Cuore migrante

Gian Luca Barbero
venerdì 31 marzo 2017

In questi giorni si è giustamente parlato e scritto molto sull’Europa, in occasione delle celebrazioni dei 60 anni dei Trattati di Roma e della firma raccolta sulla dichiarazione congiunta. Pur essendoci state anche manifestazioni a favore, tante cose non convincono: ci si divide, normalmente, tra lo scetticismo di chi attribuisce all’Europa gran parte del malessere degli Stati del Sud (furbescamente cavalcato dai vari populismi) e la perplessità di chi, pur favorevole, non si rassegna ad una “unione di bilancio”, presente nella testa dei burocrati. Naturalmente, per capire l’importanza umana dell’Europa basta avere avuto la fortuna di trascorrere da studente un anno all’estero (come il sottoscritto, in Germania): non si può assolutamente scordare l’apertura che nasce dall’incontro con l’altro che, al di fuori dal proprio Paese, è proprio “altro” in tutti i sensi.
Si sono affrontati diversi temi ed è emersa certamente una più decisa volontà di procedere verso obiettivi comuni, sia pure a velocità diverse in assenza di un consenso unanime, con una maggiore attenzione allo stato sociale e alle strutture che garantiscono sicurezza e difesa. Ma, al di là di facili e commoventi entusiasmi nel commemorare gli eventi del ’57, l’impressione che ne ho ricavato è quella di una certa parzialità di vedute, quasi sempre ricondotte ad una visione economico-utilitaristica. Non che non sia importante, intendiamoci, ma è sufficiente?
Un possibile punto di partenza, forse il più trascurato, è la stessa tradizione europea: ricchissima, porta in sé la profondità di secoli di cultura, che rendono difficile non trovare un suggerimento al presente, quasi da ogni angolo la si consideri.
Il problema dell’immigrazione, ad esempio, su cui proprio in questi giorni si è spento l’entusiasmo di Roma visto che molti Paesi rifiutano ricollocamenti nei propri confini, è sentito da tutti, più o meno consapevolmente, come la più grande sfida di oggi. Negli ultimi mesi si è parlato di costruire corridoi umanitari, di accogliere i rifugiati “regolari”, distinguendoli da presunti irregolari, di intervenire nei Paesi di origine con politiche di sostegno alle popolazioni locali, fino a soluzioni non troppo decorose, come pagare uno Stato (la Turchia) per fermare i profughi, impedendo loro di percorrere quelle rotte che potrebbero infastidire migliaia di elettori europei in vista delle prossime scadenze.
Pescando appunto nella tradizione, mi è capitato di leggere un breve saggio di Hannah Arendt, Noi profughi (We Refugees), scritto nel gennaio 1943, quando la giovane donna ebrea era da due anni negli Stati Uniti, in fuga dalla persecuzione nazista, avendo lasciato casa, lavoro e amici, cioè tutto. Con l’intelligenza e la sensibilità che l’hanno sempre contraddistinta, la Arendt richiamava agli ebrei in esilio semplicemente quello che erano, la loro intima identità, da non dimenticare nel tentativo di assimilarsi ai loro salvatori: “Con la lingua non abbiamo avuto difficoltà: dopo un solo anno, gli ottimisti sono convinti di parlare l’inglese tanto bene quanto la loro madre lingua e dopo due anni giurano solennemente di parlare l’inglese meglio di ogni altra lingua; il loro tedesco è una lingua che appena ricordano. Per dimenticare meglio evitiamo anzi ogni allusione ai campi di concentramento o di internamento, che abbiamo provato in quasi tutti i Paesi europei, la qual cosa potrebbe essere interpretata come pessimismo o come mancanza di fiducia nella nuova patria. […] L’inferno non è più una credenza religiosa o una fantasia, ma qualcosa di tanto reale quanto le case, le pietre e gli alberi”.
Secondo la nostra filosofa, qualcosa non andava in questo ottimismo conformista. L’incremento del tasso di suicidio degli ebrei, non solo in Europa, ma anche all’estero, lo dimostrava ampiamente: tutti “travestimenti” (Arendt) inutili, per mettere a parte la propria identità, avvertita come un ostacolo all’assimilazione e quindi alla salvezza: “Se cominciassimo a dire la verità — e cioè che non siamo altro che ebrei — ciò significherebbe esporci al destino degli esseri umani i quali, non essendo protetti da alcuna legge o convenzione politica, non sono altro che esseri umani. Mi è difficile immaginare un atteggiamento più pericoloso, perché realmente viviamo in un mondo in cui gli esseri umani in quanto tali hanno cessato di vivere per tanto tempo”.
Naturalmente, le considerazioni fatte dalla Arendt non valgono soltanto per gli ebrei: è il cuore dell’uomo ad essere essenzialmente “migrante” e la condizione spaventosamente tragica in cui tanti vivono ci avvicina semplicemente di più a noi stessi: “I profughi costretti di Paese in Paese rappresentano l’avanguardia dei loro popoli se conservano l’identità. Per la prima volta la storia ebraica non è separata, bensì legata a quella di tutte le altre nazioni. Il rispetto reciproco dei popoli europei è andato in frantumi quando e perché permise che i membri più deboli fossero esclusi e perseguitati”.
E’ solo un esempio, per dire che, a mio parere, si tratta di capovolgere le normali vedute.

