Misericordia e unità – IL PAPA AD AVVENIRE

«Giubileo ed ecumenismo sono frutti del Concilio, ma ci vorrà ancora molto tempo per percepire il Vaticano II». «Nessuna svendita della dottrina. Servire i poveri è servire Cristo. La Chiesa è il Vangelo». Un dialogo a chiusura dell’Anno Santo

Sorgente: Misericordia e unità – IL PAPA AD AVVENIRE

«Una storia ancora tutta da scrivere» – ROMA

L’incontro in Vaticano tra i detenuti della casa di reclusione “Due Palazzi” di Padova e il Pontefice, in occasione del Giubileo dei carcerati. L’invito a non dimenticare che è possibile un perdono: «Nessuno di voi si rinchiuda nel passato»

Sorgente: «Una storia ancora tutta da scrivere» – ROMA

Il posto dove gioir s’insempra

Valerio Capasa
martedì 15 novembre 2016

C’è un sonetto di Jacopo da Lentini, il padre di tutti i sonetti, che è vecchio quasi otto secoli, e fa ancora (sempre più) rodere d’invidia. Fin dall’attacco, in genere, viene sbrigativamente liquidato, archiviato al più fra i retaggi del bigottismo medievale:

Io m’aggio posto in core a Dio servire,
com’io potesse gire in paradiso,
al santo loco ch’aggio audito dire,
u’ si manten sollazzo, gioco e riso.

Che Jacopo voglia servire Dio, può anche starci: è un uomo del Duecento, malato di fissazioni religiose. Altrettanto scontato risulta il motivo di tale servizio: il desiderio di andare in paradiso. Eccola, la creduloneria che ci aspettiamo. Ma che idea ha, lui, del paradiso?
Qui cominciano le sorprese: non certo un concetto teologico né delle nuvole da pubblicità. Innanzitutto è un posto di cui ha sentito parlare (“aggio audito dire”): la gente del suo tempo comunicava di bocca in bocca che alla fine non c’era una fine, ma un destino eterno. E come lo descriveva? Come un luogo in cui si mantiene “sollazzo, gioco e riso”: un luogo in cui la felicità “si manten”. No, perché qui, sulla terra, il problema è che il divertimento, il gioco, il riso saranno anche belli, ma proprio non si mantengono, non tengono, non durano, e il sabato sera non arriva al lunedì mattina. Possibile che vada a finire tutto nel niente?
Quell’epoca non si arrendeva: nel Duecento si sentiva parlare di una prospettiva per cui c’è infinitamente di più che ridere e giocare, eppure tutto, anche i giochi e le risate, viene salvato, per sempre. A chi viene al mondo oggi, invece, capita la stessa fortuna? viene disegnato lo stesso orizzonte? Scusate il crollo dalle stelle alle stalle, ma quest’anno il singolo di Emma Marrone grida nel ritornello: “Il paradiso non esiste, esistono solo le mie braccia in questo piccolo mondo di oggi”. E dopo essersene uscita con quello che non riesce a produrre un ossimoro ma solo un finale a casaccio (“questo piccolo mondo, un mondo infinito”), la nostra filosofa insiste a ripetere che “il paradiso non esiste, lo abbiamo lasciato a tutti gli altri: mi basta il piccolo mondo di oggi, mi basta il piccolo mondo”.
Che tristezza! Se un uomo del Tremila paragonasse questi due testi, non avrebbe dubbi su quale sia stata l’epoca buia tra le due. Come può bastarti “il piccolo mondo di oggi”? come possono bastarti le tue piccole “braccia”? come possono bastarti i giochetti, le risatine, i divertimenti? che schifo di prospettiva offriamo a chi amiamo? davvero “solo le mie braccia”? Il nostro è un tempo che non sa che farsene del paradiso, e non perché sia meno religioso e più concreto, ma solo perché si accontenta delle cose piccole. Oltre al gioco (ludus) che un giorno ci illude (in-lusus) e un altro ci delude (de-lusus), non c’è altro: e alla fine, una manciata di polvere. È ovvio, quello che ora ti piace, domani si perde. “Non ci resta che piangere”: anzi, ridiamoci su, cadendo nel burrone all together, con le cuffiette nelle orecchie.
Abbiamo perso il paradiso: guadagnando almeno la terra? Sarebbe almeno un buon contrappasso: ai medievali il cielo, a noi la terra. Così, del resto, insegnano i libri e gli insegnanti. Ma che ne sanno? l’hanno letta la seconda strofa?

Sanza mia donna non vi voria gire,
quella c’ha blonda testa e claro viso,
ché sanza lei non poteria gaudere,
estando da la mia donna diviso.

