Il luogo dove tutto diventa facile

A cosa serve pregare? Potrebbe essere ricondotta a questa domanda elementare la bellissima catechesi che papa Francesco sta tenendo nelle udienze del mercoledì sul Padre nostro. È un percorso in cui Bergoglio non dà per scontato niente, come avesse presente la condizione dell’uomo di oggi, indifeso ed esposto a tutte le mille illusioni che gli vengono continuamente proposte. Il papa per questo smonta parola per parola la preghiera che Gesù stesso aveva dettato, per farne toccare con mano la concretezza e anche l’affidabilità. Nell’udienza di ieri ad esempio, con la sua consueta capacità di lavorare attorno alle parole per farne capire tutta la portata reale, si è concentrato sull’invocazione iniziale, “padre nostro”. È una parola che in aramaico aveva una sfumatura diversa: “padre” in aramaico è “abbà”, che viene non a caso usata in due circostanze da san Paolo nelle sue Lettere. Abbà – ha detto Francesco – è qualcosa di molto più intimo, più commovente che semplicemente chiamare Dio ‘Padre’. Ecco perché qualcuno ha proposto di tradurre questa parola aramaica originaria Abbà con ‘Papà’ o ‘Babbo’”. 

Se “padre” sottolinea di più l’aspetto di autorità, “abbà” invece segnala una familiarità di rapporto. “Dobbiamo immaginare che in queste parole aramaiche sia rimasta come ‘registrata’ la voce di Gesù stesso: hanno rispettato l’idioma di Gesù”, ha sottolineato Francesco in un altro passaggio della catechesi. E in quel dire “registrata” avvertiamo la commozione di un qualcosa che è scaturito da una vita e che tocca la nostra vita. In questa semplice invocazione c’è poi “una forza che attira tutto il resto della preghiera”.

Ma cosa può garantire che una volta invocato, anche dentro una relazione di familiarità, “Abbà” ci ascolti e che quindi la preghiera serva? Il papa mercoledì scorso con molta semplicità aveva sgombrato il campo dalle possibili perplessità: “Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione”, aveva detto. “Pregare. La preghiera cambia la realtà, non dimentichiamolo. O cambia le cose o cambia il nostro cuore, ma sempre cambia. Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione”. È un cambiamento riscontrabile, verificabile, nella sua concretezza su noi stessi. Dire “Abbà” (basterebbe quello, dice il Papa) è un fatto che sposta, che traghetta da una condizione ad un’altra. Per dirla con Péguy, la preghiera “è il luogo dove tutto diventa facile”.

In un certo senso possiamo dire che la preghiera è un qualcosa di così reale da poter essere toccata con mano. È indicativo ad esempio quello che sta accadendo in queste settimane in un paese iperlaicizzato come l’Olanda. Una comunità protestante dell’Aja, per proteggere una famiglia armena (padre, madre e tre figli) che si è vista rifiutare la richiesta di asilo politico dal governo olandese, da tre mesi continua una maratona di preghiere nella chiesa di Bethel.  La famiglia, che rischierebbe nel caso venisse rimpatriata in quanto il padre è oppositore politico, vive ospitata nella canonica, protetta concretamente dalle preghiere che continuano senza pausa, con centinaia di fedeli che si alternano. Infatti sinché la funzione continua, la polizia per legge non può intervenire per rimpatriare i richiedenti asilo. Ovviamente si tratta anche di un braccio di ferro con il governo. Ma se si avesse qualche dubbio rispetto al fatto che la preghiera serva, l’esperienza dell’Aja, nel suo piccolo, aiuta certamente a fugarli…

Da: https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2019/1/17/la-vittoria-sulla-disperazione/1836137/

I’ll be your mirror

https://itunes.apple.com/it/album/ill-be-your-mirror/568419091?i=568419104

Sarò il tuo specchio
rifletterò quello che sei
nel caso non lo sapessi
sarò il vento, la pioggia e il tramonto
la luce alla tua porta
per mostrarti che sei a casa
Quando credi che la notte abbia invaso la tua mente
che dentro sei confusa e inaridita
lascia che ti mostri che sei cieca
abbassa la tue mani perché ti veda

Trovo difficile
credere che tu non sia consapevole della tua bellezza
ma se non lo sei lascia che io sia i tuoi occhi
una mano nel tuo buio, così che tu non abbia paura

Quando credi che la notte abbia invaso la tua mente
quando dentro sei confusa e abbrutita
lascia che ti mostri che sei cieca
per piacere abbassa le tue mani
perché io ti vedo

Sarò il tuo specchio (rifletterò ciò che sei)

AAA- Lavoro

Giovani e meno giovani, italiani e stranieri. È la cena annuale della caritativa che aiuta chi sta cercando un impiego. C’è chi non parla italiano e chi ha imparato a cantare De Andrè. E chi si è sentita dire: «Ragazza, non ti brillano gli occhi…»Davide Grammatica

Una festa per duecento invitati. Una cena che è l’occasione per ritrovarsi: chi cerca lavoro, chi l’ha finalmente trovato, e chi ha aiutato a trovarlo. Un’amicizia che lega giovani e meno giovani, italiani e stranieri. C’è chi di italiano non sa nemmeno una parola, ma è come se fosse a casa. È la grande famiglia di “AAA-Lavoro”, la caritativa iniziata da Ugo dieci anni fa, quando, col Paese colpito dalla crisi economica, ha deciso di dare una mano: «Molta gente, di lì a poco, avrebbe perso la propria occupazione, una buona percentuale di questi non sarebbe riuscita a ritrovarla». Nasce tutto, e oggi continua, in un bar della stazione Garibaldi di Milano, ormai “sede legale”, attiva tutti i giorni dalle 7 alle 8 del mattino, dove Ugo incontra per primo «chiunque è in difficoltà per motivi lavorativi, per poi non lasciarlo solo e accompagnarlo». «Ogni persona è seguita da una coppia di nostri amici» dice Ugo, e continua: «Con fedeltà, senza la pretesa di arrivare a un chissà quale risultato, ma per aiutare a riconquistare un approccio positivo alla realtà».

