L’apertura della mia libertà

ELEZIONI. DALLO SLOGAN ALL’ESPERIENZA
Un modo nuovo per prepararsi al voto. Incontrare amici, politici e amministratori locali e scoprire con loro se c’è «qualcosa di più caro tra le cose care». Il dubbio di non incidere “concretamente” e accorgersi che, invece, qualcosa sta cambiando
12.02.2018
Qualche mese fa, il giovane prete coadiutore in una parrocchia, ha invitato me ed alcuni amici a considerare la prossima scadenza elettorale come l’occasione che la realtà ci offriva per verificare che cosa realmente avessimo a cuore; oltre alla possibilità di scoprire in azione se l’esperienza che facciamo fosse capace di rispondere alle sfide e ai drammi di oggi.

Prendere sul serio questa provocazione, ha significato fare un lavoro per “impastarsi” con la piazza: all’inizio con i cattolici impegnati in politica e nelle associazioni, poi con i politici e gli amministratori locali, e via via con coloro che incontriamo.

Abbiamo iniziato a incontrare le persone cercando di scoprire con loro se vi fosse «qualcosa di più caro tra le cose care», capace di evitare che la questione politica fosse ridotta alla logica dello schieramento.
Sta accadendo l’impensabile: persone che da tempo non si rivolgevano il saluto hanno ricominciato a guardarsi, ad ascoltarsi, a dialogare come colpiti da una novità.

La prima novità è stato il nostro modo di vivere questa avventura, nella quale non siamo partiti con l’idea di affermare un’idea, piuttosto con la speranza che Cristo si potesse fare largo tra le pieghe del nostro limite. Il “martirio” (del politico) di cui il Papa parla nel volantino del discorso a Cesena, non è tanto il richiamo ad un sacrificio estremo, quanto piuttosto il richiamo a cogliere che la questione è affermare un Altro, che si fa trovare spesso dove non te lo saresti mai aspettato.

Concretamente può anche significare lasciare che nel rapporto con chi incontro si faccia spazio il Mistero di Cristo. E come? Ad esempio in questo lavoro pur approssimativo e imperfetto: il tentativo della ricerca di un punto comune, la pazienza verso chi è più ostile, lo sguardo tra di noi, teso a cogliere qualsiasi spicciolo di positività (se ti conosci da tempo non è poi così immediato).

 

«L’altro è un bene» è passato dallo slogan all’esperienza. La domanda e il desiderio che armano la nostra presenza in questa circostanza non restano delusi; ogni volta che sono fedele a questa posizione originale, mi accorgo che accade sempre qualcosa e c’è sempre qualcuno da guardare o un fatto evidente da cui ripartire.

I primi incontri (prima in 12 o 15, poi in 30, poi quasi in 100) si concludevano con la sensazione da parte di qualche amico che in fondo non avessimo concluso nulla (qualcuno dall’inizio si aspettava un nuovo partito), eppure le persone tornavano, ammettendo implicitamente che quel modo di incontrarsi incideva “concretamente” nelle vicende di cui trattavamo, infatti non avevamo in fondo apparentemente cambiato nulla della città, ma stavamo cambiando noi.

Non so cosa accadrà il 4 marzo o nella scadenza elettorale locale, ma ora so per certo che la questione del “bene comune” passa attraverso la fragile e potentissima apertura della mia libertà.

Stefano, Milano

https://it.clonline.org/lettere/2018/02/12/elezioni-slogan-esperienza

UN SABATO DA PROTAGONISTI PER I FARMACI… DA “BANCO”

Il 10 febbraio si è svolta la giornata di raccolta dei medicinali organizzata dal Banco Farmaceutico in 3.600 farmacie italiane. Un aiuto importante, di fronte a una “povertà sanitaria” che oggi tocca una persona su tre. Come raccontano queste storie…
Paolo Perego02.02.2018
«Ci sono persone che “scelgono” solo alcune tra le medicine che il medico prescrive. Altre che non possono neppure permettersi quelle». Basta stare dietro il bancone di una farmacia durante una giornata ordinaria per accorgersi che un’altra declinazione della “nuova povertà” del nostro tempo (fatta di crisi, di solitudini, di immigrazione…) tocca la possibilità di curarsi nella malattia. Lucrezia, Carate Brianza, lo fa tutti i giorni. È il suo lavoro, coniugato tra l’impegno di mamma e di moglie. Sarà in prima fila, sabato 10 febbraio, nella Giornata di raccolta del farmaco, iniziativa del Banco Farmaceutico, diciotto anni dopo la prima edizione – era il 2000 -, che quest’anno coinvolgerà 3.600 esercizi in tutta Italia. I clienti, entrando nelle farmacie aderenti, troveranno dei volontari a suggerire l’acquisto di medicinali “da banco”, quelli senza obbligo di prescrizione. «Verranno consegnati al farmacista, e lui si occuperà di darli al Banco che a sua volta li ridistribuirà sul territorio a chi dà assistenza ai poveri», spiega Lucrezia.
Sabato 10 febbraio, la Giornata di raccolta del farmaco
Sabato 10 febbraio, la Giornata di raccolta del farmaco

Da qualche anno con alcuni amici ha aderito alla Associazione Banco Farmaceutico Milano Onlus, legata a doppio filo con il Banco Farmaceutico. Oltre alla Giornata di raccolta, l’associazione aggiunge all’attività del Banco (ridistribuzione agli enti caritatevoli di eccedenze di produzione o prodotti confezionati male, per esempio, dalle aziende produttrici) anche la raccolta dei farmaci inutilizzati dai privati, coinvolgendo un centinaio di rivendite. «Gente che magari termina le cure, cambia terapia. Oppure riceviamo “avanzi” dai parenti di defunti. Tutti prodotti ancora buoni e spesso molto costosi che poi vengono regalati a realtà che assistono i bisognosi: ordini religiosi, Caritas, parrocchie…», spiega Lucrezia: «Il bisogno è grande».

È sufficiente sfogliare il Rapporto sulla povertà sanitaria in Italia presentato dal Banco Farmaceutico nel novembre scorso. Si parte dai poveri, oltre 4,7 milioni censiti dall’Istat al di sotto della soglia di una vita dignitosa.

Ma se guardiamo alla voce “medicine”, si vede che un terzo della popolazione deve spesso scegliere se mangiare o curarsi quando serve. Un bisogno che è cresciuto del 30% solo negli ultimi cinque anni, soprattutto tra minori e stranieri. Oggi il Banco Farmaceutico assiste da solo, attraverso i 1.700 enti che serve, quasi 600mila persone.

La Giornata di raccolta, pur tra numeri che sorprendono (4 milioni e mezzo di scatole di farmaci dal 2000, per un totale di oltre 25 milioni di euro), è una piccola goccia rispetto al mare di bisogno. Ma può essere un’occasione per tutti per un gesto di carità. «Perché chi ha bisogno non è lontano da te. Il vicino di casa, quello che incontri per strada…», spiega Lucrezia.

«Io ho cominciato a occuparmi dell’Associazione dopo un’esperienza di volontariato all’Opera San Francesco, a Milano, una delle realtà che il Banco Farmaceutico sostiene. Ero a casa senza lavoro in quel periodo, e piuttosto che far nulla, andavo a dare una mano nella farmacia dei frati». Da lì ad aderire, nel 2015, all’idea dell’Associazione «il passo è stato naturale. Una cena, la proposta di alcuni amici del Banco Farmaceutico di Milano, e con mio marito abbiamo cominciato. E si sono aggiunti altri a poco a poco. Un “noi”. E ora ci si ritrova due volte al mese e, a coppie, si parte per fare il giro delle farmacie». E poi, appunto, ci sono gli incontri quotidiani. Nella farmacia dove lavora. «O per strada, come con John, nigeriano. Ha l’età di mio figlio e chiede l’elemosina ogni mattina davanti alla chiesa dove vado a messa. Un giorno ho notato che non stava bene. Mi sono fermata. Aveva una brutta dermatite. Un dottore gli aveva prescritto un antibiotico, ma ho intuito che non sarebbe servito a nulla». La donna chiama un amico medico, porta John a fare una visita specialistica: scabbia. «L’avevamo presa prima che potesse degenerare. Gli abbiamo procurato i farmaci, lo abbiamo seguito… Da lì lui non è stato più lo stesso. Aveva dentro una contentezza e una gratitudine inimmaginabili».

La stessa gratitudine che ritrovi nella voce e negli occhi di Mohamed-Domenico. Aveva 50 anni quando, nel 2012, lo hanno raccattato per strada a Milano, in coma, e lo hanno portato in ospedale. Marocchino, in Italia da anni, dopo una vita travagliata era finito tra dormitori e mense dei poveri. «Hanno dovuto amputarmi un alluce. Diabete», racconta oggi. «Da lì è iniziata la terapia. Andavo all’Opera San Francesco tutti i giorni. Per le medicine e per le medicazioni. All’inizio pensavo che quei farmaci arrivassero da qualche donazioni di persone benestanti. Invece poi ho scoperto che dietro c’era il Banco Farmaceutico». Non sapeva neppure cosa fosse. «Ma iniziava a cambiarmi la vita». Ora ha un lavoro, una casa, collabora con una parrocchia nell’assistenza ai poveri: «Come posso, col mio piede conciato. Perché guardando quello che è capitato a me, vedere tutta questa gratuità, mi fa venire in mente solo una cosa: è “da uomini”. Io desidero solo tra dieci anni, o prima, quando sarà possibile, poter passare dall’altra parte del banco. Non più ricevente, ma donatore».

https://it.clonline.org/news/attualità/2018/02/02/banco-farmaceutico-giornata-raccolta-10-febbraio

La scommessa

01.02.2018
Il 4 marzo l’Italia va al voto. Ci arriva confusa, spiazzata da una realtà politica sempre più liquida e da un atteggiamento sempre più sfiduciato, diffidente, aggressivo. Certo, non è il clima greve che si può respirare in altre parti del mondo dove si andrà alle urne nel 2018, e dove i problemi – per vari motivi – sono più gravi (dall’Egitto alla Russia, dall’Iraq alla Colombia, e poi Brasile, Messico, Venezuela…). Ma anche se con toni e sfumature molto diversi, l’accento di fondo, ovunque, è simile: divisioni acute, rancori radicati, delegittimazione reciproca. Non è un caso che uno dei libri che hanno fatto più discutere nei mesi scorsi, perché più capaci di leggere il presente, si intitoli L’età della rabbia, di Pankaj Mishra, che trovate intervistato proprio in questo Tracce, in occasione dell’uscita italiana.
È da tempo che cerchiamo di dare il nostro piccolo contributo alla questione che ci sembra più urgente anche in politica, più di poltrone e programmi: recuperare la consapevolezza che l’altro è un bene. Riscoprire le ragioni profonde – e non scontate – del vivere insieme. Preoccupazione condivisa con personalità molto più in vista, che hanno a cuore il bene comune: dal presidente Sergio Mattarella (basterebbe rileggersi il suo discorso di fine anno) a papa Francesco, di cui in questi giorni abbiamo rimesso in circolazione il bellissimo intervento fatto a Cesena il 1° ottobre scorso. Il popolo, dice Francesco, ha bisogno «della buona politica», perché il suo «volto autentico», la sua «ragion d’essere», è offrire «un servizio inestimabile al bene dell’intera collettività». Per questo la Chiesa «la considera una nobile forma di carità».

Ecco, il “Primo piano” di questo numero prova a capire come recuperare questa “ragion d’essere”. Lo fa attraverso un dialogo con Sabino Cassese, laico, uno degli osservatori più acuti della situazione italiana. E poi attraverso dei fatti, storie di gente che giorno per giorno tenta di cucire, o ricucire, un tessuto comune; e lo fa in piazze minori, scelte apposta dietro le quinte della “grande” politica, perché ad essere decisivo è il metodo… Lo stesso criterio con cui proponiamo altre due storie, sudamericane appunto. Dalla Colombia arriva il racconto dell’incontro tra una candidata e la comunità locale di CL: esempio piccolo, ma reale, di una prospettiva che può ribaltarsi, da «cosa chiediamo ai politici» a «ma la fede incide anche lì?». Dal Brasile, la descrizione di come una realtà nata “dal basso” – le Apac – sta cambiando il sistema carcerario di tutto il Paese. Perché la sussidiarietà è qualcosa di reale, e serve. Micro e macro, local e global. Ma il punto è lo stesso: che occasione saranno per ognuno di noi queste settimane? Che verifica potremo fare di quanto e come la fede aiuti ad affrontare anche le infinite domande che emergono dal caos della politica?

In fondo, è la scommessa che ha aperto in noi – e che riapre di continuo – don Giussani. È morto tredici anni fa, ma è più presente che mai. Non solo per l’attualità impressionante delle sue intuizioni (sarebbe utile riprendere, per esempio, il discorso che fece ad Assago alla Dc lombarda nel 1987), ma proprio per come continua a provocare ora migliaia di persone. Che si tratti di universitari americani o di liceali bolognesi, del sindaco di una cittadina di provincia o di persone appassionate al tema dell’educazione, è una sollecitazione continua a prendere sul serio e fino in fondo le proprie domande, l’altro, la realtà… La vita.

https://it.clonline.org/tracce/editoriali/tracce-n-2-febbraio-2018