SCUOLA/ Da Leopardi a Pessoa, l’avventura di comunicare se stessi

Lo spirito rinunciatario non è mai stato così dominante. Ma la propria insoddisfazione non può essere un pretesto per rinunciare a trasmettere.

Sorgente: SCUOLA/ Da Leopardi a Pessoa, l’avventura di comunicare se stessi

Annunci

Nadežda

Le figure femminili al centro del nuovo libro dello scrittore «Ogni storia è una storia d’amore» (Mondadori). In questo brano protagonista è Nadežda scrittrice e moglie del poeta sovietico Mandel’štam
Arte e passione, la bellezza secondo D’Avenia
Nadežda, il tuo nome vuol dire speranza. La speranza di un segnalibro, la misura di ciò che non possiamo perdere, perché ne andrebbe di noi stessi. Ti ho vista due volte, Nadežda Jakovlevna, quando controllavo gli intellettuali per conto del ministero della Cultura. Eri nella penombra in un’epoca di lupi. La prima volta fu nel 1919 in un locale in cui parlavamo di poesia, di libri, di politica e di rivoluzione. Tu avevi i capelli che si accendevano agli incerti bagliori delle lampade e i tuoi occhi puliti sembravano lavanda in un mazzo di calle, perché avevi la pelle chiara in quella notte di ferro. Io ti guardavo, cercando il tuo consenso, ma tu eri tutta concentrata su di lui. Lo stavi già aspettando. Io mi chiedevo cosa ci trovassi in uno che parlava così lentamente, aveva le spalle incurvate e le gambe troppo lunghe. Era troppo magro per la tua bellezza. Troppo serio per i tuoi occhi incantati. Ma tu con quegli occhi seguivi le sue labbra, era il segno che non c’erano speranze. Lo so che quando una donna guarda le mani e le labbra di un uomo quell’uomo è già stato scelto. E tu gli guardavi le labbra, da cui uscivano parole gravi, simili ai metalli nelle miniere. Rilucevano nella tenebra e veniva subito voglia di incastonarle in un gioiello, tanto erano pure e grezze al tempo stesso, originarie e originali. Contenevano tutto lo spessore del mondo, fino al centro della terra e ritorno.

Per questo dovevano essere conservate e tu avevi già deciso di incaricarti di quel compito. Per questo eri così attenta a intercettare le sue parole in mezzo a tutti quei suoni virili e notturni e riuscivi già a distinguerle perfettamente, come se avessi affinato quell’abilità con una lunga pratica. A qualcuno che ti suggeriva di startene al sicuro, tu rispondesti che non volevi stare al sicuro ma volevi stare con lui, e così nel 1921 eravate marito e moglie e un anno dopo Mosca vi spalancò le braccia. Perciò la seconda volta che ti ho vista eri sua moglie, e io lo tenevo d’occhio perché sapevo che credeva più nella poesia che nel regime, ed era forse il più bravo, anche se scriveva versi falsi, o così almeno credevo a quel tempo. Eravamo in un teatro, per una lettura di poesia.

C’erano tutti i migliori. Non poteva mancare l’uomo dai versi di pietra e di cristallo, di carbone e diamante, di metallo e di terra. C’erano già troppi occhi offuscati dalla menzogna e dall’ideologia, e la poesia faticava a farsi largo in quel silenzio falso. Tu eri lì a guardarlo e ad ascoltarlo, il tuo corpo si sporse in avanti quando entrò sulla scena pronto a leggere la poesia che aveva scelto. Nessuno sapeva quale, neanche tu. Per questo eri così curiosa. Aveva scelto una poesia su Dio, forse quella contenuta in Tristia, che dice: «Gesù!» – dissi per sbaglio, e nemmeno / pensai che a dirlo erano le mie labbra. / Il nome divino, come un grande / uccello s’è involato dal mio petto. Mentre lo ascoltavi i tuoi occhi si velarono di lacrime, quella poesia così bella suonava come un’autocondanna a morte. Almeno tu e io lo capimmo subito, anche se da prospettive opposte. Alla fine della serata glielo hai chiesto: «Osip, sai cosa ti faranno? Fra tante perché proprio quella?». Lui ti ha guardato con lo stupore del bambino che non capisce il mondo perché sa solo giocare. E ti ha risposto: «Perché è molto bella ».