 

 

Non t’ho perduta

Valerio Capasa
mercoledì 25 settembre 2013

Non t’ho perduta»: così poté dire Ada Negri alla sua giovinezza. Aveva, in quel momento, settant’anni.
Eppure molte volte le era sembrato di averla persa. Come quando, sulla quarantina, si voltò a riguardare la sua adolescenza, quando si sentiva «frutto che attendeva il morso. / Oh, vivere la piena vita!… Oh, fra le / avide mani stringerla, per sete / di spremerne ogni succo, ed anche il male, / e le più aspre verità segrete!…». Quell’impeto di pienezza sembrava indistruttibile. Partire dal suo paese, tuffarsi nel mondo, avrebbe compiuto il suo sogno entusiasta: «Vide paesi, vide ampie città. / Pulsar sentì nel suo fraterno cuore / il cuore enorme dell’umanità. / Le parve d’esser cento e d’esser mille». Ma, chissà perché, la promessa non fu mantenuta e, chissà quando, la giovinezza se n’era andata: «Ma a poco a poco si trovò smarrita, / né seppe come. – Ognuno era scomparso. – / Si trovò sola, a mezzo della vita, / fra le sterpaglie d’un campo riarso».
Come avrebbe potuto far ritornare quel tempo perduto? Chi potrebbe ridarsi gli occhi un tempo infiammati di speranza? «Ora vorrebbe, ma non può tornare / al tempo di sua fiera adolescenza». La giovinezza non si mantiene per forza di volontà, per autoconvinzione, perché lo si decide o ce lo si propone. E basta essere sinceri per affogare nella vergogna: «Che direbber, vedendola, i cancelli / arrugginiti?… “Ohimè, come diversa!… / Sei tu colei che aveva occhi sì belli, / labbra sì rosse, e qui tra fronda e fronda / crebbe, ed il lembo del suo cielo scorse?”» (Il giardino dell’adolescente).
Irriconoscibile, così lontana dallo slancio con cui era venuta al mondo; in fondo in fondo, sola. La solitudine diventa una scorza, a cui poco a poco ci si abitua, perché tanto non c’è niente da fare, non c’è nessuno che possa travolgerla: «Non gridi / “Son sola” per chiamar chi ti s’accosti / e t’accompagni. Forse uno verrebbe / se lo chiamassi: o, se tu andassi a lui, / nel suo sorriso leggeresti il cuore. / Ma non lo vuoi. Non credi più. Non sai / più abbandonarti alla tremante luce / della speranza». La giovinezza si perde, appunto, così: quando si allenta la speranza, e il cinismo la soppianta; quando non c’è più niente da chiedere o, peggio, quando non c’è più qualcuno a cui chiedere, e ci si rassegna alla propria condizione.
Indipendentemente dall’età, uno è vecchio quando considera eccessive le domande e illusorie le risposte: «Ancora illuderti potessi / d’essere creatura necessaria / ad altra creatura, e quella a te! / Posare il capo su la spalla d’uno / che di te tutto sappia, anche le colpe, / e tutto ami, anche il male, anche i crudeli / segni del tempo; e tutta ti raccolga / nelle sue braccia!» (Deserto).
Ma chi potrebbe amare «tutto» di un altro? Esiste qualcuno capace di abbracciare anche il male dell’altro? Un fidanzato non lo può, di certo. O, almeno, non fu così nella vita di Ada Negri: «Notte, divina notte, / dimmi ove è nascosto il mio amore: / ch’era mio e le mie braccia / non bastarono a custodirlo, / ch’era mio ed io ero sua / e adesso non ho più nulla / e non sono più di nessuno» (Notturno della luna). Quali braccia possono custodire un amore? che cosa lo salva? come si può promettere l’eterno? di chi si può davvero, sinceramente, dire «mio»?
