Antagonisti… ma non troppo – HOMEVIDEO

Don Camillo e Peppone, anime di un’Italia divisa dalla Guerra fredda. Politicamente avversari, ma in realtà grandi amici. Che mostrano la possibilità di una vita condivisa, forse il reale motivo del loro successo, prima nei libri di Guareschi poi nei film

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L’invito

Vincent Nagle
sabato 29 ottobre 2016

Amo la tecnologia. Amo gli aggeggi che in poco tempo compiono meraviglie. Da bambino, per me come per moltissimi altri, c’erano pochi piaceri più apprezzati di quello di guardare le gru che scavano, le macchine che tagliano, quelle che mettono giù l’asfalto.
Leggo tanti articoli sulle nuove tecnologie che risolvono problemi sanitari, problemi gestionali, problemi di trasporto. Seguo con passione simile a un tifoso della Juve un ingegnere famoso in California che sta costruendo un modello in scala per un nuovo sistema di trasporto capace di portare le persone a 600 chilometri di distanza, la stessa che c’è tra San Francisco e Los Angeles, in 30 minuti.
E tutt’ora, all’età di 58 anni, una delle emozioni più forti che ho mai provato è stato la prima volta che ho scritto una tesina (45 pagine) su un computer e ho visto — dopo aver messo dentro tutte le informazioni per le note a piè di pagina — la macchina stessa impaginare tutto lo scritto perfettamente. Era un lavoro che sulla macchina da scrivere mi sarebbe costato un sacco di ore.
Però sono anche molto cosciente che in mezzo a tutto questo c’è un pericolo per me, per noi. Ogni anno, ogni mese ci sono nuove tecniche per risolvere problemi, gravi e meno. È come se prima o poi ci saranno i mezzi per risolvere ogni difficoltà, basta investire ed aspettare.
Quante volte ho accompagnato persone malate che seguivano con ansia angosciante le ultime novità, sperando di sentire che era arrivata quella tecnologia che avrebbe salvato loro la vita. Il fatto è che, senza accorgercene, ci abituiamo a guardare alla realtà stessa come un problema che si può risolvere, se solo abbiamo in mano lo strumento adeguato. Tutto viene pensato entro uno schema improntato alla tecnologia.
Poco tempo fa ho celebrato il matrimonio di una bella coppia di sposi, tutti e due ingegneri gestionali molto bravi, nel risolvere con grande competenza problemi grossi e piccoli, spazzando via gli ostacoli e permettendo all’azienda di produrre con più efficenza. Durante la predica li ho guardati e li ho lodati per la loro bellezza, giovinezza, amore e fede. Poi però ho detto anche che comunque si sviluppi il loro matrimonio, esso non è e non sarà mai un problema da risolvere, che qualunque strada prenda, lo sposo o la sposa non sarà mai un problema da risolvere, che comunque vada la vita non è un problema da risolvere.
Un rapporto può contenere tanti problemi, ma sopratutto un rapporto vocazionale, quali che siano i problemi che insorgono, non è un enigma da risolvere, ma una strada da percorrere per arrivare alla casa del Padre. Perché il valore della realtà e della vita non può essere neppur minimamente misurato dall’assenza o meno di problemi, ma dall’invito implicito o esplicito a camminare verso il destino, quel rapporto definitivo con la vita che si chiama regno di Dio.
Le letture nella liturgia ambrosiana questa settimana parlano di un invito a una festa dove la vita che vi viene gustata non può essere tolta nemmeno dalla morte stessa (Is. 25). Nel Vangelo Gesù racconta la parabola di un re che fece una festa di nozze per suo figlio. Al suo invito in pochi risposero, presi dai loro problemi da risolvere.
Ma l’incontro con Gesù porta nella nostra vita proprio questo cambiamento: la speranza non sta tanto nella nostra capacità di risolvere i problemi. Questa posizione è violenta e se la assecondiamo, finiamo per scoprire che il vero problema da risolvere siamo noi stessi. E l’unica definitiva “soluzione” alla vita è la morte. La morte risolve tutto. Ecco perché l’aborto, l’eutanasia, l’omicidio e il suicidio. Ma la vita non è un problema; è un invito, e accogliendo l’invito alla festa delle nozze del Figlio ci mettiamo in cammino per la casa del Padre. Le circostanze nella vita hanno come contenuto ultimo questo invito.
I “miracoli” della tecnologia ci faranno molto male se ci renderanno sordi a questo appello.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2016/10/29/La-vita-non-e-un-problema-da-risolvere/print/730618/

