Quando il groviglio si scioglie – #COLLETTA16

L’attesa della raccolta alimentare, la tristezza dei giorni precedenti, la voglia di non andarci. Ma il 26 novembre, alle 7.30 è con gli altri volontari a recitare l’Angelus. La testimonianza di una di loro: «Adesso, in questo istante, io sono felice»

Sorgente: Quando il groviglio si scioglie – #COLLETTA16

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L’Atteso delle genti

 
Marco Pozza
sabato 26 novembre 2016

Il Re è morto amando: sino alla fine, fin sulla Croce, che più di così non gli riusciva di fare. Nessuno, dopo di Lui, seppe fare meglio. In tanti, ancora oggi, ci tentano: i più falliscono — senza le basi, scordatevi le altezze —, i santi vanno a bersaglio, il Vangelo cammina. Dio, ancora una volta, si rimbocca le maniche e ricomincia: “Se non ci metterà troppo, l’aspetterò tutta la vita” (O. Wilde). D’ora innanzi, nel destino ultimo di ciascun’anima, ad importare non sarà quanto si sta in attesa, ma per chi si sta in attesa. I Vangeli sono luce che abbaglia, parole in agguato, lavori-in-corso: nel costruire la casa della felicità — che nessuna casa sia senza la festa del cuore —, la sala-d’attesa verrà organizzata come la stanza più grande. Anche l’Avversario, il Satana ingelositosi, ha la sua sala d’attesa: più vecchie e noiose sono le riviste in sala d’attesa, però, più si dovrà aspettare per entrare. L’attesa, per ambedue gli schieramenti, è un futuro a mani vuote.
L’avvento è l’attesa di Dio, del Re ch’è morto amando. Da quel sospiro, si è diventati un po’ tutti mendicanti di bellezza: l’uomo diventa cercatore di felicità. “Siamo in attesa del Dio-Bambino” vanno ripetendosi quaggiù lungo le quattro settimane d’Avvento. L’atteso è il soprannome col quale hanno imparato a chiamare il loro Dio: l’Atteso delle genti. Questo, però, è l’Avvento più semplice: Dio manterrà le sue promesse, Fedele è il suo nome. L’attesa più complicata è l’altra: l’attesa che vive Dio. Il periodo d’Avvento della Santissima Trinità: “Siamo in attesa dell’uomo. Che l’uomo accetti d’essere amato”.
La notizia certa dell’amante è quella d’essere disposto ad amare ad oltranza, fin quasi a giocare in perdita: ciò di cui nessun amante è mai certo è se l’amato accetterà d’essere protagonista di una simile avventura di grazia, di gratuità. Nemmeno Dio è così sicuro che l’uomo s’accorga del suo passaggio, del suo farsi assaggio di eterno nel tempo. Siccome è già capitato ai tempi di Noè, sarà più facile che accada di nuovo piuttosto che se non fosse mai accaduto. Non facevano nulla che fosse male: consumavano, bevevano, si maritavano tra loro. E’ l’elementare della vita. A castigare la loro attesa non fu un male fatto, ma che non fecero ciò che era per loro il bene, quello massimo: l’accorgersi di Dio, d’essere nell’interesse di Dio. Che Dio si stava interessando di loro.
Capiterà ancora: a Betlemme Lui passa ma non s’accorgono nemmeno, in Galilea predica e raddrizza gli arti ma non gli danno la pur minima fiducia, dalla Croce inaugura la Redenzione e sotto continuano a giocare a dadi. Sempre così: Lui passa-ripassa, loro s’appisolano, si distraggono fin quasi a prendere sonno e perdersi l’appuntamento clou.
Dio è in attesa dell’uomo: gli sta a cuore, non riesce più a prendere sonno finchè l’uomo non è entrato dalla porta-di-casa-sua, il suo cuore s’agita in mille tormenti, non trova pace né tregua. Han detto che Dio è inutile all’uomo, che la sua è una passione-noiosa, che anche Dio è un oggetto tra gli altri, un oggetto inutile: a me, degli oggetti inutili, affascina da sempre la capacità che hanno d’aspettare il loro turno. Dio è inutile all’effimero dell’uomo: attende il suo turno, d’entrare in gioco quando l’uomo, tradito dall’effimero, chiamerà l’eterno. La fibrillazione di Dio ha a che vedere con l’attendere: “Se è in grado d’aspettarti, ti ama” ho letto sui jeans di una ragazza che viaggiava in aereo accanto a me. E’ stato il Buon-Avvento recapitato al mio indirizzo. Sarà per questo che per gli spagnoli aspettare è esperar: in fondo, aspettare è anche sperare. Che il Dio-Bambino ri-nasca, che l’uomo si decida a ritornare verso casa: che il mondo ritrovi la pace perduta. “Vegliate, dunque, perchè non sapete in quale giorno il Signore verrà (…) Nell’ora che meno immaginate” (cfr Mt 24,37-44). Amare qualcuno che non ti ama, è come aspettare una barca in aeroporto: pare tempo-perso. Pare che questo sia anche il diletto di Dio: fingersi ingenuo, quasi ritardatario, per colpire di sorpresa. Distrarsi sarà un po’ come perdersi.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2016/11/26/Accorgersi-di-Dio/734847/

 

L’affetto è un giudizio dell’intelligenza

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Non c’è bisogno di andare fino in America dove le università (sì, le università) stanno organizzando lezioni, incontri e “spazi sicuri” per dare sostegno psicologico agli studenti scioccati (sì, scioccati) dalla vittoria di Trump. Anche qui da noi, e da tempo, l’educazione mostra gravi segni della tendenza a ridursi a una sorta di guscio mentale protettivo contro l’impatto con la realtà. Basta osservare il moltiplicarsi nelle scuole italiane di corsi antibullismo, antistereotipi, antitutto, che spesso, non a caso, sono guidati da psicologi o esperti vari: più che una “guerra ai pregiudizi” ormai è una vera e propria guerra al giudizio. Cioè alla realtà. Ma è di questo che hanno bisogno i giovani? È di questo che abbiamo bisogno noi?

