Ragioni di un impegno per il bene di tutti

RAGIONI DI UN IMPEGNO PER IL BENE DI TUTTI
Il volantino di Comunione e Liberazione sulle prossime Elezioni Amministrative dell’11 giugno 2017
24.05.2017
Tutti siamo chiamati in causa dalle Elezioni Amministrative dell’11 giugno, non solo coloro che già sono impegnati in politica ai vari livelli o che si candideranno.
Nelle persone e nelle realtà sociali sembra dominare il pessimismo, alimentato molto dall’incertezza. Ci sono tutti i problemi che vediamo: la crescita della povertà; l’assenza di riferimenti nella società civile e di proposte capaci di incidere nella vita reale delle persone, nei bisogni di chi ha una famiglia o cerca un lavoro; l’afflusso apparentemente incontrollabile dei migranti, che contribuisce ad aumentare il sentimento di insicurezza; l’emarginazione, gli anziani, la carenza di alloggi per i meno abbienti e le giovani coppie, la crisi dell’educazione e il degrado degli edifici scolastici, la carenza di impianti sportivi adeguati, l’inquinamento e il verde pubblico, il problema dei trasporti. Sono solo alcune delle questioni con cui ci dobbiamo confrontare ogni giorno; volenti o nolenti, fanno parte del tessuto della nostra vita quotidiana. A tutto questo si aggiunge un’ulteriore incertezza legata a una disistima e sfiducia nelle istituzioni.
In questo contesto, il rischio è che prevalga il disinteresse o una reazione istintiva, un “non giudizio” o l’idea di abbattere chi è al potere, perché gli si attribuisce tutta la responsabilità delle cose che non vanno. Una crescente cultura del sospetto e dell’incertezza blocca ogni proposta di cambiamento e demolisce tutto quello che nasce da un’appartenenza ideale, da una tradizione e da una storia, di qualsiasi colore e credo. Mentre quello di cui oggi c’è più urgenza è di soggetti che possano – nel piccolo o nel grande – incontrarsi, dialogare e fare delle proposte credibili.
Da dove ripartire? (…)

Leggi tutto il volantino al seguente indirizzo:

https://it.clonline.org/news/attualità/2017/05/24/elezioni-amministrative-2017-comunione-e-liberazione-ragioni-di-un-impegno-per-il-bene-di-tutti#prettyPhoto

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Introdotti alla realtà

Marco Montrasi29.05.2017
Studiare Medicina esige enorme dedizione. Il processo di selezione è il più combattuto, il clima di competizione è continuo durante tutti i sei anni di corso, e alla fine ci sarà una lotta sui posti per le specializzazioni mediche.

A dicembre 2016, una delle riviste scientifiche mediche più blasonate del mondo (JAMA. 2016) ha reso noto che, in media, il 27% degli studenti di Medicina presentano i sintomi della depressione. Questo tema è tornato alla luce di recente, quando, solo nei primi tre mesi di quest’anno, si sono verificati quattro tentativi di suicidio al quarto anno del corso di Medicina dell’Università di San Paolo (USP), il più ambito del Paese. L’istituzione si è mobilitata per cercare altre persone a rischio e pensando come intervenire.

