La speranza é un imprevisto

È davvero bellissimo e tutto da leggere il testo dell’udienza di ieri di papa Francesco. A meno sei giorni dal Natale, il papa è andato sul tema ricorrendo anche ad una serie di “invenzioni” verbali, capaci di restituire tutta la novità di questa festa, dal contenuto non preventivabile né immaginabile. E questo non quella volta, ma ogni volta.

Dovessimo tracciare un possibile profilo di Dio, il Papa ci suggerisce che con ragionevole sicurezza possiamo immaginarlo come uno a cui piacciono le strategie a sorpresa. Il Natale da questo punto di vista rappresenta il suo capolavoro, tante sono le sorprese che mette in fila, da quella di Maria che genera un figlio restando vergine, a quella di Giuseppe che diventa padre senza aver generato il figlio (e che nel Vangelo non dice mai una parola, annota Francesco). Prima ancora c’è la sorpresa di affidare tutta la storia a due che erano sposi promessi che però coabitavano, cosa che la Legge non permetteva. Dio a tratti sembra tirare troppo la corda, tant’è che Giuseppe pensa di ripudiare Maria per la legittima preoccupazione di salvare il suo buon nome. E Dio per non far naufragare tutto deve intervenire attraverso un angelo che appare in sogno a Giuseppe.

Ma la sorpresa delle sorprese è quella di manifestarsi, lui l’Altissimo e l’Onnipotente, nella forma di un bambino. Il Papa precisa che Dio è un “infante”, parola la cui etimologia significa “incapace di parlare”. Vuol dire che siamo davanti al paradosso di un Dio che è verbo che si fa carne ma si palesa in un corpo “incapace di parlare”. Insomma se “smontiamo” il Natale ci troviamo davanti ad una serie di circostanze del tutto spiazzanti. Per questo, dice Francesco, il Natale è la festa dell’inedito di Dio, o meglio è la festa di un Dio inedito.

A tutte queste sorprese se ne aggiunge un’altra, forse la più incredibile di tutte: il fatto che la sorpresa non è un qualcosa che è accaduto, ma che continua ad accadere. Ciascuno ne ha prova in mille circostanze della vita. Personalmente posso registrare un “accaduto” recentissimo. Lunedì scorso, in occasione della serata che chiudeva la terza edizione del Premio Testori, ho assistito alla lettura da parte di Toni Servillo di Conversazione con la morte, il testo che Giovanni Testori scrisse in occasione della morte della madre e che prelude al suo riavvicinamento alla Chiesa. Accostare un testo che mette al centro l’esperienza della fine di una vita all’esperienza del Natale, può sembrare fuori luogo. In realtà la sorpresa di quel testo, riascoltato dopo tanti anni, è proprio quella di restituire, parola dopo parola, con grande commozione l’esperienza di una “nascita” accaduta tenendo tra le braccia il corpo della propria madre. Una nascita reale e non intenzionale o sublimata.

Tanto è vero che ad un certo punto nel testo, letto in modo semplice e magistrale da Servillo, scivola dentro la parola “Dio”. Scivola dentro, palesemente inattesa e non prevista dallo stesso autore, che se la trova tra le mani e sulla pagina non come un’idea, ma come un qualcosa di reale e di presente, lì in quell’istante. “Ho detto Dio, anzi l’ho gridato”, scrive Testori come sorpreso da quel che era accaduto e da quel suo istintivo riconoscimento. Per questo non smetteremmo mai di ascoltare quel passaggio attraverso la voce di Servillo, così capace di restituire la sorpresa. Quella parola in quella precisa circostanza, in fondo, non è che il riaccadere non previsto di un Natale, nella forma di una sorpresa, che grazie alla forza della poesia arriva a noi e ci fa ancora sobbalzare.

https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2018/12/20/natale-limprevisto-di-dio/1825215/

O Chiarore ignoto

L’attesa di Natale entra nel vivo negli ultimi giorni di dicembre. I bambini hanno scritto le letterine, i grandi corrono tra negozi e traffico. Il tempo è sempre breve, l’aria più fredda.

