Un cuore che batte contro il nichilismo

LETTURE/ E se anche Camus si fosse sforzato di essere cristiano?

 

Giuseppe Bonvegna

 

giovedì 30 novembre 2017

“Così come siamo, coraggiosi e orgogliosi e forti, se avessimo una fede, un Dio, niente potrebbe fermarci. Ma non avevamo nulla: abbiamo dovuto imparare tutto e vivere soltanto per l’onore che ha i suoi cedimenti”, scriveva Albert Camus negli appunti preparatori del Primo uomo, l’ultimo suo romanzo, pubblicato postumo nel 1994, a trentaquattro anni dalla morte. Quest’anno, in cui a giugno è ricorso il settantesimo anniversario della pubblicazione di un altro grande romanzo di Camus, La peste (nuova traduzione, Bompiani 2017), può risultare utile leggere (o rileggere) anche Il primo uomo. Romanzo sulla tradizione, nella forma di un grande interrogativo sulla possibilità del ritorno all’origine per rinascere spiritualmente prima di morire, Il primo uomo si chiude con il ritratto finale del protagonista Jacques Cormery: egli, non avendo avuto un padre (morto sulla Marna) e quindi nemmeno “una tradizione che gli fosse stata trasmessa”, non aveva avuto nulla e aveva vissuto come se la propria “insaziabile voglia di vivere” non potesse trovare risposta se non nella “nuda necessità” di un “mondo sconosciuto” nel quale egli “non desiderava nessun posto”.
La vita nuova della quale parla Camus è dunque una condizione necessitata a rimanere sganciata dalle sorgenti ma, ciononostante, non equivale a proporre nel futuro qualcosa di non vitale: la mancanza del padre significa infatti, in Camus, non la giustificazione di una libertà assoluta alla Jean Paul Sartre, ma l’urgenza di ritrovarlo andando sulla sua tomba per liberarsi dall’illusione di bastare a se stessi. C’erano allora, in Jacques Cormery, “quei gesti, quei giochi, quell’audacia, quella foga, la famiglia, la lampada a petrolio e la scala buia, le palme nel vento, la nascita e il battesimo nel mare”, ma “c’era anche la parte oscura dell’individuo”, nella quale una ferita si è ingrandita perché ha desiderato una risposta “come quelle acque profonde che sottoterra, dal fondo dei labirinti rocciosi, pur non avendo mai visto la luce del giorno, riflettono un bagliore smorzato, venuto chissà da dove”.
Il cristianesimo, in fondo, consiste nel vivere da uomini “del giorno dopo” che hanno guardato Gesù negli occhi, ma può essere solo un provare (o provare per la prima volta o riprovare) a vivere, perché la vita non potrà essere mai più la ripetizione di quella precedente. A Camus non capitò di sentire qualcosa di decisivo di fronte a Cristo e, tuttavia, sapeva che la risposta al problema della vita deve, in un modo o nell’altro, determinare un nuovo inizio. Ci può quindi, secondo lui, essere disperazione ad amare qualcuno che non crede in questa possibilità e che si immagina il proprio futuro come una ripetizione dei gesti del passato. Eppure Jacques Cormery voleva bene, si legge nell’ultima pagina del Primo uomo, a una donna “intelligente e superiore” che amava “tanto l’amore”, ma che, quando era tornata dal viaggio nel proprio paese d’origine, non riusciva più a vedere l’amore nel presente: “E allora, col sangue in fiamme, le veniva voglia di fuggire, fuggire in un paese dove nessuno invecchiava e moriva, e la bellezza era imperitura, e la vita sempre selvaggia e scintillante, un paese che non esisteva: al ritorno piangeva fra le sue braccia, e lui l’amava disperatamente”.
L’ultimo gesto di Jacques Cormery si muove al ritmo di un cuore che batte nel presente contro il nichilismo e, come Gabriel Marcel ebbe a dire di Nietzsche, forse anche Camus si è sforzato di essere cristiano, tentando una strada per la trasmissione delle sorgenti nel Novecento.