In mezzo a questa situazione, un gruppo di studenti cattolici dello stesso quarto anno (che conta 175 alunni) ha organizzato un evento pubblico con un professore di Psichiatria, intitolato: “Il nostro volto nella facoltà”. L’evento era un piccolo dettaglio nel ventaglio di proposte che i fatti stavano generando. Tuttavia, non è passato inosservato. Il loro movente è stato ben chiaro ancora prima dell’evento: «Il nostro gesto pubblico è per portare il contributo che la fede può dare in questa situazione di malessere dell’uomo di oggi». All’evento, la platea era fondamentalmente costituita da alunni e da professori, alcuni tra i più titolati dell’Università. La proposta è stata ben diversa da ciò che veniva offerto in quei giorni e parlava di una grande risorsa che abbiamo tutti ma che non utilizziamo mai: la nostra esperienza. «Che cosa è questa cosa tanto semplice e banale che chiamiamo esperienza umana? Cosa accade in me quando mi rendo conto di essa?». Ci sono state testimonianze, domande e risposte. Alla fine, la psicologa responsabile dell’assistenza agli studenti ha cercato quel gruppo di ragazzi che avevano organizzato la cosa dicendogli: «Venite ad aiutarmi con questo vostro metodo della esperienza». In mezzo a quell’ambiente scientifico, competitivo, dove non mancano le analisi, un piccolo gruppo di studenti ha portato una novità semplicemente parlando della necessità di imparare a fare esperienza: non esiste una circostanza buona e una cattiva, ma con tutto si può imparare e crescere, cioè imparare a ricercare e trovare il proprio volto dentro il quotidiano.
La facoltà di Medicina all’Università di San Paolo, Brasile
La facoltà di Medicina all’Università di San Paolo, Brasile
”Stiamo insieme”: una scritta degli studenti del IV anno di Medicina a San Paolo”Stiamo insieme”: una scritta degli studenti del IV anno di Medicina a San Paolo
Questo fatto verificatosi poche settimane fa descrive la situazione che viviamo e rivela una novità: ci troviamo di fronte a circostanze difficili da interpretare, davanti alle quali molte volte non sappiamo come muoverci, e questo non riguarda solo gli adolescenti o i giovani. È evidente che esiste un malessere, un’incapacità di vivere e, di conseguenza, una ricerca di soluzioni che nella maggioranza dei casi si mostrano insufficienti. Da qui nasce un grido sordo, soffocato perché non si ha il coraggio di manifestarlo, che facilmente diventa disperazione. Ma di cosa è segno questo grido? È come se non riuscissimo più a sopportare l’insoddisfazione, la mancanza di senso, il disinteresse. È il grido di chi ha bisogno di una strada per poter vivere. In fondo, è quel grido di desiderio di infinito che tutti portano dentro di sé e che ha bisogno di una risposta. Per questo, la grande parola che si deve riscoprire è la parola “educazione”.

Perché “educazione”? Un grande teologo, Jungmann, citato recentemente da papa Francesco, definiva l’educazione come «introduzione alla realtà totale». Ma entrare nella realtà totale non significa conoscere tutti i dettagli infiniti del mondo, non è questa l’idea di totalità. Io ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a percepire il significato di quel pezzo di realtà che ho da vivere: lo studio, il lavoro, le preoccupazioni, l’amore, il futuro… Io sono esigenza di una risposta totale, cioè, di una risposta che giunga fino al profondo, fino a trovare un significato.
Papa Francesco in Brasile nel 2013 per la GmGPapa Francesco in Brasile nel 2013 per la GmG
Educare non è trasferire nozioni. Se pensiamo concretamente a cosa sia stata l’educazione per noi, ciascuno vedrà che è stato essere introdotti a qualcosa di nuovo che è diventato proprio, generando una crescita personale. Non è stato l’aver incontrato qualcuno che ci ha passato definizioni o nozioni, ma qualcuno che ci ha aperto una ferita, perché non ci ha lasciato più tranquilli. Una non-tranquillità buona, che ha aperto una strada nuova e che ha destato la mia umanità che era addormentata. L’esperienza dell’educazione è questo: incontrare qualcuno che non mi lascia tranquillo perché mi apre a una cosa nuova, spalanca le dimensioni del mio cuore e aumenta in me la capacità di contenere qualcosa, come un bicchiere che aumentasse di dimensioni e potesse contenere di più. Per questo è drammatico, per questo è una ferita: perché aumenta la sete, di bellezza, giustizia e verità.

