Felicità

Per qualcuno la tua vita vale

Nella crisi di oggi, i gesti di carità pongono un giudizio culturale e politico. E ci rimettono davanti a una questione decisiva: proporre un ideale concreto, che risponda ai bisogni e intacchi il cuore. Da “Tracce” di gennaioDavide Prosperi

Da qualche anno, ormai, si sente ripetere sempre più spesso, e più noiosamente, lo stesso ritornello: c’è una crisi della politica, in Italia e non solo. Anche le ultime elezioni, che avrebbero dovuto sancire un cambio di rotta atteso e conclamato (almeno stando al plebiscito di voti che l’attuale maggioranza ha raccolto), in realtà hanno contribuito solo a rafforzare la malinconica persuasione che la politica ha perso una volta per tutte il suo ruolo di rappresentanza; se non ancora in termini istituzionali, per lo meno come rappresentanza delle istanze del popolo.

Questo sentimento è alimentato dai social network e cavalcato da tanti mass media, che fanno il gioco di quei soggetti politici e culturali che si identificano con l’antipolitica e la destrutturazione della società. Poi cosa importa che a fronte di questo non vi sia alcuna proposta concreta di costruire qualcosa? È una questione che ai più appare irrilevante; ora è il momento di demolire, perché tutto è marcio e non merita di stare in piedi…

Ora, che la politica sia in crisi è sotto gli occhi di tutti. Ma per come la vedo io, tale crisi rovinosa non deriva dall’assenza di una classe dirigente, e nemmeno dal venire meno di una rete associativa, dei famosi “corpi intermedi” – associazioni, sindacati e via dicendo –, che pure sono fattori sempre più evidenti. Il carattere profondo di questa crisi è un altro: la rinuncia a pensare che la politica sia innanzitutto un tentativo di espressione di un ideale.

L’aspetto più drammatico dell’epoca che stiamo vivendo è proprio l’assenza di ideali proposti. Fossero anche ideali particolari o limitati, come è stato in tante epoche della nostra storia (vedi il Sessantotto, per esempio), in cui comunque certi impeti erano espressione di un tentativo di dare risposta alle domande profonde dell’uomo. Poi molto spesso hanno tradito quella mossa iniziale, diventando ideologia nella misura in cui non hanno fatto i conti con la realtà in tutti i suoi aspetti. Ma adesso constatiamo amaramente che non c’è più neanche questo tentativo.

Perché oggi sempre di più nei giudizi, e conseguentemente nelle decisioni, prevale “la pancia”? Perché vale solo il mio immediato bisogno o tornaconto, nel senso che non c’è più un ideale affermato, riconosciuto per cui spendersi e quindi si pensa che in questo modo ci si possa sentire più liberi. L’unico risultato, invece, è una schiavitù dalla mentalità dominante, quella mentalità che senza accorgerci ci plasma nella concezione e che per questo don Giussani identificava con la parola “potere”. Perché inevitabilmente c’è sempre un potere che tiene le fila, che ti sollecita a fare quello che vuole; e sarà sempre più così quanto più ci indirizzeremo verso una concezione della persona autonoma e slegata da rapporti, affetti e realtà educative autentiche che possano sostenere la costruzione di un soggetto umano maturo.

Dobbiamo prendere consapevolezza che questa è la strada che, volontariamente o involontariamente, abbiamo imboccato. E occorre cambiare rotta.

È per questo che, negli ultimi anni, CL ha proposto un’altra modalità di vivere il rapporto con la politica. Non è stata una rinuncia, ma l’affermazione della necessità di prendere coscienza di questa svolta storica che non riguarda solo i cattolici, ma la radice del disagio che mina profondamente le fondamenta della nostra società.

In che cosa è consistita la preoccupazione educativa di questa proposta? Nell’affermazione decisa che il primo argine a questo potere è la costruzione di un soggetto umano solido. Anche l’idea recente di vedere la rinascita di un partito cattolico nel nostro Paese, quando non c’è più un tessuto sociale che lo identifichi, rischia di avere un respiro molto corto. Torniamo inevitabilmente allo stesso punto: oggi più che mai, non sarà possibile fare un partito se manca il soggetto che vive una certa esperienza ideale. Questo è il vero problema. La sfida attuale è riproporre come l’ideale vissuto sia qualcosa di molto concreto.

