Congdon e il Crocefisso

Pigi Colognesi
lunedì 23 gennaio 2017

L’ultimo libro di Massimo Recalcati, noto psicanalista, tratta di arte, ponendosi ad un livello profondo benché scomodo, quello della “fedeltà al compito più alto della pittura: estrarre la forma dall’informe, emancipare l’evento dell’opera dalla sua semplice presenza, custodire la sua trascendenza, esporsi all’ustione con il reale”.
Lo fa senza nascondersi che “è forse diventato un vero e proprio tabù ricordare oggi che l’opera d’arte, come sanno bene tutti i grandi artisti, intrattiene sempre un rapporto con l’assoluto”. Recalcati presenta in questo volume “nove ritratti di artisti” accomunati dal “tabù” appena ricordato e cioè, in fondo, dalla consapevolezza che l’arte è inesorabilmente ricerca e diremmo “lotta” con “il mistero delle cose” che dà il titolo al volume.
Tra i nove artisti – finalmente in compagnia di altri grandissimi come Giorgio Morandi e Alberto Burri – figura anche William Congdon, del quale Recalcati spiega la “poetica del crocefisso”. È noto infatti che il pittore di origine americana è tornato spesso (quasi duecento volte) su questo che non è un tema, ma un evento coinvolgente la vita dell’artista nel momento stesso di dipingerlo (e dello spettatore nel momento stesso di guardarlo).
Un evento di tale rilevanza che Congdon ha scritto: “Dipingo sempre il Crocefisso perché in questo sta tutto ciò che ho visto e vissuto fino al momento di dipingerlo, e tutto ciò che mai vedrò in futuro”. Ovviamente l’assunzione del soggetto di Cristo che muore sulla croce si annoda strettamente alla biografia di Congdon nel mezzo della quale sta la conversione al cattolicesimo del 1959. Molti critici l’hanno interpretata in puro stile freudiano, che Recalcati sintetizza così: “Proiezione superstiziosa di antiche angosce e idealizzazioni – Dio è il padre idealizzato che salva la vita dall’incontro traumatico e angosciante con il reale”.
Ma è interpretazione che, prosegue Recalcati, “non rende affatto giustizia all’esperienza della fede come incontro [il corsivo è suo] e non come difesa dal reale”. E il cristianesimo è esattamente l’incontro con la divinità che ha pienamente e consapevolmente assunto (per redimerla) la realtà umana in tutti i suoi aspetti, morte compresa. “Gesù non vuole proteggere la vita dalla ustioni del reale, non si offre come un riparo consolatorio. Egli è l’incarnazione della Legge del desiderio; non ci guida, ma ci attira a sé”.
La lunga e variegata serie dei crocifissi di Congdon è pittura sacra “non perché dipinge l’invisibile, ma perché restituisce lo spessore profondamente umano dell’esperienza di Cristo”. Così “profondamente umano” che ad un certo punto del suo cammino “il Bill” (permettetemi di chiamarlo come quando chiacchieravo con lui) non ha più avuto bisogno di raffigurare il soggetto del crocifisso: la dinamica passione-morte-resurrezione era diventata così esistenzialmente sua che la scorgeva (e rappresentava) nel mutare stagionale dei campi, nell’abbraccio apparentemente nullificante della nebbia, nella luna sorgente alta sopra un cimitero, nella pioggia vivificante e nei soli sgargianti che inondano le messi.
Più di tutto, forse, nei sublimi pastelli (impostigli dalla impossibilità fisica di compiere il gesto della pittura) nei quali pochi tratti dinamizzano lo spazio in una danza così armoniosa che non si può non pensare alla promessa di vita che stava già nel magma anche del più nero dei crocefissi.

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2017/1/23/Congdon-e-il-Crocefisso/print/743522/

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