocato tutto sulla libertà pura», sulla nostra libertà. Non definiva mai, anche se per una parola avrebbe potuto farsi uccidere perché – appunto – non era una parola che chiudeva, ma che apriva, sempre. Gli piaceva la vita, gli piacevano le persone, ne stimava la ragione; ne esaltava l’esperienza, quando essa palesava il segno di Cristo che incessantemente cercava.
Era prete, ma era laico: non c’era nulla di scontato, soprattutto negli atti religiosi. «Cristo tutto in tutti», ricordi? Sapeva vedere il valore dove noi nemmeno lo sognavamo, anche in noi stessi. «Mendicante di Cristo», ci ha invitati ad essere mendicanti come lui: «La moralità è amare la verità più di se stessi». Convinceva noi perché quando parlava, o scriveva, innanzitutto rendeva ragione a se stesso. Per vivere da cristiano, ha fatto un movimento, cioè ha esposto a verifica pubblica la sua fede. Per l’esito imponente della sua vita, diffusamente dicono anche che è santo. Su questo, con un certo prurito di sacrestia, i giornalisti che stazionavano fuori dalla cappella del Sacro Cuore mi chiedevano commenti. Sì, lo sai anche tu: don Giussani è un santo. Come lui stesso ha detto: «Il santo non è un superuomo, il santo è un uomo vero. Il santo è un vero uomo perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costruito il suo cuore».
Ma l’aspetto più interessante della sua santità è che ha invitato anche noi a voler essere santi, ricordi? Ricordi che questo è lo scopo della nostra fraternità, quando ci trovavamo con lui che ci diceva: «è meglio che siate qui, perché altrimenti vi perdereste»? La nostra “fraternità del salvagente”, che ci ha salvati. Così che, con tutta la tristezza che abbiamo nel cuore per la sua mancanza, possiamo continuare a essere contenti. «La vita è triste, ma è meglio che sia triste, perché altrimenti sarebbe disperata», ricordi? Adesso, il tuo impegno a fare il giornale diventa più importante.
Giancarlo Cesana – Tempi, 3 marzo 2005

https://www.tempi.it/cercate-giussani-non-tra-i-morti-ma-tra-i-vivi/

 

Mendicanti d’amore ( Papa Francesco)

L’amore è autoevidente

COSA PERMETTE DI RIMANERE NELLA CHIESA OGGI?

“Annunciare Cristo nel cambiamento d’epoca”. Su questo tema, 300 sacerdoti hanno vissuto, guidati dal cardinale Angelo Scola, gli annuali Esercizi spirituali. «Il cuore dell’uomo è sempre pronto per Gesù e non è mai lontano. Solo l’incontro salva!» Simone Riva

Si è trattato di un vero e proprio incontro quello che ha radunato a Pacengo del Garda circa trecento preti, nei giorni scorsi, nell’aiutarsi a rimettere al centro Colui che, chiamandoci, ha donato a ciascuno la propria identità. La presenza autorevole e le parole illuminate del cardinale Angelo Scola hanno guidato il lavoro degli esercizi spirituali, permettendo realmente il riaccadere di Cristo in mezzo a noi.

Non richiami spirituali, non commenti originali ai testi della Scrittura, non il silenzio fine a se stesso, ma l’Avvenimento di un incontro è ciò che ci ha preso. Solo questo, del resto, è in grado di reggere «l’urto del tempo», come ha detto don Carrón nell’introduzione di domenica sera. Solo il riaccadere oggi di quel fenomeno che colpì Giovanni e Andrea duemila anni fa, può avere la pretesa di non essere liquidato come una delle tante opinioni di cui siamo ripieni o una delle tante «constatazioni logiche» come le chiamava Romano Guardini.

La questione – del resto – è seria, la sfida è aperta: cosa ci permetterà di rimanere nella Chiesa di Dio? Non ci siamo radunati a parlare delle cose penultime, quelle che svaniscono al primo colpo, ma siamo arrivati – anche da molto lontano – per mettere a tema la vita che, per noi, è legata indissolubilmente a quella di Cristo vivo nel corpo della sua Chiesa. Proprio questo Cristo vivo abbiamo riscoperto come l’annuncio più urgente anche in questo “cambiamento d’epoca”, consapevoli del fatto che, come ha rilanciato il Cardinale: «Ogni tempo è propizio per annunciare Cristo». Chi lo direbbe di oggi? Eppure abbiamo visto che è proprio così: cosa sarebbe di noi se non fosse vera questa affermazione? Chi garantirebbe la giovinezza del nostro “sì” se Cristo non fosse comunicabile oggi, all’uomo di oggi, al suo modo di guardare la vita e la morte, gli affetti, il lavoro e il riposo? Se non fosse contemporaneo a me e a te, se non potessimo amarlo ora, cosa impedirebbe di liquidare il fatto cristiano come una delle tante ideologie che l’umanità ha conosciuto?

