SCUOLA & ELEZIONI/ 18enni al voto, ‘Cari politici, rispondete per favore a queste 7 domande?’

Alcuni studenti del Liceo ‘Alexis Carrel’ di Milano voteranno il 4 marzo per la prima volta. In questa lettera rivolgono ai politici 7 domande.

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SABINO CASSESE: «LA POLITICA, TRA INCERTEZZA E ANTICORPI»

«Siamo visi nella folla, non comunità». Ma nella nebbia di questa stagione politica, c’è un 69% che può fare la differenza. Parola del giudice emerito della Corte Costituzionale, intervistato su Tracce di febbraio
Maurizio Crippa26.02.2018
Giurista di fama internazionale, giudice emerito della Corte Costituzionale, grande esperto della Pubblica amministrazione (quella “macchina infernale” contro cui spesso i cittadini si scagliano, alimentando a volte una visione populista e giustizialista), Sabino Cassese, 82 anni, è forse soprattutto un cittadino appassionato.

Cittadino del mondo, ma intimamente italiano. E uno dei pochi, e fra i più lucidi, a difendere con buone ragioni la nostra democrazia fatta di partiti e rappresentanza in un periodo in cui sono molti coloro che preferiscono giocare allo sfascio. Del Parlamento e delle istituzioni: in fondo, però, del popolo e della sua possibilità di convivenza. Lo fa, tra le altre cose, dalla tribuna del Corriere della Sera, spesso è intervistato dal Foglio e da altre testate di rilievo. Gli abbiamo chiesto come giudica il momento politico in corso, quali i rischi e le opportunità. E soprattutto un’idea di che cosa implichi, oggi e per tutti, impegnarsi per il bene comune.

Professore, che impressione le ha fatto finora la campagna elettorale? Troppe volte questo momento coincide con il punto in cui la politica offre il peggio di sé: una corsa alla delegittimazione reciproca, non un confronto sui programmi e su come realizzarli. Dipende solo dal nostro modello politico? O è un sintomo più profondo?
In questa fase preelettorale si registrano assenza di finalità, valori, programmi, “scollamento” dalla realtà, promesse facili. Sono sintomi delle incertezze. Le forze politiche non sanno misurare il loro seguito elettorale, non sanno a quale elettorato fare appello, vista la sua mobilità (alla quale corrisponde la “liquefazione” dei partiti), non hanno dirigenze collegiali che discutano. Ne discende questo stato di cose dominato dall’incertezza e dalle ambiguità. Certamente c’è una cesura rispetto alla partitocrazia, a quel regno delle incertezze che ha dominato cinquanta anni della vita politica italiana, col multipartitismo, governi deboli e transeunti, ma anche un partito-cerniera, la Dc, e la sua capacità di allargare il consenso, prima con il centrosinistra (dal 1962), poi con la politica di Solidarietà nazionale, grazie a politici quali Gronchi e Moro.
Molti osservatori vedono in pericolo i fondamenti stessi della democrazia. Ci sono partiti che vogliono abolire la democrazia rappresentativa. Ma non è solo questo: sembra ci sia uno smarrimento dei motivi di fondo del vivere comune. Nella recente presentazione romana di Dov’è Dio?, il libro di Julián Carrón, lei stesso ha posto la grande «questione delle forze unificatrici» e dei «presupposti che lo Stato liberale di per sé non può garantire». Abbiamo gli anticorpi per far fronte a questa crisi? E se sì, quali?
Partiamo dalla diagnosi: domina il mito che la democrazia diretta sia più democratica di quella delegata o rappresentativa, le rappresentanze attuali sono deboli e delegittimate, manca un dialogo popolo-élite o classe dirigente, i canali di trasmissione tradizionali (partiti e sindacati) sono in crisi (gli attuali iscritti ai partiti sono meno di un quarto di quelli di settanta anni fa), è diffusa l’idea che democrazia sia solo elettoralismo, mentre democrazia vuol dire anche policrazia, pluralismo, epistocrazia. Tutto questo rivela una debolezza delle fondamenta, costituite da quelli che chiamiamo valori o principi. Quindi, tutto finisce in una nebbia indistinta, dove vale solo la regola “uno vale uno”. Gli anticorpi sono molti. Uno è il pluralismo, che fa parte della tradizione delle forze che si opposero allo Stato nella sua fase di crescita, socialismo e popolarismo. Un altro è il dissenso organizzato o – se preferisce – l’esistenza di countervailing powers, i “poteri compensativi”.
Forse il mondo sta diventando troppo complesso per gli strumenti che ha oggi la politica? Lei ha spesso sostenuto che, anche per tagliare le gambe alle proteste sterili o addirittura antidemocratiche, servirebbe una migliore “politica deliberativa”, che sappia decidere meglio e più in fretta. Invece sembra prevalere la “scorciatoia” del populismo, o del leaderismo. E spesso appaiono leader impreparati. Perché?
Mancano i luoghi di preparazione, di formazione, di discussione. Quando si doveva preparare la Costituzione le forze politiche, gli uomini di cultura, gli intellettuali si riunivano per preparare il terreno, chiarirsi le idee: pensi all’importanza del Codice di Camaldoli, frutto del lavoro di intellettuali cattolici, per la Costituzione. Oggi si pensa che la gestione collettiva, la cura del bene comune sia cosa accessibile a tutti, alla quale si possa arrivare impreparati. Dall’idraulico ci aspettiamo che sappia mettere a posto il rubinetto che gocciola, mentre al politico non chiediamo se sa fare il suo mestiere, che è molto più complicato.
Oggi si pensa che la gestione collettiva, la cura del bene comune sia cosa accessibile a tutti, alla quale si possa arrivare impreparati
C’è un tema decisivo e sempre più evidente: la disaffezione dei giovani verso l’impegno politico e addirittura verso il voto. Ne ha parlato anche il presidente Mattarella. Che cosa direbbe lei a un giovane, per sollecitarlo a dedicarsi alla cosa pubblica, anche in prima persona?
La politica è innanzitutto un fatto della “polis”, della comunità. Quindi, non bisogna rivolgersi a singoli, ma a gruppi. Se sono a scuola, direi ai giovani: ti sta a cuore la tua scuola? Vuoi fare qualcosa per migliorarla? Vuoi contribuire a tenerla pulita? Vuoi riunirti con i tuoi amici e cercare di capire che cosa suggeriresti al sovrintendente scolastico, ai professori? E lo stesso per il tuo quartiere, la tua città, lo Stato in cui vivi.

E come spiegherebbe a un giovane che cosa è, oggi, il bene comune? Quali esempi gli indicherebbe per capirlo?
Il bene comune è qualcosa che ci tocca tutti, a partire dalle condizioni materiali di vita. Se la scuola è sporca, vuoi pulirla, se un compagno è debole, vuoi provare ad aiutarlo?
Il SenatoIl Senato
Papa Francesco, nel bellissimo discorso dell’ottobre scorso a Cesena – che CL sta proponendo all’attenzione di tutti -, ha fatto l’elogio della «piazza» come di un «luogo emblematico» in cui «si impasta il bene comune». Oggi “piazza mediatica” è diventato sinonimo di urla e di scontro. Nella storia italiana è, invece, il luogo per eccellenza del dialogo, della democrazia della scelta, del compromesso positivo da raggiungere. La convince questa visione del Papa?
La piazza è la metafora del nostro vivere in comune: vuol dire vivere con gli altri, collettività, amore per la cooperazione, senso del dovere per il resto del mondo, volontarietà. È quello che ci manca, perché, come aveva previsto un sociologo più di mezzo secolo fa, siamo “visi nella folla”, non comunità, non società.

Il Papa parla anche del politico come di un “martire”, perché a volte deve mettere in discussione e lasciare le sue idee per uno scopo condiviso. Cosa le dice questa sottolineatura?
Come ho detto, politica vuol dire impegno collettivo, mentre oggi è addirittura ritenuta una “cosa sporca”. È chiaro che ci sono anche ambizioni individuali, ma si mescolano con il desiderio di essere utili a qualcosa di più vasto.
Già che siamo in argomento: anche alla luce della sua esperienza, oggi c’è ancora un contributo “specifico” che i cattolici possono dare alla vita pubblica? E se sì, qual è?
Nel mondo cattolico c’è un bene che non andrebbe disperso, e che potrebbe fecondare il resto della società: il senso della comunità. Ecclesia è l’assemblea del popolo. Ebbene questo è quello che manca sempre di più. Ci sono giovani soli, vecchi soli, adulti soli. Hanno legami, ma solo funzionali: quelli di lavoro, quelli occasionali, nel gioco, nel divertimento. Ma poi ritornano soli. L’ecclesia unisce in modi che vanno oltre i legami funzionali o strettamente professionali. E poi c’è un atteggiamento negativo rispetto al lavoro: ha notato quanto diventa importante nello spazio comune il tema della pensione, cioè del non lavoro? Ritengo questo uno dei fenomeni più preoccupanti. Costituisce una palla al piede del Paese, perché rende l’economia meno produttiva. Ma rappresenta anche un aspetto negativo dal punto di vista sociale, perché una donna o un uomo che lavorano sono impegnati nella società, per la società. Direi alla gran massa di pensionati nullafacenti: datti da fare per coloro che ti circondano. Perché in tanti altri Paesi si vedono simpatici vecchi che, al mattino, davanti alle scuole, regolano il traffico, assicurandosi che i bambini attraversino la strada senza correre pericoli? Non è questo un simbolo di impegno sociale, in contrasto con l’egoismo del pensionato, che ritiene di aver dato, mentre si aspetta ora solo di ricevere? Proprio il senso comunitario della tradizione cristiana potrebbe contribuire a sfatare questo che chiamerei “ideale del non lavoro”, perché il lavoro è innanzitutto un contributo che diamo alla comunità.
Nel mondo cattolico c’è un bene che non andrebbe disperso, e che potrebbe fecondare il resto della società: il senso della comunità. Ecclesia è l’assemblea del popolo. Ebbene questo è quello che manca sempre di più
Intervistato recentemente sul Foglio, lei ha parlato di una questione che ha chiamato una “cesura” in atto rispetto a quanto accaduto dopo il 1993: finora il popolo ha scelto, bene o male, sia i parlamentari che le forze di governo; mentre ora, col nuovo sistema di voto, stiamo per ridare a Parlamento e Capo dello Stato la funzione di stabilire chi governerà. Che cosa cambia con questa inversione?
Il 1993 è una data limite. Dal 1948 al 1993 si è pensato che le elezioni dovessero scegliere un Parlamento, a sua volta incaricato di selezionare un Governo. Dal 1993 si è affermata l’idea che le elezioni dovessero indicare anche il Governo (la sera delle elezioni sappiamo chi ci governerà). In un certo senso, la formula elettorale in prevalenza maggioritaria ha privato il Parlamento del potere di scegliere il Governo. Ora siamo a un’altra svolta. Frammentazione politica (i tre poli) e formula elettorale (mista, ma in prevalenza proporzionale) hanno ridato al Parlamento il compito della formazione dei Governi. Paradossalmente, ora un terzo dell’elettorato a gran voce vuole più potere per il popolo. Ecco, in questo c’è una tensione che rischia di spezzare molte regole del nostro vivere insieme, perché, da un lato, la formula proporzionale comporta necessariamente una delega al Parlamento, dall’altra, la richiesta di democrazia diretta comporta il rifiuto della delega…

Che cosa le dà più speranza, guardando ai prossimi mesi della vita pubblica italiana?
Il fatto che, se la partecipazione politica attiva è all’8 per cento, quella sociale è al 24 per cento. Un quarto degli italiani è impegnato nella società in modo attivo. E l’ulteriore fatto che la partecipazione politica passiva è al 77 per cento. C’è una forbice tra 8 e 77 per cento che dovrebbe dire molto ai politici di professione, perché quel 69 per cento di differenza apre una prateria a chi volesse conquistare l’elettorato, a chi volesse far rivivere la società civile nella politica.

 

https://it.clonline.org/news/attualità/2018/02/26/intervista-sabino-cassese-elezioni

Thank you

 

Grazie
Il mio tè si è raffreddato,mi chiedo perchè mai mi sia alzata dal letto
La pioggia del mattino offusca la mia finestra e non riesco a vedere proprio niente
E anche se potessi sarebbe tutto grigio,ma la tuo foto sulla mia parete
Mi ricorda che non è poi così male,
non è poi così male

Ho bevuto troppo ieri sera,avevo il conto da pagare,
mi faceva male la testa
Ho perso l’’autobus e oggi sara un inferno
sono ritardo al lavoro ancora
E anche se fossi li, tutti insinuerebbero che non arriverei
a fine
giornata
Ma poi mi chiami e non è poi così male
non è poi così male e

Voglio ringraziarti per avermi dati il giorno più bello della mi vita
Oh solo essere con te è il giorno più bello della mia vita

Spingi la porta,sono a casa e sto gocciolando ovunque
Poi mi hai passato un asciugamano e tutto ciò che vedo sei tu
E anche se la mia casa fosse abbattuta adesso, io non vorrei spiegazione
Perché tu sei vicino a me e

Voglio ringraziarti per avermi dati il giorno più bello della mi vita
Oh solo essere con te è il giorno più bello della mia vita

PAPA FRANCESCO E GLI ORFANI DI BUCAREST

Vent’anni fa, l’incontro tra l’associazione romena FDP e i bambini di un orfanotrofio alla periferia della capitale. Un’amicizia che li ha portati, il 4 gennaio, in Vaticano. La loro storia e il dialogo col Papa. Da “Tracce” di febbraio
Alessandra Stoppa20.02.2018
Un centinaio di bambini, abbandonati e malati. «Costretti a dormire in letti piccoli, perché tanto non valeva la pena prendersene cura. Lavati a getto dagli infermieri con delle pompe a distanza. Esclusi dalle scuole…». Li hanno trovati così, nell’agosto del 1998, in un orfanotrofio alla periferia di Bucarest, come racconta Simona Carobene, direttrice di FDP-Protagonisti nell’educazione: un’associazione romena che era nata due anni prima, grazie all’amicizia con alcuni volontari di Avsi, e che è cresciuta nel carisma di don Giussani, dedicandosi alle persone a rischio di esclusione sociale.

Da quell’incontro di vent’anni fa è nato molto più di un progetto. «È nata una vita che ci vede insieme ancora oggi». Oggi che quei piccoli orfani sono padri e madri, lavorano, hanno una casa. E lo scorso 4 gennaio hanno festeggiato quest’amicizia incontrando in udienza privata papa Francesco, come potete leggere negli appunti che pubblichiamo in queste pagine, tratti dal dialogo con lui.

«In questi vent’anni», continua Simona, «loro ci hanno insegnato tanto. Ci hanno sempre stupiti e continuano a farlo». Innanzitutto, sono ancora vivi e desiderano vivere. «Oltre ad essere segnati nello spirito e nella mente, a causa dell’abbandono, sono piccoli, gracili. Se non sei voluto, se vieni abbandonato, non cresci in nessuna dimensione: psichica, cognitiva e fisica. Loro hanno visto altri bambini morire e hanno sempre pensato di morire così. Presto. Da soli».
I bambini dell’associazione romena FDP I bambini dell’associazione romena FDP
Invece, tra il 2000 e il 2002 la FDP ha aperto tre case per accoglierne ventuno. Altri sette sono stati presi in affido da famiglie. Quindi, ventotto di quegli oltre cento bambini hanno lasciato l’orfanotrofio. E oggi sono loro ad essere genitori. Sono già sette i nuovi nati. «Sembrerebbe la cosa più normale del mondo, invece è straordinaria, per nulla scontata». A partire dal fatto di aver portato avanti le gravidanze. In mezzo a situazioni che continuano a non essere facili, «in questi loro figli è così evidente che la vita è un dono. Potevano veramente non esserci».

Nella lettera inviata per chiedere udienza al Papa, gli amici dell’associazione hanno scritto così: «Questi piccoli ci costringono a cambiare ogni giorno. Come accompagnare le nuove famiglie? Che cosa dire di fronte ad un genitore che muore? Una di loro l’anno scorso, quando aveva 4 anni, ha visto morire suo padre… Come possiamo continuare ad accompagnarci? Cosa ci aspetterà nei prossimi anni?». E tante altre domande che nascono da questa amicizia, che nel tempo è diventata una compagnia su tutta la vita: dal desiderio del lavoro, ma di «un lavoro vero» (hanno avviato un’impresa sociale che produce mosaici) al problema della casa. Era difficile per questi ragazzi trovare anche solo delle camere in affitto, in un mercato dove i più fragili vengono sfruttati, per cui l’associazione ha dato il via a quattro appartamenti sociali. «Sono tutti tentativi ironici», conclude Simona, «perché la ferita di ognuno non si potrà mai colmare veramente. Ma dentro questa ironia c’è già tutto, perché sono stati voluti, uno ad uno. Amati e guardati con stima sono diventati protagonisti della loro vita e hanno generato nuove vite. Dio ha fatto fiorire qualcosa di molto più grande rispetto a quello che avremmo potuto immaginarci noi, nell’agosto di quasi 20 anni fa…».

Appunti dall’incontro del 4 gennaio con il Papa. «Non sappiamo il “perché” nel senso del motivo, ma sappiamo il fine che Dio vuole dare: è la guarigione, la vita»

Simona Carobene. Carissima Santità, siamo qui oggi pieni di stupore e di gratitudine per questi venti anni di amicizia che hanno segnato per sempre la nostra vita. Con noi c’è un gruppo di ragazzi romeni, che hanno vissuto le ferite dell’abbandono e della malattia, insieme ad alcuni dei loro bambini. Bambini stupendi, felici, che ci richiamano ogni istante che la vita è un dono. I nostri bambini sono il regalo più bello che ci potesse capitare. Un dono inaspettato, soprattutto perché ci dicevano che non sarebbe stato possibile, o addirittura che sarebbe stato meglio dire di “no” a queste vite. E, invece, questi bambini ci aiutano a ricordare che la vita di ognuno è un dono, bellissimo, anche dentro circostanze che forse non avremmo desiderato.
Noi oggi siamo qui a festeggiare la vittoria della nostra vita. Una vita che apparentemente valeva poco – almeno così ci hanno fatto credere – e che invece si è rivelata generatrice e segno di bellezza per tutto il mondo. Perché Dio ci guarda in un modo diverso. A Lui non importa se siamo piccoli, se siamo disabili, se abbiamo sofferto tanto. Lui ci guarda e ci vuole bene così come siamo.
Abbiamo bisogno tutti di una mamma. Abbiamo bisogno tutti di un padre. Quando non ci sono, la vita è difficile e sembra che non ci si possa fidare di nessuno. Invece quando accade che qualcuno ci vuole bene, iniziamo a fidarci e la vita diventa più bella. Quando ci accorgiamo di qualcuno che ci guarda con simpatia per quello che siamo veramente, la nostra vita diventa più bella.
Come oggi, Santità! Essere qui per noi è un regalo fantastico! Le siamo veramente grati! Noi desideriamo essere guardati sempre così. Per quello che siamo: persone che valgono tantissimo, uniche, irripetibili, piene di desideri e di speranza. Persone che hanno lottato tutta la vita con coraggio, che soffrono ancora tanto per le loro ferite del passato e le difficoltà del presente, e hanno anche tante domande.
I ragazzi romeni in Vaticano, in udienza privataI ragazzi romeni in Vaticano, in udienza privata
Papa Francesco. Cari ragazzi, cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per questo incontro, e per la confidenza con cui mi avete rivolto le vostre domande, in cui si sente la realtà della vostra vita.
Prima di rispondervi vorrei ringraziare con voi il Signore perché siete qui, perché Lui, con la collaborazione di tanti amici, vi ha aiutato ad andare avanti e a crescere. E insieme ricordiamo tanti bambini e ragazzi che sono andati in Cielo: preghiamo per loro; e preghiamo per quelli che vivono in situazioni di grande difficoltà, in Romania e in altri Paesi del mondo. Affidiamo a Dio e alla Vergine Maria tutti i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze che soffrono le malattie, le guerre e le schiavitù di oggi.
E ora vorrei rispondere alle vostre domande. In queste domande ci sono molti “perché”. Ad alcuni di questi “perché” posso dare una risposta, ad altri no, solo Dio può darla.

DOMANDA. Perché la vita è così difficile e tra noi amici litighiamo spesso? E ci imbrogliamo? Voi preti ci dite di andare in Chiesa, ma immediatamente quando usciamo sbagliamo e commettiamo peccati. Allora perché sono entrato in Chiesa? Se io considero che Dio è nel mio animo, perché è importante andare in Chiesa?
I tuoi “perché” hanno una risposta: è il peccato, l’egoismo umano: per questo – come dici tu – “litighiamo spesso”, “ci facciamo del male”, “ci imbrogliamo”. Tu stesso lo hai riconosciuto, che anche se andiamo in Chiesa, poi sbagliamo ancora, rimaniamo sempre peccatori. E allora giustamente tu domandi: a cosa serve andare in Chiesa? Serve a metterci davanti a Dio così come siamo. A dire: «Eccomi, Signore, sono peccatore e ti chiedo perdono. Abbi pietà di me». E Gesù ci dice che se facciamo così torniamo a casa perdonati. E così piano piano Dio trasforma il nostro cuore con la Sua misericordia, e trasforma anche la nostra vita. Non restiamo sempre uguali, ma veniamo “lavorati”, come l’argilla nelle mani del vasaio, e l’amore di Dio prende il posto del nostro egoismo. Ecco, caro, perché è importante andare in Chiesa.
DOMANDA. Perché ci sono dei genitori che amano i bambini sani e invece quelli malati o con problemi no?
Ti direi questo: di fronte alle fragilità degli altri, come le malattie, ci sono alcuni adulti che sono più deboli, non hanno la forza sufficiente per sopportare le fragilità. E questo perché loro stessi son fragili. Se io ho una grossa pietra, non posso appoggiarla sopra una scatola di cartone. Ci sono genitori che sono fragili. Perché sono sempre uomini e donne con i loro limiti, i loro peccati e le fragilità che si portano dentro. E magari non hanno avuto la fortuna di essere aiutati quando loro erano piccoli. Sei d’accordo?
«In queste domande ci sono molti “perché”. Ad alcuni di questi “perché” posso dare una risposta, ad altri no, solo Dio può darla»
DOMANDA. L’anno scorso è morto uno dei nostri amici che era rimasto in orfanotrofio. È morto la Settimana Santa, il Giovedì Santo. Un prete ci ha detto che è morto peccatore e per questo non andrà in Paradiso. Io non credo che sia così.
Mi sembra molto strano quello che hai sentito dire da quel sacerdote, bisognerebbe capire meglio, forse non è stato capito bene. Comunque, io ti dico che Dio vuole portarci tutti in Paradiso, e che nella Settimana Santa noi celebriamo proprio questo: la Passione di Gesù, che come Buon Pastore ha dato la sua vita per noi, che siamo le sue pecorelle. E se una pecorella è smarrita, Lui la va a cercare finché non la ritrova, e quando la trova se la mette sulle spalle e pieno di gioia la riporta a casa. Ecco cosa fa il Signore nella Settimana Santa, anche con il vostro amico.
DOMANDA. Perché noi abbiamo avuto questa sorte? Perché? Che senso ha?
Il tuo “perché” è uno di quelli che non hanno una risposta umana, ma solo divina. Non so dirti perché tu hai avuto “questa sorte”. Non sappiamo il “perché” nel senso del motivo, ma sappiamo il “perché” nel senso del fine che Dio vuole dare alla tua sorte. E il fine è la guarigione, la vita. Lo dice Gesù nel Vangelo quando incontra un uomo cieco dalla nascita. I discepoli gli chiedono: «Perché è cosi? Per colpa sua o dei suoi genitori?». E Gesù risponde: «No, non è colpa sua né dei suoi genitori, ma è così perché si manifestino il lui le opere di Dio» (cfr. Gv 9, 1-3). Vuol dire che Dio, davanti a tante situazioni brutte in cui noi possiamo trovarci fin da piccoli, vuole guarirle, risanarle, vuole portare vita dove c’è morte. Questo fa Gesù, e questo fanno anche i cristiani che sono veramente uniti a Gesù. Voi lo avete sperimentato.
«Gesù è venuto a formare una nuova famiglia, la sua famiglia, dove nessuno è solo e siamo tutti fratelli e sorelle, figli del nostro Padre del cielo e della Madre che Gesù ci ha dato, la Vergine Maria»
DOMANDA. Succede che mi sento sola e non so che senso abbia la mia vita. La mia bambina è in affido e alcune persone giudicano che non sono una buona mamma. Invece io credo che mia figlia stia bene e che ho deciso correttamente, anche perché ci vediamo spesso.
Sono d’accordo con te che l’affido può essere un aiuto in certe situazioni difficili. L’importante è che tutto sia fatto con amore, con cura per le persone, con grande rispetto… Capisco che spesso ti senti sola. Ti consiglio di non chiuderti, di cercare la compagnia della comunità cristiana: Gesù è venuto a formare una nuova famiglia, la sua famiglia, dove nessuno è solo e siamo tutti fratelli e sorelle, figli del nostro Padre del cielo e della Madre che Gesù ci ha dato, la Vergine Maria. E nella famiglia della Chiesa possiamo ritrovarci tutti, guarendo le nostre ferite e superando i vuoti d’amore che spesso ci sono nelle nostre famiglie umane.

DOMANDA. Quando avevo due mesi di vita mia mamma mi ha abbandonato in un orfanotrofio. A 21 anni ho cercato mia madre e sono rimasto con lei due settimane, ma non si comportava bene con me e quindi me ne sono andato. Mio papà è morto. Che colpa ho io se lei non mi vuole? Perché lei non mi accetta?
Non è questione di colpa, è questione di grandi fragilità degli adulti, dovute nel vostro caso a tanta miseria, a tante ingiustizie sociali che schiacciano i piccoli e i poveri, e anche a tanta povertà spirituale. Sì, la povertà spirituale indurisce i cuori e provoca quello che sembra impossibile, che una madre abbandoni il proprio figlio: questo è il frutto della miseria materiale e spirituale, frutto di un sistema sociale sbagliato, disumano.
I bambini di BucarestI bambini di Bucarest
Simona. A me ha colpito tantissimo il Suo messaggio in occasione della Giornata mondiale dei poveri. Mi ha fatto sobbalzare, perché mi sono chiesta: io come guardo i miei ragazzi? Alle volte mi accorgo che sono presa dal “fare” e dimentico perché Gesù ci ha messi insieme. Occorre che io faccia ancora un cammino di conversione, e questo cammino è continuo e non può mai essere dato per scontato. Per questo continuo a seguire i miei ragazzi, perché sono “i miei santi”. E rimango incollata a Santa Madre Chiesa attraverso il carisma di don Giussani, che è la modalità concreta che mi ha fatto amare Gesù. Allo stesso tempo, però, il richiamo del Suo messaggio era molto concreto. Parlava di condivisione vera. Ho iniziato a chiedermi se forse non sia arrivato il momento di fare ancora un passo in più nella mia vita, di accoglienza e condivisione. È un desiderio del cuore che mi sta nascendo e che vorrei verificare nel prossimo periodo. Quali sono i segni da guardare per capire quale è il disegno per me? Cosa vuol dire vivere la vocazione della povertà fino in fondo?

Francesco. Simona, grazie della tua testimonianza. Sì, la nostra vita è sempre un cammino, un cammino dietro al Signore Gesù, che con amore paziente e fedele non finisce mai di educarci, di farci crescere secondo il Suo disegno. E a volte ci fa delle sorprese, per rompere i nostri schemi. Il tuo desiderio di crescere nella condivisione e nella povertà evangelica viene dallo Spirito Santo, e Lui ti aiuterà ad andare avanti in questa strada, nella quale tu e gli amici avete fatto tanto bene. Avete aiutato il Signore a compiere le Sue opere per questi ragazzi.
Grazie ancora a tutti voi. Incontrarvi mi ha fatto tanto bene. Vi porto nelle mie preghiere, e mi raccomando, anche voi pregate per me!

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