In questo senso io credo che certi gesti di carità che CL sta realizzando da anni abbiano un significato che va ben al di là della raccolta di beni o fondi per i più bisognosi. La verità è che pongono pubblicamente un giudizio culturale, ma anche politico, in quanto rappresentano una forma concreta di riproporre un ideale, che diventa anche un’ipotesi di risposta a certi bisogni.

Nelle scorse settimane molti di noi hanno partecipato a diversi gesti di carità, che continueranno in varie forme nei prossimi mesi, come le Tende di Natale per sostenere i progetti di cooperazione di Avsi o il grande gesto nazionale della Colletta Alimentare, di cui avete letto nelle pagine precedenti.

Prendiamo ad esempio proprio quest’ultimo, un gesto di dimensioni colossali, che ha raccolto il corrispettivo di 17 milioni di pasti da donare a chi ne ha più bisogno, grazie soprattutto alla testimonianza dei 150mila volontari – molti dei quali giovani – che hanno animato la giornata mostrando a tutti che può ancora esserci un guadagno per la propria umanità a fare del bene gratuitamente. È interessante provare a fissare l’attenzione sulle ragioni che stanno all’origine di un simile trasporto per questo genere di gesti: da dove nasce e dove ci può portare? Certamente tanti che vi hanno partecipato avranno avuto motivi diversi, personali e non. Ma c’è sempre un punto sorgivo da cui parte il contagio.
La vera radice del valore educativo di questi gesti, innanzitutto per chi li fa, è nell’affermazione che l’ideale per cui ci si mette insieme arriva, deve arrivare fino al concreto di toccare il bisogno della singola persona

A mio avviso la vera radice del valore educativo di questi gesti, innanzitutto per chi li fa, è nell’affermazione che l’ideale per cui ci si mette insieme – si può pensare di mettersi a costruire e ricostruire con speranza anche davanti a un futuro incerto –, arriva, deve arrivare fino al concreto di toccare il bisogno della singola persona. Solo un tale ideale concreto e totalizzante può avere la forza di contagiare altri in un’epoca nella quale sembra che niente abbia più la forza di toccarci, in cui non si sente nemmeno più il bisogno di mettersi insieme per fare o anche solo per capire, perché a tutto ognuno può avere accesso da solo nell’era della digitalizzazione…

Noi stiamo vivendo, oggi, una condizione nella quale si aprono moltissime sfide per la società e per l’umanità, a tutti i livelli. Però in tutto questo è come se mancasse un giudizio sintetico.

Ad esempio, mi hanno raccontato che durante un incontro pubblico a Milano in cui era stata proposta una testimonianza delle Suore di Carità dell’Assunzione su come loro offrono una disponibilità reale ad aiutare gli immigrati – dalle questioni minime fino all’educazione – gratuitamente e spesso senza essere riconosciute, taluni dei presenti – in gran parte cristiani impegnati – abbiano avvertito una specie di distanza, espressa a mezza bocca con parole tipo «sì, va bene, ma questi ci stanno invadendo, bisogna mettere argini, frenare gli arrivi…». Da dove nasce una reazione del genere? Perché possiamo avvertire lo scandalo di una distanza persino davanti a gesti così profondamente umani? Dà scandalo anche a noi perché questa gratuità, questo modo di fare e di accogliere, è un giudizio che batte in breccia una mentalità che ormai abbiamo addosso, fa venir meno una consuetudine con un certo modo di sentire le cose: la carità è un giudizio storico, e non è appena qualcosa che riguarda uno spazio di generosità che uno può dare nella vita.
L’unica cosa che può avere la forza di intaccare il cuore dell’uomo, in qualsiasi condizione esso si trovi, è accorgersi di uno sguardo diverso su di sé, accorgersi che per qualcuno la tua vita vale

Perché, allora, ripartire proprio dalla carità per riproporre l’ideale? Perché l’unica cosa che può avere la forza di intaccare il cuore dell’uomo, in qualsiasi condizione esso si trovi, è accorgersi di uno sguardo diverso su di sé, accorgersi che per qualcuno la tua vita vale. Accorgersi che hai un destino e che questo destino è Bene.

