Julián Carrón: «I problemi non li creano gli altri, gli altri ci rendono coscienti dei problemi che abbiamo» – DOCUMENTI

Un’intervista al presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione dal magazine spagnolo “Jotdown”

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Referendum, sentenza e riforme, spunti per un Paese unito – DA ILSUSSIDIARIO.NET

Un dibattito alla Statale di Milano sul futuro della politica italiana e su una nuova Costituente. Protagonisti dell’incontro, Valerio Onida, Luciano Violante, Gaetano Quagliariello, Lorenza Violini, Giorgio Vittadini e Mario Mauro

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Una creatura infinitamente amabile

Come Dio ci ama
Vincent Nagle
sabato 28 gennaio 2017

La settimana scorsa sono stato ospite al New York Encounter, uno stupendo festival culturale cattolico che si tiene ogni anno a Manhattan, e lì ho avuto una conversazione pubblica con un attore ormai molto premiato e che comincia ad apparire in tanta tv importante e poi anche in qualche film, di nome Richard Cabral. L’Encounter lo aveva invitato perché ha una storia particolare. Cresciuto nei “barrios” di Los Angeles, entrò in una banda di fuorilegge a 12 anni, e dall’età di 13 anni cominciò a frequentare il carcere. A vent’anni ha affrontato una condanna a 20 anni, che poi viene commutata a soli cinque anni. Una volta uscito di prigione cerca di cambiare vita, conosce un prete molto noto che lavora con i ragazzi delle gang, trova loro lavoro e li aiuta a ricominciare a vivere. “Vedi, Father Greg ha aiutato quella piccola fiamma che c’è nel mio animo a riaccendersi… mi ha aiutato a credere nell’amore… perché se qualcuno altro mi ha amato, come non posso amare me stesso?”.
Ad un certo punto, ad una mia domanda sulla sua vita nella gang, ha dato una risposta che ha sorpreso tutti, suscitando più di un mormorio nel migliaio di persone che ci stavano ad ascoltare. “Quelli della banda — ha detto Cabral — erano le persone più amabili del mondo. Le gangs esistono per l’amore”. Dopo tutto quello che aveva detto della violenza della sua vita, delle aggressioni più o meno gratuite che ha visto e fatto, questo non me lo aspettavo. Nella mia testa vedevo uomini pericolosi, pieni di rabbia e brutalità, e perciò era scioccante guardare Richard mentre lui era commosso al pensiero dei suoi ex compagni.
E allora mi sono ricordato di mio padre, un reduce della seconda guerra mondiale che, dopo tanti anni in cui non aveva più voluto sentir parlare di quelle esperienze brutali, nell’ultima parte della sua vita cercava la compagnia di quelli che avevano fatto la guerra con lui. Era così, pensavo, perché si trattava di uomini che avrebbero dato la vita per lui e mio padre aveva ora bisogno di ricordare il tempo in cui si sentiva amato.
Ho visto in Richard una nostalgia simile a quella di mio papà. E guardando Richard, avevo il desiderio di poter guardare in volto persone minacciose come lui era stato capace di fare. Vorrei poter stare davanti a persone che portano distruzione e sangue e vedere che sono amabili, che sono le persone più amabili del mondo.
Tre giorni dopo, ho potuto celebrare la messa per il secondo anniversario della morte di un amico che è stato leader di una comunità cristiana di New York. Era un nero, cresciuto nella povertà, dedito alla droga e all’alcol, a furti e violenze con le quali si procurava le sostanze di cui era dipendente.
Poi un incontro con un prete gli ha cambiato la vita. Ha incontrato una ragazza di questa comunità, una cattolica per bene e si sono sposati. Mentre lui moriva, lei ha fatto dei video (si trovano su Youtube) sul marito parlando della vita, di Dio, dell’amore, della gratitudine, della bellezza. Si chiamava Frank Simmonds. Rivedendo questi video la cosa che più mi ha colpito era quando Frank ha dichiarato che il dono più grande che Dio gli aveva dato, e di cui era più grato, era di poter vedere se stesso come Dio lo vedeva, con lo stesso sguardo di Dio. E ciò che vedeva era una creatura infinitamente amabile.
Voglio questo. Vedere le persone, me compreso, come Dio ci vede, senza paura. Voglio scoprire come ognuno di noi è infinitamente amabile. Questa è la mia preghiera. Grazie, New York!