Per non naufragare tra le onde di questa impotenza, ci si può aggrappare al misero scoglio di una saggezza agghiacciante: «più / nel tempo inoltri e più t’ostini in questa / tua superba miseria, e più comprendi / che meglio forse era non esser nata» (Deserto). Tanto il tempo porta via tutto, corrode la giovinezza: «Giorno per giorno, anno per anno, il tempo / nostro cammina!». «Non è sorta l’alba / che piombata è la notte; e già la notte / cede al sol che ritorna, e via ne porta / la ruota insonne» (Tempo).
Il tempo lavora contro, senza che l’attesa della giovinezza venga mai realizzata: «Il dono eccelso che di giorno in giorno / e d’anno in anno da te attesi, o vita / (e per esso, lo sai, mi fu dolcezza / anche il pianto), non venne: ancor non venne. / Ad ogni alba che spunta io dico: “È oggi”: / ad ogni giorno che tramonta io dico: /”Sarà domani”». Eppure nulla accade.
Proprio qui, tuttavia, accade l’intuizione imprevedibile: quando Ada Negri realizza che il dono che attende invano, in realtà, l’ha già ricevuto. Non è qualcosa che forse verrà, chissà quando, chissà se; è qualcosa di cui accorgersi: «e forse il dono che puoi darmi, il solo / che valga, o vita, è questo sangue: questo / fluir segreto nelle vene, e battere / dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti / unicamente perché sei la vita» (Il dono). Eccolo, il dono: il fatto di esserci. Il dono è la vita, che – proprio perché è data – serve per essere a sua volta data: «Vita, dono di Dio: che ho dunque fatto / di te?». Un dono gratuito, paradossalmente, esige una responsabilità, mette sulle spine. Ed è lancinante la puntura del Rimorso: «In nome / di qual sogno t’offersi, per qual fede / a perderti fui pronta, a chi passai / la tua fiaccola ardente? Sol per questo / data mi fosti; e adesso è tardi, o vita. / Quando misera e sola innanzi al Padre / sarò, che gli dirò, qual luce in terra / avrò lasciata, a gloria sua?».
Questa vita può essere davvero mia solo quando mi rendo conto che non è mia: va data, perché diventi mia. Solo che urge sapere per che cosa dare la vita; altrimenti il tempo ce la porta via. «Ma forse / ancora è tempo di donarti, o dono / di Dio. Fin ch’io respiri, ancora è tempo». L’offerta della vita è possibile in questo istante, qualunque passato morda di amarezza. Offrirla, però, per cosa? C’è qualcosa che vale quanto la propria vita? C’è qualcosa per cui lo slancio del cuore non va sprecato, sparpagliato, disperso? «Ogni atto / di vita, in me, fu amore. Ed io credetti / fosse per l’uomo, o l’opera, o la patria / terrena, o i nati dal mio saldo ceppo, / o i fior, le piante, i frutti che dal sole / hanno sostanza, nutrimento e luce; / ma fu amore di Te, che in ogni cosa / e creatura sei presente». Ada Negri ha amato, ha dato la vita per la gente, per la poesia, per la patria, per la natura, per alti ideali: ma tutto era troppo poco. Dentro ognuno di questi amori ce n’era un altro, in agguato, che si nascondeva. E si è svelato piano piano: non che Ada Negri a un certo punto sia arrivata a capire questo Tu (per progressione mentale), ma sempre di più è stata lei a non potersi nascondere a questo amore che la precedeva, e la leggeva dentro: «Non seppi; – ma a Te nulla occulto resta / di ciò che tace nel profondo» (Atto d’amore). Voleva inoltrarsi nel profondo, ma fece prima il suo profondo a trovarsi trapassato: «A Te solo non posso / celarmi. Oscuro smisurato è il fondo / dell’essere. Non v’ha pupilla umana, / s’io lo nascondo, che a scrutarlo arrivi. / Ma nulla al tuo tremendo / potere è tolto. Sta l’anima ignuda / sotto il divino sguardo / che la trapassa» (La verità).
È lo sguardo che l’ha sempre aspettata, paziente affinché lei lo percepisse, si rendesse conto di ciò che già era stata tutta la sua vita: «Or – Dio che sempre amai – t’amo sapendo / d’amarti; e l’ineffabile certezza / che tutto fu giustizia, anche il dolore, / tutto fu bene, anche il mio male, tutto / per me Tu fosti e sei, mi fa tremante / d’una gioia più grande della morte». Sono stoccate di una gravità abbacinante: il dolore è stato giusto, il male commesso è stato un bene. E poi quel «tutto», senza attenuanti, senza parentesi: non è il “quasi tutto” che ciascuno potrebbe dire a un altro. L’altro, infatti, sarà sempre, per forza di cose, un “quasi”, perlomeno perché non può salvare la giovinezza di chi ama: non può ridarla indietro, non può aggiungerle niente. Ma se c’è qualcuno che rinnova la giovinezza, allora sì, glielo si può dire: «tutto».
Infatti l’esito di questo rapporto è incredibile: «Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo / all’essere. Sei tu, ma un’altra sei: / senza fronda né fior, senza il lucente / riso che avevi al tempo che non torna, / senza quel canto. Un’altra sei, più bella. / Ami, e non pensi essere amata: ad ogni / fiore che sboccia o frutto che rosseggia / o pargolo che nasce, al Dio dei campi / e delle stirpi rendi grazie in cuore» (Mia giovinezza). Abissale questa indifferenza all’avere, questo bastare del dare, che non vuole niente indietro, né una corrispondenza né, almeno, un grazie.
Che strano, questo scoppio di gratitudine. Che non è ingenuo, perché sboccia come un fiore nel campo del dramma e del male, dentro una battaglia che ha lasciato i segni. Ma è un fiore che, davvero, non si può strappare. Perché non è “mio”, non è stato seminato, insomma non è nato per uno sforzo di volontà. Esige rispetto, proprio perché è stato dato. Alla domanda tutta personale e tremante dell’adolescenza («”Non verrà mai / un meriggio che sia senza tramonto?” / E quando il sole, al suo sparir, all’orlo / della cimasa mi diceva “addio”, / sempre quel dubbio m’assaliva: “O luce, / e se domani non tornassi più?”»), a questa domanda disarmante, ma tutta umana, smisuratamente umana, la risposta è venuta da fuori. Come un bene che non si cancella mai: «Fedele, ogni alba, a me tornò la luce / lungo il fiume degli anni; e fu il mio bene / più grande: il bene che non si cancella / mai, per volger di tempo e di vicende» (Il sole sul muro). La realtà, ripresentandosi ogni mattina, offrendosi ancora una volta allo sguardo, non l’ha mai tradita. La sua speranza si è offuscata ma, fedelissima, l’alba tornava ogni giorno a riprenderla. Ed è per questo che Ada Negri può gridare quel «mio», alla puntualità con cui si riaffaccia l’alba e alla sorpresa con cui riesplode la giovinezza: perché nulla è tanto nostro come quello che non facciamo noi, che non ci diamo noi, ma che risponde a una domanda che è tutta, intimamente, nostra. E a cui non sapremmo mai risponderci.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/9/25/LETTURE-Ada-Negri-il-segreto-del-tempo/print/429809/