La bellezza della democrazia

INT. Marco Cianca
sabato 29 ottobre 2016

“Occorre abbandonarsi al dubbio, cioè pensare che quello che dice il nostro contraddittore magari potrebbe anche essere vero. E quindi starlo a sentire, ascoltare le argomentazioni, aprirsi all’altro”. Sono le parole di Marco Cianca, giornalista del Corriere della Sera, sul quale nei giorni scorsi ha pubblicato un editoriale dal titolo: “Nello scontro sul referendum è in gioco la convivenza civile”. Ha scritto Cianca: “Un vociare insolente. Sì, no. No, sì. Tu progetti di diventare un dittatore. Voi volete sfasciare tutto. Ci porti nel baratro. Bisogna andare avanti. Ti sfrattiamo da Palazzo Chigi. Aspirate solo a spartirvi il potere. Avventurista. Passatisti. Il dibattito sul referendum costituzionale è assordante. (…) Lo scontro sulle modifiche alla Carta rischia di alimentare il fuoco che cova sotto la cenere e riaffiora la tentazione di una resa dei conti che non ci ha mai abbandonato dalla nascita della Repubblica”.

Come è nato in lei questo articolo?
E’ nato assistendo alle mortificanti immagini che abbiamo tutti sotto gli occhi. Quanto è avvenuto a Gorino per esempio è qualcosa di terribile. I pescatori di vongole con le loro famiglie hanno impedito a 12 giovani con otto bambini di accedere al locale che avrebbe dovuto ospitarli. Tra l’altro i pescatori hanno festeggiato la vittoria con una grigliata, cioè con un’immagine barbarica come l’odore della carne che suggella la forza della tribù. Immagini come queste fanno chiedere: “Ma a che punto siamo arrivati?”.

Nell’articolo sul Corriere lei parla di una “tentazione della resa dei conti che non ci ha mai abbandonato”. Quali sono le cause?
Le cause risalgono alla fine della guerra. E’ come se i vinti, cioè i fascisti, non avessero mai ammesso davvero la sconfitta o il loro errore, e avessero sempre pensato al tradimento. I vincitori invece non hanno riconosciuto le ragioni dei vinti. Non c’è stato uno sforzo reale di voltare pagina tutti insieme, ma si è rimasti a una contrapposizione che non si è mai risolta e che sta in qualche modo ancora attraversando tutta la storia repubblicana dal 1945 a oggi. Ogni volta è come se riemergesse questa questione irrisolta.

Dove la vede?
Quando osservo la classe politica, il suo discredito, il suo ripiegarsi su se stessa, mi viene da dire: ma perché oggi non c’è un Alcide De Gasperi che abbia una visione d’insieme?. E’ come se la resa dei conti non fosse mai finita, e quindi come se non fosse mai stata inglobata nel nostro Dna la bellezza della democrazia.

Ma nel frattempo i fascisti non sono tutti morti?
Anche i comunisti sono tutti morti, e del resto forse è un errore ragionare per categorie politiche di questo tipo. La questione è più generale, è un problema di democrazia fragile.

