Il bene radicale

Salvatore Abbruzzese
domenica 8 gennaio 2017

In un passaggio televisivo di pochi secondi una madre, una giovane operaia di una fabbrica di Molvena nel vicentino, parla di Nicole, la figlia di sei anni affetta da tetraparesi spastica e spentasi la vigilia di Natale. Colpiscono le sue parole e la sua serenità quieta: “ti amerò per sempre, un giorno ci rincontreremo… Nicole mi ha insegnato che la felicità resiste anche al dolore”.
Alla base di una tale limpidezza il gesto dei suoi colleghi di fabbrica che le avevano donato i loro giorni di ferie, affinché potesse assistere la figlia che aveva bisogno di assistenza continua. Come è già accaduto in Francia, nel 2009 con il caso Mathys, anche qui i legami sono quasi anonimi: “Molti dipendenti li conosco soltanto di vista, eppure hanno saputo fare un gesto di puro altruismo, arrivando a rinunciare, per me, a un po’ del tempo che invece avrebbero potuto trascorrere con le loro famiglie”.
Dinanzi ad un simile gesto è opportuno fermarsi a pensare, in silenzio, perché il silenzio aiuta a sentire il proprio cuore.
Si è trattato di un gesto di umanità assoluta che squarcia la notte della morte di Nicole e che ha consentito alla madre di realizzare il suo sogno più grande: quello di stare accanto alla figlia fino alla fine. Si è trattato di vere e proprie scintille di bene che questi colleghi hanno saputo produrre rinunciando a qualcosa di più grande del danaro: i giorni di ferie. Un aspetto di importanza decisiva quando si lavora in fabbrica.
Questo gesto di solidarietà gratuita, che ha significato molto per la madre, insegna molto anche a noi.
Una simile umanità dice molto sull’essere umano. Una tale radicalità di bene, una tale capacità di gratuita umanità testimonia la presenza di un’eccedenza del cuore dinanzi alla quale qualsiasi ringraziamento appare insufficiente. Non basta infatti congratularsi per un gesto così bello e profondo al tempo stesso. Forse non basta nemmeno che la notizia circoli — com’è sacrosanto — tra i giornali, raggiungendo le reti televisive.
Credo che tanta umanità abbia bisogno di qualcosa di più di tutta la riconoscenza, pur sincera, che possiamo esprimere. Credo che possa essere soddisfatta solo dal dono più alto: quello che consente alla madre di pronunciare la frase più bella e densa: “un giorno ci rincontreremo”. Dandole così la certezza di una vittoria sulla morte della figlia e quindi, riappropriandosi di quest’ultima.
Credo che sia per gente come questa, per queste scintille anonime di bene, che Cristo si sia fatto uomo. Credo che sia proprio per questa capacità di umanità gratuita e profonda che Dio ha posto nel cuore dell’uomo che ci sia stato bisogno che suo figlio si incarnasse. Credo che sia proprio in ragione di quest’umanità che sia stato necessario che la promessa si facesse carne e venisse a riannodare i legami tra cielo e terra, restituendo a quella madre, ed alle mille altre che l’hanno preceduta in una strada così aspra e dolorosa, la certezza che non siamo fatti per la morte, ma per la vita.
E ancora non basta. Quando infatti questa madre dice che “Nicole mi ha insegnato che la felicità resiste anche al dolore” non squarcia solo il velo della morte con la speranza del futuro, ma anche quello dell’oggi, cioè della nostra vita quotidiana, del nostro presente. Una felicità che resiste anche al dolore, dichiarata con semplicità da una madre che ha perso la figlia — cioè, che ha visto recidere il legame più caro e potente che esista negli esseri umani — apre le porte del divino fin da questo momento.
Solo il divino può dare una simile forza. E non si tratta di un divino annunciato nel Libro e presente alla coscienza dei credenti, ma si tratta di un divino incontrato, sperimentato; un divino nel quale ci si è imbattuti attraverso il bene dei propri colleghi di lavoro. Questi colleghi infatti, con il loro gesto semplice ma per nulla banale né tantomeno scontato, hanno permesso alla madre di riconciliarsi con la morte, rivelandole la certezza di un legame di solidarietà profonda che dice la verità ultima anche di quello tra lei e la figlia: “un giorno di rincontreremo”.
Non è importante sapere se gli operai di Molvena siano cattolici o meno. Se pratichino o meno le funzioni liturgiche. È certo che la grazia di Dio è passata attraverso di loro, attraverso la loro umanità. È certo che il loro cuore, ha rivelato la presenza di un bene che li sovrasta e li inonda. Hanno dato retta al loro cuore, liberando quella vocazione al bene che un Altro ha donato loro ed alla quale, semplicemente, hanno detto di sì. Ed è in questa meravigliosa compagnia che Dio si è incarnato.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2017/1/8/Il-bene-radicale/2/741411/

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