Va bene il paradiso, ma non toglietemi lei: senza di lei non si può godere. Alla faccia di tutti i nostri pregiudizi, Jacopo da Lentini, da buon medievale, non si sogna nemmeno di escludere la terra per esaltare il cielo: per lui non c’è donna senza paradiso e non c’è paradiso senza donna. Perché il cielo non inghiotte la terra, ma la salva dal suo inghiottimento, e chi ama Dio non trascura l’uomo: anzi, quanto più ama qualcuno, tanto più ha bisogno che Dio lo salvi. Che senso avrebbe star bene per due ore o per due mesi o per due anni? Abbiamo bisogno, per godere davvero, del paradiso: il posto “dove gioir s’insempra”, come lo chiama Dante, inventandosi al solito un verbo che non potrebbe avere sostituti: insemprarsi, altro che le braccine delle fidanzatina del momento! Non sappiamo che farcene, di questo “nichilismo gaio” del “mangia, ché devi essere mangiato”, di questo dilagante “chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certezza”
Col sospetto di finire mangiato dai vermi, come fate a essere lieti? Contenti forse sì, ma la contentezza è per sua natura, etimologicamente, contenuta: una piccola cosa, come le piccole braccia del piccolo mondo. E non c’è, in Jacopo, nessuna scissione fra effimero ed eterno:

Ma non lo dico a tale intendimento,
perch’io peccato ci volesse fare;
se non veder lo suo bel portamento

e lo bel viso e ‘l morbido sguardare:
ché lo mi teria in gran consolamento,
veggendo la mia donna in ghiora stare.

Non vuole imboscarsi con lei tra le frasche del paradiso, ma lo consola già adesso pensare che la vedrà per sempre, nella gloria. A questo punto noi moderni, che ce ne infischiamo di queste chiacchiere, potremmo anche scrivere il nostro bel controsonetto, che durerebbe non ottocento anni ma il tempo di qualche likes: “Io me ne frego di Dio, il paradiso non esiste: l’unica cosa che ho nel cuore, in questo mondo noioso e stressante, è qualche divertimento ogni tanto, un bel viaggetto che, si sa, poi finisce e purtroppo si torna a lavorare. Lasciatemi qui con chi capita, così mi distraggo un po’ e non ci penso. E che ci importa della gloria e del suo sguardo? Se mi togliete pure i peccati (che poi chi l’ha detto che sono peccati?), la vita sarebbe una fregatura”.
Complimenti: aver perso già Dio con l’angoscia di poter perdere anche Satana. Rimanere all’asciutto, senza paradiso e senza lei. A meno che non ci capiti di incrociare qualche “bel viso”, e di accorgerci, finalmente, che amare significa desiderare di insemprarsi. Non perderla mai: quello che un tempo, prima di Emma e del nostro piccolo mondo marrone, dipingevano d’oro e chiamavano paradiso.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/11/15/LETTURE-Vuoi-mettere-il-piccolo-mondo-di-Emma-Marrone-contro-Jacopo-da-Lentini-/print/733090/

