Possiamo soltanto amare

 

 

Possiamo soltanto amare

il resto non conta, non

funziona,

al mattino appaiono

la tazza, il vecchio pino, le zolle umide, il fumo

dell’alito mentre apri l’auto

nel gelo. Potevano non apparire, non arrivare

più qui, alla riva degli occhi. E l’estate

c’era, c’è nella calda bruna memoria

dei rami tagliati,

i visi diventano ricordi.

 

le voci gridate stracci silenziosi –

 

i denti conoscono il sapore

del niente, e l’oblio che ha portici

e portici infiniti.

 

Possiamo soltanto amare

strappandoci felicemente figli dalla carne

parlando d’amore continuamente

ubriachi, feriti, vili

ma con gli occhi lucenti come laser

di fiori splendidi

e il canarino nel palmo della mano.

 

Mormorare come dare baci nell’aria.

 

Il rametto profumato non si raddrizza

con i colpi della nostra ira, lo sguardo

di tuo figlio non perde il velo della tristezza

se glielo togli mille volte

dal viso…

 

Possiamo soltanto amare

fino all’ultimo nascosto spasmo

che nessuno vede

e diviene quella specie di sorriso

che si ha nell’abbraccio finalmente

di morire come scendendo nell’acqua.

 

Le stelle a miriadi saranno testimoni, e i venti

passati una volta accanto

sulla gioia profonda delle ossa

diranno: era fatto di allegria, amava,

oppure non diranno niente e poi niente

per sempre.

 

Possiamo soltanto amare,

il resto è teatro amaro

dell’impotenza sotto il sole giaguaro.

Davide Rondoni

 

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Ogni incontro è unico

Uno strano santo

Ci vuole corazza per misurarsi con uno dei pochi romanzi che non appartengono alla letteratura ma alla storia dell’umanità (quanti sono, sette, forse otto, intoccabili come Delitto e castigo?) e Franco Branciaroli doveva saperlo il giorno in cui chiese allo scrittore Luca Doninelli di ingaggiare un corpo a corpo con I miserabili, trasformare le sue oltre 1.500 pagine in copione teatrale. Quattro mesi di lavoro, dal mattino a notte fonda, e lo scrittore era riuscito nell’impresa, il testo adattato a 90 pagine e pronto per essere portato in scena con la regia di Franco Però e l’interpretazione di Branciaroli nel ruolo di Jean Valjean.

Della sterminata sinfonia umana narrata da Victor Hugo Luca Doninelli ha voluto dialogare al Meeting di Rimini con Davide Prosperi, docente di biochimica all’Università di Milano Bicocca ma soprattutto ex allievo di Doninelli con la passione per I miserabili e quel tentativo coraggioso di rispondere in tanta miseria alla domanda «dov’è dunque l’uomo?» osato dal grande scrittore francese e che ha avuto a che fare fin dall’inizio con «il mio incontro con l’esperienza cristiana attraverso il carisma di don Luigi Giussani». Il dialogo si è aperto con l’intervista video di Franco Branciaroli su quello «strano santo» di Jean Valjean, «un buono. A teatro è difficile vedere personaggi buoni, io non ne ho mai visti», un «vergine» che «si scontra col paradosso cristiano, il male ripagato con il bene» (vent’anni ai lavori forzati per una pagnotta e anche un sole diventa la felicità, dirà Branciaroli parlando della felicità di Valjean ma anche della sua, «non sono felice, io credo che la felicità sia una risposta al ping pong dell’infelicità, una tregua dall’infelicità, ma è una tregua di cui bisogna sapersi accorgere, che va vissuta, goduta»).

Di questa tregua non sa nulla il protagonista del romanzo Valjean, il più miserabile di tutti («colui che incarna l’uomo in tutta la sua bassezza e in tutta la sua altezza», dirà Prosperi), l’ex galeotto ridotto a numero in una moltitudine di numeri, incalzato dal «suo implacabile carceriere, l’ispettore Javert, suo tormento per quasi tutta la vita», nei cui occhi brucia il fuoco dell’odio e del rancore covato dallo spirito del suo tempo e non meno dal nostro, «nella sua forza arde il sentimento compresso di ingiustizia e rivalsa di una generazione intera. Ma a differenza degli altri, nella sua vita accade una svolta inattesa». Ed è proprio su questo istante, che come gli spiegava Giovanni Testori, si espande e dilata all’infinito, che Doninelli ha raccontato i miserabili: «Perché Jean Valjean non ha preso i candelabri?».

Conoscete la storia, l’evento formidabile, del romanzo, no? Scontata la pena, accolto nel suo vagare a casa del vescovo Myriel, Valjean ruba nottetempo tutta l’argenteria, ma catturato dai gendarmi viene trascinato al cospetto del monsignore. È qui che all’ex detenuto numero 24601 accade l’inimmaginabile: il vescovo mente, dice di aver donato lui il bottino all’ospite, anzi lo rimprovera di aver dimenticato il dono più prezioso, due candelabri d’argento. È qui che Branciaroli parla di paradosso cristiano, rispondere al male con il bene che apre a una conoscenza sconosciuta; è qui che Prosperi sottolinea il gesto che non solo libera da una colpa ma dona una libertà che supera la comprensione umana, «questa è la misericordia cristiana: non basta ristabilire l’equilibrio con la restituzione del maltolto, occorre qualcuno che paghi il riscatto del peccato che ha generato il gesto malvagio». Ma soprattutto è qui che per Doninelli si cela la vera domanda del romanzo: perché Valjean non ha preso i candelabri, che soli valevano più di tutto il resto del bottino?

«Questo è un romanzo sacro scritto da un anticlericale che era un uomo di fede. Chi lo ha letto sa che Jean va in giro con una valigia, con la vestina della bimba Cosette, da lui accolta a 7/8 anni e che nel frattempo cresce, e ogni padre che ha battezzato un figlio in chiesa sa che la vestina è un simbolo battesimale. Il cero, la candela accesa dal padre durante la funzione e la vestina, sono simboli battesimali. Che questo sia un dramma a struttura liturgica non ci piove, non è una mia opinione personale». Un dramma che racconta le masse urbane abbrutite dal lavoro e dall’alcol, che vivono il confine tra vita e malavita («i coniugi Thénardier sono tra i personaggi più orribili e infimi della letteratura, eppure hanno figli splendidi»); lo scrittore si addentra in una miniera piena di gallerie sotterranee dove alcuni personaggi arrivano a perdere la propria connotazione umana, dove compaiono i mostri. È qui che precipita il terreno, si aprono voragini e si realizza il dramma della libertà dell’ex forzato Valjean, che inizia a conoscere la carità, che «non trionfa mai nel sacrificio, il suo è un cammino di spoliazione continua» accanto a quello di personaggi straordinari come Javert, che davanti alla stessa gratuità offerta a Valjean morirà suicida, rifiutandola in nome della sua infallibile coerenza.

Un dramma della libertà, un dramma battesimale, lo chiama Doninelli. Perché Valjean dovrà accettare di portare su di sé fino in fondo la croce di miserabile, accettare che anche Cosette venga portata via dal suo amato, accettare che l’unica cosa che possa restargli in tasca è quanto si è acquistato il vescovo regalandogli i candelabri – «perché non ha preso i candelabri?»: la sua anima che viene a dipendere da qualcuno, dalla gratuità di qualcuno. Nell’ultimo atto del dramma a teatro Valjean muore, Cosette lo piange, il medico ne constata il decesso e qualcuno bussa alla porta: è il vescovo Myriel che dice «in piedi, Jean Valjean, è ora di andare».

da  https://www.tempi.it/jean-valjean-uno-strano-santo#.W4AL0RrOOfC

MEETING 18. IL GRIDO, L’AUTOGRAFO E LA RUGIADA

Seconda giornata in Fiera. La politica, il pensiero e la vita di Bergoglio, l’incontro con Bonisoli, la Chiesa di oggi raccontata dal cardinale Tagle e Jenkins. E poi il dialogo su Giobbe con Natoli, Carrón e Melazzini. Tra testimoni noti e più nascosti Alessandra Stoppa

Tra i volti della seconda giornata di Meeting, quello del cardinale filippino Luis Tagle è uno spettacolo. Quando ride di gusto come quando si commuove più volte durante il suo intervento. È arrivato sul palco di Rimini dopo un lungo e difficoltoso viaggio da Manila per via dei ritardi aerei e pronto a ripartire per Dublino subito dopo. Nel raccontare, all’incontro con lo storico delle religioni Philip Jenkins, “la Chiesa nel cambiamento d’epoca”, riporta quel che ha visto ad un semaforo di Manila. È in macchina con un amico ed un autista, che ha già detto “no” ai venditori ambulanti, poverissimi, sbucati da ogni parte intorno ai finestrini, infilandosi tra le auto ferme al rosso. Tutti si sono allontanati, quando un ragazzino che vendeva biscotti torna indietro e lo chiama: «Cardinale! Cardinale!». L’autista di nuovo gli dice di “no”. «Io ho abbassato il finestrino per salutarlo», racconta Tagle: «Gli ho ridetto che non avremmo comprato nulla. Ma lui ha detto: “Io voglio darle i miei biscotti come regalo”. In quel momento una nuova Chiesa è esplosa davanti ai miei occhi, mostrandomi il potere degli ultimi».
E così continua, raccontando le mille forme in cui «il Vangelo eterno è annunciato», come attraverso una maglietta. Una sera incontra un gruppo di giovani: dopo aver dialogato, gli chiedono di cantare, di fare selfie con loro e firmare gli autografi sulle loro magliette, come una rockstar. «Per me quel fatto è stato un mistero. Non capivo cosa fosse accaduto. La risposta mi è arrivata un anno dopo». Ha rincontrato uno di quei ragazzi che gli ha confidato di tenere quella maglietta con la sua firma sotto il cuscino, ogni notte: «Non vedo mio padre da molti anni, ma con quella maglietta so di avere nella Chiesa una famiglia e in te un padre». Con le lacrime agli occhi Tagle dice: «Quanti giovani cercano un padre!».

L'incontro su Giobbe con la Maggioni, Natoli, Carrón e Melazzini (Archivio Foto Meeting)L’incontro su Giobbe con la Maggioni, Natoli, Carrón e Melazzini (Archivio Foto Meeting)
Il video dell’incontro su Giobbe

Una presenza che accompagni la vita, soprattutto oggi, in questo «momento di svolta della storia», così lo definisce, in cui la Chiesa è chiamata ad essere una grande tavola dove ci sia posto per tutti, «dove chi non ha niente da mangiare e nessuno con cui mangiare possa sedersi con dignità», dice richiamando con forza l’urgenza di accogliere. Dopo averlo sentito parlare, è facile comprendere la sicurezza con cui Jenkins, aprendo coi suoi dati e studi delle prospettive inaspettate – e non solo demografiche – sul futuro della Chiesa, dice: «Il cristianesimo può scomparire? No. Il cristianesimo muore sempre, ma sempre rinasce. La Risurrezione è parte della sua storia. Non è una dottrina teologica, ma un fatto storico. In Cina il cristianesimo è morto quattro volte ed è risorto ora più forte».
Ascoltandoli si vedono già intraprese alcune delle strade tracciate nell’incontro d’apertura della giornata, quello sul pensiero di Bergoglio. Massimo Borghesi, Rocco Buttiglione, Guzmán Carriquiry, Austen Ivereigh rispondono da varie prospettive alle domande poste da Alejandro Bonet, curatore della mostra presente al Meeting: «Che cosa significa per la Chiesa e il mondo questo avvenimento storico che si chiama Francesco? Da dove nasce un uomo così? Perché parla così? Perché fa questi gesti che ci lasciano stupefatti?». In tutti gli interventi lo sguardo su Bergoglio è l’occasione per un richiamo alla conversione della Chiesa ed anzitutto personale. È il modo per conoscere la traversata su cui lui ci guida «in questo mondo sottosopra», come dice Ivereigh. Lo studioso inglese, che secondo Bonet «ha aiutato noi stessi argentini ad avere uno sguardo non ideologizzato», fa un bellissimo percorso negli scritti di Bergoglio, dagli anni Ottanta alla cosiddetta “enciclica cilena”, il discorso a Santiago del Cile dello scorso gennaio e le lettere rivolte alla Chiesa in questo momento di crisi per gli abusi.
Il cardinale Tagle al MeetingIl cardinale Tagle al Meeting

Il fil rouge è il pericolo e la tentazione interna alla Chiesa dell’«arroccamento», di una chiusura nei «palazzi d’inverno» per sentirci protetti e sicuri. Il Papa ci mette in guardia dalla «strategia per la resistenza», come la definisce Borghesi, dalle deviazioni intellettuali, da un moralismo difensivo, da «un pensiero lineare, bloccato, statico, dove non c’è posto per lo stupore e che procede nella direzione contraria alla grazia, la quale si riceve ed è puro dono. Il pensiero tensionante, invece, esprime una coscienza di mendicanza». Il caso cileno è un caso specifico «ma emblematico», continua Ivereigh: «Al posto di discernere, ci lamentiamo e condanniamo. Ma la buona notizia c’è: l’accusa di se stessi sono l’umiliazione sono la possibilità di incontrare il Dio della misericordia, come Pietro che, dopo essere stato perdonato da Gesù, passa dall’essere abbattuto ad essere apostolo, smette di stare concentrato su di sé e sui persecutori per concentrarsi su Cristo: solo ricentrarsi su Cristo permette di evangelizzare».
Rocco Buttiglione e Massimo Borghesi all'incontro su BergoglioRocco Buttiglione e Massimo Borghesi all’incontro su Bergoglio

La seconda giornata continua piena di incontri, dalla potente testimonianza dell’ex brigatista Franco Bonisoli, che racconta con lealtà e dolore l’inganno dell’ideologia, il desiderio autentico di cambiare il mondo e la via della lotta armata: «Scegliere lo scontro è una spirale dalla quale è difficile uscire. Non siamo andati da nessuna parte, la violenza ha portato solo violenza e ci ha disumanizzati. Ma io», dice con la voce rotta, «ho avuto la fortuna di uscirne e per questo oggi sono qui a parlarne». La giustizia torna poi protagonista con il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Giovanni Legnini; la politica, invece, con la ripresa dei lavori dell’Intergruppo della sussidiarietà (a cui hanno già aderito duecento tra deputati e senatori) e gli interventi di Graziano Del Rio, Maurizio Lupi, Mariastella Gelmini, Massimiliano Romeo, Gabriele Toccafondi e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianluca Giorgetti, che parla dell’importanza di passare «dalla società alla comunità», accusando l’overdose di politicamente corretto di «aver generato la reazione populista che sta travolgendo anche la democrazia». Poi provoca sul titolo del Meeting, sulla parola “felicità”: «È rischioso non abbinarla alla “libertà”. Come ci insegna Dostoevskij, se il popolo deve scegliere tra “libertà” e “felicità” sceglie la seconda, ma sappiamo quanto sia pericoloso…». Nel rispondergli Giorgio Vittadini parla dell’urgenza educativa e di una felicità che «non significa fare i propri comodi, ma anzi è lo scomodo ed insaziabile desiderio del cuore», quel “non basta mai” senza il quale anche la politica si rovina: «Il rischio del potere va ammesso, è di tutti, è stato anche nostro. Non abbiamo perplessità sul Governo, ma deve essere chiaro che ciascuno corre il rischio che correva chi lo ha preceduto».
Il titolo del Meeting andrà in scena la sera, al Teatro Novelli, nella storia di Farhad Bitani, afghano, figlio di un generale dei mujaheddin, autore de L’ultimo lenzuolo bianco, messo in scena. Ed è la storia di un uomo, il cui cuore e pensiero sono radicalmente cambiati grazie a dei semplici gesti di umanità, diventando forza che muove il mondo nell’incontro tra Occidente e Oriente, islam e cristianesimo. Ma prima, nel pomeriggio, la vita in Fiera quasi si ferma per seguire l’incontro su Giobbe, a cui è dedicata la mostra “C’è qualcuno che ascolta il mio grido?”: un dialogo guidato da Monica Maggioni tra Julián Carrón e il filosofo laico Salvatore Natoli.
È Natoli a sintetizzare la posizione di Giobbe, di un uomo giusto davanti al mistero della sofferenza, ma che lo vive all’interno di una logica di alleanza con Dio: «Giobbe dice: “Io la legge l’ho rispettata, quindi Tu non sei fedele ai patti? Ma io prima di rifiutarTi ti chiamo in causa, dimmi: perché? Perché io nonostante tutto non ti voglio perdere”. Giobbe non segue il consiglio della moglie, di maledire Dio: “Voglio capire perché, perché senza il Dio che salva io sarei perduto lo stesso”». Le due intense ore di incontro sono il tentativo di «aprire dei tagli in un testo abissale», dal giudaismo sino ai giorni nostri, attraverso testimoni, fotografie e parole, i testi di Zvi Kolitz, Elie Wiesel, gli «istanti che assassinarono l’anima» vissuti ad Auschwitz, e poi Mario Luzi, Eugenio Montale, i canti struggenti interpretati dalla siriana Mirna Kassis. Tutto e tutti sul palco dicono che «Giobbe è in ognuno di noi». Il suo grido, la sua domanda, che come dice Carrón «non è cancellata dalla presenza buona di cui il popolo di Israele ha fatto esperienza. La domanda è soppressa se si nega questa presenza, quando prevale il sospetto e Dio diventa il colpevole. Mentre può essere il compagno con cui vivere il dolore, può determinare il modo di affrontare anche il mistero della sofferenza, come è successo per secoli nella storia ebraica e cristiana».
Ignacio Carbajosa, curatore della mostra su Giobbe