In Riconoscere Cristo, don Giussani parte proprio da lì: qual è il fattore di diversità con cui tu ti impatti nel presente con il fatto di Cristo contemporaneo? Vedi gente che vive con questa diversità buona addosso, profondamente umana. Questo è l’inizio di un mondo nuovo, perché è il principio di un soggetto nuovo nella storia che è generato dall’incontro con Cristo presente.

«Il lavoro che diventa obbedienza si chiama carità», osserva Giussani: «L’amore alla donna che diventa segno della perfezione finale, della bellezza finale, si chiama carità. E il popolo che, invece che soggetto di una storia umana piena di litigi e di lotte, diventa storia di Cristo, regno di Cristo, gloria di Cristo, è carità. Perché la carità è guardare la presenza, ogni presenza, colti nell’animo dalla passione per Cristo, dalla tenerezza per Cristo». Letizia e gioia, ovvero quello che desideriamo anche nella vita comune, sono possibili solo a queste condizioni. Altrimenti «sono due parole da strappare dal vocabolario umano», non esistono più: «Esiste la contentezza, la soddisfazione, tutto quello che volete, ma la letizia non esiste; perché la letizia esige la gratuità assoluta, che è possibile solo con la presenza del divino, con l’anticipo della felicità, e la gioia ne è l’esplosione momentanea, quando Dio vuole, per sorreggere il cuore di una persona o di un popolo in momenti educativamente significativi».

Ecco, «sorreggere il cuore di un popolo», perché «non sia un groviglio di facce, ma il regno di Cristo che avanza». È per questo che la carità è ciò di cui abbiamo più bisogno: perché, come conclude Giussani, «è la legge di tutti».

Convocati adesso

Ha seguito da vicino Francesco durante la Giornata mondiale della Gioventù che si è appena chiusa. Vaticanista portoghese e “veterana” di viaggi apostolici, Aura Miguel racconta la “novità” degli ultimi giorni, «una proposta radicale, che tocca il mondo»Luca Fiore

E con questo a Panama fanno novantotto. Novantotto viaggi papali, tutti come inviata di Radio Renascença, l’emittente dei Vescovi portoghesi. Prima Giovanni Paolo II, poi con Benedetto XVI e ora con Papa Francesco. Aura Miguel è quasi una recordwoman del genere (davanti a lei solo Valentina Alazraki, della televisione messicana, e Phill Pullella, della Reuters). Il viaggio numero cento sarà in Bulgaria e Macedonia i prossimi 5 e 7 maggio. Eppure la giornalista portoghese parla dei giorni trascorsi in Centroamerica quasi con l’entusiasmo di una neofita: «Il Papa è riuscito a creare un rapporto straordinario con i giovani, grazie all’uso di una lingua che davvero riesce a toccare il loro mondo». E non si riferisce solo a quel «Maria, influencer di Dio», ma a un linguaggio che va dritto al cuore del messaggio, che «è stata una proposta radicale».

Cominciamo dall’inizio, però: Panama e la Giornata mondiale della Gioventù. Qual è stato l’approccio di Francesco?
Ha utilizzato l’immagine di Panama, inteso come Paese dell’istmo e del suo canale, come una metafora: un crocevia mondiale, un collegamento tra Est e Ovest, uno snodo strategico sullo scacchiere mondiale. Un Paese-ponte, non solo tra le zone geografiche del mondo, ma anche tra i popoli. In questo senso il Papa ha poi esteso la metafora agli stessi giovani che, attraverso i loro sogni, possono insegnarci uno sguardo nuovo, «rispettoso e pieno di compassione verso gli altri». Ha parlato «dell’apertura di nuovi canali di comunicazione e di comprensione, di solidarietà, di creatività e aiuto reciproco. Canali a misura d’uomo che diano impulso all’impegno e rompano l’anonimato e l’isolamento in vista di un nuovo modo di costruire la storia».

Alcuni, commentando, hanno visto un riferimento al muro ai confini tra Messico e Stati Uniti e alla crisi in atto in Venezuela.
Sì, ma sul piano politico il Papa è stato molto cauto e, a parte il riferimento all’Angelus di domenica, in cui ha auspicato un accordo pacifico in Venezuela, l’accento l’ha messo sulla dimensione esistenziale, quella legata della vita di ciascuno.