Ecco, in un contesto simile il libro di Giancarlo Cesana andrebbe tenuto fisso sul comodino. Insegnanti, genitori, educatori in genere, anche studenti, tutti dovrebbero averlo sempre a portata di mano. Perché Ed io che sono? (La Fontana di Siloe, 127 pagine, 10 euro, nelle librerie in questi giorni) parla proprio di psicologia e di educazione, ma senza dare istruzioni per l’uso o suggerire formule magiche antiqualcosa, semplicemente restituendo entrambe le cose al loro ambito. E a entrambe il loro fascino. Cesana ha passato una vita su questi temi, sia per professione (è medico e psicologo) sia per passione (ha affiancato per oltre trent’anni don Luigi Giussani nella conduzione di Cl). Il libro perciò è anche una testimonianza. Soprattutto, è un libro strano perché si muove appunto “tra psicologia ed educazione”, come recita il sottotitolo, ma tutto ruota attorno al problema dell’affezione, l’affetto, l’energia che principalmente sostiene la vita dell’uomo, direbbe san Tommaso.
Un giudizio dell’intelligenza
È strano perché la preoccupazione di Cesana è spiegare la differenza tra psicologia ed educazione, una differenza che non conoscono più nemmeno gli insegnanti, eppure per farlo l’autore non smette mai di parlare di affezione. Forse perché è così grande la confusione affettiva sotto il cielo, che perfino una cosa naturale come educare ormai ci sembra essere un esercizio da psicologi.
E invece Cesana dice: sbagliato appaltare l’educazione agli esperti. Perché è sbagliato pensare che l’affetto, la vita, sia un problema psicologico. L’affetto per Cesana – e qui arriva una delle definizioni spiazzanti che caratterizzano il suo approccio – «è un giudizio dell’intelligenza». L’amore non è un sentimento, non è una pulsione. È un giudizio. Un giudizio «carico di attaccamento all’altro, in quanto segno di un positivo per me». Ed è proprio «la divisione tra affezione e giudizio» l’origine della fragilità psicologica in cui siamo immersi. Infatti «tutte le patologie mentali», scrive Cesana, ultimamente «sono disturbi dell’affetto, ossia della capacità di attaccarsi e godere della realtà». E non a caso «il primo e reale rimedio al disagio psichico» è sempre un rapporto: «Senza transfert, senza affezione, non ci può essere una valida psicoterapia». E ancora: «Senza rapporto, senza essere voluto da un altro e volere un altro, l’Io non sussiste, non capisce il proprio significato».
cesana-libroLa presenza di un altro
Ma se questo è vero per il terapeuta, a maggior ragione vale, secondo Cesana, per l’educatore. «L’educazione è qualcosa di più della psicologia, di meno scientifico, ma più necessario e rischioso perché implica un’inevitabile compromissione con altri, il loro destino e le loro aspettative. Non si dovrebbe fare a meno di educare e lasciarsi educare: non solo da giovani, sempre; dovrebbe essere normale e, invece, non è scontato». E non è scontato perché «ha bisogno di qualcosa in più», e cioè la fatica dell’amicizia, verrebbe da dire leggendo il libro. Se l’uomo per consistere ha bisogno di attaccarsi a qualcosa, allora quel qualcosa deve esserci, deve essere presente. Tutta la vita di Cesana è la testimonianza di questo, un «rapporto», o meglio una «sequela», «uno sviluppo intellettuale e umano fondato sulla presenza di un altro»: la proposta cristiana «sperimentale e rischiosa» di Cl e di don Giussani («venite e vedete»); l’incontro con Emilia, «la donna che sarebbe diventata mia moglie», che «aveva un giudizio chiaro su cose e persone, ma paradossalmente senza misura» poiché «non terminava mai nella definizione, ma nella dedizione».
Per i digiuni o quasi della materia, la parte di Ed io che sono? dedicata alla psicologia è grasso che cola. Cesana è un freudiano illuminato dalla fede cattolica, oltre che dal dono della sintesi. In poche pagine riesce a rendere digeribile la «genialità dell’osservazione di Freud» perfino agli intolleranti, anche grazie a qualche appunto di chiaro stampo giussaniano. Vedi, ad esempio, il rilievo secondo cui se nell’esplorazione dell’umano «vale l’inconscio, deve valere altrettanto il conscio; anzi, deve valere di più, in quanto espressione della libertà», altrimenti si precipita nel determinismo (e il poveraccio che per un lapsus chiamasse la fidanzata con il nome della sua ex sarebbe fregato per sempre). Un motivo c’è se un grande maestro della psichiatria come Eugenio Borgna nella prefazione riempie Cesana di complimenti, elogiando in particolare il suo «assoluto rigore strutturale» e la sua «chiarezza espositiva».
La speranza dei Prigioni