L’oggetto precede il pensiero

Daniele Gigli
mercoledì 9 novembre 2016

Che il kantismo su cui si fonda il nostro normale modo di “pensare il pensiero” scricchioli, non è tanto un tema da filosofi, ma una constatazione che sempre meno — in questo tempo incerto — si può impunemente contestare. Lo vedono gli spiriti più avvertiti nella loro speculazione, lo vede benissimo l’uomo della strada, che più cerca di capire il quotidiano, di inquadrarlo in una pratica di vita, più lo vede sfuggire in ogni direzione. La griglia non tiene.
E siccome, appunto, non si tratta di schermaglie filosofiche ma di storia del pensiero umano — di quella incerta, zoppicante e misteriosissima costruzione collettiva che dagli alberi ci ha portato a Lascaux, da Lascaux a Giotto e da Giotto a noi — la comparsa di un libro come The Philosophy of Gesture. Completing Pragmatists’ Incomplete Revolution (McGill-Queen’s University Press, 2015, 196 pp.), rappresenta qualcosa che attiene senz’altro al mondo dei pensatori di mestiere, ma che interessa e racconta del modo di pensare di noi tutti. Noi, che tante volte viviamo credendo di non pensare, ma che invece — per il solo fatto di vivere e agire — affermiamo sempre una visione del mondo, per quanto inconsapevole possa essere.
Autore di questo libro, che rischia seriamente di diventare una pietra miliare, è Giovanni Maddalena, professore di Filosofia della letteratura e Filosofia della comunicazione e del linguaggio all’Università del Molise, tra i massimi esperti mondiali di Peirce e del pragmatismo. Ed è proprio Peirce, ancora una volta, il motore che spinge la ricerca di Maddalena nella sua critica a Kant. Lo spiega molto bene l’autore stesso, polarizzando le due posizioni intellettuali di fronte alla realtà nelle affermazioni “io penso che”, che fonda la visione dell’io kantiano, e “non trovi che sia così?”, che muove invece la ricerca peirceiana.
Se ci fermiamo un attimo, la diversa consistenza delle due posizioni si rivela subito. Nel primo modo, infatti, il pensiero precede l’oggetto; nel secondo, l’oggetto precede il pensiero, che è invitato non a una fondazione ma a un riconoscimento. Nel primo caso, l’io, anche inconsapevolmente, si concepisce irrelato e si educa a forzare la realtà. Nel secondo, si educa a riconoscere la realtà — ed eventualmente, poi, a forzarla.
Ma se questa pars destruens del paradigma kantiano già sarebbe sufficiente a descrivere la singolarità del lavoro di Maddalena, la vera novità è nella sua pars construens, nell’elaborazione cioè di quella filosofia del gesto che dà il titolo al libro. Secondo Maddalena, infatti, le critiche più avvertite a Kant — e risalendo all’indietro, a Cartesio — hanno prevalentemente spinto sul pedale dell’irrazionalismo, secondo uno schema mentale per cui il razionalismo non è sufficiente a dar conto delle cose più interessanti del vivere — come l’amore, il dolore, il desiderio di potere, il male — e perciò l’uomo è fatto di una parte razionale, quella noiosa che serve per perpetuare la specie, e di una irrazionale e sentimentale, quella divertente ma in fondo “sbagliata”. È l’apoteosi del pensiero dualista, di quella opposizione sacro-profano che l’uomo avverte intimamente ingiusta, tanto da reagire con la fuga nell’irrazionale alla pretesa regolatrice del razionalismo.
La filosofia del gesto parte dal presupposto che queste filosofie irrazionaliste e romantiche, pur movendo da esigenze nobili e reali, finiscano con l’accettare e perpetuare il paradigma kantiano. Non sarà invece, si chiede Maddalena, che sia proprio il concetto di ragione che questo paradigma ci impone a dover essere contestato? Da questa domanda è partito un lavoro di ricerca di anni, che attraverso l’incontro con matematici quali Giuseppe Longo e Fernando Zalamea — che scrive un’introduzione partecipe e grata — e con la riflessione dei pragmatisti americani di cui è esperto, ha portato l’autore a scoprire, nelle sue parole, che “l’effettivo esercizio della scienza — la scienza degli scienziati, intendiamo, non quella del filosofo — richiede un altro tipo di ragionamento da quello analitico; un ragionamento che io chiamo sintetico e che ha il vantaggio di essere il riconoscimento dei significati ‘in azione’ e il nostro interagire con questi significati per farli diventare più precisi, più evidenti. In concreto, significa che lo scienziato che voglia verificare la struttura dell’atomo deve inventare un esperimento concretissimo, ragionare su tutti gli elementi che ha, sulle possibilità e sui risultati che ottiene per identificare una legge”. La stessa operazione, continua, che fa una persona “quando per dire ‘ti voglio bene’ organizza una serata pensando a che cosa succederà, a che cosa dirà, e si muove in un certo modo, si industria, orienta la sua azione in base alle risposte che ottiene”. La stessa operazione, infine, che fa l’artista, il quale “passa da un’impressione a una determinazione molto concreta e precisa per ottenere — attraverso fatica e tecnica — dei significati generali”.
È un pensiero nuovo, e tanto più nuovo quanto più affonda nella natura ultima dell’uomo e delle sue esigenze spesso misconosciute e violentate. Un pensiero — anzi, la descrizione di un modo di pensare a noi connaturale — che meriterebbe perciò di essere diffuso e studiato. Si parla continuamente, come in un refrain estivo, di fuga dei cervelli. Ecco, Maddalena non è fuggito, sta in Molise, viaggia molto (École Normale Superieure di Parigi e Università di Indianapolis, fra le tante) e pubblica con la casa editrice della McGill University. Nemo propheta in patria, d’accordo, ma davvero nessun editore e nessuno degli infiniti centri studi che popolano il Belpaese si sente di investire nella traduzione di questo libro? Davvero la possibilità di scoprire un pezzo profondo di noi vale così poco?

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/11/9/LETTURE-La-filosofia-del-gesto-non-forzare-la-realta-ma-riconoscerla/print/732295/