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2017/1/28/Come-Dio-ci-ama/print/744949/

27 gennaio

«Mi metto davanti ai tuoi massimi enigmi, mio Dio. Ti sono riconoscente per questo, ho anche la forza di affrontarli, di sapere che non c’è risposta. Bisogna saper sopportare i tuoi misteri.
Dovrei proprio dormire, per giorni e giorni, dovrei lasciar andare tutto quanto. Il medico diceva ieri che ho una vita interiore troppo intensa, che vivo troppo poco sulla terra, anzi, che vivo quasi ai confini col cielo, che il mio fisico non può reggere a tutto ciò. Forse ha ragione. Quest’ultimo anno e mezzo, mio Dio! E questi ultimi due mesi, che da soli sono stati come una vita intera. E non ho forse avuto delle ore di cui ho detto: se dovessi morire tra poco, quest’ora mi è valsa una vita? Ho avuto spesso delle ore simili. E perché poi non dovrei vivere in cielo? Il cielo esiste, perché non ci si potrebbe vivere? O piuttosto: il cielo vive dentro di me. Devo pensare a un’espressione di una poesia di Rilke: “spazio interno del mondo”.
Ora devo dormire, e lasciar andare tutto. Mi gira tanto la testa. Non c’è niente che funzioni nel mio corpo. Vorrei guarire presto, ma dalle tue mani accetto tutto come viene, mio Dio. So che è sempre un bene. Ho imparato che un peso può esser convertito in bene se lo si sa sopportare».
(ETTY HILLESUM, Diario, 15 settembre 1942, dal campo di concentramento di Westerbork)

I cuori grandi

Fabio Capolla
mercoledì 25 gennaio 2017

ELICOTTERO 118 CADUTO. Cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo. In tanti ieri si sono posti questa domanda. L’Abruzzo in queste ultime settimane è diventato il centro del mondo. Per le disgrazie. Mentre i soccorritori lavorano alacremente sulle rovine dell’hotel di Rigopiano per recuperare i corpi delle persone rimaste sotto la slavina, con la speranza, sempre più flebile, di trovare qualcuno ancora in vita, le cronache registrano altri sei morti. Un elicottero del soccorso del 118 è precipitato ieri subito dopo aver recuperato uno sciatore 50enne di Roma, che si era rotto tibia e perone sciando nella stazione di Campo Felice, sul versante aquilano della catena del Gran Sasso. La scarsa visibilità, forse un cavo elettrico colpito dall’elicottero. Fatto sta che il velivolo è precipitato per 600 metri. Le sei persone a bordo non hanno avuto scampo.
Tra di loro un medico e un volontario del soccorso alpino, Walter Bucci e Davide De Carolis che fino al giorno prima erano stati a Rigopiano, a portare i soccorsi, a cercare di recuperare i superstiti travolti dalla slavina.
Tristezza, lacrime, disperazione. La notizia in pochi minuti è rimbalzata dall’Aquila a Rigopiano, fino a Teramo. Tante domande senza risposta, tanti perché. Il destino che trasforma uomini dediti al salvataggio di altri uomini in vittime. L’Abruzzo al centro del mondo, ma non per il fascino delle sue montagne, per la bellezza della costa. Dagli Appennini al mare in pochi minuti, quando non ci sono scosse di terremoto, nevicate che si ricordano nel tempo, quando c’è la luce e le vecchiette di paese raccontano aneddoti della montagna. L’Abruzzo forte e gentile mostra tutte le sue debolezze. Chiede preghiere, unico sollievo per dare risposte a chi è rimasto a piangere i propri cari.
“Ho condiviso con lui tanti anni di lavoro a Carsoli ed il suo sorriso mi accompagna ancora… ora è in Cielo, ha dato la vita per soccorrere un altro uomo!”, scrive un medico del 118 teramano per ricordare Walter Bucci. Una persona che ha vissuto il suo ruolo di medico rianimatore dedicato agli altri e per salvare un altro ha trovato la morte. La sua dedizione verso gli altri lo aveva portato a diventare volontario del soccorso alpino, quando non era in servizio con il 118.
A piangere Davide centinaia di persone. A Teramo, dove da ragazzino faceva lo scout, il liceo, prima di trasferirsi a Santo Stefano di Sessanio, nell’Aquilano, dove viveva con la moglie, la figlia, dove era diventato consigliere comunale. A inizio anno era su una ruspa per liberare dalla neve le strade del paese. Sempre pronto a portare aiuto, a qualsiasi livello. Quell’educazione scout che ne aveva fatto un ragazzo amato da tutti, che lo aveva fatto diventare uomo. E uomo per gli uomini.
Disastri su disastri, ma anche la scoperta di cuori grandi, di dedizione verso l’altro. Così si scopre che, al di là del dolore, queste persone non sono morte per nulla. Hanno lasciato un segno, una testimonianza. Una speranza per chi li ha conosciuti, ma anche per chi li ha scoperti nel momento dell’emergenza.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2017/1/25/ELICOTTERO-118-CADUTO-Da-salvatori-a-vittime-quando-il-sacrificio-semina-speranza/print/744272/