Quando parla di educazione, poi, Cesana è una gran boccata di ossigeno. È specialmente per questo che ci permettiamo di suggerire il libro per un posto di riguardo sul comodino. In questa epoca di simpatici spostati ci vuole niente a convincersi che un fanciullo un po’ turbolento abbia l’Adhd o chissà quale altro inafferrabile guaio psicoidentitario. Allora ogni tanto è utile ridirsi cos’è questa benedetta educazione. Fosse anche solo per evitare di stordire i figli di pasticche quando invece avrebbero bisogno di una sculacciata (sì, nel libro di Cesana c’è anche un’apologia della sculacciata). Soprattutto, per un aiuto a essere verso i figli (e a cercare per noi) quella presenza, quella «certezza affettiva» a cui ogni persona ha bisogno di attaccarsi per crescere. Ed è vero che l’affetto, inteso nell’accezione cesaniana, per essere sano dev’essere libero, altrimenti sarebbe manipolazione, ma guai a chi crede che qualunque proposta educativa chiara equivalga a una violenza, perché – così Cesana – «la libertà, come capacità di giudicare e agire secondo criteri propri, è una potenzialità che cresce e si realizza con il tempo e l’esperienza, ma soprattutto con l’educazione, che riempie di senso il tempo e la realtà». Emblematico il fatto che questo concetto si trovi nel capitolo “psicologico”, dove si spiega perché «l’origine della malattia mentale è situata nell’infanzia». «Quanto più l’esperienza della realtà è precocemente negativa di fronte a una libertà incapace di affrontarla, come è nell’infanzia, tanto più il disordine appare grave – psicotico, appunto – come se l’espressione della personalità, la sua libertà, venisse ostruita».
Ed io che sono? racconta perché l’educazione non è affatto un problema da psicologi. Anzi. È un problema anche per loro. Perciò, invita Cesana, fatevi educare, facciamoci educare. Nella vita serve un maestro capace di “e-ducere”, condurci fuori, strapparci dalla pietra come i Prigioni di Michelangelo, che per Cesana sono «testimonianza e speranza di senso contro la grigia ottusità della materia», e cioè della vita senza uno scopo, dove tutto è dominato dal caso e dalle pulsioni. La sensazione è che più degli esperti, servono gli amici. E se ci fosse un’educazione così, forse ci sarebbero meno menti scioccabili. Don Giussani direbbe: se ci fosse un’educazione del popolo tutti starebbero meglio. Anche psicologicamente.
La parola più forte
Ecco, questo libro restituisce al popolo la sua educazione e le sue parole. Cesana non ha paura di scrivere che la libertà, se insegue solo l’arbitrio, gira a vuoto. «Ciò che rende possibile essere liberi, che desta la nostra libertà, è la verità». Abbiamo una ragione fatta apposta per riconoscerla, e infatti «la verità non è privilegio di alcuni, intellettuali o preti che siano, ma è laica, è popolare – laós è il popolo in greco». E se educare «significa innanzitutto trasmettere a cosa serve vivere, che nesso ha la propria vita con il mondo; introdurre al significato dei particolari che la realtà manifesta», allora «uno che voglia educare, deve anzitutto essere disposto a essere educato, a conoscere lui il significato che ha la realtà. Per imparare, a tutte le età, occorre amare la verità». La verità delle cose («il rapporto che hanno tra di loro e con tutto, fino anche alle stelle»), la verità dell’uomo. E qui inevitabilmente arriva la parola più forte: Cristo.
Oggi «ci troviamo davanti a un paradosso: più avanza la conoscenza scientifica, la fiducia nel progresso e, quindi, nel potere dominante della ragione, più avanza e cresce il senso di debolezza e di insicurezza. La ragione e l’intelligenza, non trovando quello che desiderano, si abbassano, si circoscrivono in un desiderio limitato: così il grigiore, come rinuncia al senso della vita, finisce per governare l’esistenza». Ma la risposta per Cesana non è assecondare la debolezza e l’insicurezza, nessuno in fondo desidera davvero rinchiudersi in uno spazio psicologicamente sicuro. «Principio educativo fondamentale è il respiro della proposta, che non può essere piccola, ma deve essere grande, per il mondo; una verità per cui si può dedicare la vita». Deve starci dentro tutto, senza amputazioni: desiderio, libertà, giudizio, affezione. Cesana una proposta così ce l’ha, Ed io che sono? ne è una testimonianza. «Perché le famiglie non riescono a stare insieme, a durare, a riprodursi? Perché non hanno amici, non hanno compagnia, qualcosa più grande di loro che le tenga insieme. (…) È davvero una grande fortuna per una famiglia essere parte di una comunità, in cui ci sono persone di età, temperamento e storia diversi, che però vivono per un unico grande ideale».
Foto Ansa
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Il cielo stellato

Mario Gargantini

INT. Marco Bersanelli
martedì 22 novembre 2016

Non si può immaginare uno scenario migliore per presentare un libro sulla visione dell’universo, di quello che ha ospitato domenica scorsa la presentazione de Il grande spettacolo del cielo, scritto da Marco Bersanelli e pubblicato da Sperling & Kupfer. Lo scenario è stato un affollatissimo Planetario di Milano dove, nell’ambito di BookCity, l’autore — docente di astrofisica nell’Università degli studi di Milano — ha ripercorso i momenti più esaltanti dell’avventura umana della conoscenza del cosmo, proiettando sulla volta oscura trapuntata di stelle, come non le vediamo più nei nostri cieli metropolitani, le immagini emblematiche delle “otto visioni dell’universo dall’antichità ai nostri giorni” (così recita il sottotitolo del volume).
“L’esperienza dell’oscurità del cielo costellato da tanti punti luminosi è l’esperienza che a noi manca maggiormente: è difficile non rendersi conto di quanto incida sulla nostra percezione della realtà e di noi stessi, sulla nostra stessa psicologia, la mancanza di uno spettacolo come quello che potevano potava ammirare, e avrà senz’altro ammirato, l’Uomo di Cro-Magnon, 10-30mila anni fa. Noi siamo la prima generazione nella storia alla quale è stata ‘sottratta’ questa abitudine di contemplare un cielo così”.
La domanda da cui parte il racconto di Bersanelli è proprio questa: quando l’uomo ha iniziato ad osservare il cielo, ad accorgersi della grandezza della volta stellata che ci avvolge? Difficile dare una risposta “scientifica” ma abbiamo tanti segni, prodotti dall’espressività artistica dei nostri progenitori, che denotano il desiderio dell’uomo di “leggere” il cielo e di comunicare lo stupore alla vista di gruppi di stelle come quello delle Pleiadi, o di fenomeni regolari come le fasi lunari, entrambe immortalate sulle pareti delle grotte preistoriche di Lascaux, in Francia.
Dalla meraviglia alla conoscenza e poi ancora a una nuova meraviglia. È questa la dinamica che domina le otto cosmovisioni descritte nel libro, “che non è un testo di storia della cosmologia ma un racconto libero, senza la pretesa di essere esauriente”, precisa l’astrofisico milanese. Un racconto che ci introduce con vivacità e chiarezza nelle trame che hanno intessuto la conoscenza scientifica dell’universo, con i suoi frequenti ribaltamenti e colpi di scena; e che presenta alcuni caratteri originali che ne fanno un unicum nella comunicazione scientifica italiana.
Anzitutto emergono i protagonisti di questa affascinante storia, gli uomini che hanno cercato di decifrare quei segnali luminosi arrivando a vedere in profondità, grazie a strumenti sempre più potenti e a teorie fisico-matematiche sempre più raffinate, fino a lambire i confini degli eventi cosmici primordiali,. Dai celebri matematici greci ai protagonisti della rivoluzione copernicana, fino agli artefici dell’attuale visione cosmologica che vede spalancarsi scenari straordinari accanto a enormi interrogativi, come quelli sulla materia oscura e l’energia oscura.
Attraverso i personaggi, Bersanelli ci fa ripercorrere i nodi concettuali più significativi della ricerca cosmologica e coglie nelle esperienze dei ricercatori momenti e particolari che rivelano tutta la drammaticità e insieme il gusto del lavoro scientifico. Senza nascondere le sue simpatie, come quella verso Keplero, “un uomo straordinario, che ha saputo resistere a una situazione sfavorevole per molti aspetti e che ha dimostrato grande genialità e anche coraggio intellettuale: è il primo che osa infrangere il dogma greco del moto circolare uniforme come moto perfetto dei corpi celesti e introduce le orbite ellittiche, che neppure Galileo aveva immaginato”.
E senza ignorare i momenti problematici. Come quando, quasi un secolo fa, l’abate Georges Lemaître e Aleksandr Friedmann hanno saputo andare oltre Einstein e leggere, dentro le sue stesse equazioni della relatività generale, la stupefacente fisionomia di un universo in espansione. Einstein non ne era convinto e al povero Lemaître toccò di sentirsi dire: “La tua matematica è corretta ma il tuo senso fisico è abominevole”. Oggi anche il padre della relatività ammetterebbe l’espansione e forse condividerebbe il paragone proposto da Bersanelli: “La bellezza dell’universo non è come quella di un cristallo, che è sempre uguale a se stesso, ma è come quella di un fiore, che cresce e si apre, espandendosi. Anche l’universo si espande e questa espansione genera una storia, che possiamo ripercorrere per risalire a ridosso dell’inizio, circa 14 miliardi di anni fa”.
L’altra caratteristica originale di questa narrazione è il suo ampliamento, senza discontinuità, alla sfera letteraria e artistica: in ogni capitolo il resoconto storico scientifico si prolunga nelle testimonianze poetiche, pittoriche e architettoniche. Così, mostrando la celebre notte stellata di Van Gogh, Bersanelli fa notare come al centro ci sia una configurazione a spirale del tutto simile a quella della galassia M51, disegnata dall’astronomo Lord Rosse che l’aveva osservata col grande telescopio di Parsonstown (Irlanda) nel 1850. Il pittore olandese deve averla vista sfogliando un catalogo astronomico e l’astrofisico commenta: “l’occhio dell’artista raccoglie e restituisce un’immagine che rimane immortale; mentre le immagini astronomiche vengono superate grazie alle nuove potenzialità degli strumenti di osservazione, quando diventano arte restano nel tempo. Oggi ancor più cordialmente godiamo della bellezza del dipinto di Van Gogh”.
C’è una sorpresa nel finale del libro: “è stata una sorpresa anche per me quando nel giugno 2013 ho ricevuto quella che forse rimarrà la lettera più inattesa della mia vita. Il responsabile degli architetti del cantiere della Sagrada Familia di Barcellona, Jordi Fauli, mi ha invitato a collaborare per il progetto dell’ultima guglia, la maggiore, la torre di Gesù Cristo, che dovrà contenere una rappresentazione dell’universo”.
Era difficile conciliare le forme architettoniche singolari progettate da Gaudi con l’immagine della volta celeste; ma la rappresentazione scientifica moderna, confortata dai risultati sperimentali ottenuti con missioni spaziali come quella di Planck, della quale Bersanelli è uno dei massimi responsabili, offre un suggerimento: “la geometria che Gaudi ha immaginato, in qualche modo riecheggia la forma dello spazio-tempo dell’universo attuale; il profilo della grande torre segue una curva dello stesso tipo di quella che Lemaître aveva tracciato per primo 90 anni fa. Allora ho proposto di rappresentare nella torre non tanto il firmamento ma l’universo che evolve nel tempo, dal fondo cosmico di microonde, alla formazione delle strutture galattiche fino al nostro sistema solare. La maestosa vista dell’interno della torre, con l’intero corso del tempo dispiegato sotto i nostri occhi, potrà farci percepire l’evoluzione della natura come un tratto mirabile ed essenziale della creazione”.