Senza interruzione

 
Pigi Colognesi
lunedì 27 marzo 2017

Mi hanno chiesto di chiarire meglio l’immagine — usata nell’editoriale di lunedì scorso per descrivere il cristianesimo — della “catena” che connette il mio presente con quel tempo passato in cui tutto ha avuto inizio. Provo a farlo riassumendo un racconto di Anton Cechov: Lo studente (1894).
Il protagonista, Ivan, studente all’accademia ecclesiastica, sta tornando nel suo villaggetto sperso nella vastità della pianura; è il Venerdì Santo, ma i segnali di primavera comparsi nei giorni precedenti sono stati cancellati dal repentino ritorno dell’inverno. “Gli pareva che questo freddo improvvisamente sopraggiunto avesse turbato in ogni cosa l’ordine e l’armonia, che la natura stessa fosse angosciata e perciò l’oscurità serale si fosse infittita più in fretta di quanto bisognava”. Il gelo gli suggerisce pensieri tristi: che il vento freddo che sentiva lui adesso è lo stesso che soffiava ai tempi degli antichi fondatori della madre Russia, di Ivan il Terribile e dello zar Pietro e che in tutti quei tempi “c’era già esattamente la stessa disperata povertà e fame”; non solo: anche per il futuro “la vita non sarebbe divenuta migliore per il fatto che fossero passati altri mille anni”. Il tempo è una morsa indifferente e implacabile.
Ivan passa di fronte alla casa dove la vedova Vassilissa e sua figlia Lukeria, sedute accanto al fuoco, sono intente ai lavori domestici. Ivan le saluta, parla del freddo e, trascinato dalla riflessioni che aveva appena fatto, paragona il loro presente con un passato ben noto: “Proprio allo stesso modo in una fredda notte si scaldò accanto al fuoco l’apostolo Pietro”. Le donne lo guardano interessate e lui continua il racconto di quei giorni lontani, concentrandosi su Pietro; egli “amava appassionatamente, perdutamente Gesù, ed ora vedeva da lontano come lo percotevano”. Ma poi lo rinnegò e “dice il Vangelo ‘Uscì fuori e pianse amaramente’. Immagino: un orto tutto silenzioso, tutto buio, e nel silenzio si odono appena sordi singhiozzi…”.
Coi tre puntini Cechov ci avvisa che siamo all’acme del racconto: improvvisamente Vassilissa scoppia in pianto. Ivan assume un’espressione “penosa e tesa, come quella di una persona che reprima un violento dolore”; per togliersi d’impaccio saluta le donne e prosegue il cammino. Rimugina su quello che ha visto. “Lo studente pensò che, se Vassilissa si era messa a piangere e sua figlia si era turbata, evidentemente ciò ch’egli poc’anzi aveva raccontato, ciò che era avvenuto diciannove secoli addietro, aveva un legame col presente: con le due donne e, probabilmente, con quella campagna deserta, con lui stesso, con tutti gli uomini. Se la vecchia aveva pianto, non era stato solo perché egli sapesse raccontare in modo commovente, ma perché Pietro le era caro e perché ella, con tutto l’essere suo, aveva interesse a ciò che era avvenuto nell’anima di Pietro”.
“E la gioia — conclude Cechov — tutt’a un tratto si rimescolò nel suo cuore, ed egli stesso si fermò perfino un momento, per riprender fiato. Il passato — pensava — è legato al presente da una catena ininterrotta di eventi scaturiti uno dall’altro. E gli pareva di aver veduto dianzi entrambi i capi di questa catena: ne aveva appena toccato un capo, che l’altro aveva dato un sobbalzo. […] Egli pensava che la verità e la bellezza che avevano indirizzato la vita umana laggiù, nell’orto e nel cortile del gran sacerdote, erano continuate senza interruzione fino ad oggi ed evidentemente avevano costituito l’essenziale nella vita umana e, in genere, sulla terra”.

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2017/3/27/Il-pianto-di-Pietro/print/756066/

Orfani di senso

«Perché esistono la morte e la sofferenza? Perché gli uomini devono soffrire e morire?»: si chiedeva Louis Althusser a metà degli anni ’70 del XX secolo.
La domanda dell’epoca è la domanda di oggi in quanto è la domanda di sempre.
Tuttavia, se identica è la domanda non identica è la risposta che ad essa si è data nel corso del tempo e specialmente oggi.
Differentemente da altre epoche storiche, infatti, l’odierna etica dominante ritiene che le cose, il mondo, la vita nella sua interezza, e quindi perfino la morte che è parte della vita, siano senza alcun senso.

