Te deum laudamus 2016 e Buon fine d’anno !

Questo articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola a partire dal 29 dicembre (vai alla pagina degli abbonamenti) e secondo tradizione è dedicato ai “Te Deum”, i ringraziamenti per l’anno appena trascorso. Nel “Te Deum” 2016 Tempi ospita i contributi di Benedict Nivakoff, Alex Schwazer, Rone al-Sabty, Ilda Casati, Luigi Amicone, Siobhan Nash-Marshall, Therese Kang Mi-jin, Anba Macarius, Roberto Perrone, Pier Giacomo Ghirardini, Farhad Bitani, Maurizio Bezzi, Renato Farina, Pippo Corigliano, padre Aldo Trento, Mauro Grimoldi. Il prossimo numero di Tempi sarà in edicola da giovedì 12 gennaio 2017.
quanto volgere d’anni
per vivere
e poi dire
scrivere
quanto tempo di ore e minuti
per leggere
rifare la strada
e dare la propria voce
alla vita
prestarla al canto
che ciascuno è chiamato a cantare
e quanto spazio di tempo
per guardare
vedere
capire
abbreviare la parola
per regalarla

di che si narra qui dentro
di quale storia
in questa rimanenza di spazio
e di tempo
tra queste scorie precarie
di tane incerte deserte
anche noi
in mezzo a questa vita
che nullo omo vivente può
scampare
di cosa si parla
si dice di chi
di quando
di dove
se una storia c’è ancora
se non è tutto confusione
frammenti sparsi strappati dispersi
sopra un tavolo bianco
quando uno si perde
nello scuro
non c’è nessuno
soltanto cani
tutto è come perduto
finito
consumato
nel buio
nel buco
girano lupi affamati
leoni superbi e minacciosi
leopardi agili e veloci
d’improvviso
dal magma
dal niente
dal nonsisadove
nonsisacosa
che tutto sembra bruciato via
incarbonito
piante uomini e animali
vien fuori uno
uno vien su
bene trovato
nell’inferno del mondo
si prende in groppa il caos
e lo svolge in strada
via
verità
vita
che chiama che urge che ama
ce ne andremo via tristi
diremo che è troppo per noi
presuntuosamente asserragliati
nella gabbia minima
delle consuetudini
non siamo enea
non siamo paolo
siamo noi
pocaroba
pocacosa
tanto ricchi da aver paura
terribile il bene
terribile l’amore
più ancora del male
del buio
del buco
perché esiti perché ti fermi
perché temi
e tremi
se tanto amore ti ama
se tanta promessa ti promette
cedi infine alla grazia
madre amorevole della ragione
maria
che soccorri i cadenti
sostieni i pendenti
rialzi i morenti
quando
non hanno più vino
non hanno più fiato
non hanno più vita
tu porti il padrone della vigna
mandi il signore della vite
e della vita
l’ospite che abita l’adesso
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Te deum laudamus

L’amore umano è il miracolo che si può contrapporre a qualunque arida teorizzazione secondo cui non c’è speranza per il mondo
A.Tarkovskij

Lo scrigno di speranza

 

Elisa Grimi
sabato 24 dicembre 2016

“Il Natale quest’anno non si sente proprio”. Dopo la decima volta che mi è capitato di udire quest’affermazione, fatta sempre suppergiù con rammarico dall’interlocutore, ho deciso sotto l’insegnamento di Hans Christian Ørsted di proporre un esperimento mentale. Nessun rischio pertanto, righe innocue in cui si viaggia con l’immaginazione.
Pensate se esistesse una terra come la nostra, la chiamerò MagnificaTerra, con i medesimi problemi e le stesse atroci guerre ma i cui abitanti non dispongono di speranza. Audaci e instancabili lavoratori al risveglio non nutrono speranza alcuna ritrovandosi a seguire la medesima routine giorno dopo giorno, senza però potere sperare nulla. Insomma una MagnificaTerra in cui non vi è alcuna nota positiva, alcuna speranza che tutto quanto si è sofferto, patito e pianto sia un giorno riscattato, in cui quello che si è perso lo si è perso per sempre, in cui non è possibile sperare che la contraddizione di questa vita abbia un senso, che dopo la vita vi sia qualcosa. Una MagnificaTerra cioè senza nulla da festeggiare la notte del 24 dicembre.
Eppure paradossalmente sulla nostra Terra la percentuale degli abitanti delle società benestanti basa le proprie ferie, il consumo delle vivande più ricche, l’acquisto di beni materiali proprio a partire dalla festività del Santo Natale. Senza sentirlo, senza conoscerlo. Come se il Natale fosse una volta all’anno.
In un periodo di confusione completa della storia dell’Europa, dell’identità dell’Occidente cristiano, parlare di sacra famiglia sembra quasi un permesso che ci si prende dinnanzi al potere imperante, all’ombra, quasi di nascosto — possiamo oggi dirlo — di chi detta le regole in materia di educazione, istruzione, formazione, insomma una sorta di congedo esclusivo per la Santa notte. In un periodo così buio per la fede cristiana nel mondo ci si sente quasi in imbarazzo nel mostrare pubblicamente un Presepe, perché forse non di rispetto innanzi ad altre religioni, gli auguri di Natale sono sussurrati, e tutto è trasformato in un grande ed immenso commercio. È così che l’Occidente vive il suo Natale. L’Occidente oggi è come un ragazzo cresciuto in cattive compagnie, oramai adulto, formato, che per far torto a suo padre poiché ancora abbraccia i valori di una volta, distrugge la sua stessa casa paterna. L’Occidente è divenuto una MagnificaTerra senza speranza, disperato.
Il Natale invece è la forza della Terra, è uno scrigno di speranza. Senza Natale non vi è speranza, poiché solo uno è stato l’uomo che ha sconfitto la morte, che è morto e risorto per ciascuno di noi. È per questo che ad esempio Chesterton si trovò quasi paradossalmente ad affermare di sposare sua moglie ogni giorno, di nuovo.
Oggi invece si canta “A Natale puoi fare quello che non hai fatto mai”, quasi si avesse l’esclusiva di un giorno magico, invece quello che accadde quel giorno duemila anni fa nel tepore di una grotta è la novità che sorprende la vita di un cristiano ogni giorno, dangogli tutta la forza di cui disporre per costruire, per fare della propria vita un capolavoro e per rendere una MagnificaTerra senza speranza, un Paradiso, reale, esperito, vissuto, custodito, amato. Come affermò il Servo di Dio don Luigi Giussani anni fa durante una delle sue lezioni in classe a una manciata di studenti: “Ma ragazzi, fin quando ve ne infischiate della vita eterna vi capisco perché non avete ancora sufficiente forza di immaginazione, di serietà; ma se vi infischiate del centuplo quaggiù siete proprio dei fessi”.
Vivere con la consapevolezza che ogni giorno è Natale è quanto per grazia occorre per tornare a una società in cui il bene trionfa, poiché senza la certezza di un Amore concreto non è possibile amare, cioè costruire con la certezza di una speranza che reggerà e trionferà nella storia tutta.

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/12/24/LETTURE-Natale-dono-di-grazia-che-attende-una-risposta/print/739330/

Eterno consiglio

Nel giorno più maestoso dell’anno, giorno in cui – non importa con quale coscienza o incoscienza – risorge la memoria che la vita umana ha un Amico presente e un Destino che non è il nulla, riproponiamo una lettera che don Luigi Giussani scrisse alla Fraternità di Comunione e Liberazione il 22 giugno 2003, di ritorno da un pellegrinaggio al santuario della Madonna di Loreto. Buon Natale!
Cari amici,
dopo il pellegrinaggio a Loreto, la personalità della Madre di Cristo ha giocato un ruolo che ora capisco quanto sia decisivo, chiarificatore per il carisma che la Chiesa ha riconosciuto come origine del nostro cammino.
Vi mando il testo di alcune mie riflessioni chiedendovi umilmente di domandare tutti i giorni allo Spirito che ci doni l’aiuto necessario: come ai primi Apostoli.
Vi assicuro che cercherò di offrire compagnia a qualsiasi interrogativo, dubbio o incertezza perché il nostro cuore rimanga fedele.
Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio.
1) L’inno alla Vergine di Dante coincide con l’esaltazione dell’essere, con l’ultima tensione da parte della coscienza dell’uomo che è alla presenza della “realtà” – che non nasce da se stessa, ma è fatta da un focus ineffabile: la realtà, infatti, è creata -.
È il dramma supremo che l’Essere domandi di essere riconosciuto dall’uomo. Questo è il dramma della libertà che deve vivere l’io: l’adesione al fatto che l’io deve essere continuamente esaltato da una rinascita del reale, da una ri-creazione che nella figura della Madonna diventa commossa dall’Infinito. La figura della Madonna è il costituirsi della personalità cristiana.
Il principio fondamentale del cristianesimo è la libertà, che è l’unica traduzione dell’infinitezza dell’uomo. E questa infinitezza si scopre nella finitezza che l’uomo sperimenta.
La libertà dell’uomo è la salvezza dell’uomo. Ora, la salvezza è il Mistero di Dio che si comunica all’uomo. La Madonna ha rispettato totalmente la libertà di Dio, ne ha salvato la libertà; ha obbedito a Dio perché ne ha rispettato la libertà: non vi ha opposto un suo metodo. Qui è la prima rivelazione di Dio.
L’Essere “si coestende” al suo comunicarsi totale, l’Essere arriva a toccare tutto ciò che lo circonda e per cui è stato fatto, ed è proprio nel suo comunicarsi totale che questo (la coestensione) avviene e si realizza, ti raggiunge. Per questo la verginità – «Vergine madre» – coincide con la natura dell’essere reale nella formula della totalità del suo svelarsi. La verginità è l’essere reale. «Vergine madre»: vergine perché eterna. «Nel ventre tuo si raccese l’amore/ per lo cui caldo nell’eterna pace…». Per lo cui caldo: ma chi è quel poeta che usa un termine così concreto? È dalla Verginità eterna che sorge la verginità della maternità. Così «Vergine madre» indica la modalità eterna con cui Dio comunica la Sua natura. Vergine viene prima di madre: vergine è secondo la natura dell’Essere, lo splendore dell’Essere; madre è lo strumento usato dall’Essere per comunicarsi.
Vergine: non esiste nulla di più perentoriamente e definitivamente suscitato da Dio come creatore di tutto – sarà bello andare a leggere i brani dell’Esodo, del Deuteronomio, del Siracide, di Isaia – della verginità. La prima quota del valore di un io, del creato, di qualunque cosa creata, l’assoluto è la verginità. La prima caratteristica in cui l’Essere si comunica è la verginità. È il concetto di purità assoluta, la cui conseguenza di vorticosità assoluta è la maternità. La verginità è materna, è madre del creato. È maternità la verginità. Qui è la consistenza espressa e raggiunta dell’Essere: la perfezione che ha come suo punto luminoso la verginità, il calore della verginità, la ricchezza della maternità.
La Madonna è il metodo a noi necessario per una familiarità con Cristo. Lei è lo strumento che Dio ha usato per entrare nel cuore dell’uomo. E Dante è il più grande poeta della nostra stirpe: egli fa una teologia di Maria come nessuno ha mai fatto. O si sente la prima terzina di Dante crescere in cuore o essa diventa una pietra che schiaccia. Il Mistero dal quale procede, nel quale viene mantenuto e si esaurirà il creato, è la Madonna. «Vergine madre, figlia del tuo Figlio»: questo verso indica il significato totale del creato come accettabile dall’uomo, cioè offerto all’uomo. Così nel grembo di Maria è venuto a galla lo Spirito creatore, l’evidenza dello Spirito.
«Termine fisso d’eterno consiglio»: questa è la parola che definisce la natura delle cose che sono; nella sua definitività è l’espressione della potenza creativa di Dio. Quel “fisso” non rappresenta un blocco della libertà di Maria, perché il termine fisso è un suggerimento che viene dall’Eterno, che conferma l’opera di Dio. Per questo la prima parte dell’inno di Dante è l’esaltazione dell’eterno. È questo che bisogna rinfocolare nell’animo nostro e in quello dei credenti: l’amore a Cristo, a Cristo che è l’eterno consiglio. Tutto appartiene all’eterno. Termine fisso d’eterno consiglio: questo è il disegno ultimo, primo e ultimo del creato. È un eterno consiglio, è una cosa che vibra e che si chiama eternità.
Ragionando sulla lettera del Papa per il ventennale della Fraternità mi si è chiarita la questione: lo Spirito Santo è l’attuarsi provvidenziale del termine ultimo d’eterno consiglio: è il punto fisso definito della creazione dello Spirito, del genio di Dio.
“Consiglio” è percepire la dimensione infinita, inarrivabile, invincibile dello Spirito Santo. Questo rivela la ragione che giustifica il metodo dell’Incarnazione. Senza questo passaggio la Madre di Cristo non si capirebbe.
All’uomo tutto questo non può apparire se non come supremo metodo della libertà di Dio: la libertà di Dio è l’infinito potere che fissa – stabilisce – nel suo sguardo l’opera dello Spirito: Veni Creator Spiritus, mentes tuorum visita…
Queste cose qui bisogna leggerle anche con umiltà, perché Dio ti destina all’eterno, ti fa eterno, perché ti destina a capire chi tu sia e questo avviene negli spazi infiniti del tempo.

