Un abbraccio senza confini

Da : https://it.clonline.org/news/scuola/2018/11/26/liceo-giordano-bruno-albenga-progetto-avsi

ALBENGA. SE IN CLASSE L’ONG SI FA SUL SERIO

Al liceo “Giordano Bruno” l’alternanza scuola-lavoro diventa “Un abbraccio senza confini”. Un progetto che ha visto gli studenti creare una vera organizzazione per sostenere, attraverso Avsi, 27 ragazzi in Kenya. Un’esperienza didattica contagiosa…Maria Acqua Simi

C’è chi si occupa della segreteria, prendendo le presenze e archiviando il materiale. C’è chi cura l’amministrazione e la parte contabile, chi pensa e sviluppa delle campagne di sensibilizzazione, chi organizza eventi e raccolte fondi impegnandosi nella comunicazione. Sono una trentina e lavorano a stretto contatto per implementare i progetti di sostegno a distanza di bambini in difficoltà di Avsi in Kenya, senza risparmiarsi e con una dedizione senza pari. Ma, attenzione, nessuno di loro è un professionista del settore. Sono alunni del Liceo “Giordano Bruno” di Albenga, in provincia di Savona. Per sette mesi – coordinati dalle insegnanti Marisa Ravera, Marina Bruzzone, Silvia Rossetto e Teresa Soro, si sono dati da fare per raggiungere l’obiettivo. Una fatica ripagata: oggi sono 27 i ragazzi sostenuti a distanza che potranno andare a scuola e avere un futuro.

«Il nostro è un progetto di alternanza scuola-lavoro alternativo, nato da un’esperienza consolidata. Da oltre vent’anni la nostra scuola promuove il sostegno a distanza di Fondazione AVSI, ma questa volta abbiamo osato di più: tentare di essere noi i veri protagonisti», racconta la professoressa Ravera: «Abbiamo così deciso di stipulare una convenzione con Avsi perché fossero i ragazzi in prima persona a muoversi, lavorando in gruppo e in autonomia. È stato un percorso di 50 ore possibile anche grazie alla nostra Dirigente, la professoressa Simonetta Barile, che ne ha colto l’importante dimensione educativa, formativa e professionale. I risultati sono stati grandi, inaspettati: si è trattato di un’occasione straordinaria. Quest’estate siamo stati invitati al Meeting di Rimini per raccontare quello che ci era successo e oggi altre scuole italiane hanno deciso di seguire la nostra intuizione».

Studenti aiutati da Avsi in KenyaStudenti aiutati da Avsi in Kenya
Studenti e professoresse del ''Giordano Bruno'' di Albenga al Meeting di RiminiStudenti e professoresse del ”Giordano Bruno” di Albenga al Meeting di Rimini

Un’intuizione che ha spinto i ragazzi a muoversi con serietà, dividendosi il carico di lavoro a seconda delle capacità e inclinazioni di ciascuno. Tutti hanno voluto cimentarsi e “mettere le mani in pasta”, perché chiamati a un impegno grande. Non si è trattato semplicemente di “aiutare i bambini più poveri”, ma di scoprire che il desiderio di bello, vero e grande è uguale a ogni latitudine. Da Albenga a Nairobi.

Il “gruppo amministrazione” si è occupato della parte contabile (verifica dei pagamenti), degli abbinamenti delle classi con i bambini sostenuti e dello smistamento e archiviazione della corrispondenza. Il “gruppo segreteria” ha registrato le presenze e redatto le circolari per poter presentare il progetto alle classi, mentre il “gruppo comunicazione” ha presentato il sostegno a distanza (informazioni e risultati) con una mostra sul tema. Come in ogni ong che si rispetti, gran parte dell’impegno è stato profuso alla sensibilizzazione: alcuni alunni si sono occupati di raccontare ai propri compagni il contesto dei Paesi in cui Avsi è presente e hanno curato i collegamenti via Skype con i bambini sostenuti.

Queste video-conferenze, spiegano le docenti, hanno avuto una funzione importantissima perché hanno permesso di coinvolgere anche altri professori e di lavorare con un approccio multidisciplinare. Il gruppo “organizzazione eventi” si è occupato di promuovere un evento di raccolta fondi: una cena in collaborazione con i ragazzi dell’Istituto alberghiero di Alassio. «Non sono state cose da poco. I ragazzi hanno cercato gli sponsor e gli allestitori, hanno preparato gli inviti e sono stati protagonisti di un momento di testimonianza, preparata insieme ai compagni nei pomeriggi di lavoro a scuola. Sono sempre stati loro, tramite il “gruppo raccolta fondi” a gestire le donazioni, chiedendo un minimo di 10 euro a testa. Gli alunni hanno distribuito i bollettini di adesione, hanno sollecitato gli aderenti e riscosso le quote», raccontano ancora le insegnanti.

E così, pomeriggio dopo pomeriggio, è stata costruita un’opera. Che oggi travalica le mura del liceo ligure. Spiega la professoressa Rossetto: «Abbiamo attivato il percorso per far riconoscere la nostra iniziativa presso il Ministero dell’Istruzione. Si sta trasformando in un progetto a livello nazionale e presto consentirà ad altre scuole di adottarlo e lavorare in rete con noi, sfruttando al meglio l’esperienza già fatta, grazie alla collaborazione attiva di Avsi». La Fondazione infatti è stata parte attiva del percorso: oltre ad un tutor che ha supervisionato il lavoro dei ragazzi, alcuni testimonial si sono avvicendati per raccontare la loro esperienza di volontari e non sono mancati diversi collegamenti video con il Kenya, l’Uganda, il Congo, il Ruanda e la Sierra Leone. Oggi è nato l’accordo di rete “Un abbraccio senza confini”, che permetterà ad ogni realtà educativa che vorrà aderire di adattare questa esperienza alle proprie esigenze, lavorando in rete con il Liceo “Giordano Bruno”. Un esempio concreto di un’opera che fa… scuola. E un’idea che potrebbe tornare utile per la Campagna Tende di quest’anno, per sostenere progetti di Avsi in Siria, Kenya, Burindi, Brasile e Italia.

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Male e Provvidenza

 

Da: https://www.ilsussidiario.net/news/cultura/2018/11/28/promessi-sposi-natoli-lettore-di-manzoni-la-provvidenza-e-il-politico/1814656/

L’animo degli offesi e il contagio del male: sembra il titolo di un romanzo di Dostoevskij, ma è il titolo di un recente contributo di Salvatore Natoli al centenario manzoniano (Il Saggiatore, 2018). “…in Manzoni parlare del male è lo stesso che dire: Provvidenza”. Con questa affermazione, immediatamente provocatoria, si apre il volume e subito si chiarisce che il concetto di Provvidenza non può essere pensato in nessun modo come una “storia a lieto fine”. La Provvidenza, infatti, “penetra il male nella sua profondità, lo assume in tutta la sua serietà”. D’altra parte, se non si cerca di vincere il male — anche se non ci si riesce —, vuol dire che si è conniventi con esso.

Nella pervasività del male che affligge l’umana esistenza la Provvidenza è tuttavia il filo rosso che lega gli eventi e che soprattutto li sottrae alla mera causalità. Credere nella Provvidenza è lottare contro il male senza usare le stesse armi. Manzoni crede nella Provvidenza e in un piano salvifico di Dio, ma propone un’idea di Provvidenza che fa tutt’uno con la sua stessa possibilità e pratica. E’ come agisce fra Cristoforo e come don Abbondio non sa fare, prigioniero com’è delle sue paure: e il male, alla fine, lo subisce.

Manzoni non ci offre una sorta di visione, poco o tanto “ideologica”, del bene e del male, ma delle regole impositive e dominatrici dell’esistenza. Del resto, la conversione del grande scrittore a Parigi, durante le celebrazioni napoleoniche, seguita alla perdita e al ritrovamento della moglie a causa di un grave incidente, testimonia che l’atto di convertirsi è indisgiungibile dall’“affrontare il buio della storia”. Il male che si conosce è più vicino alla guarigione che il male che si ignora.

Per Manzoni il male è negli atti degli uomini: viltà, sopraffazioni, violenze. Il male è nei legami. I Promessi Sposi costituiscono una sorta di “romanzo nero” nel senso del grande commento proposto da Giovanni La Macchia (Manzoni e la via del romanzo, Adelphi, 1994). Ma nei legami funziona anche una “trascendenza” che si coglie come una risorsa inesauribile, che è il modo con cui i legami si riconoscono o no, si intrecciano o no, anche attraverso i compromessi, le meschinità (vedi la trattativa fra il conte zio e il padre provinciale riguardo alla punizione di colui che diventerà fra Cristoforo). E’ in questione una “risorsa” che funziona in modo, per così dire, “sperimentale”, anche nella ri-creazione di legami “politici”. Il “politico”, infatti, nel romanzo è concepito come più radicale e ospitante lo stesso legame fra il “personale” e il “politico” in senso stretto.

La Provvidenza, perciò, la si coglie non come un “ottimismo della volontà”, ma come un intrecciarsi degli eventi. Questo intrecciarsi è tutto costituito dagli atti degli esseri umani, che ne sono gli ingredienti. La Provvidenza, dunque, si annuncia, nel romanzo manzoniano, come un requisito della “libertà” di tali atti. Non ci si potrebbe muovere umanamente nella vita, proprio in modo “libero”, se non in una strada il cui selciato è l’impasto, quotidiano e politico insieme, di effetti non precedentemente calcolabili. Si tratta della nozione di “accidenti” giustamente richiamata da Natoli. “I personaggi dei Promessi sposi credono nella Provvidenza, costantemente la invocano, tuttavia il motore dinamico del romanzo sono gli accidenti. Nè la Provvidenza contraddice a questo, che anzi è tanto più da invocare quanto maggiori sono i contrattempi”.

Così è per il pentimento imprevisto dell’Innominato, per le disavventure di Renzo, per le morti di peste che stermina indistintamente buoni e cattivi. “Dire che i Promessi sposi sia un romanzo ‘a lieto fine’ — ammesso che una fine ce l’abbia — è del tutto improprio: è come se l’inabissamento di Manzoni nel male sia stato solo uno scherzo. La peste, come accade per i mali che ci vengono dalla natura, si colloca fuori dai canoni della giustizia”. Ma l’ingiustizia è stata liquidata per sempre? O, a peste finita, emergono nuovi problemi e le antiche tentazioni ritornano?

“Manzoni dubita che le rivoluzioni siano idonee a sciogliere questo nodo, ma da cristiano è persuaso che tanto per cominciare l’unico contrasto possibile è la mutazione delle coscienze. Per dire: è il cristianesimo elementare e non sofisticato di fra Cristoforo, autentico e per questo raro — tanto ora come allora — che crede nella vita eterna, ma si impegna nel tempo per la giustizia. E’ una indicazione di condotta e perciò anche di virtù politica”.

Non si tratta tuttavia, ci ricorda Natoli, di un’irrazionale “scommessa”, ma di un riconoscimento, sempre a ritardo, di effetti a sorpresa, anche vittoriosi.

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Provate a pensare a quella ragazza che se ne stava in casa ed ebbe l'annuncio: la Madonna. Qualcosa di ultimamente irriconducibile agli avvenimenti antecedenti, di cui il suo presente era fatto. Pensate a quello che hanno sentito i pastori all'annuncio dell'Angelo, o i magi all'annuncio di cui la stella fu segno: una novità radicale, una novità d'ordine assoluto, non poteva esserci ed è qui, non poteva esserci perché non l'abbiamo mai pensato, non potevamo pensarlo, ed è qui. Il cristianesimo è l'avvenimento di questo annuncio. Annuncio non in quanto io lo sento, innanzitutto, ma in quanto mi si presenta: qualcosa che è fuori di noi e che si propone al fondo di noi; ma è fuori di noi. Il cristianesimo è una presenza dentro la tua esistenza, una presenza che assicura un cambiamento inimmaginabile, inimmaginabile. Luigi Giussani Nella foto l’opera di Elia e Giovanni Gagini, Adorazione dei magi, (1457). Via degli Orefici, Genova #luigigiussani #eliagagini#photooftheday

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Educare alla realtà

Da : https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2018/11/26/italia-dr-jekyll-e-italia-mr-hyde/1813602/

 

Mister Hyde è un essere brutale e repellente, uno che scontrandosi di notte con una bambina, la getta per terra, la calpesta e la lascia lì dolente e piangente. Un’Italia-Mr. Hyde appare quella che impattando con il rapimento di una giovane volontaria in Kenya la calpesta così: “Se l’è andata a cercare”, “Quei selvaggi le insegnino le buone maniere sessuali”, “Lo Stato non deve pagare con i nostri soldi per una scriteriata in cerca di emozioni forti”.

Il dottor Jekyll è un buon medico e un uomo buono, uno che risarcisce restando anonimo la famiglia della bambina travolta. Un’Italia-dr. Jekyll, a distanza di un giorno o due dagli improperi repellenti, un’Italia di 5 milioni di persone e più ha fatto per il ventiduesimo anno la spesa per quegli altri 5 milioni e passa che non la possono fare, grazie all’impegno di 150mila volontari.