Fuori dal salone dell’oratorio della parrocchia di Gesù a Nazareth fa freddo, la festa sta per iniziare e si sentono i rumori degli ultimi preparativi. Chi è arrivato in anticipo inganna il tempo con una sigaretta. «Senti, c’è un modo più semplice per ottenere il permesso di soggiorno», dice un signore a un ragazzo straniero, forse mediorientale, che però sembra sperduto. «Dico, esiste un modo più semplice, sai cosa vuol dire “semplice”?». Il ragazzo continua a non capire. «Do you speak english?». «No». «Senti, io il “bangla” non lo so», dice l’uomo, e insiste: «Ma c’è un modo più semplice per ottenere il permesso di soggiorno». In qualche modo, poi, si riuscirà a comunicare. Di questa insistenza il salone ne è pieno, ed è ciò che contraddistingue questa gente, che si racconta in storie di tenacia e coraggio. Chi se la sente, durante la cena è invitato a raccontarsi, e si racconta «non per meriti», dice Ugo per risolvere ogni ambiguità: «Ma perché noi siamo stati guardati così, e queste testimonianze sono ciò per cui è possibile ripartire». E infatti non si distingue più chi aiuta e chi è aiutato. Tutti vivono l’esperienza della carità in primo luogo per rispondere a una propria esigenza, quella di realizzare se stessi, interessandosi degli altri.

Ne è dimostrazione la storia di Marco. Laureato, dopo un mese trova lavoro, dopo nove viene promosso. Una carriera interrotta troppo presto per problemi con l’alcool, a cui si aggiunge la depressione. Perde il lavoro ed entra in contatto con Ugo, il quale lo affida a Alfredo e Antonio, che diventano per lui «un secondo e un terzo padre». Il primo periodo è un fallimento, il bere cronico è un ostacolo troppo grande. Finisce in un centro di recupero a Brescia, un «manicomio» dice Marco. Ma Alfredo e Antonio non lo abbandonano mai. Accetta il fatto di essere diventato un drop out, e accoglie un’opportunità di lavoro inconsueta: operaio. L’azienda è fuori Milano e ha bisogno di un’auto per spostarsi da Corsico. Alfredo e Antonio gliene procurano una, pagano il trapasso, la lavano, fanno il pieno e gli lasciano le chiavi. Un gesto che a Marco ancora fa commuovere. E muovere. Anche il lavoro ora è visto sotto tutt’altra prospettiva: «Odiavo fare l’operaio, mi lamentavo e basta. Poi ho capito. È come chi di lavoro spacca le pietre, e continua a lamentarsi, mentre uno a fianco, che spacca le pietre come lui, invece di lamentarsi sorride, perché è contento che grazie al suo lavoro si possa costruire una cattedrale».

Chi ringrazia di un’auto, chi di una semplice frase, il peso non cambia. Sonia è un’ex collega di Ugo, cambia lavoro e non si rivedono per quasi dieci anni. Poi la maternità, i responsabili della sua azienda in galera e la difficoltà di ritrovarsi una sistemazione, forse anche per troppa arroganza, come se il lavoro le fosse dovuto, perché lo sa fare bene. Si rimette in contatto con Ugo, mettendo l’orgoglio un momento da parte, perché le torna in mente il suo volto in un momento di difficoltà. «Ragazza, ma a te non brillano gli occhi», le dice Ugo al bar di Garibaldi. Una semplice frase che la rimette in moto, un bagno di umiltà che le fa cambiare approccio ai colloqui e che le fa arrivare più di una proposta lavorativa.

Poi ancora Conrad, che è passato dal dormire sotto un ponte a lavorare in un ostello. Michele, di Salerno, laureato in Giurisprudenza che, dopo sei anni passati a partecipare a concorsi pubblici senza risultati, ha deciso si trasferirsi a Milano in mezzo a mille difficoltà. E Godstime, africano, chiamato così dalla madre perché nato di domenica, che, diventato amico dei ragazzi del Banco alimentare mentre chiedeva l’elemosina, ora potrebbe trovarsi un lavoro come pizzaiolo o saldatore.

E poi Abdul, l’eroe della serata, che non racconta nulla.Semplicemente, alla fine della cena, prende una chitarra e si mette a cantare. Amore che vieni, amore che vai di De Andrè, la prima canzone che ha imparato per esercitarsi con l’italiano, a vent’anni dalla morte del cantautore. E lo ricorda meglio di molti altri. Solo per ringraziare. Con un sorriso che è lo stesso che sta sulla faccia di tutti quelli in sala, conquistati da un rapporto di una tale gratuità che fa ben sperare. Come se si potesse fare qualsiasi cosa, chiunque tu sia, qualunque sia il tuo problema, con un amico che ti sta a fianco.

