La bellezza che allarga la vita

Maurizio Vitali
martedì 28 febbraio 2017

DJ FABO E’ MORTO. Vien su il magone per quella vita che, alla fine, non ha trovato un motivo per reggere al dolore. Dj Fabo, 36 anni di ascesa verso il successo, poi il terribile incidente che l’ha paralizzato e reso cieco, poi la Svizzera del suicidio assistito legale, e in mezzo tre anni senza potersi muovere né poter vedere. Vien su anche un gran desiderio di silenzio, spegnere la radio e ignorare i social: il caravanserraglio della chiacchiera a buon mercato nausea. Si è rammaricato, Dj Fabo, nel suo ultimo messaggio di aver dovuto fare tutto “senza l’aiuto del mio Stato”. Ed ecco che tutti la buttano in politica, legge sull’eutanasia, sì, no, testamento biologico, fa niente se c’entrano come i cavoli a merenda col suicidio di Dj Fabo; sotto a raccattar consensi finche ce n’è.
Non gli è venuto in mente che prima della parola Stato, c’è quella parola “aiuto”, che è un’invocazione, una preghiera?
Preghiera, sì, come quella che, ricordo benissimo, lessi con viva impressione negli occhi di Ezio Trussoni, mio caro coetaneo, caporedattore Rai, morto di Sla nel 2012, a 61 anni.
Trascrivo dai miei appunti di allora. “L’ultima volta che lo incontrai fu qualche mese prima, in occasione della presentazione del libro e del documentario di Mario Melazzini, medico anch’egli malato di Sla. Io ero il moderatore. Lo riconobbi, seduto tra il pubblico, debilitato e ben diverso nell’aspetto da un tempo pur tutt’altro che remoto, e andai subito a salutarlo, quasi stupendomi dell’imprevisto forte affetto — no, nessuna pelosa commiserazione — che provai. La cosa più atroce è che non poteva più usare la voce: lui giornalista televisivo privato della parola. Gli occhi, i suoi occhi imploranti erano il punto dove tutta la pressione tumultuosa del suo mondo interiore, del suo desiderio e della sua impotenza e del suo mistero, si concentrava e si comunicava con una intensità e una forza indicibili. Quegli occhi imploranti che guardavano me quasi scusandosi (!) erano di un uomo mendicante del Mistero. Con movenze faticose Ezio tirò fuori un i-pad e vi scrisse “E’ dura”.
Nemmeno per un istante mi apparve come lamento. Come un grido di preghiera, semmai, e di lotta, del quale per sorprendente inaspettata tenerezza volle rendermi partecipe. O forse non poté fare a meno di rendermi partecipe, perché a me, attraverso di lui, attraverso quello sguardo nuovo tra noi, il Mistero si rivelava presente. “Ma sono cose che se le racconti non le capiscono”.
Mario Melazzini. Brillante oncologo in carriera e buon alpinista, costretto alla carrozzina elettrica dalla Sla e ad essere alimentato col sondino. Anche lui, come dj Fabo, s’era rivolto a una clinica svizzera. “Si chiamava Dignitas”, annota ne Lo sguardo e la speranza (San Paolo 2015, p. 46). Una telefonata, l’appuntamento per il mese successivo, il 18 giugno, per la seduta preparatoria. Ma poi…
Dalla finestra del suo “rifugio” a Livigno guardava le montagne che aveva scalato tante volte. Punta Cassana, oltre 3000 metri. “Guardare dal basso quelle montagne mi provocava una sofferenza incredibile. Eppure non riuscivo a non guardarle. Pensavo che non sarei mai più potuto arrivare lassù, ed ero molto arrabbiato per questo”. “Abituato all’iperattività, non avevo altro da fare che vagare come un matto con la mia carrozza”.
“In realtà — racconta ancora Melazzini — la mia montagna, ma soprattutto il Mistero che mi circondava, stavano facendo il miracolo. Me ne accorsi un giorno, uguale a tutti gli altri che avevo vissuto fino a quel momento. Fu un’emozione straordinaria. Come ogni mattino ammiravo da lontano quelle cime e di colpo mi resi conto che la visione mi dava piacere. Il rancore aveva lasciato il posto ad un sentimento per cui semplicemente le trovavo belle, anche viste dal basso. Sparita la rabbia, mi prese una voglia improvvisa e vederle da vicino. Fuori c’era il sole, i prati verdi, il cielo azzurro”.
Sono tanti anni che Melazzini fa una vita durissima e attiva. “Non chiedo il miracolo, perché l’ho già ricevuto”.
Anche dj Fabo amava la bellezza. Amava la musica, tantissimo. Ma non riusciva neanche più ad ascoltarla, la musica, perché, come ha confidato lui stesso, “lo faceva commuovere troppo”. Perché temeva, forse, di essere ulteriormente ferito, troppo ferito dalla bellezza?

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2017/2/28/DJ-FABO-Ecco-perche-Melazzini-invece-abbandono-la-clinica-della-morte-in-Svizzera/print/751064/

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La moglie di Ponzio Pilato

LETTURE/ Nel sogno di Claudia la conversione di Gertrud von le Fort
Laura Cioni
lunedì 27 febbraio 2017

Sono molti ad essersi occupati di Claudia Procula. Il primo è l’evangelista Matteo che, pur non nominandola, parla di lei nel suo racconto della passione di Gesù. Poi esegeti, studiosi dei vangeli apocrifi, scrittori ne hanno precisato la figura, chi attraverso la filologia, chi rileggendone la vicenda che la lega per sempre al Salvatore. Le scrittrici in particolare sembrano essere state molto interessate alla moglie di Ponzio Pilato: le hanno dedicato un romanzo Elena Bono e Antoinette May. Ancor prima Gertrud von le Fort, il cui racconto del 1931 segue di pochi anni la conversione dell’autrice dalla fede luterana a quella cattolica. Per il lettore italiano questo testo viene pubblicato decenni più tardi, in un volume che raccoglie altri due racconti, l’uno dedicato a Bianca de la Force, l’ultima delle Carmelitane di Compiègne uccise durante la Rivoluzione francese, l’altro alla figlia di Farinata, Bice degli Uberti.
Le tre protagoniste, così diverse per contesto storico e geografico, appaiono simili nel loro ruolo femminile di mitezza e di decisione, anche a dispetto della loro fragilità. La figura della donna è centrale in tutta l’opera della scrittrice tedesca, che aveva fatto suo il motto di Leon Bloy: “Più una donna è santa, più ella è donna”.one
Lo scritto consiste in una lunga lettera scritta a una matrona romana da Prassede, la liberta greca di Claudia Procula e prende avvio dal sogno della sua signora di cui riferisce Matteo, parlando dell’interrogatorio di Pilato a Gesù: “Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: ‘Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua’” (Mt. 27,19).
La scrittrice ambienta questo sogno premonitore in vari luoghi di preghiera, in cui una folla di gente pronuncia ben chiare le parole: “Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto”. La donna cerca di fuggire da quella ossessione: “Mi sembrava di correre da secoli, e di dover continuare a fuggire attraverso i secoli: mi vedevo inseguita e perseguitata fino alla fine dei tempi da quel nome, tanto caro al mio cuore”. Così manda Prassede da Pilato, ma vana è l’ambasceria. Claudia Procula assiste al processo: “Lo sguardo di quell’innocente condannato l’aveva ferita e trasformata per sempre. Eppure quello sguardo non era caduto direttamente su di lei, essendo rivolto esclusivamente a suo marito; ma appunto per questo l’aveva colpita, ed ora si vedeva di che cosa fosse capace il suo amore: quel giorno ella prese su di sé la colpa del marito, senza volerlo, semplicemente perché il suo amore era uscito dai limiti in cui prima era costretto”.
Lui dimentica quella sentenza. Lei ricorda e tace, con una silenziosa dedizione che a volte rasenta il dolore. Sembra che l’immagine di quel condannato si erga tra loro.
Anche dopo il ritorno a Roma nel rapporto tra i due c’è qualcosa di sospeso: lui si gode la vita tra il circo e le feste, in un Impero che si avvita sulla sua corruzione, lei al suo fianco: “Tutto in lei faceva pensare ad una persona che ritenga suo dovere svegliare un dormiente, ma esiti al pensiero di disturbarne il riposo. Suo marito pareva indovinare in un certo senso il processo mentale che la travagliava; per un attimo sembrava che si avvicinasse fiducioso e con passo risoluto ad una porta che bisognava aprire, ma prima ancora di averla raggiunta tornava bruscamente sui suoi passi”.
Passano gli anni e nulla sembra mutare. Sfiorisce la bellezza di lei, lui si accompagna ad altre donne. Ma entrambi non pensano al divorzio: qualcosa che in apparenza li separa, li tiene invece profondamente legati. Claudia, come molti a Roma, si allontana dal culto ufficiale degli dei e frequenta i misteri orientali, interroga la sibilla cumana, cerca un approdo alla sua inquietudine. E così incontra la prima comunità dei cristiani, ma non lo sguardo misericordioso del Nazareno che l’accompagna da tutta la vita. Sono i tempi di Nerone. I cristiani sono accusati dell’incendio di Roma e Pilato viene incaricato di perseguirli. Invano sua moglie cerca di trattenerlo, ritornando finalmente in modo esplicito sul processo a Gesù e rivelando il significato dello sguardo che da allora aveva rivolto a suo marito: lo sguardo di un amore purificato e innalzato a quella pietà che una volta, davanti al Pretorio di Gerusalemme, si era riversata sul mondo intero.
Ma anche questa volta il suo intervento non è sufficiente a fermare Ponzio Pilato. Fedele al comando dell’Imperatore, esegue l’ordine di arresto dei cristiani. Tra loro, per un capriccio di Nerone, muore anche Claudia, a cui il battesimo era stato rifiutato dal diacono cristiano per il suo legame con il procuratore che aveva condannato Gesù. Cristo stesso le appare in sogno mentre si trova in prigione e con lo stesso sguardo che aveva rivolto allora a Pilato le promette, per il martirio cui va incontro, la salvezza per entrambi.
Gesù, lo sconfitto, vince su tutti i legalismi, le violenze e i dolori della terra. Ma ha bisogno dell’esile, coraggiosa figura di una donna per compiere la sua opera.

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