Persino i nostri fallimenti e peccati non riescono a fermare la grazia di questa Presenza che, come una tenace catena, raggiunge ciascuno di noi facendo vibrare il cuore appena viene riconosciuta. La stessa sfida la lanciò Gesù nel brano di Vangelo citato più volte dal cardinale Scola: «Tutto è possibile per chi crede» (Mc 9,23). Perché l’impossibile accada Gesù domanda la fede. L’epoca in cui viviamo ha già superato il cosiddetto secolarismo, che affermava l’impossibilità della pretesa cristiana secondo la quale un Uomo è il significato di tutte le cose, ed è entrata nella fase della deresponsabilizzazione: l’uomo non risponde più alla chiamata della vita. Ma noi siamo, sin dalla nascita, gettati nella realtà con una vocazione, un compito, immersi in una dinamica responsoriale. Se non rispondiamo noi, nessun altro lo farà al nostro posto. Rispondere a chi? A Dio che chiama. Possiamo dare la nostra risposta solo assecondando criticamente circostanze e rapporti che tramano la realtà. La Trinità è in attesa del nostro “eccomi”. Gli Esercizi prendono dunque subito la forza di un invito alla conversione personale e comunitaria davanti all’Avvenimento di Cristo, sempre contemporaneo.

Il Cardinale legge un brano tratto dal romanzo di Anton Cechov intitolato Lo studente. Si crea un silenzio impressionante per la densità del racconto con cui si descrive alla perfezione che cosa sia Tradizione. Così deve avvenire la comunicazione della fede, questo è il metodo dell’annuncio cristiano: da Avvenimento a Avvenimento, per tutta la storia e senza preparazioni – sottolinea con forza Scola – perché il cuore dell’uomo è sempre pronto per Cristo e non è mai lontano. A noi, spesso delusi dall’esito dei nostri tentativi “pastorali”, non potevano che risuonare come una vera liberazione quelle parole. Solo l’incontro salva! Questo vale anche per il nostro essere sacerdoti.

«Il sacerdote che agisce in persona Christi Capitis e in rappresentanza del Signore, non agisce mai in nome di un assente, ma nella Persona stessa di Cristo Risorto, che si rende presente con la sua azione realmente efficace» (Benedetto XVI, Udienza generale del 14 aprile 2010). Ciò che ci permetterà di rimanere nella Chiesa di Dio, e non in modo formale, è proprio questa compagnia del Figlio di Dio alla nostra vita, che arriva persino a prendere possesso della carne di coloro che ha chiamato alla verginità per essere nel mondo la Sua. Il cardinale richiama il modo con cui don Giussani presentava la verginità cristiana: un possesso con dentro un distacco. «Senza questa concezione del dono di sé», afferma Scola, «io semplicemente non sarei prete».

Che richiamo e che stupore nel vedere un uomo di settantasette anni, compiuti proprio l’ultimo giorno degli Esercizi, così certo e innamorato di Cristo e della Chiesa. Questo ci ha consentito di vedere ciò che abbiamo ascoltato. Forse è questo che gli uomini desiderano: vedere i fatti in una vita cambiata. Che la Madonna custodisca e faccia fiorire, per il bene di tutta la Chiesa, la grazia di questi giorni, ben sintetizzati dall’espressione dell’evangelista Giovanni ripresa più volte dal cardinale: «Dio è amore» (1Gv 4,8). «L’amore non ha bisogno di essere spiegato da cause che lo precedono», continua il Cardinale: «Si impone da sé. Per questo è autoevidente». Tutta la riflessione filosofica a cui l’umanità era abituata, a cominciare da Cartesio, lasciava fuori l’amore. «La domanda di Leopardi “ed io che sono?” non avrebbe trovato risposta nel cogitocartesiano», insiste Scola. Dunque l’ultima parola sulla nostra vita è questo abbraccio libero d’amore della Trinità al nostro cuore.