Il coraggio di mettersi in discussione

“Benvenuta questa presa di posizione di don Carrón, perché negli ultimi tempi si era invece assistito a una certa, sia pure alla spicciolata, presa di posizione del mondo cattolico che sembrava aver fatta propria la linea della paura”. Claudio Martelli, che nel 1990 in quanto vicepresidente socialista del Consiglio affrontò l’emergenza dei 23mila albanesi sbarcati sulle coste della Puglia, reagisce così alla lettura dell’intervista che don Julián Carrón ha rilasciato al Corriere della Sera sui temi dell’Europa, del sovranismo e dell’immigrazione. “Una presa di posizione del leader di Comunione e liberazione – aggiunge subito Martelli – in cui ho ritrovato, per quel che ho conosciuto di don Giussani, quel medesimo afflato:  quell’idea cioè della Presenza, intesa come presenza di Cristo, in un’immedesimazione che ha ispirato tutta la vita di don Giussani, che spinge alla massima apertura, alla massima solidarietà, a farsi tutt’uno con chi sta vivendo il dolore, la malattia, la sofferenza, la miseria, l’infelicità. In tal senso dico benvenuta questa presa di posizione, perché non cede all’imperante malattia politica del nazionalpopulismo, termine che ho introdotto nel dibattito pubblico perché lo preferisco a sovranismo, espressione elegante del nazionalismo”.

Secondo lei, perché nazionalismi e sovranismi hanno preso il sopravvento in così pochi anni?

Qualche giorno fa Galli della Loggia, sempre sul Corriere, imputava questa responsabilità alle élites che hanno governato negli ultimi trent’anni l’Occidente nel suo senso più ampio, visto che Europa e Usa sono oggi accomunate dall’identica visione divisiva, aggressiva, identitaria, in una mescolanza, aggiungo io dal punto di vista politico, di nazionalismo e populismo. Il punto di svolta è il 1989. Il crollo dei muri e la fine del comunismo internazionale sembravano aver aperto un’era di libertà,come se avessimo messo alle spalle tutto ciò di soffocante che avevamo fino a quel momento vissuto, dalla contrapposizione in blocchi tra Est e Ovest alla corsa agli armamenti. Sembrava si potesse inaugurare un’epoca più pacifica, aperta al dialogo. Così non è stato.

Perché? Che cosa è avvenuto?

Perché, come dice Carrón, il nostro mondo, figlio dell’Illuminismo, ha prodotto questa forma di globalizzazione che ha separato gli ideali universalistici dell’Illuminismo dal loro fondamento, che poi sono gli uomini, i singoli uomini. E’ una spiegazione suggestiva, che però apre un altro interrogativo: la Chiesa, per lungo tempo, si è opposta ai valori dell’Illuminismo, l’eguaglianza, il primato della ragione, delle scienze, la modernità con il suo corredo di diritti e di spinta al progresso in tutti i campi. Tutto questo mi sembra difficile buttarlo via.

Ma il progresso non è mai magnifico e progressivo, come diceva Leopardi…

Sì, il progresso è sempre pieno di tragedie, di sangue e di sudore, dei singoli e dei popoli. La storia è multiforme e complessa, ma in linea di massima c’era una direzione. E questo non ha impedito nel Novecento l’imporsi di ideologie totalitarie come il comunismo e il fascismo, ideologia che non è del tutto morta, come vediamo. Abbiamo conosciuto tragedie immani ben peggiori di quelle attuali. Quindi per chi fa politica,  che come diceva Paolo VI è “la forma suprema di carità”, cioè di apertura verso gli altri, forse la parola che in questa temperie storica manca è la responsabilità. Ci si è sbarazzati con troppa faciloneria delle ideologie, con tutti i loro limiti, progressi e aberrazioni, ma non è che poi sia scomparso tutto, che siano sparite tutte le idee generali.

Che cosa è rimasto?

A poco a poco questo azzeramento dell’epoca dialettica, segnata dal contrasto ideologico tra comunismo e liberalismo, tra capitalismo e collettivismo, ha aperto la strada a un’unica ideologia che è sopravvissuta e che è all’origine di tutte le altre: il nazionalismo, la madre di tutte le ideologie, che ha conquistato spazio un po’ ovunque perché è la più facile da imporre, basata com’è su dati di realtà inconfutabili: una terra, una lingua, una religione, un interesse nazionale. Ma il nazionalpopulismo è la cattiva risposta alla crisi della democrazia liberale, è una forma illusoria, una specie di compenso emotivo e aggressivo di chi non sa vivere questa fase nuova e diversa della storia dell’umanità. In questo senso c’è, come sottolinea Carrón, una crisi antropologica: non saper affrontare le sfide del presente e del futuro, rifugiandosi nel passato.

Carrón parla di una “riduzione dello sguardo che impedisce di cogliere l’umano”. Una posizione che si nota, soprattutto, su un tema: i migranti, visti come numeri e non come persone. Come si può affrontare con uno sguardo adeguato il fenomeno dell’immigrazione?