Ha citato molto Oscar Romero, appena canonizzato.
Sì, è stato una sorta di santo protettore di questo viaggio. Nel discorso ai Vescovi centroamericani l’ha citato dodici volte, dicendo che «appellarsi alla figura di Romero significa appellarsi alla santità e al carattere profetico che vive nel dna delle vostre Chiese particolari». Ha fatto leva sul suo motto episcopale “Sentire con la Chiesa” e ha riproposto le sue bellissime riflessioni sulla kenosis, la spoliazione, di Cristo, che è quella di cui parla san Paolo quando dice: «Spogliò se stesso assumendo la condizione di servo». Un discorso densissimo.

Diceva che l’ha colpita il linguaggio usato con i giovani.
Sì, capace anche di usare i termini legati alle nuove tecnologie come influencer, tutorial o cloud, ma soprattutto di essere semplice e profondo allo stesso tempo. Quando ad esempio ha detto: «Sapete che cos’è che ci tiene uniti? È la certezza di sapere che siamo stati amati con un amore profondo che non vogliamo e non possiamo tacere. Un amore che ci provoca a rispondere nello stesso modo: con amore. È l’amore di Cristo quello che ci spinge». Un linguaggio che sa essere radicale, come quando, senza mezzi termini, dice ai giovani: «Nel nome di Gesù io vi dico: non abbiate paura di amare, non abbiate paura di questo amore concreto, di questo amore che ha tenerezza, di questo amore che è servizio, di questo amore che dà la vita». Incredibile.

Perché incredibile?
Perché è così comprensibile! Oppure durante la messa di domenica: «Gesù rivela l’adesso di Dio che ci viene incontro per chiamare anche noi a prendere parte al suo adesso. È l’adesso di Dio che con Gesù si fa presente, si fa volto, carne, amore di misericordia che non aspetta situazioni ideali o perfette per la sua manifestazione, né accetta scuse per la sua realizzazione». E ancora quando ha parlato della concretezza di Dio: «Egli non ha voluto manifestarsi in modo angelico o spettacolare, ma ha voluto donarci un volto fraterno e amico, concreto, familiare. Dio è reale perché l’amore è reale, Dio è concreto perché l’amore è concreto». Chiede di non avere paura dell’amore concreto. Bellissimo.

Ribalta anche la retorica sui giovani: «Voi non siete il futuro, siete il presente».
Certo, il presente perché Dio convoca adesso, non nel futuro. Parole di una chiarezza quasi violenta: «La tua vita è oggi, il tuo metterti in gioco è oggi, il tuo spazio è oggi. Come stai rispondendo a questo?»

Fin qui le parole dette. Ma i gesti? Quale l’ha più colpita?
Il momento più forte è stato quello al carcere minorile Las Garzas a Pacora, dove il Papa ha confessato alcuni giovani. L’abbraccio con Louis, il detenuto che gli ha rivolto il saluto, il cui volto non è stato mostrato ai media, è stato il gesto più commovente. Poco prima il ragazzo aveva detto: «Non ci sono parole per descrivere la libertà che sento in questo momento». La libertà, ha usato usato questa parola. Il modo paterno con cui Francesco lo ha guardato è una delle immagini che porto a casa da questo viaggio, perché un abbraccio così è quello che, in fondo, ognuno di noi desidera ricevere. Anche io. Perché ognuno, come ha detto il Papa a quei ragazzi, «è molto di più delle “etichette” che gli mettono. È molto di più degli aggettivi che vogliono darci, è molto di più della condanna che ci hanno imposto».

La prossima GmG nel 2022 sarà nella vostra Lisbona. Inutile chiederle se è contenta…
La notizia era nell’aria, non è stata una sorpresa. Però è interessante come è stata presentata la scelta. Il Portogallo è visto come un Paese che può fare da ponte verso l’altra costa dell’Atlantico e verso l’Africa, un punto di apertura verso i Paesi di lingua portoghese: dal Brasile all’Angola, da Capo Verde fino a Timor Est, ma anche Guinea Bissau e Mozambico. Si rispolvera, in modo nuovo, una vocazione missionaria che è nel nostro dna, e che vale la pena che noi portoghesi torniamo a guardare.