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Il Papa chiude una porta e apre un portone

Mauro Leonardi
lunedì 21 novembre 2016

L’immagine di una porta che si chiude è l’immagine della fine di qualche cosa. Magari anche bella ma, comunque, finita. Si spengono le luci, si fanno gli ultimi saluti, si chiude la porta.
Con il Giubileo avevamo aperto una porta che ieri il Papa ha chiuso. Però finisce il Giubileo ma non finisce la Misericordia (e per questo domani il Papa farà conoscerà la sua ultima Lettera apostolica dal significativo titolo di Misericordia et misera).
Quest’anno la Misericordia è servito appena a balbettarla. È stato un anno di riscaldamento, se preferiamo la metafora sportiva. È adesso che la gara inizia per davvero.
Non avremo bisogno di un anno perché la misericordia di Dio è così piccola da poter essere vissuta anche in un solo giorno, anche in un solo istante. Basta un piccolo gesto di bontà, tenerezza, custodia, amore, amicizia, sollecitudine.
La misericordia di cui ora celebriamo la fine e contemporaneamente l’inizio è la declinazione infinitamente fantasiosa della parola carità. Solo in cielo sapremo veramente cosa voleva dire amare ma quaggiù possiamo goderne già sapore e profumo se, chiusa quella porta, apriremo cuori e mani.
Un ragazzo ieri, con la tipica lingua a sciabola dei ragazzi che tranciano giudizi mi diceva: quella famiglia è una di quelle che fanno una settimana l’anno di volontariato in Africa, lo postano su Facebook e poi per tutto l’anno stanno a posto.
Siamo così? Come questo impietoso giudizio adolescenziale? Se sì c’è una buona notizia: per la misericordia siamo ancora in tempo.
“Il Giubileo? Non ho fatto un piano. Le cose sono venute. Semplicemente mi sono lasciato portare dallo Spirito. La Chiesa è il Vangelo, non è un cammino di idee. Questo Anno sulla misericordia è un processo maturato nel tempo, dal Concilio… Anche in campo ecumenico il cammino viene da lontano, con i passi dei miei predecessori. Questo è il cammino della Chiesa. Non sono io. Non ho dato nessuna accelerazione. Nella misura in cui andiamo avanti, il cammino sembra andare più veloce, è il motus in fine velocior”, ha detto il Papa nella recente intervista ad Avvenire.
Lasciamo venire le cose. Le cose di Dio conoscono strade, logiche, passi, che noi non conosciamo nel concreto ma sappiamo, in generale, che sono le strade, le logiche, i passi di un padre.
E quale padre fa sbagliare strada al figlio? Quale padre inganna un figlio? Quale padre fa inciampare un figlio? Andiamo avanti e il tempo ci seguirà né troppo lento né troppo veloce. Sarà solo presente. Tutto da vivere, tutto da seminare, tutto da sperare, tutto da attendere, tutto da stare.
“Chi scopre di essere molto amato comincia a uscire dalla solitudine cattiva, dalla separazione che porta a odiare gli altri e se stessi. Spero che tante persone abbiano scoperto di essere molto amate da Gesù e si siano lasciate abbracciare da Lui. La misericordia è il nome di Dio ed è anche la sua debolezza, il suo punto debole. La sua misericordia lo porta sempre al perdono, a dimenticarsi dei nostri peccati. A me piace pensare che l’Onnipotente ha una cattiva memoria. Una volta che ti perdona, si dimentica. Perché è felice di perdonare. Per me questo basta. Come per la donna adultera del Vangelo ‘che ha molto amato’. ‘Perché Lui ha molto amato’. Tutto il cristianesimo è qui.
Non ci avevo mai pensato che Gesù e l’adultera avessero entrambi “molto amato”. Eppure lo dice il Papa, anzi lo dice il vangelo: Gesù e l’adultera sono diversi in tutto ma uguali nell’amore, entrambi hanno molto amato.
Di tutto questo giubileo vorrei che mi rimanesse appiccicato, interiorizzato, questo sentirmi uguale a Dio almeno in qualcosa, anche piccolo, anche piccolissimo, ma qualcosa di uguale: l’amore. E da lì sentire la debolezza di Dio e picchiare duro. Sulla Sua misericordia. Chiusa una porta si apre un portone, dice il detto. Il Papa chiude una porta ma si apre un portone. Voglio che sia vero anche per l’anno di Misericordia che finisce. Che si apra per tutti qualcosa di ancora più grande.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2016/11/21/PAPA-La-fine-del-Giubileo-e-il-tempo-della-debolezza-di-Dio/print/734072/

Il tunnel e la luce

Il tunnel e la luce
di Davide Perillo
PRIMO PIANO – ZYGMUNT BAUMAN
La solitudine. La paura degli «stranieri alle porte». La rinuncia alla libertà. ZYGMUNT BAUMAN, uno dei più grandi intellettuali di oggi, va alla radice della «insicurezza esistenziale» che segna il nostro mondo. E spiega perché l’unica via di uscita ha un nome: «Incontro». E un volto: quello di papa Francesco

«Èuna luce. L’unica, in fondo al tunnel misteriosamente lungo e buio che stiamo attraversando. Ma è una luce misteriosamente brillante». Uncanny, ovvero “misterioso, sorprendente”, declinato nella forma di avverbio. Lo dice due volte in due frasi, quando parla di papa Francesco e del loro incontro ad Assisi, il mese scorso. Al meeting tra le religioni mondiali voluto dal Papa e organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, c’era anche lui: Zygmunt Bauman. «Cosa gli ho detto? Sarebbe molto presuntuoso, da parte mia, pensare di avere qualcosa da aggiungere a ciò che lui sa già sulla situazione difficile dell’uomo di oggi, o su cosa significhi la sofferenza per chi ne fa esperienza in prima persona… Gli ho solo confessato di guardare a lui come una luce, appunto».
Novantun anni il mese prossimo, ebreo di origini, polacco di nascita e cosmopolita di vocazione (ha vissuto tra Varsavia, Londra e Tel Aviv, prima di mettere radici a Leeds, Gran Bretagna), Bauman è uno degli intellettuali più famosi – e prolifici – del mondo. Sociologo e filosofo, inventore di formule capaci di definire in due parole interi cambiamenti d’epoca (una su tutte: la «società liquida», ovvero sempre più povera di legami, sfrangiata e indefinibile), Bauman è soprattutto un grande osservatore. Un uomo in grado di fotografare il mondo e chi lo abita nel dettaglio, fino in fondo, con uno sguardo acuto e insieme carico di empatia.
Come quello che sta rivolgendo, da tempo, al fenomeno dell’immigrazione. Meglio, ai migranti, gli Stranieri alle porte (è il titolo del suo ultimo libro) che minano le nostre certezze e diventano un bersaglio facile su cui scaricare un’insicurezza sorda, profonda, impossibile da arginare con le soluzioni proposte da una politica fatta di muri e uomini forti. «Una volta che a chi chiede asilo da guerre e distruzioni questa misura sarà rifiutata, e che più migranti verranno rimpatriati, diventerà evidente come tutto questo sia irrilevante per risolvere le cause reali dell’incertezza», diceva in una recente intervista al Corriere della Sera: «I demoni che ci perseguitano – la paura di perdere il nostro posto nella società, la fragilità dei traguardi che abbiamo raggiunto – non evaporeranno, né scompariranno». Perché la radice di quell’incertezza è più profonda. È esistenziale.

Partiamo da lì, allora. Che cosa è questa «insicurezza esistenziale»? Da dove nasce? Dalla «rottura dei legami» a cui accennava in quell’intervista, o c’è qualcosa d’altro?
Kant, l’esploratore più infaticabile dei misteri del modo unicamente umano di stare al mondo – alla cui sapienza noi tutti, in qualche modo, siamo debitori, eredi entusiasti o disperati -, nella Critica della ragion pratica ha scritto una frase celebre: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me». Il “cielo stellato” indica ciò che è oltre la portata umana, la nostra capacità di affronto; e la “legge morale” indica i dilemmi tra cui gli umani sono condannati a scegliere. Ma più di un secolo prima di queste parole, Blaise Pascal aveva approfondito proprio quella straziante e terrorizzante inadeguatezza: «Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita dall’eternità che la precede e da quella che la segue, il piccolo spazio che occupo e che vedo, inabissato nell’infinita immensità di spazi che ignoro e che mi ignorano, mi spavento e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, ora piuttosto che allora. Chi mi ci ha messo? Per volontà di chi questo luogo e questo tempo sono stati destinati a me?». Per arrivare a concludere: «Essendo incapaci di eliminare la morte, la miseria e l’ignoranza, gli uomini hanno deciso, per essere felici, di non pensare a tali cose…». Ecco, il problema è che, per quanto tentiamo con accanimento di seguire questa decisione, riflessione e pensiero restano ostinatamente parti ineliminabili della nostra condizione. Per questo l’“insicurezza esistenziale” è scolpita indelebilmente nel modo di essere al mondo dell’uomo. È lì il luogo da dove vieni e da dove non puoi scappare.

Il primo riflesso di questa insicurezza è la “paura dell’altro”. Lei ha spiegato molto bene perché gli «stranieri alle porte» ci fanno così paura. Ma non pensa che al fondo ci sia anche la paura di interrogarci su noi stessi? L’altro che bussa alla mia porta mi interpella inevitabilmente su chi sono io, che idea ho della vita, dei rapporti, di ciò che vale… Tirare su muri è anche un modo per evadere dalla questione?
Il sentimento di “insicurezza” deriva da una miscela di incertezza e ignoranza: ci sentiamo umiliati perché inadeguati al nostro compito, e la conseguenza è il crollo della stima e della fiducia in noi stessi. È qualcosa che riguarda tutti. Ora, “gli altri” – in particolare quelli che classifichiamo come sconosciuti, estranei o stranieri – sono particolarmente fecondi nel rafforzare un sentimento del genere.

Perché?
Ciò che trasforma gli stranieri in pericoli – pericoli spaventosi, terrificanti, proprio per la loro riprovevole impossibilità a essere identificati – è l’assenza di una conoscenza reale delle loro intenzioni e del loro codice di comportamento. Ci mancano le competenze che servono per affrontarli in modo adeguato e per rispondere alle loro mosse. In più, c’è proprio quell’altro fattore cruciale che osservava lei prima. Gli stranieri – soprattutto i migranti, i nuovi venuti – tendono a mettere in questione quello che “noi”, i nativi, siamo, almeno nel regno dell’opinione (ovvero nel sapere in cui crediamo, ma su cui non riflettiamo…). Ci spingono, anzi, quasi ci obbligano a spiegare in che modo perseguiamo gli obiettivi della nostra vita. A rendere ragione di convinzioni e comportamenti che per noi sono ovvi, evidenti e perciò auto-esplicativi. Facendo così, quindi, disturbano. Sconvolgono la nostra tranquillità spirituale e intaccano la nostra sicurezza, così necessaria per un’azione decisa. A quanti di noi piace una situazione del genere?

In Conversazioni su Dio e l’uomo lei dice che «il momento della nascita dell’incertezza è stato il momento della nascita della moralità. E dell’io morale, cosciente di procedere su una fune. Condannando gli uomini alla scelta, Dio li ha invitati a prendere parte all’opera della creazione». Non è che, davanti a problemi così grandi, si svela pure che abbiamo paura di questo “invito”? In sostanza, abbiamo paura della nostra libertà? E se sì, perché?
È una vecchia e lunga storia… Forse addirittura una costante, visto che le ribellioni contro la libertà, dopo tutto, si ripetono con una sorprendente regolarità; sembra impossibile, ma ogni intrepida lotta contro la schiavitù, l’oppressione e la restrizione della libertà, prima o poi spinge inevitabilmente il pendolo delle disposizioni e delle passioni a svoltare di 180 gradi, incrementando il numero di quanti sono pronti ad accettare – perfino a volere – l’avvento di nuovi “giri di vite”. Così le porte chiuse tendono ad aumentare. È un fenomeno descritto dettagliatamente da Erich Fromm nel suo classico Fuga dalla libertà. Oggi – almeno qui in Occidente e tra le generazioni felici di non aver mai sperimentato in prima persona le delizie di una vita sotto il dispotismo e la tirannia – stiamo vivendo un altro simile giro del pendolo, innescato dagli stessi fattori del passato. Il fatto è che la libertà può arrivare solo in coppia con il peso e i rischi della responsabilità. A un numero crescente di persone incitate, convinte e istigate da un numero crescente di aspiranti (e spesso vincenti) cacciatori di voti, come i vari Trump, Marianne Le Pen, Orban o Fico, sembra un buon affare barattare il diritto di scelta legato alla responsabilità, troppo pesante per stare a lungo sulle spalle di un individuo, con dei tagli nell’ordine delle libertà personali. Più deboli sono le spalle di ciascun singolo e più pesante è la responsabilità scaricata su di lui con fenomeni come la privatizzazione e la commercializzazione delle funzioni sociali, sponsorizzate dallo Stato e rafforzate dai mercati. Il risultato che dobbiamo aspettarci è la crescita di una folla di “uomini e donne forti” che intravedono l’opportunità di profitti elettorali e non aspettano altro che arrendersi a questa tentazione.

È un rischio pesante…
La verità è che cresce sempre di più il numero delle persone esposte ogni giorno ai rischi, alle trappole e alle imboscate di una vita vissuta sotto le regole del mercato, la cui nostalgia per il “Paradiso perduto” coincide con l’essere liberi dalla scelta; più precisamente, con la cancellazione del dovere di prendersi cura e di contribuire al benessere del mondo e all’ospitalità degli umani che vi abitano. Ma sognare di seguire l’esempio di Ponzio Pilato e di lavarsi le mani nella battaglia tra bene e male, moralità e indifferenza, verità e menzogna, significa rinunciare alla dignità umana. Ovvero (come ci è stato insegnato da Kant e da Pico della Mirandola) proprio a quel preciso “invito di Dio”, rivolto unicamente alla specie umana, a partecipare al completamento dell’atto della creazione. E che, in fondo, è il motivo per cui sono state date agli uomini la ragione, la socialità e la libertà di scelta.

Che cosa può vincere la paura?
Di sicuro, non gli obiettivi a breve termine, i tagli e le soluzioni istantanee… Ecco, in questo mi ha colpito molto l’intervento di papa Francesco al Premio Carlo Magno. Dopo aver evidenziato l’incremento, l’assimilazione e la pratica quotidiana della “cultura del dialogo” come la strada maestra per la coesistenza pacifica degli uomini – e, al tempo stesso, per una graduale, ma decisa dispersione delle reciproche paure – ha sottolineato la necessità di introdurre l’arte del dialogo a tutti i livelli dell’educazione. Ovviamente, l’educazione è una strategia opposta alle campagne una tantum; va programmata per avere effetti duraturi e preferibilmente irreversibili, ha bisogno di tempo – forse addirittura un tempo che si estende a più generazioni; richiede molta pazienza e una determinazione salda, capace di resistere all’impatto congelante di inciampi, errori e mancanze occasionali, inevitabili. In più, occorre notare che in un’epoca come la nostra, segnata dall’accesso universale ai mezzi d’informazione e da una massiccia, onnipresente pressione di pubblicità e “pubbliche relazioni”, l’educazione non è più (come è sempre stata) un’attività limitata alla scuola; per quanto i programmi scolastici possano essere elaborati con cura, non sono più i soli a incidere sulla formazione della mentalità e del carattere. Che abbiano successo sulla pletora dei loro concorrenti è tutt’altro che scontato.

Accennava al Papa, appunto. Negli ultimi tempi ne ha parlato spesso, con ammirazione. Ha detto che per affrontare il problema delle migrazioni «dovremmo studiare e applicare la sua analisi» e «sperare che la sua parola si incarni nelle nostre azioni». Perché? Che cosa la colpisce di lui?
Penso che Francesco sia il regalo più prezioso che la Chiesa cristiana abbia offerto al nostro mondo travagliato, perso nelle sue vie, confuso, mancante di una bussola e ormai alla deriva. Ha ridato vigore alla speranza, ormai appassita, di un mondo alternativo e migliore, fatto a misura dei bisogni e dei sogni dell’uomo. Credo sia la sola figura pubblica sulla scena mossa da questo desiderio e in grado di perseguirlo. La sua voce va molto oltre il circolo incestuoso delle élites politiche: raggiunge le masse che i gestori degli altoparlanti non riescono o non si preoccupano di raggiungere, quelle lasciate da sole a trovare una via d’uscita dalla loro incertezza.