Anche la liturgia della Chiesa sembra risentire di un clima più vigile e con la pacatezza che le viene dai secoli lo accompagna dal 17 al 23 dicembre con sette antifone che si aprono tutte con l’invocazione “O” rivolta al Signore che viene.

O Sapienza, che esci dalla bocca dell’Altissimo, ti estendi ai confini del mondo e tutto disponi con soavità e con forza: vieni, insegnaci la via della saggezza.

O Signore, guida della casa d’Israele, che sei apparso a Mosè nel fuoco del roveto e sul monte Sinai gli hai dato la legge: vieni a liberarci con braccio potente.

O Germoglio di Iesse, che ti innalzi come segno per i popoli: tacciono davanti a te i re della terra e le nazioni t’invocano: vieni a liberarci, non tardare.

O Chiave di Davide, scettro della casa d’Israele, che apri e nessuno può chiudere, chiudi e nessuno può aprire: vieni, libera l’uomo prigioniero che giace nelle tenebre e nell’ombra di morte.

O Astro che sorgi, splendore della luce eterna, sole di giustizia: vieni, illumina chi giace nelle tenebre e nell’ombra di morte.

O Re delle genti, atteso da tutte le nazioni, pietra angolare che riunisci i popoli in uno, vieni e salva l’uomo che hai formato dalla terra.

O Emmanuele, nostro re e legislatore, speranza e salvezza dei popoli: vieni a salvarci, o Signore nostro Dio.

I testi sono tutti intessuti di citazioni dell’Antico Testamento, testimoni della lunghissima attesa di Israele, la melodia gregoriana insiste sulla “o” iniziale con una corolla di note, quasi a esprimere meraviglia e adorazione.

Che cosa possono dire oggi queste composizioni cadute nell’oblio, preghiere di chi ben sapeva di non essere felice e cercava l’aiuto che viene dall’alto? Il bambino piange quando ha fame o sonno, quando ha male; la mamma accorre, lo soddisfa con la sua premura e il pianto si acquieta.

Gesù viene per tutti coloro che siedono all’ombra della loro tristezza originale, illumina il buio che li circonda e che penetra dentro il loro cuore. La sua luce risplende e ogni cosa è illuminata. Ogni uomo, anche quello distratto e impaurito, gioisce e può conservare in sé almeno il ricordo di un chiarore ignoto.

 

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Era cosa buona

L’esperienza che ha dato origine al racconto della Genesi e il suo valore politico forse è la cosa più rivoluzionaria in questo periodo in cui proliferano le soluzioni antipolitiche, populiste e indipendentiste. Di sicuro lo è per una Spagna in cui un certo secessionismo catalano torna a credere in una rottura come quella propiziata un anno e mezzo fa. Un Paese dove la polarizzazione a sinistra e destra diluisce la certezza di un bene condiviso e sembra sottovalutare l’intuizione che è possibile costruire a partire da una positività vissuta insieme a tutti.

Nel primo capitolo del primo libro della Bibbia si ripete che tutto “era cosa buona”. Queste tre parole sono rimaste sepolte e recluse nel mondo spirituale senza che si percepisse il gran carico di giudizio storico e sociale che le accompagna. La riduzione che hanno subito mostra fino a che punto la secolarizzazione sia un fatto evidente nel mondo occidentale.