L’immigrazione è un fenomeno non accidentale, le ondate migratorie sono una parte costitutiva della storia dell’umanità, da sempre. Bisogna trovare i modi di affrontarla, bisogna cercare di prevenire i guai peggiori. Oggi tutti si riempiono la bocca ricordando che tra 50 anni l’Africa avrà 2 miliardi di abitanti, che non sarà in grado di sfamarli e ciò darà vita a vere migrazioni bibliche,  paventando il timore dell’invasione nera. Tutto ciò, però, ignora i progressi che ci sono stati, anche molto significativi, in quel continente. E nel caso proprio dell’Africa occorre che questi progressi vengano consolidati, quelle esperienze positive e costruttive vengano estese, che si possa procedere, insieme, a garantire maggiori diritti umani fondamentali. Non c’è dubbio che noi occidentali abbiamo un debito immenso nei confronti dell’Africa, dovuto alla faccia cattiva della nostra civilizzazione, come è stato lo schiavismo, un abominio durato secoli. Un debito che va saldato: non è un senso di colpa, ma una riparazione.

Si era già cominciato ad affrontare questo tema negli anni Ottanta con le politiche di cooperazione rivolte proprio verso l’Africa.

Sì, ci fu uno sforzo, economico e di sostegno tecnico-professionale, imponente, anche se non sempre andato a buon fine, perché abbiamo visto vari casi di corruzione, di appropriazioni indebite da parte delle élites militari africane, di Stati corrotti, Ma poi la Ue, con l’allargamento a Est, che ha cambiato completamente la natura dell’Europa, ha dirottato quelle risorse per far recuperare ai Paesi dell’ex cortina di ferro, dopo 70 anni di comunismo, la loro arretratezza. E questo ha prodotto delle conseguenze. 

“La paura non si vince con la violenza, la chiusura, i muri, tutte espressioni di una sconfitta. La paura è sconfitta solo da una presenza”. Come giudica queste parole di Carrón?

Trovo molto suggestiva l’evocazione di una presenza, che poi è la presenza del divino, della figura di Cristo, di un Dio che si fa uomo e patisce le sofferenze dell’uomo fino all’estremo sacrificio del Calvario e della morte. E’ un messaggio che richiede un fondamento comune, metapolitico, di fede, per essere condiviso. E mi domando: solo questa fede può affrontare e vincere la paura? Credo di no, credo ci siano altre possibilità e risorse. Mi piace molto, infatti, l’immagine che Carrón usa del bambino, che avendo paura del buio, è confortato dalla presenza della madre. Ecco, qual è la madre che ci può confortare di fronte alla paura, dell’invasione, del futuro? Dovrebbe essere la responsabilità collettiva.

Subito dopo l’immagine del bambino e della madre, Carrón aggiunge: “Ciascuno dovrà scoprire nella sua vita quali presenze rispondono alle sue paure”. Per lei, quali sono?

Ho fiducia nel senso di ragionevolezza e nel dialogo come confronto libero di opinioni. Restando alla metafora del buio, se il bambino ha paura gli si può sempre dire: accendiamo la luce, e la luce è l’immagine della comprensione, del sapere. E poi bisogna insegnare anche il coraggio. Quest’anno vorrei dedicarmi a un tema, con vari interlocutori e compagni di viaggio, a cui pensavo già da molto tempo e che per secoli proprio nella nostra Europa, fin dagli antichi Greci, ci ha accompagnato: l’educazione dell’anima, intesa non in senso metafisico, ma come sensibilità, mentalità, gusto, preferenze o, appunto, coraggio, che è il coraggio delle scelte, il coraggio di aprirsi agli altri, il coraggio di mettersi in discussione.

(Marco Biscella)

Amati a prescindere

 

Da : https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2019/1/12/il-dito-di-dio-sulla-spalla-delluomo/1833985/

Lui che era Re per davvero si fece simile a me, che nemmeno di me stesso sono re. Festeggiò i trent’anni così: “Prese un mantello, allacciò i suoi sandali, e disse alla madre una parola d’addio che non sarà conosciuta” (François Mauriac). Pur essendo Figlio-di-Papà – “pur essendo nella condizione di Dio” – non entrò nel mondo farfugliando: “Lei non sa chi sono io!”. Vi entrò a bassa voce, in punta di piedi, sottovoce: “non ritenne un privilegio l’essere come Dio”. Ai lacrimogeni di Satana, preferì le vesti smunte, i piedi scalzi della gente qualunque, in “una condizione di servo” (Fil 2, 6-7). Insomma, fece di tutto per non farsi riconoscere, Lui che era venuto al mondo perché tutti lo conoscessero. “Dio Potente”, l’acclamerà il coro dei fedeli, perché svuotato: leggero, dunque nella condizione più favorevole per spiccare voli verso l’alto, aiutare a spiccare voli in alta quota. La storia si alza.

E’ iniziata dal basso, dal punto più basso della geografia dei Vangeli, dagli scantinati delle acque. Iniziò laggiù in basso perché nessuno potrà diventare un grande generale se prima non è stato un semplice soldato: nessuno sarà nelle condizioni di comandare se prima non ha imparato a obbedire.

Con quel gesto di-sotto sorprese il mondo intero, fece infuriare Satana e tutti i suoi ambasciatori che erano sul punto di rinfacciargli d’essere della casta. Lui – che per trent’anni si mise in testa di farsi uomo tutto d’un pezzo, che per trent’anni obbedì andando a lezione da mamma e papà – scelse di sorprendere tutti, si prese il diritto della sorpresa. Vide il mondo tutto in affanno, sentì le sue viscere rivoltarsi, si tuffò in mezzo per rimettere in sesto il mondo dal di-dentro. Fece come se fosse Lui a essere in affanno: “Talvolta, quando si è nei guai, per uscirne – ha scritto Ken Follett – bisogna fare qualcosa di folle, di così inaspettato che il nemico resti paralizzato dalla sorpresa”.