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Non smettere mai di desiderare

LETTURE/ Saint-Exupéry, non smettere mai di desiderare

 

Carlo Bortolozzo

 

mercoledì 29 novembre 2017

Nessuna storia finisce mai, dicono i fiori del lino di una favola di Andersen, ed è ciò che si pensa rileggendo la favola senza fine del Piccolo Principe, il capolavoro che Antoine de Saint-Exupéry pubblicò nel 1943 in piena guerra, tra spericolate imprese aeree e proverbiali incidenti, che ne minarono gravemente il fisico. Ce ne ridà lo spunto la recente riedizione approntata dal Banco Popolare, con traduzione e simpatica introduzione di Marina Migliavacca Marazza.
Spesso, riproponendo questo classico della letteratura infantile, si parla, più o meno a proposito, di “messaggi universali”, di “valori”, quali l’amicizia e la solidarietà. Tutto vero, beninteso, ma il libro di Saint-Exupéry, sempre giovane, salta con leggerezza incantevole ogni trabocchetto di “messaggi” e “valori”, per lanciarsi nello splendore delle stelle, come faceva il suo autore, il quale non smise di volare anche quando gli fu consigliato di farlo.
La stessa vita di Saint-Exupéry ha i colori di un romanzo. Pilota appassionato ma imperdonabilmente distratto, era incorso in un incidente dopo l’altro, ai quali era miracolosamente sopravvissuto. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale era stato dichiarato inidoneo al volo: perfino l’insediamento nella cabina dell’aereo gli costava uno sforzo penoso. Ma niente poteva fermare la sua passione. Riuscì così, non si sa come, a farsi assegnare dei compiti di ricognizione aerea, ma durante un atterraggio dimenticò di far uscire uno dei carrelli dell’aereo, danneggiando gravemente il velivolo. Venne così confinato nelle riserve e sprofondò nella depressione. L’unico modo per guarire era riprendere a volare. I superiori gli affidarono allora delle missioni di ricognizione fotografica: Antoine era raggiante e riprese il suo sorriso da bambino. Gliene furono accordate cinque, ma ne aveva effettuate già otto quando partì da Bastia, in Corsica, per la nona ed ultima missione.
Le ultime, commoventi fotografie ritraggono il suo amato Lockheed P38 Lightning che si alza in volo verso Grenoble, il 31 luglio 1944. In un’altra foto lo vediamo, indossato il casco, pronto per la partenza. Dimostrava ben di più dei suoi 44 anni; aveva una spalla anchilosata, necessitava di aiuto anche per indossare l’uniforme. La testa è ripiegata, gli occhi socchiusi. Quello che successe poi è un mistero: l’aereo fu colpito da una pattuglia tedesca; abbattuto, si inabissò nel golfo di Marsiglia. Nel 2004 sono stati recuperati i rottami dell’aereo, a sessanta metri di profondità, ma il corpo non è mai stato ritrovato.
Ci piace immaginare che fosse stato preso da un suo gioco, come uno di quelli che inventava da bambino, quando viveva immerso nella grande dimora di campagna vicino a Lione, nel parco di abeti e tigli. Leggendo Il Piccolo Principe, crediamo che l’autore non si sia identificato nell’aviatore, costretto ad atterrare nel deserto, ma nel ragazzino aristocratico e sognatore, simbolo del bambino che rimane in noi anche nell’età adulta. Del libro, tradotto in tutte le lingue e caro a milioni di lettori in tutto il mondo, oggi resta, più che tante frasi divenute aforismi fin troppo consunti, la ferma rivendicazione dell’importanza dei legami per la crescita della persona. E’ quanto viene detto, nel memorabile capitolo XXI, dalla volpe al piccolo protagonista: “se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro”. Addomesticare: etimologicamente da domus, condurre a casa, “creare dei legami”, come afferma il romanzo. La verità poetica del Piccolo Principe non ha fatto altro che anticipare le conclusioni della psicoterapia contemporanea. E’ sufficiente pensare al best seller di Benasayag e Schmit, L’epoca delle passioni tristi, o più recentemente alle tesi sostenute da Massimo Recalcati.
I nostri giovani sembrano affetti da “autismo informatico” e il futuro non viene più percepito come promessa, ma come minaccia. Fondamentale allora è riconoscere la centralità del desiderio, da non confondersi con la “voglia”, che ne è solo una maschera deforme. Benasayag e Schmit giungono a proporre una terapia definita “clinica del legame”, Recalcati insiste da anni sulla necessità di “educare il desiderio”. Anche Saint-Exupéry non smise mai di desiderare, come scrisse in Cittadella, raccolta di note e pensieri pubblicata nel 1948: “Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini per tagliare legna e dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia del mare vasto e infinito”.