Prima la politica era consociativa, ora è l’opposto. Che cosa è intervenuto nel mezzo?
Prima c’era una sorta di patto non scritto: la Dc governava e il Pci faceva opposizione. Lo stesso Palmiro Togliatti diceva ai suoi: “Sarebbe sbagliato andare al governo perché non saremmo in grado”. In questo senso si può parlare di consociativismo, con tutti gli errori che sono stati commessi in campo sia politico sia sindacale sia economico. Ma con la caduta del muro di Berlino si è buttato via il bambino con l’acqua sporca. Gli stessi “corpi intermedi”, come sindacati, Confindustria e associazioni cattoliche, sono stati dipinti come una zavorra rispetto a un malinteso decisionismo.

Quali sono state le conseguenze?
E’ aumentato lo iato tra la classe politica e la gente, che tutti i giorni si confronta con drammi come la crisi economica e la paura degli immigrati. E’ come se ognuno fosse stato abbandonato a se stesso, finché arrivano i pescatori di vongole di Gorino a dire: “Non vogliamo l’altro”. E ciò proprio perché non si vedono riconosciuti i propri diritti, si ritiene di avere molto poco e si ha paura di perdere anche quel poco.

Perché con il referendum è in gioco la convivenza civile?
I cittadini accendono la tv e vedono dei politici che si aggrediscono tra loro, e quindi leggono questo referendum come una sorta di ordalia o come un quesito a favore o contro il governo. I più non riescono invece a cogliere l’essenza vera di questa riforma. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il recente comunicato di Comunione e Liberazione vanno in questa direzione, richiamando al senso della convivenza civile, all’importanza di discutere i contenuti e alla necessità di non perdere mai il rispetto dell’altro.

Mattarella, citato nel volantino di Cl, invita a guarire dallo “spirito di fazione”, dalla sindrome del nemico. Come “recuperare il senso del vivere insieme”?
Occorre abbandonarsi al dubbio, cioè pensare che quello che dice il nostro contraddittore magari potrebbe anche essere vero. E quindi starlo a sentire, ascoltare le argomentazioni, aprirsi all’altro. Capisco che possono essere belle parole che rischiano di essere staccate dalla realtà quotidiana. Io credo che sulla base di questi appelli dovrebbe essere la stessa classe dirigente, cioè i politici, Matteo Renzi e i suoi avversari, a non insultarsi, a non accusarsi l’uno con l’altro di cose altre rispetto a quello che invece è in discussione in questo referendum.

(Pietro Vernizzi)

http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2016/10/29/REFERENDUM-e-CL-Quel-ragionevole-dubbio-che-puo-guarirci-dalla-guerra-civile/print/730624/