Tutti paralizzati quella volta: l’amico Battista, la folla che era tutta sozza di lordura, la Madre che capì solo di non aver capito granché. Quel pirlone di Lucifero, fregato dall’urto di quell’umiltà inarrestabile: che l’Uomo partisse da laggiù accese in Lui il sospetto che avrebbe dovuto sudarsi, lingua a terra, la sua agognata carriera di diavolo. L’Uomo – questo capì Satana – gliela avrebbe messa dura: non sarebbe stato prevedibile come lo saranno, invece, troppi di coloro che diranno d’andarGli appresso, costi quel che costi.

Non bastasse il basso, decise di scendere ancora: Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera”. S’inginocchiò, a somigliare ancor più a colui che è schiacciato dal peccato, crogiolato nella tentazione, pancia a terra. Sdraiato per terra – come lo sarà di tanti, truffati dalle piroette del Nemico – toccò il Cielo per accendere la musica, che sarà musica per gli orecchi sordi: “Tu sei il mio Figlio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3, 15-22).

“Tu-sei” è tempo immediato, asserzione d’amore: l’attesa annullata da uno sguardo. “Figlio” è complemento di identità, complimento di proprietà: non più straniero, mi appartieni, hai già un pezzo di eredità. Eppoi sei “amato”: così, di brutto, ancor prima di sapere se tu mi amerai oppure no. Troppo facile aspettare la tua risposta, gioco io d’anticipo: “Non c’è da stupirsi che non ci sia nulla di più magico della sorpresa di essere amati: è il dito di Dio sulla spalla dell’uomo” (Charles Morgan).

Qualora non bastasse per cappottarsi dall’amore, il piede è sull’acceleratore, il cuore in rampa di lancio: “In te ho posto il mio compiacimento”. Che Dio si compiaccia di me – “Son fiero di te, davvero tanto. Lo vado dicendo a tutti, mai ti mortificherò sul palcoscenico della storia” – è materia per una resa incondizionata. Andatevene, se ci riuscite.

Parole tronfie, son tutto tronfio per queste parole. “Chi pensi d’essere?” va chiedendomi la gente. “Son figlio di Dio. Ho un’eredità pazzesca in tasca!” vado rispondendo. Pensano sia matto, arrogante, smisurato. Lo dicessi per davvero, sarei il più umile. Arroganza è dire: “Sono Dio”. Essergli Figlio è la dichiarazione d’inferiorità più esaltante. Per questo Satana mi detesta: gli ricordo mio Padre.

Non dominati dalla paura

I migranti, prima che numeri, sono persone concrete, volti, nomi, storie, aveva detto il Papa a Lesbo». L’intervista al Presidente della Fraternità di CL sul Corriere della Sera (10 gennaio 2019)Gian Guido Vecchi

«Ricordo l’impressione che mi fece la notizia di un immigrato pakistano: giunto stremato in un centro di accoglienza italiano, incontra un volontario che lo chiama e gli domanda se vuole pasta in bianco o al sugo, carne o pesce. L’uomo scoppia in lacrime, nessuno lo aveva mai chiamato per nome. Un gesto semplice di umanità gli ha fatto cambiare idea su quelli che prima per lui erano solo degli “infedeli”». Don Julián Carrón, scelto dal fondatore Don Luigi Giussani come suo successore, guida Comunione e Liberazione dal 2005.

Ci sono voluti diciannove giorni perché si aiutassero 49 persone lasciate in alto mare. Che sta succedendo, in Europa, se è dovuto intervenire Francesco all’Angelus per scuotere i leader?
«È il segno di una crisi che non è innanzitutto politica o economica ma antropologica, perché riguarda i fondamenti della vita personale e sociale. Uno strano oscuramento del pensiero costringe il Papa a rimettere davanti a tutti la realtà, prima delle idee e degli schieramenti. Già Benedetto XVI ricordava che l’esperienza migratoria rende le persone vulnerabili: sfruttamento, abusi, violenza. Per questo l’attuale pontefice richiama tutti a rispettare l’imperativo morale di garantire ai migranti la tutela dei diritti fondamentali e rispettarne la dignità. Il cristiano riconosce che i migranti hanno bisogno di leggi e di programmi di sviluppo, tanto quanto “di essere guardati negli occhi”, diceva Francesco: “Hanno bisogno di Dio, incontrato nell’amore gratuito”. Allora tutto può cambiare».

Forse il problema è che si parla di numeri, di «clandestini» in astratto…
«È proprio così. Fa parte della nostra riduzione dello sguardo che impedisce di cogliere l’umano. I migranti, prima che numeri, sono persone concrete, volti, nomi, storie, aveva detto il Papa a Lesbo nel 2016. Dovrebbe essere palese ma non lo è più, segno che è andato in crisi il nostro rapporto con la realtà: per questo le sue parole suonano “rivoluzionarie”. Tutto è guardato attraverso filtri che non raggiungono più la persona reale. Il Papa ci indica il metodo: “Si vede bene solo con la vicinanza che dà la misericordia”».