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Il genio della donna

 

LETTURE/ Welfare, tecnica e narcisismo, il genio della donna e i suoi nemici

 

La femminilità è un “genio” e un “dono” che attende ancora un pieno riconoscimento nella società e nella Chiesa: l’ultimo Discorso alla Città di mons. Camisasca.C’è un “genio della donna nella Chiesa e nella società” da (ri)scoprire e (ri)conoscere. Lo ha detto e scritto Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia e Guastalla, nel suo “discorso alla Città nella Solennità del patrono San Prospero”, caduta venerdì scorso, alla vigilia della Giornata internazionale indetta dall’Onu contro la violenza sulle donne. Una riflessione, quella del fondatore della Fraternità Sacerdotale San Carlo Borromeo, subito radicata nel magistero di Papa Francesco — “Se la Chiesa perde le donne rischia la sterilità” — e altrettanto rapidamente indirizzata sul fronte dell’umana quotidianità.

“Il mondo del lavoro — sottolinea Camisasca già alla ventesima riga — non ha avuto e non sembra avere molto rispetto per le donne e la funzione materna. La donna deve confrontarsi con un’impostazione ancora improntata a codici maschili”. Non per questo le donne appaiono remissive: “Nonostante la crisi economica, la maggior precarietà lavorativa rispetto agli uomini e la mancanza di una cultura della flessibilità che determina una complessa conciliazione fra i tempi di vita, le donne non sembrano giustamente rinunciare né alla dimensione familiare né a quella lavorativa”. Anche se è “una fatica”, anche se è sotto gli occhi di tutti “una contrazione della dimensione procreativa o una rinuncia all’impegno lavorativo extradomestico”.

Sul “doppio sì” che molte donne continuano a pronunciare e praticare ogni giorno, la società e la cultura restano in ritardo: “Un passaggio complesso e non certo giunto a completezza è anche il frutto, non privo di ambivalenze e contraddizioni, della riflessione sollecitata a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, dal movimento femminista, ed approfondita recentemente da alcune teoriche del femminismo più avveduto”.

La sfida però è apertissima, “interroga tutta la società fino a mettere in questione l’assetto del mercato del lavoro e del welfare”, non escluso “il mancato riconoscimento del lavoro domestico e della cura femminile sotto il profilo sociale ed economico”. Ma le donne continuano ad apparire in credito anche verso la società politica. “Per le istituzioni politiche modernizzanti, il complesso di diritti-doveri non deve avere distinzioni fra uomo e donna”, osserva Camisasca. Il sistema politico ha inteso farsi “grande alleato delle donne mediante il welfare state”, si è rivelato poi per certi aspetti “una trappola per le donne stesse”, relegate a un ruolo di “assistite” piuttosto che di “protagoniste”, di titolari di una speciale “cittadinanza sociale”.

“I dati Istat mettono in luce come la violenza veda spesso come protagonista il partner o l’ex partner”, annota il Discorso, che segnala “la gravità del fenomeno” assieme a lievi segni di miglioramento, forse riconducibili alla maggior consapevolezza acquisita dalle donne, più propense a parlare della propria vicenda e a denunciarla”.

Sull’ambito “familiare e generativo”, Camisasca rileva che il numero medio di figlio per donna (1,36 figli nel 2016 in Italia) è nettamente inferiore al tasso di semplice sostituzione demografica e denota “una una scelta di carattere culturale che mette in luce la difficoltà di instaurare una relazione con gli altri”. Poi lascia parlare Papa Francesco: “Occorre raccogliere la sfida posta dall’intimidazione esercitata nei confronti della generazione della vita umana, quasi fosse una mortificazione della donna e una minaccia per il benessere collettivo”. E tale minaccia comincia con il “drammatico fenomeno dell’aborto”: che rivela troppo spesso “un’estrema solitudine della donna” ma anche la piega narcisistica tipica della nostra società: tutti i figli desiderati devono nascere ma solo quelli desiderati devono nascere”. Il simmetrico espandersi della maternità surrogata sembra al vescovo di Reggio Emilia un’imposizione di schiavitù tanto violenta quanto quella subita dalle donne nella cosiddetta società patriarcale”.