Come è successo a Mario Melazzini, il medico immobilizzato da una malattia neurodegenerativa, che dal palco racconta la sua storia: la diagnosi feroce, il desiderio di scegliere l’eutanasia in una clinica in Svizzera, un amico gesuita che gli regala la Bibbia con un segnalibro sui 42 capitoli di Giobbe e la compagnia di questo uomo al suo dramma umano. Fino a poter dire a Dio, proprio come Giobbe: «Ti conoscevo solo per sentito dire, ora ti ho visto».
Non c’è nulla di automatico in questo, perché «il dolore sfida la ragione e la libertà», continua Carrón, e la risposta di Dio è silenziosa, diversa da quella che immaginiamo, «non è una spiegazione, è una Presenza», fin dall’imponenza dell’essere, della realtà creata, di quella domanda che rimbomba dai pannelli della mostra («chi ha messo nel mondo le gocce di rugiada?») e della compagnia divina, intima e carnalissima, che fa sgorgare le lacrime di commozione di Etty Hillesum, mentre guarda un pezzo di cielo con i piedi sulla terra del campo di concentramento. E che fa della sua vita «un ininterrotto dialogo» con Dio. Carrón conclude citando Claudel: «La questione era talmente enorme che solo il Verbo poteva affrontarla. Il Figlio di Dio non è venuto per distruggere la sofferenza, ma per soffrire con noi. Questo ce lo ha rivelato non risparmiando a suo Figlio il dolore. Il vero ed unico interlocutore di Gesù è il Padre. È un rapporto talmente potente che il male è vinto: non vince il sospetto, vince la familiarità, fino all’abbandono totale. La vittoria dell’amore Lo ha portato alla vita per sempre».
La grande speranza che nasce dal vedere una sofferenza che non uccide l’anima, ma che porta frutto, è nei testimoni noti a tutti e in chissà quanti nascosti, come racconta Francesco, che non è più un giovanotto ma indossa la maglietta arancione ed è tra i volontari del Meeting per la seconda volta. Viene da un paesino nel Veronese, San Giovanni Lupatoto. L’anno scorso era stato a lavorare qui perché una cara amica, Fiorenza, gli aveva consegnato il suo sogno: partecipare come volontaria. Un sogno irrealizzabile per via della sua malattia. «Allora siamo venuti a fare i volontari per conto suo in due, io e Ivo». Loro hanno seguito l’ardore di desiderio di Fiorenza e Fiorenza ha seguito loro: «Dire sì alla malattia mi ha fatto vivere la comunione dei Santi al punto di “fare la volontaria” al Meeting tramite i miei amici». Dopo aver raccontato ad altri la bellezza vissuta e aver presentato il Meeting con un aperitivo pubblico nel loro paesino, quest’anno sono tornati a lavorare qui, ma in quattordici.
Da : https://it.clonline.org/news/attualità/2018/08/21/meeting-18-il-grido-l-autografo-e-la-rugiada