Il capolavoro di Stevenson viene in mente perché non si tratta di due Italie, ma – almeno grosso modo – della stessa, così come Jekyll e Hyde sono non due, ma la stessa persona. La trasformazione dell’uno nell’altro accade per effetto di una pozione che destruttura l’unità dell’io e conferisce un’esistenza autonoma al desiderio di bene e al suo contrario. E che cosa segna la metamorfosi dell’Italia-Jekyll nell’Italia Hyde? Di che pozione trattasi?

Ci aiuta un piccolo episodio accaduto proprio durante la Colletta nazionale di sabato scorso, nel piccolo supermercato di un piccolo paesotto del Milanese. I clienti aderiscono quasi tutti. I pochissimi clienti-Hyde sono di due tipi: chi tiene gli occhi per evitare l’invito, e chi, come una certa sciura, all’invito risponde un bel no, perché… non c’è troppo da fidarsi. Segue breve cordiale dialogo di “spiega”, chi siamo, cosa facciamo, venga a vedere… che però non sembra convincere. Amen. Dopo un po’ la signora esce con la sportina della spesa sua e la borsetta dei prodotti per la Colletta. “Oeuh, cos’è successo, sciura?”. “Eh dai voglio fidarmi di voi”.

Ecco una traccia per scoprire la pozione venefica che tira fuori il peggio di noi: gli occhi bassi che non incontrano altri occhi. Persone che non incontrano altre persone. La chiusura nel pregiudizio (indotto dalla propaganda del potere) che ci fa rifiutare l’incontro con qualcosa, anche un piccolo bagliore(Gaber), che ci interpelli e ci proponga l’uscita dal nostro carapace.

A proposito di incontro. Stesso paese, gruppetto di giovani dell’oratorio, 16-24 anni o giù di lì. Tema accoglienza e (anche) immigrazione. L’accoglienza nella Bibbia e nel Vangelo: nessuna obiezione. Accoglienza del prossimo, dell’amico, della moglie, dello straniero… “Va bene, ve bene… ma non è che possiamo mantenere tutti quelli che arrivano coi barconi”. “Aiutiamoli a casa loro, se proprio”. Eccetera. Il Vangelo rimane in premessa, nel reale vien fuori un piccolo Hyde. Atto secondo, i ragazzi incontrano due coetanei di seconda generazione, Luna e Trahfik. Storie drammatiche, vite vere, umanità giocate sul campo, domande sul futuro, domande su di sé, e verifiche senza sconti di come stai di fronte alla realtà, conoscenze, accoglienze (reciproche), compagnie, arricchimento umano reciproco nell’interazione fra diversità di vicende, radici e culture.

L’incontro con Luna e Tahfik aiuta a disintossicarsi dalla pozione malefica che ci trasla dall’esperienza all’opinione, dal criterio del bene e del bello alla mentalità dominante, da un io protagonista a pedine del potere.

Non è che tutto sia così automaticamente risolto. La sciura del supermercatino di cui sopra ha concluso il dialogo dicendo (con aria complice, perché il ghiaccio s’era sciolto): “Certo che per mettere a posto le cose bisognerebbe andare a Roma e incendiarli tutti”. “Ne han bruciate di capitali nella storia, ma non ne è mai venuto niente di buono. Stia bene, sciura e arrivederci presto”. “Arrivederci”.

Come dire: l’educazione del popolo è lotta dura e di lunga durata, anche perché c’è sempre da educare innanzitutto se stessi. Educarsi a cosa? Alla realtà, uscendo dall’astrazione. L’astrazione spera nell’incendio di Roma, cioè non porta da nessuna parte. Fatti reali e concreti segnano invece un cambiamento qui e ora, alimentano la speranza e possono suggerire migliori criteri di affronto dei problemi. Putacaso i problemi della povertà e dell’integrazione, che, combinazione, sono i due assi su cui gialli e verdi governativi si giocano il consenso.

Ma ridiciamolo: la differenza di partenza la fanno gli occhi: con la sciura è possibile dirsi arrivederci perché ha lasciato che il suo sguardo incrociasse un altro sguardo. Così per i ragazzi dell’oratorio. Se invece gli occhi li teniamo pervicacemente bassi e puntati a terra, occhio che ci stanno diventando torvi. Come quelli di Mr. Hyde.