Questa convinzione nasce dal fatto che non esiste e non può esistere una verità di fondo alla base della vita, specialmente perché i valori mutano con il tempo e con esse l’idea del vero e del falso, come del bello e del brutto e soprattutto del bene e del male varia da persona a persona, anche perché ciascuno li ricava da se stesso e per se stesso.
Non si può dunque parlare di senso, ma semmai di sensi, cioè tutti quelli individuali che si ricavano soggettivisticamente. Si comprende che se tutti sono sensi particolari e ugualmente validi, nessuno è universale e quindi il senso semplicemente non esiste, come, del resto, lo stesso Althusser candidamente ha ammesso invitando a riconoscere che questa mancanza di senso costituisce, addirittura, l’effettiva garanzia della libera azione umana: «La condizione più sicura per poter agire nel mondo è ammettere che il mondo non ha un senso».
La parte maggioritaria e più influente dell’attuale etica laica – cioè, per intendersi, quella che si appella esclusivamente alla ragione negando ogni fondabilità morale dell’esistenza su una dimensione trascendente in genere e rivelata in particolare – muove da una tale premessa che, paradossalmente, proprio la ragione sacrifica, in quanto ritiene che essa sia non sufficiente per investigare la realtà.
Così facendo si dichiara non solo la morte del senso, ma anche quella della stessa ragione per cui tutto, in sostanza, non può che ridursi ad un immobilistico e coerente silenzio, anche e soprattutto del pensiero.
In tale prospettiva la vita intera non ha più alcun senso, e così anche la morte che diventa un evento inspiegato ed inspiegabile, almeno oltre la sua mera determinazione fisico-biologica.
La morte in senso umano, razionale ed esistenziale diventa qualcosa di inaccessibile, incomprensibile, ingiustificabile: la morte del senso porta così con sé la morte del senso della morte.
Se così fosse ci si dovrebbe necessariamente fermare qui.
Tuttavia, così non è, poiché, come ha precisato Jean-François Lyotard «c’è bisogno di filosofare perché abbiamo perso l’unità. L’origine della filosofia è la perdita dell’uno, è la morte del senso».
Quanto più è forte l’istanza che afferma la morte del senso, dunque, quanto più forte dev’essere la contro-istanza che afferma le energie del pensiero.
In questa seconda prospettiva tutto possiede un senso intelligibile tramite l’umana ragione.
La morte possiede quindi un senso che si palesa, data la complessità della natura della morte stessa, secondo diverse declinazioni o manifestazioni.
In un primo momento, il senso della morte è quello della sua datità materiale, cioè della forza della natura che pone un limite ai desideri, alle aspirazioni, alle ambizioni dell’essere umano, sancendone il confine almeno di carattere fisico e temporale.
In un secondo momento, il senso della morte viene a porsi come strumento di consapevolezza della fragilità esistenziale – non più secondo la determinazione fisico-biologica, ma secondo quella più profonda di carattere ontologico – dell’essere umano che è un essere destinato a venir meno poiché la sua vita ha una precisa origine e non può che avere una precisa fine.
In un terzo momento, ricollegandosi al punto precedente, il senso della morte viene in risalto come indice della natura relazionale dell’essere umano che come non nasce da solo, così da solo non può morire, in quanto la morte propria è tale solo quando è vissuta dall’altro, dal prossimo.
In un quarto momento, il senso della morte si propone come rivelarsi del senso della vita in almeno due direzioni: all’indietro, in quanto la morte non è l’opposto della vita, ma è parte della stessa; in avanti, in quanto la morte non è la fine della vita, ma il nodo di giuntura dei lobi della clessidra dell’intra-temporale e dell’ultra-temporale, cioè tra la vita dell’al di qua e la vita dell’al di là.
In un quinto e ultimo momento, il senso della morte esprime la dignità dell’essere umano il quale non è immortale come gli dei, né meramente contingente come il resto del creato, per cui la sua fine, la sua morte, non è di certo la fine del senso, ma non è nemmeno la fine dell’irrilevante.
La mancanza di comprensione del senso della morte che tanto caratterizza l’epoca attuale, allora, è, verosimilmente, l’altra faccia della medaglia della mancanza di comprensione del senso della vita, anzi, il doppio atteggiamento di negazione del senso della morte da un lato e del suo impossessamento dall’altro (per esempio tramite la rivendicazione del diritto di morire) rappresenta la prosecuzione con altri mezzi di quell’atteggiamento che negando il senso della vita se ne impossessa (per esempio tramite la selezione eugenetica degli embrioni), come ormai, tragicamente, da anni dimostra oltre ogni dubbio l’esperienza globale e globalizzata della biopolitica.
Leggi di Più: Morte del senso e senso della morte | Tempi.it
Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook

Poeti maledetti

Paolo Valesio
martedì 21 marzo 2017

In occasione della Giornata mondiale della poesia (21 marzo 2017), va detto prima di tutto che la poesia prospera, in Italia e altrove; e prospera anche la ingiustamente bistrattata critica della poesia. Ma l’epigrafe che apre il numero di una rivista internazionale di poesia giunta ormai, nel corso di una storia complessa, al suo ventesimo anno di vita (“Italian Poetry Review”, ndr) dice che questo numero “è dedicato a tutti i poeti in ogni luogo che sono esposti alla censura e a pericoli ancora più gravi nella loro lotta per la libertà d’espressione”; e qui si apre un vasto problema.
La libertà d’espressione, prima di rivolgersi più o meno polemicamente al mondo esterno, alla società, dovrebbe nascere da un lavoro di scavo interiore. Altrimenti “la lotta per la libertà d’espressione” rischia di riprodurre alcuni degli elementi negativi delle forze che a essa si oppongono. Liberare l’espressione significa prima di tutto rispettare l’umano — ciò che nell’uomo è propriamente persona — in sé e negli altri, con tutte le loro idiosincrasie.
E’ bene anche guardarsi dall’illusione abbastanza patetica, molto diffusa in Occidente, che i poeti i quali hanno la fortuna di vivere in regimi (più o meno) democratici coltivino con particolare energia la libertà d’espressione, così affrontando rischi. In un suo saggio del 1937 (Miseria e splendore della traduzione), il grande filosofo spagnolo José Ortega y Gasset scriveva: “Non è forse […] verosimile che l’intellettuale esiste per contraddire l’opinione pubblica, la doxa, scoprendo e sostenendo, in opposizione al luogo comune, l’opinione vera, la paradoxa? Può accadere che la missione dell’intellettuale sia fondamentalmente impopolare”. Oggi noi possiamo dire che è un fenomeno chiaro e universalmente diffuso, quello secondo cui la missione dell’intellettuale (nella limitata misura in cui tale categoria ha un senso oggi) è “fondamentalmente impopolare”.
Ma ciò che è veramente preoccupante è che la maggior parte degli intellettuali in Occidente, compresi i poeti, hanno da tempo scoperto il trucco per diventare essenzialmente “popolari” (nei loro vari ruoli di maîtres à penser, pundits, grilli parlanti e simili), pur atteggiandosi spesso a vittime incomprese: hanno assunto la posa di sostenere come paradoxa quella che in realtà è una doxa. Ecco la trappola celata sotto l’etichetta, ormai abbastanza nauseante, della “correttezza politica”. Che sarebbe ora di chiamare con il suo vero nome: conformismo repressivo; e che, come tale, tende al totalitarismo delle idee, ovvero a una sorta di “terrorismo” ideologico: morbido certo (rispetto al terrorismo “duro”), ma che tende a schiacciare le possibilità di esprimersi liberamente. I poeti, in Italia come nel resto dell’Europa, come negli Stati Uniti e altrove, tendono a sostenere tutte le cause “corrette”, dunque a cantare gli elogi della doxa pur fingendo (come si è detto) di correre i rischi della paradoxa. I quali sono i rischi di Speak truth to power, dire la verità in faccia al potere (per citare uno dei motti più rappresentativi della religiosità quacchera).
Quali sono stati i casi, nel nostro presente millennio, in cui un poeta italiano ha causato scandalo — o se è per questo, quali sono stati i casi nel secolo passato, dopo David Maria Turoldo, Giovanni Testori e Pier Paolo Pasolini (ma quest’ultimo, post mortem, è ormai divenuto un’icona del conformismo repressivo)? Di fronte a tutto ciò è possibile una risposta dotata del finto fascino scientifico degli apprezzamenti sociologici: i poeti non possono più dare scandalo perché nella società attuale non contano più nulla. Peccato che questa rassicurante spiegazione sia smentita dalla grande diffusione e dalla permanente fascinazione di cui gode oggi il fenomeno della poesia. La verità forse è un’altra: troppi poeti sono stati essenzialmente intimiditi dalla doxa (che consente l’accesso alle gloriuzze letterarie), e scoraggiati dall’esprimere veramente la paradoxa. Allora: è aperta la ricerca dei poeti “paradossali”.

(Estratto dall’editoriale del prossimo numero di “Italian Poetry Review” – IPR)

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2017/3/21/GIORNATA-DELLA-POESIA-Quell-urgente-bisogno-di-poeti-politicamente-scorretti/print/755364/

Medici burattini della legge e non ispirati a scienza e coscienza

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Il ruolo del medico è uno dei profili meno considerati nella discussione mediatica sulle cosiddette Dat – le disposizioni anticipate di trattamento, la proposta di legge sull’eutanasia giunta nell’aula della Camera dei deputati. Se approvata nei termini in cui è uscita dalla commissione, è una legge che stravolgerà una professione già largamente bistrattata e colpita negli ultimi decenni. Esagerazione? Partiamo dal consenso informato, di cui tratta l’articolo 1 del testo: esso richiama all’inizio le disposizioni costituzionali che sono il riferimento per disciplinare il consenso medesimo. Fra esse è menzionato l’articolo 13 della Costituzione, che fissa i fondamenti della libertà personale e impone che ogni sua limitazione sia vagliata da un giudice. Che senso ha in materia sanitaria agganciarsi a tale articolo? Forse che il medico che non esegue alla lettera le pregresse volontà suicide del paziente sia parificabile a un sequestratore di persona, dal quale difendersi più che farsi curare?

È l’unica anomalia? Pare di no, se termini come “terapia” e “cura” sono sovrapposti e non distinti: “terapia” è quel che cerca di guarire una patologia, ristabilendo le migliori condizioni di salute per il paziente e “misurandosi” sulla concreta situazione del malato, mentre “cura” chiama in causa l’assistenza al malato, indipendentemente dalle sue possibilità di guarigione e dall’esito della patologia. Sono dinamiche diverse, che qui invece sono pericolosamente confuse.
Il seguito è coerente con l’esordio: la nuova norma definisce il consenso informato “atto fondante” nel rapporto fra medico e paziente. Ora, il vero “atto fondante” del lavoro del medico è da sempre il perseguimento del bene del paziente, cioè lo sforzo – nei limiti del possibile – per recuperare la salute di chi si è rivolto al sanitario perché ammalato. Imporre per legge un canone di orientamento diverso significa ledere nell’essenza la professione: il medico è tenuto a un impegno maggiore nel far comprendere e accettare dal paziente ogni singolo passaggio della terapia o dell’intervento che gli propone, col rischio che una comprensione non perfetta – pur da lui non voluta – domani diventi oggetto di censura o di richiesta risarcitoria nei suoi confronti.
Una giustificazione inquietante
Intendiamoci: l’ammalato ha diritto di essere ben informato della patologia dalla quale è affetto, di ciò a cui il medico pensa di sottoporlo, delle controindicazioni e delle possibilità di riuscita. Ma il rapporto fra medico e paziente, se è di pari dignità quanto alle due persone, non è paritario quanto a conoscenze ed esercizio di responsabilità: ridurlo, come fa la proposta di legge in discussione, a uno schema contrattuale non significa soltanto mortificare il medico. Vuol dire pure limitarne l’operatività e rendere il medico stesso bisognoso, passo dopo passo, del parere dell’avvocato: per capire se e come il consenso si è validamente formato, e se e come nel percorso terapeutico sono rispettati i dettagli del consenso espresso, anche di fronte all’insorgere di emergenze o imprevisti. È qualcosa di non compatibile con le scelte che un professionista può essere chiamato talora a compiere nel giro di pochi minuti. Chi ne pagherà le conseguenze?
Ancora, per la legge in discussione, quando vi è una Dat «il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente», e così va «esente da responsabilità civile o penale». Se il testo sente la necessità di fissare una esenzione così ampia è perché la condotta che pretende dal medico è in sé contraria al codice penale e al codice civile. La proposta non dice però che cosa succede se, a distanza di tempo da quando le disposizioni sono state redatte, il medico colga la possibilità di curare il paziente con successo: prevarrà quello a cui indurrebbero professionalità e deontologia o quello che è stato scritto anni prima in un documento svincolato dalla attuale situazione, e tuttavia per legge vincolante? Perché costringere i medici a non scegliere, come invece suggeriscono scienza e coscienza? Peraltro in una legge che non prevede l’obiezione di coscienza. Cari medici, il Parlamento sta per assestare un colpo terribile alla vostra professione. Non pensate sia il caso di alzare in modo forte e chiaro la vostra voce?
Leggi di Più: I problemi del testamento biologico per i medici | Tempi.it
Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook