Un io cosciente

Era l’inizio del ‘900 quando GKC gridò all’Inghilterra: «Siamo già sotto lo Stato eugenista, e a noi non resta che la ribellione»Facciamo un salto nel passato, all’inizio del XX secolo (1913 per l’esattezza) quando l’Inghilterra varò una legge (Mental Deficiency Act) che si proponeva di allargare l’area di intervento dello Stato sulle persone «deboli di…

via Già un secolo fa Chesterton si batté per salvare tutti gli Alfie che sarebbero nati — Aleteia.org – Italiano

Eblouie par la nuit

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Accecata dalla notte a colpi di luce mortale

A pennellare le macchine, gli occhi come le punte dei pennelli

Ti ho aspettato 100 anni nelle vie in bianco e nero

Sei venuto fischiando

Accecata dalla notte a colpi di luce mortale

A sparare alle lattine perse come un vascello

Se ci ho perso la testa, ti ho amato e anche peggio

Sei venuto fischiando

Accecata dalla notte a colpi di luce mortale

Bisogna amare la vita o guardarla solo passare?

Delle nostre notti in cui fumavamo erba non resta quasi niente

A parte le tue ceneri al mattino

In questa metropolitana riempita delle vertigini della vita

Alla prossima stazione, piccolo europeo

Metti la tua mano, scendi là sotto al mio cuore

Accecata dalla notte a colpi di luce mortale

Un ultimo giro di pista con la morte alla fine

Ti ho aspettato 100 anni nelle vie in bianco e nero

Sei venuto fischiando

L’inviolabilitá della vita

ALFIE E LA MISURA DELLA VITA

Lo hanno staccato dal respiratore. E lui ha continuato a vivere, sparigliando le carte della battaglia legale tra l’ospedale e la famiglia. Ma, soprattutto, rimettendoci davanti a una serie di domande che non si possono evitare

C’è un fatto incontestabile nella vicenda di Alfie Evans, il bambino di Liverpool al centro della battaglia legale di cui parla tutto il mondo: quando gli hanno staccato il respiratore per dare corso al “protocollo di fine vita”, ha continuato a respirare da solo. Per dieci ore, fino a quando i medici non si sono decisi a ridargli l’ossigeno. Alfie non parla, non si lamenta, ma – macchine o no, sentenze o meno – respira. Vive.

È un fatto che va ostinatamente, tenacemente al di là delle decisioni legali contraddittorie, dei tanti commenti sui giornali e delle migliaia di parole spese in un dibattito che per certi versi resta inestricabile, come succede quando si intrecciano una malattia degenerativa che per i medici è incurabile e la sofferenza, le attese e la speranza di chi quella malattia la vive – soprattutto se è un bimbo di neanche due anni con la sua famiglia.

In questi casi, se è quasi impossibile tracciare confini certi (“fino a qui è terapia, oltre è accanimento…”), diventa difficile anche parlare, dire qualcosa che vada oltre il pur necessario ribadire le verità di fondo di cui si è smarrita l’evidenza – la vita è e deve restare inviolabile – per essere adeguato al dolore infinito dei genitori o all’impotenza sperimentata da chi quel bambino vorrebbe aiutarlo, e non può.

Ma se invece provassimo ad ascoltare? Alfie è lì, tenace, ostinato. Respira. Cosa ci dice quel respiro?

È davvero strano, per noi, il metodo di Dio. Sceglie qualcuno di infinitamente piccolo, impotente, addirittura inerme, per metterci tutti di fronte alle questioni più decisive della vita. Per risvegliare in tutti noi domande acute sul bene e il male, sulla giustizia e l’amore, sul dolore innocente. E per farci vedere, con chiarezza, che la vita ha una portata infinitamente più ampia e profonda del metro con cui la misuriamo di solito.

Alfie dal suo letto ci è compagno di strada, semplicemente respirando, essendoci. Lo è perché ci spinge, quasi ci obbliga, a stare davanti a queste domande. E lo è per chiunque sia coinvolto nella vicenda: i genitori e i medici, il giudice e gli avvocati, chi si è mobilitato per lui e chi partecipa al suo dramma da lontano. Questo, se possibile, ce lo rende ancora più caro e prezioso. Fa moltiplicare gli sforzi per aiutarlo in tutto, fino in fondo – come sta chiedendo di continuo anche papa Francesco, che si è mosso in prima persona. Per domandare e per sperare.

Basterebbe prendere atto di questo fatto – di questa compagnia che ci sta facendo Alfie – per sbaragliare le idee che normalmente abbiamo sulla consistenza della nostra vita, su dove stia la sua vera utilità: in quello che facciamo o nel semplice fatto di esserci, di essere misteriosamente voluti e amati da qualcuno che ci fa, ora?

E per aprire un varco nel dolore. Non per spiegarlo, per darne ragione, ma aprire un varco, spalancare all’ipotesi che se Dio permette tanta sofferenza, non è per nulla, perché tutto finisca in nulla. A uno dei bambini abbandonati di Bucarest ricevuti in udienza a gennaio, che lo interrogava sulla sua sofferenza, il Papa ha risposto: «Il tuo perché è uno di quelli che non hanno una risposta umana, ma solo divina. Non sappiamo il perchénel senso del motivo, ma sappiamo il perché nel senso del fine che Dio vuole dare alla tua sorte. E il fine è la guarigione, la vita».

Meno di un anno fa abbiamo pubblicato una lettera che riguardava un altro bambino, Charlie Gard, e una situazione molto simile. Si chiudeva con queste righe. Le riproponiamo perché ci sembrano di aiuto, più di tante altre parole.

«Quello che sta accadendo forse ci chiede di entrare un po’ più in profondità nella concezione che abbiamo dell’utilità del vivere, smascherando la nostra incapacità di rispondervi a riguardo della nostra stessa vita: quando una vita è “utile”? Cosa la rende utile e, soprattutto, utile per chi? Ci basta vivere per noi stessi? Ci basta non soffrire? Ma, in fondo, è veramente possibile non soffrire?

Per non soffrire occorrerebbe non amare.

Nel giudizio sulla vicenda di Charlie si mette spesso a tema quale sia il suo bene. Ma proprio questo bene può essere slegato dal riconoscimento, così poco evidente ai nostri occhi, del significato, e quindi dell’utilità, di questa vita?

C’è qualcuno che lo vuole e lo ama così com’è, ora, e per questo è disposto a sacrificarsi. Non può essere che per questo bambino la sua vita, ora, sia sentita utile per questo, e per questo degna di essere vissuta in questo modo? Cosa lo rende profondamente umano nel suo desiderio di felicità, esattamente come noi che stiamo scrivendo? Quello che desideriamo noi, quello per cui la nostra vita merita di essere vissuta è che c’è qualcuno che ci vuole ora, per cui la nostra vita vale, per il quale merita di essere data e vissuta come ci viene data. I genitori di Charlie sono questo, e in questo loro amore sono la promessa vivente di quell’amore per cui il suo cuore, piccolo e malandato, sta ancora battendo».

Alfie EvansAlfie Evans

Mil segredos

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La pioggia cade

Nel pomeriggio cade

E il tuo sguardo cade sul mio.

E un segreto esce da lui

È dove mille segreti

Che l’intera anima ha

Ma cade tra le dita.

Se non la macchina lo farà

E il tuo sguardo sta già andando

Oltre l’orizzonte

Ma so che tornerai.

Dalle nuvole sopra la collina

E il tuo sguardo sta già andando

Oltre il cielo stellato

Prego che torni

Qui di più per questo lato

La pioggia si fermò

E il cielo si è già chiarito

Ho tenuto il tuo sguardo sul mio.

Quando ne hai bisogno

Come l’acqua da una fonte

Ho tenuto il tuo sguardo

Mentre la luna se ne va

Dietro quella collina

E il tuo sguardo sta già andando

Oltre l’orizzonte

Ma so che tornerai.

Dalle nuvole sopra la collina

E il tuo sguardo sta già andando

Oltre il cielo stellato

Prego che torni

Qui di più per questo lato

Andorinha da primavera

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Andorinha de asa negra aonde vais?

Que andas a voar tão alta

Leva-me ao céu contigo, vá

Qu´eu lá de cima digo adeus ao meu amor

 

Ó Andorinha da Primavera

Ai quem me dera também voar

Que bom que era, Ó Andorinha

Na Primavera também voar

 

Andorinha de asa negra aonde vais?

Que andas a voar tão alta

Leva-me ao céu contigo, vá

Qu´eu lá de cima digo adeus ao meu amor

 

Ó Andorinha da Primavera

Ai quem me dera também voar

Que bom que era, Ó Andorinha

Na Primavera também voar