Un’ esperienza di gratudine

https://it.clonline.org/news/attualità/2018/11/23/carrón-alla-colletta-per-una-gratitudine

CARRÓN: «ALLA COLLETTA PER UN’ESPERIENZA DI GRATITUDINE»

Sabato 24 novembre, la raccolta del Banco alimentare in tutta Italia. Nelle parole della guida di Comunione e Liberazione durante l’ultima Scuola di comunità, le ragioni di un gesto di carità che può portare «una speranza per tutta la vita»Julián Carrón

Vorrei riprendere brevemente quanto ci siamo detti all’ultima Scuola di comunità riguardo ai gesti di carità che ci proponiamo in questo periodo: la Colletta alimentare e le Tende Avsi. Questi gesti sono anzitutto una sfida per la nostra verifica, mettono alla prova se il nostro muoverci – compiendo questi gesti – nasce da un’esperienza di gratitudine, dall’esperienza di un “pieno” che urge comunicare – essendo liberi dall’esito, quindi – oppure se nasce da una mancanza, per cui abbiamo bisogno sempre di nuovi “progetti” per «avere la sensazione di esistere» (come diceva don Giussani).

Se l’origine è una gratitudine infinita che deborda dalla nostra persona, allora quello che faremo sarà apparentemente lo stesso, ma il significato – la densità – che porterà con sé sarà totalmente diverso. Questa è la differenza tra un gesto di volontariato e un gesto di caritativa come quello che ci stiamo proponendo: se la nostra mossa porta una speranza per tutta la vita – poiché è quello che tutti aspettano per vivere – oppure se ci accontentiamo di dare risposta a un bisogno materiale senza comunicare l’unica cosa che portava Gesù quando rispondeva al bisogno delle persone: che non erano più sole come cani e che quindi c’era una speranza.

Allora, proprio nel modo in cui faremo questi gesti la gente che incontreremo potrà percepire che c’è una diversità, che quello che vede non può esaurirsi in se stesso, ma rimanda oltre: è la testimonianza di qualcosa di assolutamente imprevedibile, cioè dell’annuncio cristiano. Questa è la mia preoccupazione: che i gesti non siano scollegati dal punto sorgivo della nostra esperienza, che non perdiamo il nesso con l’origine, perché l’alternativa a questo potrà essere solo lo scetticismo; e soprattutto attraverso i gesti non comunicheremo ciò che a noi interessa di più, cioè da dove nasce quello che facciamo.

Perciò dobbiamo preoccuparci di vivere innanzitutto noi questi gesti. Solo se li viviamo noi, potrà arrivare agli altri ciò che desideriamo comunicare. Come arriva a loro non è un nostro problema. Il nostro problema è se siamo investiti da questa consapevolezza, perché allora arriverà, arriverà agli altri quasi senza che noi ce ne rendiamo conto.

Per questo, in preparazione a questi gesti invito tutti a riprendere il libretto di don Giussani Il senso della caritativa (scaricabile sul sito di CL). Rileggiamolo per aiutarci a vivere questi gesti in connessione con i contenuti della Scuola di comunità che stiamo approfondendo.

Sono contento quando mi do

https://it.clonline.org/lettere/2018/11/20/verso-colletta-alimentare-ascoli-piceno

Un collega un po’ “chiuso” che davanti alla carità non si tira indietro. Perché? Verso l’appuntamento del 24 novembre con il Banco alimentare, un’altra testimonianza di come si può vivere la giornata della raccolta nei supermercati

Mi ha colpito don Giussani quando dice: «È un avvenimento che ci deve accadere dentro, perché quello che cerchiamo di fare non è un’associazione», che fa attività e tante cose. Un fatto su questo: c’è un mio collega di lavoro, operaio, che da qualche anno fa la Colletta alimentare con me e mi accompagna anche a portare i pacchi ad alcune famiglie bisognose.

È una persona molto caratteriale, particolarissima: non parla con nessuno, non partecipa mai a cene aziendali, alle feste quando uno di noi in ditta va in pensione, non prende parte mai a nessun gesto comune. Mi colpiva tanto e mi chiedevo: «A uno così, che cosa gli fa dire di sì alla Colletta? Dire di sì a una proposta in cui occorre una apertura umana incredibile? Perché lo fa?». Allora ho voluto chiederglielo. Mi ha risposto: «Sono contento quando io mi do. So di avere un caratteraccio, ma questa cosa che vivo è l’unica che mi fa aprire ad altri».

Questo fatto mi ha risvegliato, restituendomi la portata del gesto della Colletta e di quello che vivo. Ma non finisce qui, il mio collega si è prodigato quest’anno nel cercare altri volontari. Conosceva una associazione di carabinieri in pensione. «Posso invitarli?», mi ha chiesto. L’altra sera abbiamo fatto un incontro per preparare la giornata del 24 novembre e lui ha portato con sé anche il responsabile dell’associazione. E quest’anno ci saranno anche loro.

Tonino, Ascoli Piceno

Appuntamento il 24 novembre per la Colletta alimentare 2018.