Sapeva che la caduta della bellezza era l’inizio di ogni abiezione, imparava l’italiano per scoprire Dante nella sua lingua, e aveva letto nell’ultimo canto dell’Inferno che proprio perché Lucifero era la più bella delle creature di Dio, la sua bruttezza era la fonte di tutto il male dell’universo. Solo i poeti sanno che la bellezza salva il mondo dalla disperazione e quindi dalla morte. Ce n’era già abbastanza per arrestarlo, chi parla di Dio è incompatibile con la grande cavalcata della Storia, si ostina ad andare a piedi. Mentre tornavate a casa tu non hai aggiunto altro, sei rimasta in cucina quando lui era già andato a letto e l’hai imparata a memoria, quella poesia, perché era proprio bella e sarebbe stato necessario ricordarla per due motivi: per rimanere buoni, e per quando avrebbero bruciato le sue carte e le sue labbra. Da quella sera non hai più smesso. Come un conto alla rovescia accadde inesorabile ciò che doveva accadere e la causa fui io.

Nei regimi succede sempre questo alla bellezza: se la lasci libera li sgretola in un attimo, perché sempre dietro la bellezza vengono verità e speranza. E i regimi perciò la temono e la frantumano. Ebbe l’ardire di canzonare il regime nei suoi versi, non serviva altro, e nel 1938 Stalin decise di farla finita. Prendemmo lui, non le sue carte. Con sé portò solo la Divina commedia, che stava leggendo da autodidatta. Gli piaceva l’italiano e aveva capito che dopo e oltre Dante era rimasto poco da dire. Ficcasti quelle carte in un baule, che portavi con te a ogni trasloco, anche quando il freddo avrebbe richiesto di bruciarle per scaldarti un po’ il corpo. E le imparavi a memoria, prima che qualcun altro le bruciasse. Scandendo quei versi, soprattutto la notte, ti univi a lui e ne proteggevi l’essenza di uomo: la sua impalcatura di ossa, la sua struttura di carne, il suo cuore, il suo cervello e l’indistruttibile spirito che era rimasto incastrato felicemente in quei versi.

Le tue lettere non avevano risposta. Chissà dov’era, chissà se aveva freddo, chissà se aveva una matita per scrivere, chissà se aveva ancora il suo Dante per non morire. Poi presero anche le sue carte e le bruciarono, perché nulla rimanesse di lui. Le tue lettere cominciarono a tornare indietro. Fu allora che lo facesti risorgere ripetendo ogni notte le sue poesie, per anni, per paura di dimenticarle. Non ci fu il tempo per piangerlo, perché era troppo il lavoro da fare per tenerlo in vita, sapergli l’anima e il corpo a memoria. E adesso io dalla stanza accanto alla tua, quella da cui spio i tuoi movimenti per scovare altri nemici, nella quiete della notte, quando la vita degli uomini è finalmente disposta a tradirsi, sento la tua voce di speranza. Pronunci quei versi con le tue labbra ancora belle anche se invecchiate per la stanchezza e il freddo, per un amore troppo breve ma così profondo da riaffiorare ancora oggi sulla tua bocca, come i fiumi sotterranei che si fanno strada nella roccia per dissetare uomini a chilometri e chilometri di distanza dalla loro origine. Per questo ho deciso di tacere e di imparare anche io quei versi. Ho deciso di tradire il regime e non te. Ho letto tutta la vostra corrispondenza e ne conserverò il segreto per voi due. Piansi quando lessi quello che gli scrivevi: «Ora non guardo nemmeno più il cielo. A chi mostrare le nuvole che scopro? […] Ricordi com’è buono il pane quando compare per un miracolo e lo si mangia in due?».