2) La persona, il tu della persona è il luogo della garantita nobiltà generatrice, nella coscienza continua (sempre superiore a se stessa) della grande promessa, che domina tutta l’azione dello Spirito: Dio crea l’uomo e rappresenta l’invadenza del desiderio, è un desiderio senza fine come è per noi il fuoco di un dinamismo infinito rispetto a una sorgente provvisoria. Dio è la misura dell’invadenza del desiderio, essendo Dio la misura del desiderio. Solo tenendo presente Dio, uno si accorge che quello che ha addosso è una sorgente senza limite.
Questo vuole dire che lo Spirito suscita nell’uomo la parola, il disegno, che lo definisce. E questa parola coincide con un potere missionario, cioè ritorna sui campi della propria terra come provocante sfida.
3) La totalità dell’impegno della persona rende “uno”, un unicum, quello che sarebbe provvisoria luce partecipativa: ultima eterna formula del Mistero amoroso, la vertiginosa drammaticità in cui il tu precipita, dal di dentro di tutte le cose, in un abbraccio cosmico.
4) L’amore è così la formula partecipativa a quello che resterebbe un puro effimero.
Spiritus est Deus, lo Spirito è Dio, ma lo Spirito di Dio è amore: Deus charitas est (l’essenza della Trinità sono i tre che si amano). L’essenza dell’Essere è l’amore, questa è la grande rivelazione. Perciò tutta la legge morale è totalmente definita dal termine carità.
5) La carità riluce, dunque, come unica forma della moralità, che appare come estasi di speranza, inesauribile speranza. «Se’ di speranza fontana vivace».
La speranza passa come luce negli occhi e come ardenza nel cuore di quell’Essere che definisce la ricompensa dell’attesa umana: non è un premio perché l’io sia bravo, ma perché l’io vive l’estasi della speranza.
La speranza è una formula vivace, gioiosa e, nel suo impeto, nella sua purezza di contenuto, detta l’immagine di tutta l’umanità: la carità come forma della moralità.
Come quando Gesù fu di fronte al giovane ricco: «Va’, vendi tutto quello che hai e vieni con me!»; essendo quelle parole la forma della moralità, il ragazzo non aveva molta forza e non Lo seguì.
Tutto quello che accade è grazia, e tutta la grazia è in quel Tu in cui avviene l’adempimento.
6) Nel cuore dell’uomo, dalla misericordia sino al perdono e dalla ricchezza senza fondo, la gioia si addensa come luce senza confine, che assicura l’intensità della bontà creatrice.
7) La “musica” umana è il palco su cui tutto accade: e il Mistero diviene il popolo umano e il “coro” dell’Infinito. Si realizza così un’enfasi di personalità cristiana: ci si alza al mattino per andare a messa, per farsi curare, per andare a lavorare, per i figli… ci si alza per una esplosione in se stessi del fatto di Cristo!
Auguri a voi, alle vostre famiglie e alle vostre comunità.
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Lo sguardo che pietà disserra

Pigi Colognesi
lunedì 26 dicembre 2016

SANTO STEFANO E DANTE. “Poi vidi genti accese in foco d’ira / con pietre un giovinetto ancider, forte / gridando a sé pur: ‘Martira, martira!'”. Siamo nel Purgatorio e Dante è appena entrato nel terzo girone, cioè salito sulla terza rientranza che la gran montagna della penitenza fa per raccogliere le anime purganti un determinato peccato. Da quanto è successo nei gironi precedenti sappiamo che proprio all’ingresso di un nuovo “settore” purgatoriale il poeta pellegrino incontra qualcosa che gli ricorda la virtù esattamente opposta al vizio che lì si espia; l’umiltà — antitetica alla superbia dei penitenti del primo girone — è raffigurata in mirabili bassorilievi così perfetti che le statue sembrano muoversi e persino parlare; l’amore generoso — il contrario dell’invidia crudele — è stato esemplificato, nel secondo cerchio, da voci parlanti simili a un vento che passa e se ne va. Qui invece Dante ha “visioni estatiche” cioè pur continuando a camminare, sebbene un po’ frastornato, vede dentro di sé tre scene. La terza inizia con le parole che ho appena citato. È subito chiaro che la virtù (e reciproco vizio) di cui qui si parlerà è la mansuetudine opposta all’ira che “accende” come il fuoco le “genti” che appaiono in visione al poeta. Il fuoco dell’ira, dell’improvvisa arrabbiatura, produce un fumo acre, denso, quasi pungente in cui — Dante lo vedrà tra poco — soffrono i penitenti di questo girone.
La folla furibonda sta uccidendo a sassate un giovinetto, incitandosi con urla selvagge. È evidente che si sta parlando di santo Stefano; Dante non ha bisogno di citarne il nome, basta il verbo usato della folla: equivale ad un “Uccidiamolo! A morte!”, ma Dante sceglie il verbo che qualifica Stefano, primo testimone (proto-martire) di Cristo fino all’effusione del sangue.
Spostandosi dalla folla urlante per posarsi sul protagonista della scena, lo sguardo di Dante lo coglie nel momento in cui, piegandosi a terra sfinito per i colpi, tiene tuttavia i giovani occhi rivolti al cielo. “E lui vedea chinarsi, per la morte / che l’aggravava già, inver la terra / ma degli occhi facea sempre al ciel porte”. Spettacolare quest’ultima espressione; Dante non dice semplicemente che Stefano guardava in cielo ma che spalancava i propri occhi perché il cielo vi si potesse rovesciare in tutta la sua bellezza. Gli Atti degli apostoli non riferiscono questo particolare del martirio di Stefano, ma narrano che, concluso il suo discorso davanti al sinedrio, Stefano aveva detto: “Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”; esattamente a queste parole i sinedriti gridarono forte e, preso il giovane, “lo trascinarono fuori dalla città e si misero a lapidarlo”.
La terzina seguente spiega perché questo esempio introduce al girone degli iracondi: la virtù opposta all’ira non è calma distaccata, ma amore così attivo che giunge al perdono. Dunque Dante vede il giovane che cadendo a terra guarda in alto “orando a l’alto Sire, in tanta guerra, / che perdonasse a’ suoi persecutori”. C’è una “guerra” in corso, Stefano lo sa e Dante lo sottolinea, e ci sarà sempre nella storia dei cristiani; essa si può vincere solo imitando quello che ha fatto il Maestro, che sulla croce chiese all'”alto Sire” per coloro che l’uccidevano la misericordia del perdono. Questo incredibile atteggiamento costituisce il vero testimone (martire), che non ha la faccia triste di chi ci sta perdendo o quella arrabbiata di chi ce l’ha col mondo intero; Stefano, come Dante l’ha visto, muore provocando compassione: “con quello aspetto che pietà disserra”.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2016/12/26/Santo-Stefano-e-lo-sguardo-di-Dante/print/739303/

Gesù Cristo Piccirillo

Nuovi mondi

Gesù Cristo Piccirillo

(Sant’Alfonso Maria De’ Liguori)

Gesù Cristo piccirillo
Marriuncello arrubacore (1)
Vuò stu core e tienatillo
Non me sta chiù a ncuità. (2)
Tu si comma a na muschella
che va attuorn a u zuccariello
i a caccio essa s’azzecca (3)
sempr’attuorn’a me vo sta.

Rit.: Ninno bello, ninno d’ammore
sul a te i voglio amà.

So catene sti capilli
so manette i cippi r’oro
ma però so ricciulilli
comm’a chilli re Mammà.
Si mi vuò mannà a l’inferno
pe e peccat c’aggio fatto
j ce vago (4) ma a nu patto
ca nge vieni puru Tu (5).

Rit.: Ninno bello, ninno d’ammore
sul a te i voglio amà.

Tanno pò non è chiù nfierno (6)
ma nu vero Paraviso (7)
sulu Tu cu stu bel viso
ogni pena può cagnà (8).
Quanno pò me ne vengo (9)
‘n Paraviso me ne traso (10)
i t’abbraccio e pò…

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Natale

NATALE
di Giuseppe Ungaretti

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

Napoli, il 26 dicembre 1916