Quale “dono” costituisce la donna all’umanità della creazione? Camisasca risale alla Genesi per invitare a capire come il disegno di Dio ponga “nell’uomo e nella donna qualcosa di molto essenziale, che li costituisce identici l’uno all’altra, e nel contempo qualcosa che li differenzia. E ciò che li differenzia è ciò che li rende attraenti a vicenda”. Se “l’umanità esiste al maschile e al femminile”, uguaglianza e differenza restano “caratteristiche imprescindibili” e “qualunque atteggiamento che tenti di assolutizzare uno solo di questi due poli non può essere un approccio adeguato a una tematica affascinante e delicata”. E’ dunque “illusorio o utopico” pensare alla “differenza fra uomo e donna come a una condizione per uno scambio reciproco”?

La risposta sta nella riscoperta del “genio femminile” (copyright San Giovanni Paolo II) in cui “la parte speciale e impegnativa” nella generazione della vita umana non è affatto antitetica “all’impegno pubblico, politico artistico e culturale”. Se “la prima benedizione che Dio elargisce all’uomo e alla donna” è la fecondità, “il mondo ha trovato e potrà trovare immenso giovamento da una valorizzazione sempre maggiore dell’intelligenza, della sensibilità e dell’estro femminile in ogni ambito”.

Per Camisasca tale valorizzazione si traduce in modo peculiare nella capacità di “prendersi cura”, nella particolare “affettività al centro dell’anima femminile” acutamente osservata da Edith Stein. Un “compito profetico” quello che il vescovo di Reggio Emilia assegna infine alla donna nel presente e nel futuro: combattere “il restringimento di orizzonti” imposto dall’individualismo dominante e altresì “la scomparsa della sensibilità per ciò che è umano”, indotta dal “pensiero tecnico”.

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Il cuore del popolo

Il “populismo” buono della Colletta

Maurizio Vitali

lunedì 27 novembre 2017

Vista dalle quote alte riservate alle élites di lungo corso, l’aiuola Italia appare come la Nave dei folli dipinta da Jeronimus Bosch, brulicante di populisti dediti a mugugni di protesta e cazzeggi innocui, noncuranti del mare in tempesta, e Dio non voglia che il timone finisca in mano a qualcuno dei tribuni incompetenti di questa plebe. Un uomo delle élites di lungo corso come Eugenio Scalfari è pronto addirittura a sdoganare il Cavalier Silvio Belzebù Berlusconi, da più di un ventennio presentato e avversato come il terzo Male Assoluto d’Italia, dopo il Cavalier Benito Mussolini e il socialista Bettino Craxi, pur di garantire la futura governabilità.
Il tema serio per le élites è: come si farà a governare un paese malato di populismo, con un sistema politico malconcio e mezzo screditato? Ed è un tema oggettivamente serio.
Ma il popolo è così populista? Il popolo ha i suoi desideri, le sue idealità e le sue pulsioni, si sa; da tempo però, non trovando una forza politica “tradizionale” che valorizzi quello che ha in testa, facilmente si volge a chi meglio gli titilla quello che ha in pancia. Pericoloso, il popolo: nel ’33 ha votato Adolf Hitler in libere democratiche elezioni, e poi ce ne ha messo del tempo per pentirsene. Se tocchi le corde sbagliate, quelle della pancia, c’è caso che si faccia trionfare, molto più modestamente, un grillo-Di Maio o un le pen-Salvini. Ma povero popolo. Ci hanno passeggiato sopra con i tacchi a spillo tanti poteri, potenti e accoliti, che l’hanno devastato in un lungo processo storico che va dall’omologazione consumistica di pasoliniana memoria all’asservimento al business della post-verità tramite lavoro gratis a colpi di post per i padroni dei social.
Ma è proprio vero che è il popolo il problema? Il popolo è come il colesterolo: ci trovi dentro una componente Hdl buona e una componente Ldl cattiva. Nello stesso popolo, nella stessa singola persona.
Recita un antico adagio che l’occasione fa l’uomo ladro (o populista). Ma propongo un nuovo adagio, complementare al primo: l’occasione fa l’uomo santo. L’adagio mi viene osservando il fenomeno Colletta per i bisognosi organizzata dalla Fondazione Banco Alimentare. Essa è la più grande occasione positiva per il popolo italiano e appunto fa l’uomo santo. Anche l’altro ieri, ventunesima edizione: straordinaria mobilitazione di popolo e ingente provvista di cibo, resistendo alla crisi: 5 milioni e passa di donatori (grosso modo una famiglia su tre), 145mila volontari gioiosi, 8.200 tonnellate di buoni alimenti raccolti (fate conto, un’ininterrotta fila di Tir ben carichi lunga sei chilometri), a beneficio di 8mila opere di carità che aiutano una folla di povera gente che non tira la terza settimana. Che è tanta, ma tanta.
Ma più ancora del buon raccolto conta la novità di mossa personale e di relazione sociale vissuta da tutti i partecipanti, donatori e volontari. In campo si sono messi personaggi i più diversi: da papa Francesco con appelli all’angelus a Gene Gnocchi in pettorina a Bologna, dai cardinali di santa romana chiesa alla sindaca pentastellata di Torino, Appendino, alla vasta schiera di alpini, cattolici delle associazioni, carcerati, dipendenti di aziende, associazione padri separati, un comico ex di Zelig impoverito per la separazione, i musulmani della moschea di via Padova a Milano, imam in testa. Impossibile nominare tutti quanti. E non provate a separare buoni e cattivi. Fra tutti, comunque sia, nel fausto giorno della Colletta, cadono muri di estraneità. Proseguendo esperienze già in atto, o aprendo nuovi percorsi. La Colletta non seduce la testa per conquistare l’assenso ideologico e non titilla la pancia per conquistare l’assenso umorale. E’ una proposta semplicissima che arriva al cuore. Il cuore non va a viole come la testa o a scatafascio come la pancia. Il cuore non si fa fregare. Il cuore, dico, vero, non quello dei melliflui sentimenti, ma quello della tenace natura umana che, sepolta magari, ma mai estinta, urge a prestar soccorso a chi ha più bisogno, spinge a incontrarsi tra uomini e a ritrovare le ragioni della solidarietà e del bene comune. Dal basso.
Le élite prendano nota, temano i demagoghi, ma non temano questo popolo. Testa (ideologia) e pancia (reazione emotiva) possono venir buoni a chi vuole strumentalizzare. Il cuore no. Perché da lì viene fuori la gratuità, che è la più grande risorsa personale e sociale che si possa immaginare. Senza gratuità non c’è buon lavoro né buona educazione né buona politica. Dall’esperienza della gratuità rinasce l’io e quindi può rinascere un popolo. E anche una nuova buona politica, non perché si faccia un partito della Colletta, ma perché o la politica è, come dice la Chiesa, la forma più alta di gratuità (carità), o non è.

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Il paese della sera

Questo mio struggimento non è mio:
è antico come le stelle
nato un giorno dal Nulla
come loro
da quel vuoto senza limiti

Lo stormire d’alberi,
il battito dell’onda sulla riva,
quei grandi monti lontani
mi destan questo struggimento ardente.
Ma non per qualche cosa qui:
per qualcosa d’infinitamente lontano,
qualche cosa di molto tempo fa.
Molto prima del mare e dei monti,
molto prima dei venti.

P.F. Lagerkvist

Si jamais j’oublie

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http://lyricstranslate.com/it/si-jamais-joublie-se-mai-dimenticassi.html#ixzz4yx8B8avR

Ricordami il giorno e l’anno,
ricordami com’era il tempo
e se ho dimenticato,
dammi una smossa.

E se mi vien voglia di andarmene,
rinchiudimi e butta via la chiave,
con iniezioni di ricordo
dimmi come mi chiamo.

(ritornello)
Se mai dimenticassi le notti che ho passato,
le chitarre e le grida,
ricordami chi sono
e perché vivo.

Se mai dimenticassi come correre a gambe levate,
se un giorno fuggissi,
ricordami che sono
chi mi ero ripromesso d’essere.

Ricordami i miei sogni più pazzi,
ricordami queste lacrime sulle mie guance,
e se avessi dimenticato,
come mi piaceva cantare…

(ritornello)
Se mai dimenticassi le notti che ho passato,
le chitarre e le grida,
ricordami chi sono
e perché vivo.

Se mai dimenticassi come correre a gambe levate,
se un giorno fuggissi,
ricordami che sono
chi mi ero ripromesso d’essere.