Con la tua voce, con le tue labbra, lui era al sicuro. E quando leggo i suoi versi ancora oggi è la tua voce che sento, io che di lui non so neanche quale sia l’ultima cosa che ha visto (la neve, un cielo azzurro o la luna?) e che terribili torture gli sia costata, anche per colpa mia, la sua bella poesia su Dio. Nadežda, io vorrei che una donna mi amasse con la tua stessa voce, tanto da farmi esistere con quella, tanto da farmi vivere per sempre. Imparandomi a memoria. Parola per parola. Semplicemente per lo stesso motivo per cui lui morì: per la bellezza. A quel Dio a cui dedicò la sua condanna io chiedo pietà e misericordia per un uomo che non si è dimenticato di lui in tempi oscuri, per una donna che non si è dimenticata di lui in tempi disperati. Sappi, Nadežda, che gli hai salvato la vita. Anche quando noi lo abbiamo distrutto, sapeva che tu lo stavi salvando, anche dalla sua prigionia: « Mi sei diventata così vicina che parlo tutto il tempo con te, ti chiamo, mi lamento con te » . Eppure tu a chi sei stata fedele? A lui o alla sua Musa? E c’è differenza? Il tuo amore salvò ciò che lui aveva ed era. E amare non è forse essere custodi del destino di un altro? Un regime non vale un amore come il vostro. È proprio la Storia che noi avevamo trasformato in una religione ad avervi dato ragione, Nadežda.

https://www.avvenire.it/agora/pagine/si-impara-a-memoria-lamore-del-poeta

La slealtà dell’epoca moderna

Annota Clemente Rebora in una pagina del suo Diario intimo:
«Scandalo da giovanissimo: l’ambiente mi mostrava, col suo procedere che appariva naturalmente virtuoso, come senza Cristo, e anzi contro la Chiesa che insidiava e impediva il progresso umano e della patria (…), si poteva fare bene, e meglio.
Un giorno mi balenò una spiegazione: alla stazione di smistamento di Milano stavo osservando le manovre dei treni merci, o in formazione: una locomotiva retrocedeva con una fila di carrozzoni, e a un tratto frenava arrestandosi, già sganciati tre o quattro in coda, per l’impulso ricevuto continuavano a correre sulle rotaie senza bisogno di trazione, fino a che però, via via rallentando, a un dato punto si fermarono. Allora pensai: qualcosa di simile a queste persone: sganciate da generazioni a fondo cattoliche, caduti i principii, agiscono ancora le consuetudini; ma il rallentamento si scorge già in noi figli, appena appena battezzati (…), poi lasciati alla deriva laica, con immenso sbandamento o dramma; e i miei nipoti neppure battezzati. Fin che venne la ripresa a Cristo…».

Da tempo, nei suoi interventi e nei suoi libri, don Julián Carrón sottolinea il rischio del formalismo: un attaccamento non alla Presenza di Cristo, ma ai valori da lui portati. La frase di Kant, come egli ricorda spesso, non rappresenta solo un proposito sistematicamente perseguito dall’Illuminismo, ma una “tentazione” che rischia di far crollare anche noi cristiani: «Si può tranquillamente credere che se il Vangelo non avesse insegnato prima le leggi etiche universali nella loro integra purezza, la ragione non le avrebbe conosciute nella loro compiutezza, sebbene adesso, dato che ormai esistono, ognuno può essere convinto della loro giustizia e validità mediante la sola ragione».
In un tempo, gli inizi degli anni Ottanta, di grande fervore di attività «associativa, operativa, caritativa, culturale, sociale, politica», ricorda Carrón, don Giussani ebbe modo di sottolineare che «all’inizio del movimento, nei primi anni non si costruì sui valori che Cristo ci aveva portato, ma si costruì su Cristo, ingenuamente fin quando volete, ma il tema del cuore, il movente persuasivo era il fatto di Cristo, e perciò il fatto del suo Corpo nel mondo, della Chiesa».
Seguendo l’itinerario già intrapreso da Carrón nel suo La bellezza disarmata, proponiamo di seguito un testo di Romano Guardini, tratto dal volume La fine dell’epoca moderna, come contributo ad approfondire la questione accennata nelle righe precedenti.
«Abbiamo visto che dall’inizio del tempo moderno si viene elaborando una cultura non-cristiana. Per lungo tempo la negazione si è diretta solo contro il contenuto stesso della Rivelazione; non contro i valori etici, individuali o sociali, che si sono sviluppati sotto il suo influsso. Anzi, la cultura moderna ha preteso di riposare precisamente su quei valori. Secondo questo punto di vista, largamente adottato dagli studi storici, valori come ad esempio quelli della personalità e dignità individuale, del rispetto reciproco, dell’aiuto scambievole, sono possibilità innate nell’uomo, che i tempi moderni hanno scoperto e sviluppato. Certamente la cultura umana dei primi tempi del cristianesimo ha favorito la loro germinazione, mentre nel Medio Evo sono state ulteriormente sviluppate dalla preoccupazione religiosa per la vita interiore e la carità attiva; ma poi questa autonomia della persona ha preso coscienza di sé ed è divenuta una conquista naturale, indipendente dal cristianesimo. Questo modo di vedere si esprime in molteplici forme ed in modo particolarmente rappresentativo nei diritti dell’uomo al tempo della Rivoluzione Francese.
In verità questi valori e queste attitudini sono legati alla Rivelazione, la quale si trova in un particolare rapporto riguardo a ciò che è immediatamente-umano. Discende dalla libertà della grazia divina, ma attrae l’uomo nella sua economia e ne nasce la struttura cristiana della vita. Così si liberano nell’uomo delle forze che sono per sé “naturali”, ma non si svilupperebbero al di fuori di quell’economia. L’uomo diviene consapevole di valori che per sé sono evidenti, ma divengono visibili solo in quell’atmosfera. L’idea che questi valori e questi atteggiamenti appartengano semplicemente alla evoluzione della natura umana, mostra di misconoscere il vero stato di cose; anzi, bisogna avere il coraggio di dirlo apertamente, conduce ad una slealtà che all’osservatore attento appare caratteristica dell’immagine dell’epoca moderna.
Il carattere di persona è essenziale all’uomo, ma esso diviene visibile allo sguardo ed accettabile alla volontà, quando, in grazia della adozione a figli di Dio e della Provvidenza, la Rivelazione schiude il rapporto col Dio vivo e personale. Se ciò non avviene si può avere coscienza dell’individuo ben dotato, elevato, creatore, ma non della autentica persona, che è determinazione assoluta di ogni uomo, al di là di tutte le qualità psicologiche o culturali. La conoscenza della persona è perciò legata alla fede cristiana. La persona può essere affermata e coltivata per qualche tempo anche quando tale fede si è spenta, ma poi gradatamente queste cose vanno perdute.
Lo stesso accade per i valori in cui la consapevolezza della persona si sviluppa. Così accade, ad esempio, di quel rispetto che non va ad un dono particolare o ad una situazione sociale, ma al fatto in sé della persona, alla sua qualità di essere unico, insostituibile, inalienabile, in ogni uomo, comunque egli sia disposto e proporzionato… O di quella libertà, che non significa la possibilità di espandersi e vivere in piena misura, ed è per ciò riservata all’uomo privilegiato in sé o socialmente, ma è la capacità che ogni uomo ha di decidersi e di essere così padrone del suo atto e in tale modo padrone di se stesso… Ovvero di quell’amore verso l’altro uomo che non significa la simpatia, l’aiuto reciproco, il dovere sociale, ma la capacità di dar l’assenso al “tu” nell’altro e di essere in tal modo “io”. Tutto ciò resta vivo fino a quando resta vitale la conoscenza della persona. Ma quando essa impallidisce, assieme al rapporto cristiano con Dio, scompaiono anche quei valori e quelle attitudini.
Il non avere riconosciuto questi rapporti, l’aver rivendicato a sé la persona ed il mondo dei valori personali, sopprimendo la Rivelazione cristiana, che ne costituisce la garanzia, ha generato quella slealtà interiore di cui abbiamo parlato. Tutto ciò si è del resto rivelato in modo graduale. Il classicismo tedesco si regge su valori ed atteggiamenti che sono già vaghi. La sua nobile umanità è bella, ma manca della suprema radice di verità, poiché rifiuta la Rivelazione dei cui effetti purtuttavia si nutre tutta. E così, già nella generazione seguente il suo atteggiamento umano comincia ad impallidire. E non perché si trovasse ad un livello meno elevato, ma perché di fronte all’irrompere del positivismo la cultura della persona, tagliata dalle sue radici, si rivelò impotente.
Questo processo è ulteriormente proseguito, e quando improvvisamente fece irruzione il sistema di valori degli ultimi vent’anni, in così stridente contrasto con tutta la tradizione culturale moderna, la subitaneità e la contraddizione furono solo apparenti: in realtà si era rivelato un vuoto che esisteva ormai da lungo tempo. L’autentica personalità, assieme al suo mondo di valori e di atteggiamenti, era scomparsa dalla coscienza col rifiuto della Rivelazione.
Il tempo che viene creerà qui una chiarezza terribile, ma salutare. Nessun cristiano può rallegrarsi dell’avvento di una radicale negazione del cristianesimo. Poiché la Rivelazione non è una esperienza soggettiva, ma la verità assoluta, manifestata da Colui che ha anche creato il mondo; ed ogni ora della storia che rende impossibile l’influsso di questa verità è minacciata nel suo intimo. Ma è bene che si metta a nudo quella slealtà. Poiché allora si vedrà quale è effettivamente la realtà, quando l’uomo si è distaccato dalla Rivelazione, e vengono a cessare i suoi frutti».
Romano Guardini, La fine dell’epoca moderna, 1950

