Buon nuovo tempo!

 

Costantino Esposito

Dalla camera da letto dell’appartamento dove abitavo prima, in via Garruba, settimo piano, di fronte al vecchio pastificio trasformato nella Facoltà di Lingue, non di rado capitava che sull’orlo del sonno, d’estate – le tapparelle abbassate a metà e la finestra aperta – giungesse il segnale tipico delle due note che introducono un annuncio di arrivo o di partenza dalla Stazione centrale.

Di giorno sarebbe stato impossibile distinguerlo, tra i rumori del traffico e il continuo ronzio degli studenti o degli avventori dei due bar dell’incrocio. Ma di notte, quelle notti in cui il silenzio è mosso dalla brezza umida del mare, arrivava la voce – quella voce, quando forse non c’erano ancora le sintesi vocali preregistrate, di una donna che presiedeva la notte e orchestrava il tempo. A ben pensarci, quali e quanti mai treni potevano arrivare o partire così tardi nella notte? Forse erano solo convogli di passaggio, pieni di merci, container partiti o diretti al porto. Eppure i due segnali scoccavano introducendo quella voce, ed io mi trovavo finalmente a percepire una cosa ancora più impalpabile della brezza silenziosa, e insieme più concreta dei treni che andavano passavano venivano: quella cosa così enigmatica e tuttavia così evidente che è il tempo.

In quello stato speciale di agnizione che è la soglia del sonno, quando siamo quasi addormentati, o anche quando siamo appena desti, ciò che sappiamo e che possediamo nella forma della coscienza non si trattiene più nell’ordine delle nostre consecuzioni, ma comincia a debordare; e ciò che è normalmente custodito in una certa zona e in una data sequenza della nostra memoria comincia ad associarsi liberamente, richiamando come da lontano, e risvegliando le persone, le immagini, le nozioni che gremiscono la mente, non con la pesantezza di chi debba accumulare notizie, ma con la leggerezza di chi veda il mondo dall’in su, come volando.

In una di quelle notti la signora degli annunci, la sovrana del regno che si stende da Piazza Roma sino a via De Rossi, chiamò col solito ritmo cadenzato il suo treno, perché venisse a visitarmi (era esattamente la sua ora di arrivo, finalmente senza ritardi) il vecchio Aristotele. Scoprii allora perché in effetti il grande filosofo greco arrivava sempre puntuale, giusto giusto, incrociando precisamente le attese dell’anima e le domande della ragione.

Cosa mai potrà c’entrare, mi chiederete e mi chiedo anch’io, il IV libro della Fisica di Aristotele con l’annuncio ovattato degli arrivi e delle partenze – o anche solo dei transiti, ecco sì, soprattutto dei transiti – alla Stazione di Bari centrale? Il grande greco aveva scritto che per capire il tempo bisogna partire dal movimento, dal passaggio di qualcosa che muta dalla potenza all’atto e rimane però sempre ancora in potenza verso un’altra attuazione… Eppure questo movimento, in sé, non è ancora tempo, perché per capire il tempo bisogna che quel che passa, che si muove, che muta, venga misurato come un passaggio dal “prima” al “dopo”. Ma in sé non esiste qualcosa come il prima, il durante e il dopo: essi esistono solo perché ci sono io – c’è un’anima, una psyché – che li misura. È questa misura, il tempo. O meglio, il tempo è questo esser misurato del movimento da parte di un’anima, da una voce, dalla voce della misteriosa annunciatrice che dice al movimento di volta in volta la sua misura, e in base a questa misura fa venire e fa partire.

Questo è il mistero che abita la Stazione centrale di Bari (non so dire se anche quelle delle altre città, ma della mia sì, ne sono certo): l’enigma del tempo, che è come la voce dell’annuncio. Facendo vibrare l’aria sino alla mia camera da letto, la voce del tempo apre una profondità inedita allo spazio, una quarta dimensione che lo rende vissuto. È il tempo quello che rende esperienza lo spazio, perché non ce lo fa vedere solo come una geometria di grandezze, di astratti rapporti meccanici, ma come il racconto di una storia vivente, il movimento in cui ciascuno di noi è sempre implicato, anche solo misurando e contando. – Ma che ore sono? Com’è che non dormi ancora? Troppo caffè oggi?