L’educazione si può paragonare con l’esperienza che uno fa quando è perduto e qualcun’altro mostra la strada. Quando incontri qualcuno così, in queste circostanze, facilmente dici: «Questo è un angelo»; e vorresti baciarlo e abracciarlo. Perché? Perché senza di lui tu non saresti arrivato a un altro luogo nuovo, dove avevi bisogno di andare e, più importante, dove adesso puoi tornare con le tue gambe. Educazione, con tutte queste sfumature, è essere introdotti al significato di una realtà, e questo genera l’esperienza della crescita: cresce qualcosa in me, qualcosa di me si sveglia, scopro il mio volto – per tornare all’episodio degli alunni della USP -. È l’esperienza fisica di sentirmi più grande perché divento più “io”.
L’educazione accade quando uno ti insegna un metodo, cioé un cammino. Quando parliamo di educazione, di che cosa parliamo? Di persone che incontriamo. Possiamo usare, qui, la parola “maestro”. Se ci pensiamo un attimo, ciascuno di noi potrà identificare nella propria vita un maestro. Chi è stato questo maestro? È stato qualcuno che ti ha fatto entrare nel significato di una realtà, qualcuno che ti ha insegnato un cammino, qualcuno che ti ha insegnato un metodo per crescere. Il maestro ti conduce a un’altra realtà che sta “al di là” di se stesso, qualcosa di affascinante che ti fa desiderare andargli dietro per conoscere di che si tratta. E per questo quella persona ha uno sguardo che brilla, per questo affascina. Generalmente, dopo un po’ di tempo, non ci ricordiamo di quelle persone sagge o intelligenti che vivono di luce propria, i “gurú”, gli illuminati per se stessi. Esistono molte persone così, ma questo fascino passa presto. Ricordiamo e restiamo segnati da persone che hanno negli occhi un orizzonte, un’altra realtà che va oltre, un “altro” che loro stesse seguono, e questo le fa brillare. Non solo i giovani, ma anche noi adulti sentiamo la mancanza e abbiamo bisogno di queste persone oggi.
Il maestro ti conduce a un’altra realtà che sta “al di là” di se stesso, qualcosa di affascinante che ti fa desiderare andargli dietro per conoscere di che si tratta
Nel libro La bellezza disarmata, Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, cita questo poema di Tagore, che esprime tutta la sfida dei tempi di oggi che è amare la libertà: «In questo mondo coloro che m’amano cercano con tutti i mezzi di tenermi avvinto a loro. Il tuo amore è più grande del loro, eppure mi lasci libero». Quando c’è questo amore, il giovane lo riconosce, perché riconosce uno che gli dà lo spazio per crescere.
La presentazione di ”A beleza desarmada” a San Paolo, l’11 settembre 2016, con Julián Carrón La presentazione di ”A beleza desarmada” a San Paolo, l’11 settembre 2016, con Julián Carrón
Questa è la sfida che i giovani ci lanciano e che noi adulti abbiamo il dovere di accettare: «Scommettere sulla capacità del giovane di sapere giudicare», afferma Carrón nel suo libro. Questa è la cosa più affascinante, e che spesso ci manca. Manca in noi la fiducia nella capacità che i giovani hanno di sapere giudicare, la fiducia che essi hanno in sé qualcosa che possono cominciare a usare. Quando qualcuno li guarda così, quando un giovane è guardato così, si sveglia qualcosa dentro di lui, diventa più libero. Quando io sono libero per scommettere tutto su una persona – perché so che ha un cuore (quella sete di bellezza, di giustizia e di verità) col quale può comparare tutto quello che accade e giudicare -, io sono libero e lei pure diviene più libera. Ma ciò comporta un rischio.

Cosa può generare questa fiducia che sa rischiare? Cosa genera questa visione del futuro al punto di saper educare con pazienza e libertà, e, così, scommettere su questa capacità che il giovane ha, anche sbagliando, di trovare qualcosa di vero, non desistere, tornare il giorno seguente e non scoraggiarsi? È l’esperienza nel presente di qualcosa che è certo, vivo e vero, qualcosa che in primo luogo genera in noi una sovrabbondanza e una speranza. Solo con una certezza così, che sostiene tutto il futuro, senza che siamo dominati dal timore e dall’incertezza, possiamo avere questa pazienza instancabile. Questo si chiama speranza.
E solo con speranza è possibile costruire e dare il tempo perché l’altro possa capire. Abbiamo un esempio chiaro di ciò oggi: papa Francesco. O è un visionario o vive poggiato su una Presenza che gli dà la certezza rispetto a tutto il futuro, pur con tutte le domande che la storia presenta. Solo con la certezza di Qualcuno che mi aspetta io riesco a non scoraggiarmi quando cado e posso tornare a camminare e riprendere la strada. Questa esperienza nel presente genera energia creativa in chi educa.
Solo con la certezza di Qualcuno che mi aspetta io riesco a non scoraggiarmi quando cado e posso tornare a camminare
Tutta questa energia creativa viene da qualcosa che accade nel presente, che noi adulti possiamo scoprire. Quegli alunni di Medicina l’hanno chiamato «il contributo della fede. Loro hanno fatto una proposta. È un momento di emergenza perché è necessaria una lealtà, la lealtà di una ricerca. Devo cercare se esiste qualcuno che vive con questa speranza e con questa certezza. E, se questo mi interessa, andare fino in fondo, fino a scoprire cosa rende possibile vivere così, come chi ha scoperto un metodo che lo rende capace di vivere.

«È sufficiente una candela accesa per illuminare la notte più scura», diceva papa Francesco. Questo sono stati quegli alunni di Medicina della USP che, di fronte alla notte oscura del dramma di tanti colleghi, si sono resi protagonisti di una novità, andando dietro a chi non era rimasto dominato dal timore, ma ha proposto un cammino per una certezza e per una speranza.

Di fronte ai problemi di quell’“io” che non riesce a trovare pace, abbiamo bisogno di seguire queste “candele” con semplicità e decisione, senza restare rinchiusi in quello che giá sappiamo.

https://it.clonline.org/news/attualità/2017/05/29/educazione-brasile-medicina

Fedeli allo stupore

CHIRURGHI (E UOMINI) FEDELI ALLO STUPORE
In questi giorni ricorre l’anniversario della scomparsa del grande amico di don Giussani. Qui la testimonianza di chi con lui, in sala operatoria, ha imparato ad essere libero. Come quella volta che per un caso gravissimo…
Fabio Catani*25.05.2012
Il 26 maggio ricorre il 13° anniversario della morte di Enzo Piccinini (1951-1999), noto chirurgo e grande amico di don Luigi Giussani, tra i responsabili di Comunione e Liberazione. Morì in un incidente stradale la notte del 26 maggio 1999.
Per la ricorrenza la Fondazione a lui intitolata ha pubblicato gli Atti del Convegno “Maestri del nostro tempo nel campo della cura, dell’assistenza e dell’educazione”, svoltosi il 26 ottobre scorso, durante il quale è stato conferito ad Elvira Parravicini il secondo Premio Piccinini per l’opera da lei svolta al Morgan Stanley Children’s Hospital di New York (di cui parleremo nel prossimo Tracce di giugno).
Pubblichiamo qui di seguito uno stralcio dell’intervento che fece in quell’occasione il professor Fabio Catani dal titolo “La lezione umana e professionale di Enzo Piccinini nella cura del malato”.
Sono stato invitato a testimoniare l’amicizia e l’esperienza umana che ho vissuto con il dottor Eugenio Enzo Piccini, per me semplicemente Enzo, nel periodo più importante della mia vita, quello universitario da studente e l’inizio della mia carriera universitaria e assistenziale. Questo invito mi ha colpito profondamente ed ho aderito con grande trepidazione perché dal 1999, quando Enzo è stato accolto dal Nostro Padre, ho parlato pubblicamente di lui pochissime volte. Sono molto grato, perché questa sollecitazione degli amici della Fondazione mi ha costretto a riflettere sulla mia vita e sulla mia professione e ad approfondire le ragioni del mio lavoro di professore universitario impegnato nella didattica, nella ricerca e nell’assistenza del malato. Ragioni che nascono ed hanno profonde radici nell’educazione che ho ricevuto e che ancora desidero perseguire con passione ed impegno. Devo l’educazione cristiana che fonda tutto il mio essere di uomo e di medico all’amicizia fraterna che intensamente, quasi quotidianamente, ho vissuto per oltre dieci anni con Enzo.

Desidero per questo sottolineare quanto il rapporto con Enzo sia stato totalizzante ed incessante; non c’è stato avvenimento, circostanza bella o dolorosa, che non fosse con lui giudicata per ricercare il bene, la verità della mia e della sua vita. Tutto ciò che abbiamo fatto insieme non è mai stato per un’imposizione, né frutto di giudizi aprioristici, ma esito della condivisione della nostra personale esperienza di ricerca del vero. Il tema incessante nel rapporto con lui e quindi nel rapporto con chiunque, in particolare con il malato, il tema centrale era ed è la risposta al desiderio di compimento, di felicità, al desiderio che il limite umano e fisico, del malato, ma anche nostro, possa essere prima di tutto accolto ed abbracciato prima di essere “risolto”. Questo è un dinamismo il cui punto centrale è il rapporto umano tra medico e paziente, dove le libertà e i limiti di ciascuno sono messi in gioco per ricercare fiducia, stima, conoscenza e quando possibile cura. Nella cura del malato, nel processo di conoscenza, incessante e faticoso, nel rapporto con il malato e la malattia deve essere coinvolto tutto di noi, deve essere coinvolto ciò che più ci sta a cuore. Solo così potremo dare il massimo, cioè potremo mettere a disposizione tutto ciò che conosciamo, tutta la nostra professionalità ed approntare i processi metodologici che permettono di aumentare la nostra conoscenza e la nostra capacità di cura. Soprattutto solo così avremo la libertà di esplicitare al malato ed ai familiari il limite presente nella malattia e talvolta anche la nostra impotenza o il nostro errore.

Voglio riassumere quel rapporto di familiarità che Enzo sapeva stringere con le persone verso le quali aveva una preoccupazione educativa. Enzo non poteva “vivere” senza il calcio (e l’ho operato due volte per questo), senza scalare le montagne, stare in sala operatoria e soprattutto essere insieme, cioè vivere intensamente tutto in un’amicizia educativa. Nell’esperienza vissuta insieme in università e poi nella realtà familiare e lavorativa, quello che mi ha più colpito è che tutto ciò che Enzo proponeva come giudizio, come cammino, come impegno culturale e sociale era maturato e verificato dal rapporto totalizzante con don Giussani. La stessa sfida professionale nell’affrontare il malato oncologico spesso coinvolgeva don Giussani. Apparentemente chiedere aiuto, conforto, a un prete può sembrare un atteggiamento “clericale”. In realtà è la testimonianza più acuta che ciò che Enzo faceva era dentro un rapporto educativo che coinvolgeva tutto di lui fino alla definizione del valore di ciò che era e di ciò che faceva. Così può essere per noi: tutto ciò che facciamo è dentro un compito, che cristianamente si chiama “vocazione”. La vita ci è data per conoscere e per perseguire questa vocazione.

Vorrei citare due brani molto significativi tratti dal libro “Enzo – Un’avventura di amicizia” di Emilio Bonicelli, che descrivono il rapporto che Enzo aveva con don Giussani rispetto alla cura del malato. Enzo telefonò a don Giussani perché molto indeciso nell’affrontare un intervento chirurgico molto rischioso. Don Giussani gli rispose: «Hai fatto bene a chiamarmi, perché ci vuole una consolazione in queste decisioni. Il desiderio di questo paragone è giusto perché tutta la verità scientifica non può dare il coraggio di affrontare interamente la vita. La consolazione non risolve il problema, ma è una compagnia che rende più ovvio quello che sembra difficile», e prosegue: «Ricordati: la libertà significa non avere paura di sbagliare, non perché sei superficiale, ma perché se decidi in base alla paura di sbagliare non farai più nulla». La nostra vita professionale ed umana è proprio descritta in questo: innanzitutto nella struggente solitudine in cui sovente ci troviamo a prendere le decisioni importanti riguardo la nostra vita e la vita degli altri. La solitudine è l’anticamera della superficialità o del cinismo nella pratica clinica. L’altro aspetto è la paura di sbagliare. Cos’è che ci fa vincere l’inevitabile paura di sbagliare? Affrontare con il massimo rigore il nostro limite, per migliorare e contemporaneamente non basare tutta la nostra professionalità solo sulla nostra capacità e sul successo. La nostra professione si basa dalla valutazione accurata dei nostri errori. Errori che dobbiamo avere il coraggio di confrontare con il maestro e con i colleghi. Inoltre dobbiamo avere la consapevolezza che siamo strumenti di bene e di cura e non artefici e padroni della cura stessa. Pensate alla qualità del rapporto con il malato quando ci sentiamo noi padroni assoluti della capacità di cura rapportandoci solo con la malattia e non con il malato, oppure com’è difficile il rapporto con il malato, quando questi pretende la cura e non si affida alla cura del medico in un rapporto sincero.

Enzo ha reso partecipe don Giussani di un caso difficilissimo, molti chirurghi si erano rifiutati di operare. Enzo dopo una valutazione meticolosa capisce che c’è una possibilità di risolvere il caso con l’intervento chirurgico, e interviene…. Opera la paziente e dopo un periodo d’incertezza nel periodo post-operatorio, finalmente la malata si riprende. Enzo telefona a don Giussani: «Don Giuss, inaspettatamente le cose per Paola stanno andando bene». Don Giussani: «Perché, avevi dei dubbi?». Enzo. «Ero pieno di dubbi». Don Giussani: «Ti ringrazio perché sei stato lo strumento di un miracolo». Enzo riflette su questo e conclude: «Significa che non ho nulla di cui vantarmi, anche se l’ho salvata, guarita. Ma in fondo, questo è il senso cristiano della vita, perché il compimento non dipende da noi e questo rende liberi, non ricattati dall’esito».

Enzo desiderava e perseguiva in ogni cosa la perfezione. Era quasi “maniacale” nell’affrontare tutti i particolari e nell’attenzione che ogni cosa fosse tenuta presente. Nel “preparare” il malato, nello studio del caso aveva una meticolosità impressionante che spesso lo portava a prendere decisioni chirurgiche anche non condivise. E i risultati normalmente gli davano ragione.
C’è una frase di don Giussani nel commento della Sonata per Arpeggione e pianoforte di Schubert D821, della collana Spirto Gentil, che illumina la vita professionale di Enzo e che lui stesso mi ha indicato più volte come percorso educativo nella professione medica.
«…Ognuno di noi è fatto perché quello che Dio chiede alla sua vita – la vita come vocazione – raggiunga la perfezione e la melodia. … Chi desidera la perfezione della sua vita, la chiede, la segue ed obbedisce. .. È solo abbracciando il vero ed il bello che la nostra persona si costruisce».

Vorrei dunque dare qualche spunto su queste grandi parole.
Per essere disposti a chiedere, nel rapporto con la realtà del malato, occorre stupirsi. Spesso nel curare i malati, in sala operatoria siamo pervasi da un sentimento di ripetitività, di “già saputo”, di meccanico. Occorre invece ritrovare sempre, anche nella malattia più banale così come in quella più difficile, uno stupore nell’ascoltare, nel guardare, nel toccare, visitare, nel proporre il trattamento adeguato per quel malato. Dobbiamo vivere la semeiotica come metodo professionale costante nel rapporto con il malato e la realtà della malattia. Semeiotica cioè il segno che la malattia porta ad altro, al vero ed al bello.

Chiedere
Non s’impara un metodo, non s’impara ad interpretare la semeiotica della malattia e della vita senza maestri. Il maestro non insegna mai la risoluzione del problema, ma la metodologia corretta, insegna a guardare e a mettere insieme tutti i fattori in gioco anche quelli apparentemente più lontani per giungere al corretto trattamento.

Seguire, obbedire
L’unico modo per conoscere è seguire e obbedire, stare con il maestro, impegnando tutta la propria libertà e conoscenza, tutta la propria esperienza umana e professionale alla ricerca di un giudizio che sia di conferma o teso a nuove soluzioni.

Fare insieme
Da soli non si costruisce nulla, né tanto meno si cura il malato. Lavorare insieme ai propri colleghi è una ricchezza immensa per il confronto, il conforto e soprattutto per la ricerca comune al bene del malato.

Permettetemi di dire un’ultima cosa: la nostra professione di medici impegnati nella cura del malato, nella ricerca del vero e del bello nella realtà talvolta drammatica, faticosa o disperata del malato è una sfida affascinante e carica di tensione, di passione, di successi e di tante sconfitte. Occorre avere l’umiltà di non cessare mai di lasciarsi educare dalla realtà stessa, di lasciarsi stupire dalla sua complessità e concretezza e dalla presenza di maestri e compagni o colleghi con cui condividere questa sfida educativa e quindi conoscitiva. Devo ammettere personalmente e professionalmente di essere ancora in cammino e grazie a Dio ancora desideroso di imparare e disposto a non tirarmi indietro dalla sfida che è la nostra grande ed affascinante professione, certo di essere nella strada giusta e sapendo che c’è sempre Qualcuno che mi guida e che mi aspetta.

* Ordinario di Ortopedia e Traumatologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia

 

https://it.clonline.org/news/attualit%C3%A0/2012/05/25/chirurghi-e-uomini-fedeli-allo-stupore

Sete di vita

MANCHESTER: «PIÙ FORTI E PIÙ GRANDI DELLA MORTE»
Il volantino della comunità di CL del Regno Unito dopo l’attentato nella città inglese. Tra lo sgomento e il dolore, «guardiamo alla pietà e alla sete, all’infinito desiderio di bene, di bello, di vita, di giustizia che tutti noi siamo»
25.05.2017
Martedì mattina l’intera nazione si è svegliata sotto shock per le notizie sull’attentato di Manchester. Incredulità e sgomento hanno riempito il nostro cuore di fronte a un attacco che ha colpito bambini e ragazzi.

Incredulità. Com’è possibile concepire un gesto così malvagio? Come spiegare un attacco così vile contro vite innocenti, contro speranze e desideri che forse a volte sono ridotti e confusi, ma che pure esprimono una umanissima sete di vita?

Sgomento. Questo attentato suscita in tutti noi rabbia, paura e un dolore che lascia senza parole, di fronte a un orrore che si fa sempre più vicino, sempre più personale. Non è stato, questo, un attacco casuale portato a una folla indistinta o a un edificio pubblico, ma un attacco contro ciò che abbiamo di più caro, i nostri figli.

Eppure, accanto all’incredulità e allo sgomento, abbiamo percepito tutti una profonda pietà, in noi e intorno a noi. In mezzo alla grande commozione, abbiamo visto davanti a noi la solidarietà di una città, l’affetto di un’intera nazione che improvvisamente si è ritrovata unita. Tutti abbiamo sperimentato dentro di noi, magari per pochi istanti, una profonda, reale pietà.

Pietà? La “merce più preziosa” che possiamo trovare in questi giorni! L’uomo è davvero un grande mistero, se può commuoversi sino alle lacrime per i suoi simili, uomini e donne, anche se sono perfetti sconosciuti. Gli altri animali non lo fanno. Questa pietà non rivela forse la stessa “sete di vita”, la stessa sete di significato che riconosciamo, almeno in momenti come questi, come il tratto comune a tutti noi? Questa sete rimane, più forte e più grande, di fronte alla morte.

Il Vangelo narra che una volta, davanti al suo amico morto, un uomo, Gesù Cristo, pianse. Piangiamo, allora, siamo uomini, guardiamo a questa pietà e a questa sete, a questo infinito desiderio di bene, di bello, di vita, di giustizia che tutti noi siamo.

Il Vangelo narra che una volta, a una madre in lacrime, Cristo disse: “Donna, non piangere!”, prima di ridonarle il suo unico figlio risuscitato.

La Resurrezione non è un sogno, è un fatto, che è all’origine della nostra speranza in questi tempi bui. All’origine della nostra certezza che la vita di quei ragazzi non è andata sprecata. È quello che vogliamo testimoniare ai nostri amati compagni, uomini e donne.

Comunione e Liberazione UK

https://it.clonline.org/news/attualità/2017/05/25/manchester-attentato-volantino-cl-uk