 

Leggi di Più: Guardini, Rebora e la slealtà dell’epoca moderna | Tempi.it
Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook

La mia crepa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «È cruciale per ciascuno di noi: il giorno in cui non ci rendessimo più conto della nostra infermità e della nostra miseria, non ci renderemmo nemmeno più conto della grazia di avere Qualcuno che possa guarire le nostre ferite. Non avremmo più bisogno di Cristo». (Julián Carrón da Dov’è Dio?, conversazione con Andrea Tornielli, Piemme). Prima ho sottolineato questa frase, poi ho fatto un orecchio alla pagina – con la brusca confidenza che ho con i libri che mi diventano cari – poi la ho ricopiata.
Dall’adolescenza, e forse anche da prima, ho sempre avuto l’idea di essere nata con qualcosa di sbagliato. Qualcosa che non funzionava a dovere, come se io fossi stata una casa e quell’errore una profonda crepa in un muro portante, come se io fossi stata un argine, e quell’errore una falla da cui l’acqua poteva penetrare. Mi pareva che i miei amici non avessero quella crepa in sé, oppure che non se ne dovesse parlare. Che ci si dovesse mostrare sereni, positivi, vincenti, o magari anche arrabbiati, ma solo con la società e lo Stato e l’ordine costituito, cioè verso qualcosa di esteriore. Io invece non ero arrabbiata con il mondo, non andavo in giro per Milano alzando il pugno. Era in me, quel taglio che mi ricordava la tela lacerata dei quadri di Fontana. Ma, insomma, era evidente che non se ne doveva parlare. Era il male di vivere descritto da una poesia di Montale: «Era il rivo strozzato che gorgoglia, era la foglia riarsa, era il cavallo stramazzato», studiammo a scuola – ma nessuno in classe avanzò il dubbio che si stesse parlando di noi.
Da ragazza al mattino mi guardavo allo specchio, mi sorridevo, pensavo alla mia crepa e mi dicevo: via, di che ti preoccupi, sei giovane, sei bella. Crescendo però la crepa pareva approfondirsi, nera sul mio muro bianco interiore. Si allargò, si fece malinconia: poi patologica, severa depressione. Andai da dei medici, mi curarono, mi sentii meglio; poi di nuovo, a intermittenza, la crepa si evidenziava, dolente, e sussurrava: non sei guarita, non lo sarai mai. Continuavo a non parlarne con gli amici, col pudore con cui non si parla degli affetti più intimi, o del sesso.
Lessi Mounier. «Dio passa attraverso le ferite», scriveva. Ci riflettei: che fosse, la mia crepa, un pertugio in una parete impermeabile, una lacerazione necessaria? Poi me ne dimenticai, attenta a dosare con cura sempre nuovi farmaci che mi acquietassero quell’ora sordo, ora aspro dolore. Dolore come per una irrimediabile mancanza, come per una radicale struggente nostalgia. E il mondo attorno a me, dentro a quell’inguaribile dolore: «Era il rivo strozzato che gorgoglia…».
Malattia, sensibilità patologica, o che cosa? Da tempo mi sono rassegnata a non cercare più un nome alla mia crepa. È lì, e, direi, con gli anni, più spaccata e più nera. Però stasera, leggendo, quella frase mi ha toccato nel punto più dolente, e mi ha commosso. Perché quella ferita? Se non ci fosse, io fisicamente sana, io non povera, io fortunata, non avrei bisogno di niente. È una salvezza, quel muro spezzato, quella falla. Da cui un fiotto di grazia, incontrollato, può entrare e fecondare la terra inaridita e dura.

 

Leggi di Più: La mia crepa | Tempi.it
Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook

Nella speranza é la grande bellezza

Nella speranza è la grande bellezza
Angelo Scola sabato 21 ottobre 2017
Esiste un nesso fra la virtù teologale e lo splendore della vita, che genera la meraviglia del cuore e avvicina alla verità. L’intervento del cardinale alla Settimana della bellezza di Grosseto

Nella speranza è la grande bellezza
La bellezza è lo «splendore della verità» dicevano gli antichi. Un bel paesaggio, una compagnia significativa, una coltivazione della terra ben riuscita, l’esito del lavoro paziente e accurato di un artigiano, un’opera di architettura, di scultura, di pittura, di poesia, di musica, ma soprattutto il miracolo sempre sorprendente di una nascita, o la dolcezza dell’amore vero tra l’uomo e la donna, l’energia con cui si sta dentro una prova legata alla salute, alla morte… In tutte queste manifestazioni della vita brilla (splendore) la verità. La verità, infatti, non è anzitutto un discorso o un insieme di formule logicamente ben compaginate. Ha piuttosto a che fare con la meraviglia con cui la bellezza si impone allo sguardo, fino a raggiungere il cuore di ogni uomo. Come tutte le dimensioni profonde della nostra persona – penso al conoscere, all’amare, al credere… – anche lo sperare presenta due importanti caratteristiche.

Anzitutto la speranza non possiamo darcela da noi e, in secondo luogo, non possiamo guadagnarla una volta per tutte. Cosa intendo dire? Un grande scrittore francese, Charles Péguy, ha dedicato un’affascinante opera poetica al tema della speranza. Dice il poeta: «Per sperare… bisogna essere molto felici, bisogna… aver ricevuto una grande grazia». C’è un antefatto della speranza ed è la gioia di aver ricevuto un dono, «uno stato di grazia». Péguy, infatti, la rappresenta come una virtù bambina. A essa si lega sempre un elemento di totale gratuità, come il gioco libero e imprevedibile di un bimbo. Per questo la ‘piccola’ speranza, per camminare, ha bisogno di essere tenuta per mano dalle sorelle maggiori, la fede e la carità. Anche se – a ben vedere – con i suoi scatti, i suoi salti, i suoi guizzi è lei che finisce per segnare la strada. Ma il percorso tracciato dalla virtù bambina è pieno di sorprese, non lo si può possedere in anticipo, domanda un impegno sempre rinnovato, una ginnastica del desiderio, per dirla con sant’Agostino. Lo capiscono bene il papà e la mamma di fronte alla bellezza della nascita di un figlio: non se lo danno da sé, lo ricevono da Dio («ho ricevuto un figlio grazie al Signore», Gn 4,1) ma, nello stesso tempo, ogni genitore sa che dovrà seguire il percorso imprevedibile di quel figlio (dono) lungo tutta l’esistenza, perché la bellezza originaria mantenga le promesse destate.

Nei nostri progenitori l’impegno dell’uomo col suo futuro, col «per sempre» viene dissolto dalla rottura della relazione tra l’uomo e Dio. Emerge con forza la caducità umana ultimamente segnata dall’esperienza della morte. Questa si mette di traverso sulla linea della storia personale e sociale e sembra così vanificare ogni umano tentativo. Fragilità, contraddizioni, peccato – anticipi di morte – sembrano spegnere, col passare del tempo, il garrulo gioco della piccola speranza. Dove va a finire l’incoercibile anelito al «per sempre»? Non subentra piuttosto, nella nostra vita, uno smarrimento che immalinconisce e può condurre fino alla di-sperazione? In ogni caso, la prospettiva che dovremo morire non riduce forse bellezza, speranza, felicità a qualche eccezionale ‘bel giorno’ nel cielo brumoso della nostra esistenza quotidiana? Come usiamo la nostra libertà di fronte al «rumore di fondo» della morte (Michel Houellebecq)? Ma, in un puntuale momento della storia, irrompe l’annuncio degli angeli agli amici di un uomo morto sfigurato sulla croce: «È risorto, non è qui… vi precede in Galilea. Là lo vedrete» (cfr Mc 16,6-7).

Gesù Cristo compie fino in fondo l’esperienza della morte, ma la sua morte possiede un carattere del tutto singolare. Non è come la nostra comune morte, perché è la morte di Uno che poteva non morire e che, in forza di questo, «ingoia la morte dal di sotto», come dice San Paolo (cfr 1Cor 15,54). Gesù Cristo risorge. Con Lui risorge, definitivamente, la speranza. Le riflessioni fatte fin qui non ci portano a disprezzare le speranze terrene che, sul piano culturale, tecnico, scientifico, e forse anche sul piano morale, gli uomini possono attuare. A patto che esse non nascondano la loro natura secondaria, cioè la necessità di tendere, direttamente o indirettamente, alla forma radicale e vittoriosa della speranza cristica. Alla morte è strappato il suo pungiglione velenoso. In essa siamo chiamati a rispondere con l’atteggiamento più potente della nostra libertà: l’abban-dono al Padre che ci crea. La storia della Chiesa ci ha insegnato una strada sicura per fare questa sbalorditiva esperienza: la gratuità di una carità che alla fine legittima la fede. Quanti santi, non solo canonizzati, ma anche sconosciuti, quante madri, quanti padri, quanti uomini di buona volontà non hanno rinunciato a impegnarsi con l’altro anche quando questa scelta, umanamente parlando, sembra non giovare a nulla. Nell’accompagnamento dei moribondi, dei vecchi, degli incurabili, degli scartati, nella condivisione della sofferenza, la società dei peccatori si trasforma. Qui si intravedono i primi bagliori della bella speranza che apre alla risurrezione nel nostro vero corpo. La vita vince!

 

https://www.avvenire.it/agora/pagine/speranza