Mi permette una domanda personale? E lei, invece? Da dove nasce il suo sguardo? Me lo chiedo perché leggendola mi viene spesso da chiedermi: «Ma come fa a guardare la società, le cose, l’uomo, con questa acutezza? Che cosa gli sta a cuore?…».
Questa domanda non dovrebbe farla a me, non credo di essere la persona più adatta a fornire una risposta credibile… L’unica “via d’uscita” che posso suggerire con il mio sguardo sulla società è il tentativo di una “ermeneutica sociologica”: provo a interpretare le modalità di comportamento dell’uomo in modo circolare, come risposta alle condizioni di vita poste da una società che a sua volta lo stesso comportamento umano crea e riproduce. E provo a farlo, per quel che mi è possibile, con empatia: cerco di osservare quelle modalità dalla prospettiva della loro esperienza, di camminare nel mondo con le loro scarpe, senza evitare le buche e quant’altro…

In Stranieri alle porte, a un certo punto, scrive: «La sola via d’uscita dai disagi di oggi passa per il rifiuto della separazione. Dobbiamo andare in cerca di occasioni di incontro ravvicinato e di contatto sempre più approfondito». E più avanti usa un’espressione che mi ha colpito molto: spiega che i muri, il populismo, insomma, tutto questo meccanismo di difesa dall’altro e dalla paura «appare perfetto e infallibile. E lo sarebbe davvero, se non fosse per la presenza di una forza di segno opposto: per il fenomeno, cioè, dell’incontro che porta a un dialogo mirato a un accordo incondizionato». Che cosa è per lei questo «incontro»? Perché è così decisivo?
Oggi siamo forniti di alternative online rispetto al mondo offline; abbiamo a disposizione grandi “zone di comfort” elettroniche per proteggerci dagli incontri col semplice espediente di eliminare l’alterità degli altri dalla nostra vista, dal nostro udito e dalla nostra preoccupazione. Ma una comodità del genere resta irraggiungibile nel mondo disconnesso, ovvero in quello reale: nel quartiere, per le strade, sul luogo di lavoro, nelle scuole frequentate dai nostri figli. La realtà dell’altro, col rischio costante che comporta dell’incontro, dell’attaccare bottone, della conversazione e dell’interazione, non può essere eliminata elettronicamente e neppure sospesa. Bisogna metterla in conto. Certo, rimane la possibilità, come ha osservato Martin Buber, di “disintossicarsi” da questi incontri inevitabili degradandoli alla forma emaciata di “incontri sbagliati”, o mantenendo sempre aperta una via d’uscita sotto forma di un cellulare in tasca. Ma questi “incontri sbagliati”, quando inaspettatamente assurgono al livello di veri incontri, ci sollecitano a usare l’arte del dialogo e ad accettare il caso fortuito. E ci fanno correre il rischio di mettere in pratica questo dialogo, liberamente e da vicino. Fino a quella “fusione degli orizzonti” di cui parla Hans Gadamer, in cui l’alterità dell’altro si ridimensiona: strappando le tende, smontando le palizzate e le barricate e distruggendo i muri. È un rischio che nel mondo offline rimane sempre aperto e vicino.

Don Luigi Giussani, il fondatore di CL, già ai primi ragazzi che lo seguivano, negli anni Cinquanta, diceva che il «dialogo è comunicare la propria vita personale ad altre vite personali: condividere l’esistenza degli altri nella propria esistenza». Niente a che vedere con la dialettica, insomma, ma un’opportunità enorme. Lei cosa ne pensa? Come definirebbe il «dialogo»?
Dove possiamo andare, cosa possiamo esplorare in cerca di risposte a domande del tipo «ma io, chi sono»? Da Cartesio in poi, il «cogito ergo sum» («penso, dunque sono») ci ha fatto guardare verso l’interno. Con quella frase Giussani – a me pare in stretta affinità con autori come George Herbert Mead – mira a una interazione tra interno ed esterno, tra l’“Io” (la mia auto-definizione) e il “Me” (la mia percezione di come gli altri mi definiscono). Fino ad alcuni decenni fa, le ricerche sulla nascita e lo sviluppo del “Sé” puntavano su una “autenticità” quasi fatta entrare a forza e immagazzinata di nascosto nell’interno oscuro della psiche, esposta alle pressioni repressive delle norme culturali e in attesa degli sforzi monitorati dal terapeuta per uscire dalla prigione… Oggi, come anticipato da Giussani, sta guadagnando terreno la tendenza a sostituire il cogito convenzionale con qualcosa che si stacca chiaramente dall’egocentrismo di Cartesio. Qualcosa che diventa sempre più simile al «tu sei, perciò io sono».

Il mese scorso, a Rimini, c’è stato il Meeting: un grande evento culturale e di popolo, con ospiti da tutto il mondo, 106 incontri, 17 mostre, 800mila visitatori. Il titolo era “Tu sei un bene per me”. «Di questi tempi è un titolo coraggioso», ha detto il Papa. Per la sua esperienza, cosa serve per tornare a dire all’altro “tu sei un bene per me”?
Temo che ci vorranno più di 106 tavole rotonde e ben più degli 800mila visitatori di Rimini per far diventare carne queste nobili parole… Il “ritardo culturale” è una delle caratteristiche più evidenti della nostra condizione: siamo consapevoli dell’esistenza di molti più problemi che attendono di essere affrontati con urgenza, di quante siano le vie e i mezzi capaci di assolvere un tale compito. Noi lottiamo, sfortunatamente e disperatamente, con poteri lasciati senza briglie e istituzioni non più in grado di tenerli a freno: siamo lasciati soli a controllare la modalità e gli scopi del loro uso.

Ma lei, personalmente, di che cosa è certo?
A me pare che l’unica certezza del Ventunesimo secolo, così innamorato di deregulation, flessibilità, outsourcing, sia la crescita dell’incertezza…

Però sempre al Corriere lei diceva che arrivati a fine corsa del pendolo, quando ci saremo accorti che i muri non bastano a «scacciare i demoni», la partita non sarà chiusa, anzi: «A quel punto potremmo risvegliarci, e sviluppare gli anticorpi». Cosa sono questi anticorpi? Di che tipo di certezza abbiamo bisogno per vivere?
Forse di trovare prima o poi la via di mezzo tra il deficit e l’eccesso di certezza… Ma avendo già ascoltato molti, disseminati nel tempo e nello spazio, che proclamavano di averla trovata, sono propenso a dubitare che uno scoop del genere possa realizzarsi. Corrisponderebbe alla fine della storia.

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Tracce N.9, Ottobre 2016
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