Francesco ha denunciato il riapparire di populismi e nazionalismi che «indeboliscono» il «sistema multilaterale». Perché accade?
«Nel tempo ha prevalso la dimensione universale, un tentativo che ha le sue radici nell’Illuminismo: salvaguardare i valori – persona, vita, famiglia, società – slegandoli dall’appartenenza alla storia particolare che li aveva generati. Alla globalizzazione, espressione ultima del tentativo illuminista, si oppone una concezione di appartenenza nazionalistica. Ma tale reazione non risolve il problema, lo sposta solo in avanti rimandandone la soluzione: un equilibrio corretto tra appartenenza a una storia particolare e apertura all’universale».

Come si può rimediare alla strategia della paura?
«Si può rimediare solo se si trova una vera risposta alla paura. La paura non si vince con la violenza, la chiusura, i muri, tutte espressioni di una sconfitta. La paura è sconfitta solo da una presenza. Ciò che vince la paura del buio in un bimbo è la presenza unica della mamma. Ciascuno dovrà scoprire nella sua vita quali presenze rispondono alle sue paure».

La sfida sovranista, da Bannon a Salvini, inalbera i «valori cristiani». Che può fare la Chiesa?
«È chiamata alla sua missione unica. Essa custodisce il “segreto” della vittoria sulla paura, l’unica Presenza che la vince senza bisogno della violenza. Questa è un’opportunità formidabile per la Chiesa di riscoprire il suo compito: annunciare questa Presenza, renderla testimonianza. Solo lasciandosi investire dalla presenza di Cristo, potrà testimoniare a tutti una modalità di vincere la paura adeguata alle sfide odierne. È il contributo che noi cristiani siamo chiamati a dare: generare uomini e donne non dominati dalla paura, in grado di creare luoghi capaci di accogliere e integrare chi è diverso da noi. Le vie d’uscita di pura reazione sono fallimentari in partenza, anche se nel breve termine possono sembrare vincenti. Manca la prospettiva storica. Abbiamo già assistito a troppe situazioni in cui è diventata dominante una mentalità che non ha retto l’urto del tempo. Staremo a vedere quanto dura questa».

Cosa direbbe ai fedeli sedotti dal sovranismo?
«Che guardino se stessi e vedano se esso risponde alle loro aspettative, quando vanno a dormire e si alzano al mattino. In questo momento drammatico è in gioco ognuno di noi e, quindi, la nostra famiglia, i nostri rapporti, i nostri fratelli bisognosi, la nostra società. Sarebbe un peccato sprecare l’occasione».

https://it.clonline.org/news/attualità/2019/01/10/intervista-julián-carrón-corriere-sera-10-gennaio

Rialzati Gerusalemme, la Luce è venuta

Da : https://it.clonline.org/news/attualità/2019/01/07/julian-carron-londra-assemblea-nord-europa
Le comunità del Nord Europa si sono trovate a Reading, a Ovest di Londra, per un fine settimana con Julián Carrón. Il lavoro, la famiglia, il dramma della morte. Un aiuto ad affrontare le sfide in società che non fanno sconti a nessunoLuca Fiore

«Che cosa sostiene la nostra vita nel drammatico ambiente sociale e lavorativo in cui ci troviamo? Qual è il nostro contributo a questo mondo?». È questa la domanda da cui parte l’assemblea con Julián Carrón durante il fine settimana di convivenza con le comunità dei Paesi del Nord Europa e di lingua inglese a Reading, pochi chilometri a Ovest di Londra. Sono in 400, molte le famiglie con i figli, e vengono da Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Svezia, Norvegia, Malta e Lussemburgo. Il clima è disteso, sono gli ultimi scampoli delle vacanze natalizie nel fine settimana dell’Epifania. Dal giorno dopo si torna alla vita di tutti i giorni, in quell’ambiente sociale e lavorativo che non fa sconti a nessuno. Tantissimi sono gli “expat” italiani. Ci sono gli impiegati nelle multinazionali, i ricercatori nelle università, le mamme che devono far crescere i figli piccoli senza l’aiuto dei nonni. A volte le difficoltà sembrano insormontabili. Ci si trova ad avere a che fare con problemi, anche culturali, inimmaginabili anche solo dieci anni fa e per i quali nessuno ha la soluzione pronta. Eppure, a sentire gli interventi di chi è arrivato qui, si capisce che in tanti hanno accettato l’avventura con entusiasmo e curiosità.

Maria frequenta un Phd in un centro di ricerca dell’Università di Southampton. Racconta di aver fatto, dopo una conferenza in Brasile, qualche giorno di vacanza con un paio di altri studenti. Uno di questi iniziava a bere birra e caipirinha già alle 10 del mattino. Era sempre ubriaco. Maria, dopo una prima reazione infastidita, si ricorda che, mesi prima, la stessa persona le aveva raccontato quanto la sua famiglia fosse un disastro e quanto la sua infanzia fosse stata difficile. Una strana tenerezza si sostituisce al senso di fastidio. Una mattina, su una spiaggia bellissima, l’amico si accende un grosso spinello. «Sei sicuro che è quello di cui hai bisogno?», gli chiede Maria. E quello con tono di sfida: «Questo è il mio modo di essere più vicino a Dio…». E aggiunge: «Maria, penso tu sia troppo spaventata dalla vita». E lei: «No, non è vero». Lui la guarda per un istante e poi aggiunge: «È vero, non sembri una persona che ha paura si vede da come stai al lavoro». E lei: «Fai quello che vuoi, ma fai ciò che ti rende felice! Mi dispiace se ti senti giudicato per il modo in cui a volte ti guardo. Ma fa ciò che ti rende felice, è lo stesso desiderio che ho per la mia vita».
Il giorno dopo il ragazzo si avvicina a Maria e le dice che ha scritto una poesia sulla loro amicizia. Gliela legge. Parla della fatica della sua vita, e del suo modo disperato di trovare qualcosa che lo salvi. L’ultimo verso recita: «Sole italiano, aiutami a far evaporare il mio buio». Racconta Maria: «Mi ha molto commosso, perché erano mesi che facevo fatica a sopportare me stessa: ciò che sono, quel che faccio…».
«Ci voleva un ubriaco per farti vedere quel che puoi essere per il mondo!», commenta Carrón. E Maria: «Quello che pensavo fosse utile per il mondo – il rimprovero per ciò che non va – in realtà è completamente inutile…». Riprende Carrón: «Pensiamo sempre che il nostro contribuito stia nel fare qualche cosa. Ma non è così. La sfida è essere noi stessi nel mondo, non chiusi nel nostro guscio, perché lì, nel mondo, il Mistero ci manda qualcuno per ricordarci che cosa ha fatto nella nostra vita. Sembra nulla, invece… Che cosa ha visto questo ragazzo nella vita di Maria? Perché l’ha chiamata Italian Sun? Ha visto che lei non aveva paura dentro le circostanze! Questo non è un sentimento, è un giudizio. È un giudizio da cui può partire il nostro cammino».

Julián Carrón alla convivenza di Reading. Foto © Anna Arigossi/Icon Photo

Nell’introduzione del venerdì, sera Carrón aveva insistito sul riconoscimento della Grazia che è l’incontro con Cristo: «Non dobbiamo fare niente per essere scelti. Ma non possiamo dare per scontata questa preferenza. È fondamentale che, dentro la confusione di questi tempi, che fa sentire tutti smarriti, noi riconosciamo il dono che è per noi essere qui oggi. Significa che, in qualche modo, le difficoltà delle circostanze non hanno prevalso: ha vinto nella nostra consapevolezza di questo abbraccio». E continua: «Guardate Abramo, Mosè o Pietro. Sono stati scelti. Ma nessuna delle difficoltà che segnavano la società mesopotamica, egiziana o romana, ha potuto fermare l’iniziativa del Mistero verso questi tre uomini. E lo stesso avviene per noi oggi».

Francesca abita a Durham, nel Nord-Est dell’Inghilterra. Racconta che negli scorsi anni due mamme, da quando avevano scoperto che aspettava il terzo maschio, la prendevano in giro: «Tu sei matta! Dici tanto che vorresti lavorare e poi aspetti un altro figlio. Non puoi nemmeno ubriacarti per riderci su…». A settembre, tornati dalle vacanze, scopre che, entrambe, aspettavano un bambino. «Tutte e due, in occasioni diverse, mi hanno detto che io c’entravo con quella gravidanza: guardarmi arrivare sorridente e piena di gioia a portare i figli a scuola aveva fatto cambiare idea anche a loro… Io capisco che questa gioia nasce dal “sì” che cerco di dire a Cristo. Vedo che è questo il contributo che posso dare a chi mi sta intorno. Ma il “sì” devo tornare a dirlo tutti i giorni».
«Non è troppo intimistico?», chiede Carrón con un filo di ironia: «Ci sono due modi di vivere la nostra appartenenza al movimento: uno che ci introduce alla realtà, l’altro che tenta di evitare il rapporto con essa. Così vediamo che, di fronte alle stesse sfide della vita, qualcuno non fa che lamentarsi, altri sono sempre più lieti e liberi. Che cos’è, quindi, il movimento? Siamo io e te dentro le circostanze. E la domanda è: ci muoviamo o siamo fermi? Perché è un cammino quello che siamo chiamati a fare, un cammino umano».

Nella stanza accanto, un gruppo di babysitter fa giocare i bambini mentre i genitori ascoltano l’assemblea. Per le mamme con i figli più piccoli c’è un altoparlante che fa ascoltare nella hall dell’albergo. L’impostazione della convivenza è il più possibile family friendly.

Maria, di Cambridge, racconta che con la sua amica Irene, è andata a trovare una famiglia di Tromsø, Norvegia, conosciuta l’anno scorso. «Ciò che mi ha commosso, più della bellezza del paesaggio o dell’aurora boreale, è stato vedere il cristianesimo accadere di nuovo davanti ai miei occhi. Prima di tutto perché, nonostante ci fossimo incontrati da così poco, ci hanno fatto sentire come la loro famiglia. Poi, una sera abbiamo iniziato a cantare alcune canzoni natalizie, in italiano e inglese, e loro continuavano a chiederci di cantare ancora, fino a quando la madre ha iniziato a suonare e cantare per noi qualche canzone tradizionale in norvegese. Il giorno dopo abbiamo giocato insieme e il padre ha persino dimenticato di accendere la tv per guardare la partita di calcio che aveva detto non avrebbe perso per niente altro al mondo». Racconta che, prima di ripartire per Cambridge, la coppia gli ha detto: «Avete risvegliato qualcosa di buono che era in noi». E il marito ha aggiunto: «Era tutta la vita che cercavo amici come voi. Ora vi ho trovato».
«Che cosa c’entra questo con il Natale?», chiede Carrón, dando l’impressione di cambiare discorso: «Se non prendiamo coscienza della tenerezza di cui siamo stati oggetto, non possiamo trattare con tenerezza gli altri, anche se difendiamo i valori cristiani. Qual è il vostro contributo verso gli amici norvegesi? Avete risvegliato la loro umanità. Ma questo non è stato possibile perché sapevate bene il discorso cristiano e rispettate le regole del Catechismo. Eravate coscienti del fatto che siete generate dalla presenza di Cristo. Altrimenti, se fosse solo un discorso, il Mistero non avrebbe avuto bisogno di farsi uomo. Avrebbe potuto mandarci una lettera. Il tema è: come si fa a risvegliare la grandezza del nostro io? Attraverso un incontro. Non c’è altro metodo. Imbattersi in qualcuno. È così dai tempi di Giovanni e Andrea».