Congdon e il Crocefisso

Pigi Colognesi
lunedì 23 gennaio 2017

L’ultimo libro di Massimo Recalcati, noto psicanalista, tratta di arte, ponendosi ad un livello profondo benché scomodo, quello della “fedeltà al compito più alto della pittura: estrarre la forma dall’informe, emancipare l’evento dell’opera dalla sua semplice presenza, custodire la sua trascendenza, esporsi all’ustione con il reale”.
Lo fa senza nascondersi che “è forse diventato un vero e proprio tabù ricordare oggi che l’opera d’arte, come sanno bene tutti i grandi artisti, intrattiene sempre un rapporto con l’assoluto”. Recalcati presenta in questo volume “nove ritratti di artisti” accomunati dal “tabù” appena ricordato e cioè, in fondo, dalla consapevolezza che l’arte è inesorabilmente ricerca e diremmo “lotta” con “il mistero delle cose” che dà il titolo al volume.
Tra i nove artisti – finalmente in compagnia di altri grandissimi come Giorgio Morandi e Alberto Burri – figura anche William Congdon, del quale Recalcati spiega la “poetica del crocefisso”. È noto infatti che il pittore di origine americana è tornato spesso (quasi duecento volte) su questo che non è un tema, ma un evento coinvolgente la vita dell’artista nel momento stesso di dipingerlo (e dello spettatore nel momento stesso di guardarlo).
Un evento di tale rilevanza che Congdon ha scritto: “Dipingo sempre il Crocefisso perché in questo sta tutto ciò che ho visto e vissuto fino al momento di dipingerlo, e tutto ciò che mai vedrò in futuro”. Ovviamente l’assunzione del soggetto di Cristo che muore sulla croce si annoda strettamente alla biografia di Congdon nel mezzo della quale sta la conversione al cattolicesimo del 1959. Molti critici l’hanno interpretata in puro stile freudiano, che Recalcati sintetizza così: “Proiezione superstiziosa di antiche angosce e idealizzazioni – Dio è il padre idealizzato che salva la vita dall’incontro traumatico e angosciante con il reale”.
Ma è interpretazione che, prosegue Recalcati, “non rende affatto giustizia all’esperienza della fede come incontro [il corsivo è suo] e non come difesa dal reale”. E il cristianesimo è esattamente l’incontro con la divinità che ha pienamente e consapevolmente assunto (per redimerla) la realtà umana in tutti i suoi aspetti, morte compresa. “Gesù non vuole proteggere la vita dalla ustioni del reale, non si offre come un riparo consolatorio. Egli è l’incarnazione della Legge del desiderio; non ci guida, ma ci attira a sé”.
La lunga e variegata serie dei crocifissi di Congdon è pittura sacra “non perché dipinge l’invisibile, ma perché restituisce lo spessore profondamente umano dell’esperienza di Cristo”. Così “profondamente umano” che ad un certo punto del suo cammino “il Bill” (permettetemi di chiamarlo come quando chiacchieravo con lui) non ha più avuto bisogno di raffigurare il soggetto del crocifisso: la dinamica passione-morte-resurrezione era diventata così esistenzialmente sua che la scorgeva (e rappresentava) nel mutare stagionale dei campi, nell’abbraccio apparentemente nullificante della nebbia, nella luna sorgente alta sopra un cimitero, nella pioggia vivificante e nei soli sgargianti che inondano le messi.
Più di tutto, forse, nei sublimi pastelli (impostigli dalla impossibilità fisica di compiere il gesto della pittura) nei quali pochi tratti dinamizzano lo spazio in una danza così armoniosa che non si può non pensare alla promessa di vita che stava già nel magma anche del più nero dei crocefissi.

 

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Lascia che il mondo rida di te se la tua vita salvarlo potrá

Federico Pichetto
domenica 22 gennaio 2017

Caro direttore,
vorrei cogliere l’ennesimo dolore che ha ferito la terra d’Abruzzo in questi giorni come la possibilità di condividere alcune riflessioni.
La prima riflessione mi ha sorpreso mentre l’altro giorno ascoltavo la radio e un signore, molto convincente e dalla voce autorevole, diceva che “Io, finché tutti i miei concittadini colpiti dai terremoti di questi mesi non avranno un tetto sopra la testa e non si saranno spesi i soldi necessari a mettere in sicurezza i nostri paesi, di migranti e di accoglienza non voglio sentir parlare”. Credo si debba dire quello che tutti sappiamo: nel nostro paese, e più in generale in Europa, questo ragionamento è diffusissimo ed è tutt’altro che poco convincente. Qual è il punto qualificante di affermazioni come questa? L’esperienza che ciascuno fa del proprio bisogno, il credere che il bisogno dell’altro non c’entri col mio, ma sia ad esso o di ostacolo o alternativo. Le donne di Kampala, che più di dieci anni fa dalla loro povera terra inviarono una raccolta fondi agli statunitensi che avevano perso tutto nell’uragano Katrina, ci insegnano che solo un bisogno accolto sa accogliere. La colonna sonora che anima questo lungo inverno italiano è proprio l’incapacità di accogliere il bisogno dell’altro, il non comprendere che il primo modo per stare di fronte al mio bisogno è che io accolga il bisogno dell’altro. Ma questo può accadere solo se io, anzitutto, sono accolto.
E qui vorrei far emergere la seconda considerazione che mi pare possa essere utile per una riflessione collettiva: la speculazione politica attorno al terremoto, il clima che contraddistingue i post e i commenti dei social network, le continue battaglie ideologiche portate avanti da settori contrapposti dell’opinione pubblica a forza di petizioni e di “guerre di religione” fanno capire che ciò che più manca in questo momento è una presenza pubblica capace di ricostruire la comunità civile e sociale del nostro paese. Nell’epoca in cui ci troviamo ciò che fa la differenza non sono le leggi, ma una presenza capace di ridestare in noi la memoria di un’appartenenza collettiva, comune, che va al di là delle nostre storie personali o degli appelli, ma che ci rende comunità, popolo.
Facebook è nato nel 2003 come un social network di universitari, oggi di giovanissimi spesso nei dibattiti virtuali non se ne vede neppure l’ombra: tutti hanno un profilo, ma chi parla, interagisce, sono gli adulti di tutte le età, rendendo la rete specchio di un’individualismo esasperato e di un collettivismo elitario che ha letteralmente distrutto il nostro paese e il nostro continente almeno negli ultimi dieci anni. Ciò che ha dilaniato il nostro contesto sociale e civile non sono stati tanto Instagram, WhatsApp o Facebook: questi “luoghi” si sono rivelati come strumenti, quasi “acceleratori”, di qualcosa che era in corso e che ha trovato nel web la sua più ampia risonanza, ossia la fine di quella fiducia reciproca che sta alla base di ogni convivenza umana.
Noi oggi soffriamo di un gigantesco problema di fede per cui la salvezza —la felicità — della vita viene solo da quello che vogliamo e otteniamo, non da quello che incontriamo. La realtà non è più la casa comune che attende ogni uomo che esce dal grembo della propria madre per farlo maturare e crescere, ma è una matrigna cattiva da combattere e censurare. Emblemi di tutto questo sono casi come il dj Fabo che, dopo un incidente stradale, ridotto in condizioni sanitarie gravissime, chiede l’eutanasia al presidente Mattarella, o la crisi di istituzioni come il matrimonio in cui il tempo — che è la vera condizione per incontrarsi — diventa invece lo spazio della morte del desiderio, del rispetto, dell’amore. Anche le polemiche contro lo Stato — sempre e comunque — sono specchio di questa sfiducia nei confronti di quello che c’è a favore di quello che ci dovrebbe essere. È la vittoria nei fatti di quella sinistra hegeliana che voleva rendere reale tutto ciò che nella propria testa era razionale. Ma la vita, e la storia, non funzionano così.
Concludo, allora, evidenziando con convinzione la grazia che il mondo ha avuto con l’arrivo di Papa Francesco: egli da subito, quattro anni fa, parlò di rendere la Chiesa un ospedale da campo, per primo si recò a Lampedusa dove migliaia di vite stavano morendo nel tentativo di migrare, con tenacia si adoperò per mettere al primo posto dell’agenda mondiale la povertà, la cura della nostra casa comune e le ferite delle famiglie. Non c’era nessuna “agenda” in quelle mosse, solo il nobile tentativo di ricondurre la Chiesa a essere, nel tempo, il Corpo della Presenza disarmata del Crocifisso Risorto che non giudicò il mondo, ma lo salvò. “Lascia che il mondo rida di te se la tua vita salvarlo potrà” dice una canzone.
Oggi la strada di Pietro, la strada della Chiesa, sembra essere diventata proprio questa: non la difesa delle proprie ragioni, ma l’offerta di sé per la salvezza del mondo. Un compito semplice e imponente al contempo, dinnanzi al quale è normale ci siano resistenze e perplessità. Stiamo infatti parlando della questione decisiva dell’esistenza, ossia il motivo per cui siamo al mondo. Il Papa ci dice che la vita ci è stata data per essere donata, per essere data, e non per essere esaudita e risolta. Eppure la presenza di un uomo così grande, come una volta mi ebbe a dire l’onorevole Bertinotti, porta con sé un ultimo segreto: l’atto di libertà di Papa Benedetto.
Quattro anni fa, in mezzo alla neve, fu quel gesto a spezzare il nostro lungo inverno. Adesso tocca a noi. Abbiamo imparato qualcosa da quell’atto di povertà e di fiducia? I nostri concittadini terremotati, i migranti, nostra moglie, i nostri figli e i nostri amici — anche se non lo sanno — attendono con trepidazione la risposta a questa domanda. Attendono con trepidazione il miracolo di un io libero, disposto a sacrificare le proprie idee e la propria vita per l’amore ad una Presenza più grande di tutte le nostre riduzioni, una Presenza che, attraverso questa terra che trema, ci chiama e ci attrae.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2017/1/22/TERREMOTO-La-liberta-che-manca-e-la-lezione-di-Francesco/print/743399/