La polarizzazione, la scommessa su soluzioni politiche di denuncia (antipolitica), in cui l’importante è la rottura, hanno molto a che fare con una visione negativa del mondo propria dello gnosticismo e del manicheismo. La vita, il tempo, la società, non sono buoni, sono soggetti al contrasto violento tra il dio buono e il dio malvagio. Questo è quello che direbbero i vecchi manichei. L’avanzata dell’avversario ideologico, dello straniero, dell’altro, è percepita come una chiara prova che il mondo, come deve essere vissuto, non ha un ordine ultimo. Tutto non è buono e per questo non è possibile il riconoscimento nei decamesideri e nei bisogni con chi la pensa in modo diverso. Occorre raggiungere, attraverso la conoscenza, la dittatura del proletariato, i nuovi partiti, la nuova nazione, una nuova fase, il nuovo regno. Dal manicheismo gnostico si passa alla politica.

Come ha sottolineato Voegelin, c’è un filo che unisce lo gnosticismo manicheo del II secolo e le grandi religioni politiche del XIX e XX secolo. Il marxismo non è che una forma di gnosticismo. Forse potremmo dire lo stesso dell’antipolitica, del nazionalismo o del secessionismo. Poiché ogni cosa ha cessato di essere buona, è necessario raggiungere un punto al di là del mondo attuale (indipendenza, freno agli eccessi della sinistra o della destra, recupero della nazione perduta in un mondo globalizzato, ricentralizzazione, muro davanti all’immigrazione, ecc.). Non tutto è buono, per questo l’idea della realtà finisce per essere al di sopra della realtà.

Non tutto è buono, quindi la vita politica e sociale è governata da una dialettica in cui il bene deve uscire dal male, come la luce dalle tenebre. È necessario raggiungere una sintesi astratta in cui l’altro polo, l’opposto, viene distrutto. La rottura con Madrid, la rottura con “il regime del 78” e con il sistema costituzionale, la rottura con quelli che distruggono il Paese: in ogni caso la rottura diventa una necessità per affermare la propria identità. La negazione, il male, è considerata uno strumento per raggiungere il bene. Tutti gli gnostici e i manichei, sebbene apparentemente cattolici, tutti i marxisti, sebbene formalmente liberali, fanno affidamento su nuove forme di religione politica, sebbene rabbiosamente laici.

La perdita del paradiso con tutte le contraddizioni che implica non significa che tutto abbia cessato di essere buono. Non ci sono due imperi, quello del dio buono e quello del dio cattivo allo stesso livello. Il progresso e la sintesi non si raggiungono con la negazione di uno dei poli che si scontrano, ma con un superamento in cui gli opposti vengono affermati, riscattati in tutto ciò che hanno di vero. È il grande contributo del pensiero di Bergoglio che è stato poi incorporato nel magistero di Francesco.

Non stiamo parlando di un dibattito filosofico o teologico. Ci riferiamo a un modo e un metodo di affrontare la vita sociale. Fino a qualche anno fa era possibile pensare che la soluzione fosse la difesa di certe convinzioni. Ma ora siamo tutti nudi, laici e religiosi, sinistra e destra. Tutti disarmati di fronte ai segni di un collasso che è troppo evidente.

Se parto dall’ipotesi che tutto è buono, riconosco che le differenze ideologiche non sono l’ultima parola. Mi interessa non tanto la polemica o il trionfo di un certo progetto, quanto la possibilità di trovare ciò che mi unisce agli altri. Entro nella complessità delle sfide sociali partendo dal concreto. Se tutto è buono, il metodo è l’unità, l’affermazione, un sì ostinato a qualsiasi cosa positiva che appare in ogni angolo.

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Una resurrezione laica

Prove tecniche di resurrezione è, per l’appunto, il titolo del libro (edito da Marsilio), presentato a Milano presso laFondazione del Corriere della Sera, con la partecipazione del direttore del quotidiano di via Solferino, Luciano Fontana, dello stesso Polito e di don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione.

La domanda è se sia possibile una resurrezione “laica”, essendo Polito un non credente. Carrón non ha risposto con una definizione, ma con un percorso che ha mostrato due cose notevoli: primo, una lettura appassionata e attenta del libro, che prende sul serio tutto quanto vi è scritto senza bypassare nulla; secondo, l’evidenza pubblica di un dialogo personale, intimo e profondo tra Julián e Antonio, che ha al centro il destino dell’uomo e la provocazione della fede.