A Reading sono arrivati anche gli amici da Stoccolma. C’è Sara, clarinettista della locale orchestra dell’opera, Alessio, impiegato a Google, Anna, dottoranda in Matematica e Giovanni, informatico. C’è anche Jorge, che lavora all’ambasciata spagnola di Oslo e che si collega via Skype con la Svezia per la Scuola di comunità. Chiacchierano nella hall e sembrano contenti. «Ma gli svedesi sono chiusi come si dice?». Sara sorride: «All’inizio sì, ma se si aprono sono meravigliosi».
Laurens, di ‘s-Hertogenbosch, in Olanda, da alcuni anni, insieme a degli amici, ha fatto nascere una piccola scuola primaria per il desiderio che la bellezza dell’amicizia del movimento vissuto in parrocchia potesse diventare per tutti. È un’avventura appena iniziata, ma che ha già avuto il riconoscimento statale.
Claudia di Dublino racconta il cammino fatto a partire dall’esperienza della morte dei suoi genitori, del suocero e di un cognato. «In questi anni devo riconoscere di essere cambiata. È come se fosse caduto il filtro tra me e ciò che mi trovo davanti. Davanti alla morte dei miei, si è risvegliata in me la domanda sul significato della vita. Ho iniziato chiedermi se Cristo risponde davvero. Se sul serio può sostenere le mie giornate». Racconta che, poco a poco, la vita quotidiana si è trasformata in un dialogo con Cristo: «Ho iniziato a riconoscere i segni della sua presenza, vedere che Lui mi accompagna, senza togliermi il dolore, ma rendendolo vivibile dentro una speranza». Spiega che, subito dopo la morte della madre, ha avuto bisogno di un periodo «di silenzio. Per stare con Lui». Niente incontri, solo momenti con gli amici più stretti. «Non potevo sopportare nulla che non fosse profondamente vero. Niente falsi sorrisi. Niente parole buone ma vuote. Quando ho ricominciato a tornare agli incontri della comunità, ho portato con me questa esigenza di autenticità. Avevo bisogno di essere fedele alla profondità del mio desiderio. E ho scoperto che ciò che lo tiene vivo è la Grazia, che agisce nei sacramenti – ho iniziato ad andare a messa più frequentemente – e nella compagnia degli amici veri. Ora vedo che, dentro le circostanze, mi sento più libera. Le incognite del futuro non mi spaventano più».
«Libera, finalmente libera!», esclama Carrón: «È questo l’esito del cammino che ci proponiamo. Altrimenti perché dovrebbe interessarci? Il cristianesimo è questo tipo di esperienza».
Ciò che riteniamo un ostacolo, qualcosa da evitare, in realtà è la chiave per capire, spiega: «È allora che iniziamo una relazione con Cristo che diventa un dialogo. Chi altro può stare a questo livello di urgenza? Quando sentiamo una testimonianza come quella di Claudia, capiamo che razza di riduzione facciamo di solito di ciò che abbiamo ricevuto. Don Giussani ci ha insegnato che “la realtà si rivela nell’esperienza”, non in una spiegazione. Ma per noi resta cinese. Pensiamo che il punto sia possedere una formula giusta. Per questo se noi non accettiamo di fare questo cammino, possiamo anche imparare a memoria tutti i libri di Giussani, ma non capiremo nulla. Perché sarebbe contro il metodo che lui stesso ci ha insegnato nel primo capitolo de Il senso religioso. L’esperienza cristiana deve essere vagliata dalla propria esperienza. “Chi sei Tu che rendi possibile non avere paura?”. Una parola non è in grado di vincere la paura. Non possiamo essere utili a questo mondo se non ci interessa davvero la nostra vita. Abbiamo tutti gli strumenti per fare il cammino, questa è la grazia dell’incontro con Giussani. Ma occorre utilizzarli nel mondo in cui lui ce li offre».La convivenza si chiude con la messa della festa dell’Epifania. Nell’omelia Carrón sottolinea una frase del profeta Isaia: «Rialzati Gerusalemme, la luce è venuta». Questa luce, dice, viene da questo Bambino e «noi siamo come la luna, che riceve questa luce e la riflette. Nessuna tenebra, nessuna situazione caotica potrà vincerla. Se accettiamo di accoglierla, poveri come siamo, ci rende testimoni. Allora anche i pagani, come i Magi, potranno riconoscerla»