Grandi grazie agli amici

PANAMA – Pare che ad avere l’idea all’inizio sia stato Rafael, l’avrebbe buttata lì come uno scherzo. Poi man mano che passavano i minuti, facendo battute e battendosi i pugni, hanno pensato che non era poi così malvagia come pensata, e allora si sono messi a studiare come realizzarla. La foresta di telefoni alzati era quasi uno steccato di schermi, e la cosa si metteva male. Alla fine, man mano che il fracasso si faceva più insostenibile, e le urla più forti, hanno deciso di issarlo come una bandiera, Miguel ha preso le ruote davanti, poi Manuel e Rafael si sono posizionati dietro. E alla fine proprio quando pensavano di non farcela più e i muscoli iniziavano a bruciare è passata la papamobile. Hanno gridato e Francesco si è voltato, in tempo per incrociare lo sguardo di Lucas, il suo corpo deforme. Il miracolo più bello la benedizione del Papa, la sua faccia e il gesto. Un fotografo immortala il momento: uno storpio su una sedia a rotelle, alzato dai suoi amici, Francesco che si accorge di lui e lo benedice. I muscoli tesi, le braccia giovani e generose che rendono tutto possibile.

La foto fa il giro del mondo, troppo facile rintracciare l’eco del racconto evangelico: il paralitico che a Cafarnao si fa calare nella casa dove si è ritirato Gesù, per essere guarito. Dietro però c’è la storia concretissima di Lucas, 17 anni, un problema neurologico durante la gravidanza della mamma che gli impedisce di muoversi, parlare, usare gran parte del corpo. Comunica attraverso il suo smartphone o il tablet, per tutto il resto dipende da altri.

Lucas è un ragazzo speciale. Meraviglioso e speciale. Non solo perché è diventato il simbolo della JMJ, come si abbrevia da questa parte del mondo la Giornata mondiale della gioventù di Panama, ma anche perché la sua vita illumina l’esistenza di molte persone. Sicuramente quella dei suoi amici, che non hanno esitato un istante a caricare la sua sedia a rotelle per portarlo dalla parrocchia dell’Immacolata Concezione, nel barriopopolare de la Chorrera, alla Avenida Espana, 40 km più in là, per poi issarlo ed esaudire il suo sogno di vedere il Papa. Ed è successo proprio lì, nel centro della città, quando, ad un’ora dal suo arrivo, Francesco attraversava le arterie principali di Panama City per un primo sguardo alla città.

A Lucas gli vogliono un bene folle. La mamma, Milixsa Olmedo, racconta che sono loro a vestirlo, dargli da mangiare, portarlo alle feste e al mare, in vacanza e a scuola. Non si fanno problemi se deve andare in bagno. Lo accompagnano anche lì. Perché Lucas è un ragazzo speciale. Lo ripetono in continuazione. Sì, è un ragazzo che dopo la morte del padre, nel 2017, ha incontrato per caso la comunità della parrocchia e ha iniziato a frequentare il gruppo giovanile, finendo per diventare il centro di ogni azione pastorale. La mamma ti dice “Lucas per prima cosa è una persona, è mio figlio” e sembra di vedere il suo cuore che si gonfia fino a scoppiare, “ha i suoi limiti fisici però ha anche molti doni che Dio gli ha dato. A lui piace la musica, suona strumenti con una sola mano. E oltre a questo comunica attraverso la tecnologia. È molto felice, è partecipe ed è molto integrato nella chiesa”.

Lucas si fa voler bene. E su quella foto di lui, sul suo trono di spine, innalzato dalla forza della Carità, ci scherza su, lentamente, battendo con l’unico dito che funziona sullo schermo del telefono. E dice che sì, è felice. Ha visto il Papa, ed era quello che voleva. Lo volevano tanto anche i suoi migliori amici, Rafael, Manuel e Miguel. Lo volevano così tanto che si sono dimenticati del loro desiderio di salutare Francesco. Ma non è proprio questo il segreto dell’amicizia cristiana? La GMG potrebbe anche finire qui. 

https://www.ilsussidiario.net/news/cronaca/2019/1/26/gmg-panama-2019-francesco-e-il-giovane-paralitico-come-a-cafarnao-duemila-anni-dopo/1840121/

Siamo membri gli uni degli altri

Internet «rappresenta una possibilità straordinaria di accesso al sapere», ma è anche «uno dei luoghi più esposti alla disinformazione e alla distorsione consapevole e mirata dei fatti e delle relazioni interpersonali, che spesso assumono la forma del discredito». La rete poi «è un’occasione per promuovere l’incontro con gli altri», ma «può anche potenziare il nostro autoisolamento, come una ragnatela capace di intrappolare». Ecco quindi che il web deve essere fatto non «per intrappolare, ma per liberare».

Lo scrive papa Francesco nel Messaggio, diffuso oggi, per la 53ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che quest’anno si celebra, in molti Paesi, domenica 2 giugno, Solennità dell’Ascensione del Signore.

Il Messaggio del Pontefice è pubblicato come da tradizione nel giorno in cui la Chiesa celebra la memoria liturgica di san Francesco di Sales, protettore dei giornalisti. Ed ha come titolo «’Siamo membra gli uni degli altri’ (Ef 4,25). Dalle social network communities alla comunità umana».

Per Papa Francesco «le reti sociali, se per un verso servono a collegarci di più, a farci ritrovare e aiutare gli uni gli altri, per l’altro si prestano anche ad un uso manipolatorio dei dati personali, finalizzato a ottenere vantaggi sul piano politico o economico, senza il dovuto rispetto della persona e dei suoi diritti». Senza contare che «tra i più giovani le statistiche rivelano che un ragazzo su quattro è coinvolto in episodi di cyberbullismo».

Usando la metafora della rete come comunità, il Pontefice osserva come «nello scenario attuale, la social network community non sia automaticamente sinonimo di comunità». Infatti «nei casi migliori le community riescono a dare prova di coesione e solidarietà, ma spesso rimangono solo aggregati di individui che si riconoscono intorno a interessi o argomenti caratterizzati da legami deboli».

Come ritrovare allora «la vera identità comunitaria nella consapevolezza della responsabilità che abbiamo gli universo gli altri anche nella rete online?».

Una possibile risposta, scrive papa Francesco, «può essere abbozzata» a partire da un’altra metafora, quella del corpo e delle membra, che san Paolo usa nella Lettera agli Efesini «per parlare della relazione di reciprocità tra le persone, fondata in un organismo che le unisce». Infatti «l’essere membra gli uni degli altri è la motivazione profonda, con la quale l’Apostolo esorta a deporre la menzogna e a dire la verità: l’obbligo a custodire la verità nasce dall’esigenza di non smentire la reciproca relazione di comunione».

Per il Pontefice «l’immagine del corpo e delle membra ci ricorda che l’uso del social web è complementare all’incontro in carne e ossa, che vive attraverso il corpo, il cuore, gli occhi, lo sguardo, il respiro dell’altro». Così quando «la rete è usata come prolungamento o come attesa di tale incontro, allora non tradisce se stessa e rimane una risorsa per la comunione». Quando «una famiglia usa la rete per essere più collegata, per poi incontrarsi a tavola e guardarsi negli occhi, allora è una risorsa». Quando «una comunità ecclesiale coordina la propria attività attraverso la rete, per poi celebrare l’Eucaristia insieme, allora è una risorsa». Quando “la rete è occasione per avvicinarmi a storie ed esperienze di bellezza o di sofferenza fisicamente lontane da me, per pregare insieme e insieme cercare il bene nella riscoperta di ciò che ci unisce, allora è una risorsa”.

La «rete che vogliamo» conclude papa Francesco è «la strada al dialogo, all’incontro, al sorriso, alla carezza…». Una rete insomma «non fatta per intrappolare, ma per liberare, per custodire una comunione di persone libere». E la Chiesa stessa «è una rete tessuta dalla comunione eucaristica, dove l’unione non si fonda sui ‘like’, ma sulla verità, sull’’amen’, con cui ognuno aderisce al Corpo di Cristo, accogliendo gli altri».

Da: https://www.avvenire.it/papa/pagine/messaggio-papa-comunicazioni-sociali-ecco-la-rete-che-vogliamo