Ma cosa si conta col tempo? Il passato, forse: ma il passato non esiste, non è più. Il futuro allora: ma il futuro non esiste, non è ancora. Dunque il presente: Benedetto presente, perché nell’istante in cui cerco di fissarlo è già andato, è il luogo in cui qualcosa arriva per passare, arriva passando e se ne va. Ma dove va? Si dissolve nel nulla o rimane da qualche parte? Stavo cedendo al sonno quando Aristotele – non io, ve l’assicuro, ma lui, con una decisione cui non potevo che assentire – ha chiamato da lontano Agostino. Quell’Agostino che nell’XI libro delle Confessioni ha scritto che il tempo è misurato non fuori di noi, ma in noi, nel nostro animo. E ancora di più: ciò che rimane del tempo che passa, il suo “essere” stesso è la vita della mia stessa mente, il cuore del mio io. Il passato resta, come memoria, il futuro è anticipato come attesa, il presente è vivo nella mia attenzione alla realtà che mi accade ora.

E ora, posso addormentarmi; ora viene finalmente l’ultimo tratto che mi fa scivolare nel sonno. Stupito e lieto, avendo scoperto che domani ritroverò il tempo che adesso mi sembra di lasciare. Anche se al risveglio la voce dell’annunciatrice non potrò più sentirla, per il mormorio continuo delle voci e dei rumori. Non saprò ridirlo forse questo mistero, ma lo vivrò, lo sarò come ogni mattina, aspettando la prossima notte buona per accorgermi del suo dono.

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La Tenerezza è entrata nel mondo

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NATALE : MISTERO DELLA TENEREZZA DI DIO Tenerezza che non è compiacimento nel sentimento che proviamo di Dio o di Cristo, perché il compiacimento nel sentimento che provo è ancora il compimento di quello che facciamo noi. La Tenerezza che proviamo, è invece l’abbandonarsi, il sentirsi presi dall'amore che ci ha presi, da Colui che ci ha presi, il sentirsi presi da ciò che ci è accaduto, la Presenza di ciò che è accaduto. La Tenerezza è questo immedesimarsi di Dio, del Verbo incarnato,del Mistero con la nostra carne, di questo immedesimarsi del Verbo incarnato,di questa carne divina, di questo Uomo con noi, con me, è tenerezza un milione di volte più grande, più acuta, più penetrante dell’abbraccio di un uomo alla sua donna, di un fratello al fratello. Bisogna guardare questa Tenerezza all’ interno della coscienza di questa identità tra me e Te, di Te con me, meglio, all’ interno della coscienza di questo avvenimento che si è insediato in me, di questo «Tu, o Cristo, che sei me». (Luigi Giussani) #luigigiussani #natale #merrychristmas

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Buon Natale 💫

Insieme nella Storia

Caro direttore,l’insicurezza esistenziale con cui l’uomo di oggi si trova a fare i conti così spesso, lo fa precipitare nella paura. Quante situazioni non può controllare con le sue forze! Era successo già al tempo del profeta Isaia: nell’imminenza di una guerra, la casa di Giuda cerca di assicurarsi l’alleanza di una potenza straniera, gli Assiri. Davanti alla paura la tentazione è sempre quella: affidarsi al potere, al più forte, perché ci liberi dallo stato di insicurezza in cui ci si trova. Ma i conti non tornano e la paura non viene meno. A questo punto, Dio prende l’iniziativa e si rivolge ad Acaz, re di Giuda, attraverso il profeta Isaia, per indicargli che quella non è l’unica strada, che ce n’è un’altra più sicura: affidarsi all’unico «potere» in grado di andare fino alla radice della paura e di sconfiggerla (cfr. Is 7,10-14). Quella via che noi giudicheremmo una astrazione diventa la più realistica. Il popolo d’Israele lo ha verificato una volta dopo l’altra nella sua storia.

Dio non proclama semplicemente di avere una passione per il destino dell’uomo: Egli interviene nella storia. Lo fa prendendo iniziative che possono anche sconvolgere situazioni che sembrerebbero già definite. Come nel caso di una giovane donna, Maria, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, Giuseppe (cfr. Lc 1,26-38). Potrebbe essere percepita come una interferenza indebita di Dio, che fa saltare i piani di due promessi sposi: in realtà è l’iniziativa che ogni uomo, consapevolmente o meno, attende, a cominciare da Maria: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te!» Chi non desidererebbe essere investito da questo sguardo pieno di tenerezza? È come se, all’annuncio dell’Angelo, Dio le avesse detto: «Solo una presenza può rispondere a tutta la paura del mondo e a tutta l’insicurezza degli uomini; io faccio percepire prima di tutto a te, faccio accadere in te questa presenza, la faccio vibrare dentro di te perché possa arrivare a tutti! Concepirai e darai alla luce un figlio e lo chiamerai Gesù».

Con questa iniziativa assolutamente unica, Dio assicura a lei e a tutti gli uomini che non saranno più soli, né vittime della paura, che potranno sempre appoggiarsi a quella Presenza, in qualunque situazione vengano a trovarsi; di fronte a qualunque sfida, potranno non temere, perché potranno viverla nella compagnia con Lui: hanno trovato grazia presso Dio. Ma questa iniziativa va accolta. La risposta non è per nulla scontata. Nemmeno quella di Maria. Nell’udire quelle parole si sarebbe potuta spaventare o essere talmente sopraffatta da voler scappare. C’erano di mezzo la ragione e la libertà di quella giovane donna. Maria si rende disponibile accettando quell’annuncio imprevisto e imprevedibile: «Avvenga per me secondo la tua parola».

Il momento più drammatico, tuttavia, deve ancora venire: è quando l’Angelo si allontana da lei. Perché quell’allontanarsi di Dio? Il Mistero non vuole imporsi prepotentemente, quasi si ritrae dalla scena per lasciare spazio alla sua libertà. Perché non glielo risparmia, ci domandiamo a volte sconcertati? Perché quell’annuncio non può essere subito passivamente, tantomeno imposto dall’esterno. È solo nella libertà che può diventare suo. E come è diventato suo? «Maria conservava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». Da allora la Madonna ha dettato il metodo della vita, per affrontare tutte le circostanze. Per questa via emerge un io nuovo: un io con una autocoscienza nuova, non più schiacciato dalla paura, perché tutto dominato da quella Presenza. È una possibilità a portata di mano della libertà di Maria, così come è accessibile a ciascuno di noi, che siamo raggiunti oggi — attraverso incontri concreti, determinati — dall’annuncio del «Dio con noi».

L’intervento del Mistero nella nostra esistenza non sconfigge la paura come per magia, ma investe la vita della Sua presenza, provocando la nostra ragione e la nostra libertà a riconoscerla. Solo chi la riconosce e vi si affida potrà verificare fino a che punto questa paura è vinta dalla Sua presenza. «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,45).

Dio non ci risparmia la strada della verifica, come non l’ha risparmiata alla Madonna. La vittoria sulla insicurezza esistenziale e sulla paura avviene secondo un disegno che non è il nostro, ma avviene. L’iniziativa audace che Dio ha preso con Maria ci raggiunge anche in questo Natale, rinnovando l’annuncio di una novità radicale: «Il cristianesimo è una presenza dentro la tua esistenza, una presenza che assicura un cambiamento inimmaginabile» (don Giussani). Lo abbiamo visto testimoniato nella storia: non c’è ostacolo che tenga davanti alla Sua iniziativa: scetticismo, incapacità, malattia, circostanze.

Se accogliamo la sua Presenza, che ci raggiunge oggi attraverso un segno umano, si introduce in noi quel cambiamento. Non siamo più soli davanti agli imprevisti della vita. Come ha detto papa Francesco nei giorni scorsi, «il Natale porta cambi di vita inaspettati: l’Altissimo è un piccolo bimbo. Chi se lo sarebbe aspettato? Natale è celebrare un Dio inedito, che ribalta le nostre logiche e le nostre attese, una sorpresa, non una cosa già vista» (Udienza generale, 19 dicembre 2018). Troverà anche oggi un cuore disponibile ad accoglierlo?

presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione