Arte della cura

 
Tra gli eventi cruciali della vita umana – nascita, malattia, invecchiamento – la morte è quello di maggiore rilevanza esistenziale e di più intensa risonanza emotiva: per i familiari, ma anche per gli operatori sanitari. La morte è un fatto naturale, il normale termine di ogni esistenza, ma il morire appartiene alla vita, che deve essere rispettata, protetta e assistita sino al suo concludersi.

«L’atteggiamento davanti al morente – ha scritto Giovanni Paolo II – è il banco di prova del senso di giustizia e di carità, della responsabilità e della capacità professionale degli operatori sanitari, a cominciare dai medici». Oggi i medici sanno ancora accompagnare in modo dignitoso e umano il malato alla morte? Alcuni recenti episodi di cronaca, con il poco o tanto clamore mediatico che hanno suscitato, invitano a riflettere.
Assistere il morente è da sempre parte integrante del “mestiere di medico”: la sua professione è quella più coinvolta in un’esperienza diretta e continua della morte.

Nell’esercizio dell’antica “arte della cura”, per parecchi secoli il medico ha inteso la morte come un elemento intrinseco della sua visione del rapporto tra salute e malattia. Sino a Ottocento inoltrato l’enunciazione della prognosi era più importante della diagnosi (e della terapia): il medico sapeva che l’esplicita e dichiarata previsione di morte era essenziale alla prognosi quanto l’enunciazione di una futura guarigione.

La morte apparteneva al mondo concettuale e comportamentale del medico quanto la speranza di superare la malattia: vita e morte costituivano una categoria mentale unitaria dei medici condotti, dei medici di famiglia, dei medici di campagna che operavano sul territorio.

La loro visita al capezzale del paziente riguardava in ugual misura i malati suscettibili di guarigione quanto quelli destinati alla morte o addirittura già deceduti. Accompagnare il morente al suo destino e consolare i familiari del defunto erano atti professionali identici e simmetrici a quelli usati per curare i malati sanabili: gesti dotati della stessa dignità umana di attenzione al bisognoso e al sofferente (per la malattia, per l’imminente morte, per la perdita di una persona cara).

Nel Novecento, con l’avvento della moderna medicina tecnologica, l’orizzonte culturale del medico è cambiato. La morte del malato viene vissuta come una sconfitta della medicina, un limite della professione che non ha saputo vincere la malattia. Fatta la diagnosi e messa in atto la terapia, se quest’ultima non è risolutiva, il medico si sente implicitamente autorizzato a disinteressarsi di questo malato inguaribile.

In ospedale però spesso non ci si rassegna: il malato morente non viene considerato tale e rischia di essere inutilmente sottoposto a un accanimento terapeutico nella speranza – vana – di modificare la sua prognosi.

Viceversa gli operatori sanitari non dovrebbero mai dimenticare che «chi sta morendo ha bisogno di affetto, di aiuto, di non essere lasciato solo», come scrive Norbert Elias nel libro La solitudine del morente. Quando la guarigione non è possibile, lenire e consolare sono gli indispensabili atti di cura che il medico deve sempre saper offrire al suo paziente. Per questo, più di altri operatori sanitari, il medico deve riappropriarsi (in ospedale ma forse ancora di più sul territorio) della capacità di saper accompagnare il morente. Recuperando quella perenne dimensione antropologica della sua professione che non deve essere prevaricata e cancellata dalla pur apprezzabile componente tecnologica della medicina odierna.

Anzi, proprio i mezzi che la medicina oggi offre per lenire le sofferenze del morente, devono essere per il medico un incentivo atto a rendere possibile – quando la morte è un evento atteso e purtroppo ineluttabile – un trapasso indolore e corale della persona morente nel sereno ambiente domestico, circondato dall’affetto dei suoi cari. Un passaggio più dignitoso e umano della morte solitaria e inaffettiva – sovente evitabile – dentro l’asettica camera di un ospedale o di un hospice.

Senza rinunciare alle terapie più efficaci e attuali, farsi carico della morte del proprio paziente quando questa diventa inevitabile, sapendo accompagnare lui o lei e i suoi familiari lungo questo processo naturale, deve tornare a essere per il medico – come lo è sempre stato – un’esperienza umana emotivamente coinvolgente, ma soprattutto un atto fondante della sua competenza professionale.

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/la-compagnia-dimenticata-medicina-e-morte.aspx

 

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