Carrón condivide l’osservazione di Polito che «dopo questa rivelazione, tutto sembra diverso. Molte delle cose in cui credevi consistesse la tua vita perdono improvvisamente valore e significato, sembrano anzi ostacoli e fardelli. La spossatezza ti fa chiedere, di ogni gesto: “Ma che senso ha?”. Sei di colpo un’altra persona». E nota che «a qualcuno potrà risultare esagerato concedere una portata così significativa a un fatto apparentemente così banale come i primi sintomi dell’invecchiamento. Non è così». Non lo è perché – e qui Carrón cita Finkielkraut, che commenta il cambio radicale di visione avvenuto in un guru della modernità come Roland Barthes per il fatto che morì sua madre – proprio un evento particolare ha una portata culturale ed è metodo supremo di conoscenza.

Insieme ad “avvenimento”, altra parola chiave della lettura di Carrón è “ragionevolezza”: «Come Barthes, Polito ha avuto l’audacia di essere davvero ragionevole», cioè l’audacia di «sottomettere la ragione all’esperienza». E continua: «Antonio è talmente leale che arriva fino a riconoscere che c’è una sola parola per definire la portata di questa operazione, che lui definisce “ardita fino al limite dell’impossibile: resurrezione”» . Si legge nel libro: «La resurrezione dei morti è competenza dei credenti, e io non lo sono. […] Eppure, arrivato a questo punto della mia vita, sento ugualmente un impellente e disperato bisogno di risorgere». Carrón sottolinea il dilemma radicale che Polito pone a questo punto, «se uno non crede nella resurrezione», ovvero la morte come fine di tutto, cui la nostra umanità si ribella per una domanda di infinito insopprimibile – Polito cita Leopardi e Dario Fo – o una resurrezione laica: seguire la via del giusto per cambiare sé stessi, prima che sia la morte a cambiarci. Comunque una «resurrezione in vita». Polito propone una “piccola via”. Sembrano una serie di suggerimenti, invece sono i passi di una ricerca: guardare in faccia la morte e far la pace con essa perché fa parte della vita, fare pulizia degli orpelli per tenere l’essenziale, restituire il bene ricevuto, innamorarsi della moglie, amare tanto i figli da aiutarli ad andarsene. Per arrivare al culmine: cercare la felicità accettando i propri limiti.
A questo punto Carrón effettua un gran rilancio a tutti: «Questo libro ci invita a valutare le immagini di resurrezione che ci facciamo, a verificare se i nostri tentativi sono soddisfacenti o se evitano il problema». E, attenzione: «A questo livello solo la testimonianza è credibile… La risposta al dilemma al centro di questo libro (la fine o la resurrezione, ndr) non può essere una dottrina o un moralismo, ma qualcosa di vivente, un testimone».

Il finale è un inno alla vera, vivente amicizia: «Antonio, io non posso pensare alla resurrezione senza pensare a te, senza includere anche te! Che ci sia la resurrezione è un fatto che non dipende da noi. Così, mentre attendiamo tutti e due lo svelarsi del mistero, possiamo vivere insieme come due viaggiatori verso il destino, che si sostengono a vicenda nel cammino della vita».

Un viaggiatore non credente e un viaggiatore credente. Qual è la forma di una simile compagnia? Carrón si rifà al racconto ebraico di Martin Buber, citato da Ratzinger in Introduzione al cristianesimo. Buber narra dell’illuminista deciso a distruggere a colpi di obiezioni le certezze di fede del rabbino. Il quale non ingaggiò la lotta dialettica, ammise che nessuno era riuscito a persuaderlo con le sue teorizzazioni, ma semplicemente gli disse: «Pensaci, perché forse però è vero».

«La nostra amicizia, Antonio, è segnata da questo “forse però è vero”», ha detto Carrón, prima di rileggere il commento di Ratzinger, facendolo proprio: «Nessuno può sfuggire completamente al dubbio, ma nemmeno alla fede; per l’uno la fede si rende presente contro il dubbio, per l’altro attraverso il dubbio e sotto forma di dubbio… Esso, infatti, impedisce ad ambedue gli interlocutori di barricarsi completamente in sé stessi, portando il credente a rompere il ghiaccio col dubbioso e il dubbioso ad aprirsi col credente; per il primo rappresenta una partecipazione al destino dell’incredulo, per il secondo una forma sotto cui la fede resta – nonostante tutto – una provocazione permanente».

«Siamo amici per questo», è l’ultima parola di Carrón, condividendo le stesse domande e rimanendo aperti all’imprevisto, la nostra sola speranza, come ha scritto Eugenio Montale. Partono ora le domande della moderatrice e poi del pubblico. Nel bel dialogo che si innesca, Luciano Fontana confessa di «scoprire un Polito che non conoscevo» (i due sono colleghi e amici da una vita); che il libro gli ha inoculato domande che, preso dai super-impegni della professione, non si era ancora posto nonostante i sessant’anni imminenti; e che della “piccola via” suggerita da Polito, intende cominciare dall’esercizio della “restituzione”, dell’altruismo: quello che sente immediatamente più consono. Beh, mica poco.

E Polito? Raccoglie da Carrón – e rilancia – parole chiave come “avvenimento” («all’improvviso»): «Esso fa sì che la riflessione e lo sguardo partano non dall’invecchiamento in sé ma dall’esperienza di vita». E come “ragionevole”, una boccata di ossigeno per chi, come lui con il suo libro, si è «messo a nudo» e spesso si sente dire: «Ma che problemi ti poni? Lascia perdere». O si sente consigliare qualche «bravo psicoterapeuta» o suggerire (da uno zio positivista) pillole miracolose.

Fra le molte letture che ha fatto nel ragionare sul suo libro, Polito cita il volumetto di papa Francesco, La saggezza del tempo, e apprezza il suo invito a valorizzare l’esperienza e a contrastare la cultura dello scarto: «Ciò è tanto più necessario in una fase di cambiamento rapidissimo. Invece, sembra quasi che noi anziani non siamo mai stati così giovanilisti». Male, perché così ci arrendiamo alla rottura totale della tradizione, cioè della trasmissione di valori e di saperi. Come chiedeva Rousseau: rifiutare l’esperienza perché basta la rete per conoscere. Da cui, sempre secondo Polito, la crisi della scuola, l’emergenza educativa, lo sfruttamento commerciale esasperato dei minori, e altri fenomeni sconvolgenti.

Concorda Fontana, e mette sotto la lente anche processi politici che rispecchiano quella deriva. Per esempio, il mito (e l’operazione) della rottamazione. L’illusione, anzi, l’inganno che si possa far qualcosa di buono buttando via tutto il pregresso. E il malvezzo, in uso sui social, di gridare «vergogna» a chi la pensa diversamente, intendendo squalificare brutalmente l’avversario senza nemmeno l’onore dell’argomentazione. «Forse è tempo di battersi per essere conservatori». Cioè, anti-scarto.

E quanto ai destini incrociati della fede e del dubbio? Risponde Polito: «Li scopriremo vivendo».

Riconoscere una Presenza

Chi legge Tracce abitualmente, lo ha presente. Non solo perché quel testo era allegato al giornale, ma anche perché negli ultimi tempi ha segnato il cammino del movimento di CL in maniera molto netta. Era una straordinaria lezione di don Giussani tenuta a un gruppo di giovani del Centro Péguy, riuniti a Varigotti nel 1968. Parole distanti nel tempo – esattamente mezzo secolo –, ma attuali come poche, perché capaci di tracciare una strada per affrontare la confusione di oggi.
Bene, in quella lezione – che nel frattempo è stata ascoltata e letta in mezzo mondo e in tante lingue, ovunque è presente Comunione e Liberazione – c’è un passo che ha colpito tutti, indistintamente. Perché condensa in due parole una diversità sottile, ma decisiva: «Non può più essere né la storia, né la dottrina, né la tradizione, né il discorso a muovere l’uomo di oggi. Tradizione e filosofia cristiana, tradizione e discorso cristiano, hanno creato e creano ancora la cristianità, non il cristianesimo». Il cristianesimo, insiste don Giussani, «è ben altro»: è «un annuncio», qualcosa di «vivente» e «presente».
Difficile trovare una forma più sinteticamente efficace per marcare l’irriducibilità della fede a qualsiasi fattore culturale, valore etico o impeto naturalmente umano, per quanto buoni e veri. La fede è un’altra cosa. Ma come si può scoprire questa diversità, oggi? Come nasce, come viene a galla nella nostra esperienza?

Tracce, stavolta, parla proprio di questo. Anzi, cerca di farlo vedere, sorprendendolo là dove questa differenza strana, questa presenza, affiora. Che sia tra le pieghe della società occidentale (nel Primo Piano abbiamo testimonianze imponenti) o nelle “periferie” dell’Africa nera, tra gli studenti di un liceo di Miami o nel lavoro di uno degli architetti più famosi del mondo. Lo facciamo in giorni che non sono uguali al resto del tempo, perché stiamo andando verso il Natale. Ovvero il punto sorgivo, il momento in cui questa diversità si è affacciata nella storia per la prima volta, nella modalità più semplice: un bambino. Nessuna traduzione culturale, nessun sistema di pensiero o di valori. Il «solco socio-storico» della cristianità, come lo chiama don Giussani, era ancora tutto – letteralmente – da inventare, nei duemila 
e rotti anni che ci hanno portato qui. Eppure lì il cristianesimo c’è già tutto.
Perché con quel Bambino entra nel mondo qualcosa di inaudito, «una Presenza con una proposta carica di significato» mai vista né sentita prima. Il cuore di tutto, in fondo, è lì. Lo si vede bene nell’immagine che CL ha scelto per il suo Volantone di Natale, in quel Mago così colpito dall’annuncio da prostrarsi davanti al Bimbo; da piegare se stesso, la sua storia, la sua regalità umana di fronte alla presenza più inerme che possiamo immaginarci. Doveva veramente essere un «povero di spirito», quell’uomo. Ma l’augurio più vero che possiamo farci per Natale è di esserlo anche noi, ora. Per riconoscere quella Presenza.

 

Natale è…

L’affezione a se stessi

  

«RICONOSCERE DIO, DENTRO LA MIA CONTINUA CECITÀ»

Luna è musulmana di origine marocchina. Da alcuni mesi segue la vita degli universitari di CL. Il suo racconto al ritorno degli Esercizi spirituali di Rimini. «Sento sempre più il bisogno di momenti come questo»

Tornando dagli Esercizi spirituali degli universitari di CL, mi sono resa conto di quanto la disponibilità che mi sono trovata addosso in questi giorni fosse molto superiore a quella dell’anno scorso. A una matricola che, sulla via del ritorno, mi chiedeva che cosa mi avesse colpita di più, dopo un attimo di tentennamento, mi sono sorpresa a rispondere: «Tutto». Non è stato per semplificare o tagliare corto, ma perché davvero mi è sembrato tutto decisivo. Ogni gesto era strettamente legato al precedente e al successivo. Credevo di sapere che cosa significasse “vivere intensamente”. Beh, mi sbagliavo. Questi giorni mi hanno costretta a alzare di molto l’asticella.

Mi ha colpito molto la testimonianza di Matteo Severgnini, l’insegnante di Kampala. Ci ha raccontato la sua vita e per me è stato inevitabile ripensare alla mia storia. A me è servito scontrarmi con la mia tradizione marocchina e musulmana. Che mio padre morisse. Che mia madre si ammalasse. Occorreva che quello che era diventato il mio rifugio si sgretolasse, perché capisse davvero l’importanza della fede. Era un’intuizione che avevo perché vedevo come viveva mio padre, ma restava solo un pensiero. Di fronte alla drammaticità delle circostanze i pensieri non reggono.
Gli Esercizi mi hanno fatto rendere conto che perdere tutto mi è servito per dire: «Ho bisogno di Te, Dio». Allora anche io mi sono messa a cercare la conferma concreta di qualcosa che mi facesse dire che Dio esiste, qualcosa che trasformasse le intuizioni in fatti, che desse un senso alla fatica di essere sempre diversa per cultura, tradizioni, lingua, famiglia. In tutto. Qualcosa che desse senso ai miei giorni.

Lui, Dio, è passato attraverso i volti di tanti. Di mia madre, di mio padre, di amici di tantissime città. Volti a cui sono grata. Non perché mi abbiano cambiata, ma perché sono persone che sono state semplici e disponibili a che Dio passasse attraverso di loro e arrivasse a me e mi ricordasse che non sono sola.
Grazie all’esperienza del movimento mi è stato possibile ascoltare il desiderio grande che mi definisce, che da tempo avevo smesso di ascoltare, perché pensavo fosse troppo grande da soddisfare. Mi impressiona come gli Esercizi e la vita del CLU ridestino ogni volta questo mio desiderio infinito di felicità.

Un’altra cosa che mi ha colpito di questi giorni è come don Carrón ci abbia richiamato all’affezione a noi stessi, come condizione imprescindibile per percorrere un cammino verso una certezza che non teme il passare del tempo. Per anni ho creduto che l’affezione a sé fosse una pacca che ci diamo sulla spalla per consolarci di un errore. Una sorta di autoperdono, un’autoaccettazione. Una cosa di cui io non ero capace: non ero brava come gli altri. Ero sempre infuriata con me stessa, insoddisfatta per ciò che sono. Sono qui, agli Esercizi del CLU, capisco che è questa la vera affezione a sé: quella che non si accontenta, che non riduce, che non si stacca da quel punto originale che mi spinge a desiderare ancora e ancora.

Questi giorni mi hanno fatto rendere conto di quanto sia impossibile vivere al di sotto di questo mio desiderio. Per me questa è una coscienza nuova che cresce dentro una esperienza consolidata e che desidero continuare a scoprire. Nel riconoscere ciò che si è fatto spazio prepotentemente nella mia vita, non posso far altro che obbedire. Accettare che io senza Dio non sono in grado di vivere all’altezza della misericordia e dell’amore di cui mi ha fatto oggetto. Così sono in pace, lieta. Nelle mani ho le prove che Lui non mi ha voltato le spalle, non mi ha condannata alla solitudine o a vagare senza meta.

La mia sete di momenti come gli Esercizi si fa sempre più urgente. Perché a dissetarmi non è l’esame andato bene, un lavoro gratificante, l’ottenere una borsa di studio. Io continuo a cercare imperterrita luoghi e volti che siano seri e attenti alla vita tanto da ricordare a me questa serietà. Questo luogo è il movimento che, attraverso le sue proposte, rinnova costantemente la mia attenzione al destino.
Sono davvero affezionata al momento degli Esercizi, e lo dico da musulmana e senza vergogna. Sono affezionata a un luogo che mi aiuta a riconoscere Dio, dentro la mia continua cecità. Che mi ricorda, non solo in questi tre giorni, di guardare alla mia esperienza interamente. Mi sono accorta che è proprio questa la genialità del metodo di CL: non dare risposte, ma offrire gli strumenti per cercarle. E io ho bisogno proprio di questo.
Luna, Milano