Lasciare l’essenziale

Corrado Bagnoli
venerdì 28 ottobre 2016

“Lei mi chiede che cosa mi interessa in poesia e che cosa ancora desidero scrivere. Le rispondo subito: la vita, la vita delle parole, la vita dalla vita vera nella nostra mente continua e si spegne nel linguaggio, questo mi interessa e di questo voglio continuare a scrivere”.
Così il poeta svizzero Giorgio Orelli, poco prima della sua morte avvenuta nel 2013, risponde a una delle domande che la critica Elisabetta Motta gli ha rivolto durante un’intervista che, insieme ad altre undici, compone il volume La poesia e il mistero, recentemente edito da La Vita Felice di Milano e che sarà presentato in anteprima oggi, 28 ottobre, alle ore 18 nella Villa Reale di Monza (Sala nobile I piano).
Il volume nasce dalla frequentazione personale della studiosa seregnese con alcuni dei più rappresentativi poeti contemporanei: gli italiani Giampiero Neri, Davide Rondoni, Massimo Morasso, Antonella Anedda, Donatella Bisutti, Davide Ferrari, Giancarlo Pontiggia; gli svizzeri di lingua italiana Giorgio Orelli, Fabio Pusterla, Alberto Nessi, Pietro De Marchi. Ogni intervista è preceduta da una piccola selezione di testi dei poeti intervistati e il libro si presenta così anche come una preziosa occasione per introdursi alla loro opera.
A questi poeti, Eisabetta Motta ha chiesto di rispondere ad alcune domande cruciali sul senso della poesia oggi: qual è il compito che possiamo attribuire alla parola poetica? Qual è il suo rapporto con la realtà, come è in grado di custodirla e di darle rilievo? Come in questo compito la parola poetica si trova immersa nella relazione con il mistero? La profondità delle domande non deve far pensare a un libro arduo e ostile: merito di Elisabetta Motta che sa sempre condurre il suo dialogo con i poeti utilizzando un linguaggio semplice, chiaro, senza fronzoli.
E merito anche dei poeti che non a caso sono stati scelti e accomunati in questa raccolta, poiché, pur nella diversità delle loro poetiche, tutti perseguono nel loro lavoro una ricerca che potremmo riassumere con le parole di un testo di Pietro De Marchi: “Eliminare il superfluo, gettare/ la zavorra, sgombrare/ gli impacci, gli intralci, strappare/ le erbacce, estirpare/ il convolvolo, fare/ piazza pulita, tabula rasa. // Poi spogliarsi del troppo e del vano,/ ridurre all’osso, scarnire, spolpare,/ lasciare/ soltanto l’essenziale”.
L’autrice conduce i suoi dialoghi invitando dapprima i suoi interlocutori a dare spiegazioni rispetto ai testi antologizzati, ma poi, soprattutto e grazie anche alla grande conoscenza delle loro opere, s’incammina con loro ad esaminare aspetti della parola poetica in generale, li chiama quasi ad una vera e propria confessione circa aspetti della loro vita, dei loro valori. Il clima che si respira quindi tra le pagine del libro è quello di una grande confidenza e insieme quello di una consapevolezza altissima del lavoro poetico.
Ma anche quando si affrontano i temi più specifici del linguaggio poetico, siamo sempre in presenza di un discorso chiaro, comprensibile e profondo insieme, con gli autori che si mettono a nudo per capirsi e per farsi capire. Perché questo è poi il vero compito del libro, l’intenzione da cui nasce e che viene completamente realizzata: compiere un percorso conoscitivo in compagnia di autori che si tengono ancora stretta la lezione di Saba e della sua poesia onesta.
Venerdì 28 ottobre sarà la prima di una serie di presentazioni in cui l’autrice dialogherà di nuovo con alcuni dei poeti che hanno costruito con lei questo percorso: saranno presenti Davide Ferrari, Giancarlo Pontiggia, Massimo Morasso. Il 20 di gennaio 2017 il secondo incontro, a Seregno, alle ore 21 presso la Sala XXIV maggio con i poeti Pietro De Marchi e Giancarlo Pontiggia, tutti nati o già residenti nella cittadina brianzola. Per continuare a interrogarsi, per ricominciare sempre, come fa la vita, come fa la poesia.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/10/28/LETTURE-Soltanto-l-essenziale-12-poeti-italiani-si-raccontano/print/730481/

Il nulla che uccide il gusto della vita

Federico Pichetto
lunedì 24 ottobre 2016

Quando si entra nelle vicende di un altro paese, seppur per motivi di cronaca, occorre farlo in punta di piedi. A Schmöll, in Germania, un giovane somalo ospitato in un centro d’accoglienza, da tempo affetto da disturbi depressivi, ha prima minacciato di buttarsi giù dalla finestra del quinto piano della struttura dove era ospite, poi, all’arrivo della polizia che ha tentato in tutti i modi di dissuaderlo, ha ceduto all’incitamento della folla che lo incoraggiava a buttarsi mentre diverse persone dai palazzi circostanti, riferiscono i testimoni, filmavano tutto con il telefonino. L’uomo è morto per le ferite riportate e — se tutto questo non fosse drammaticamente vero — verrebbe da pensare al canovaccio di una novella pirandelliana più che ad un fatto realmente accaduto.
Il problema non è tedesco e nemmeno occidentale: quanto accaduto ha a che fare con l’umano in quanto tale e chiede una riflessione profonda. I fatti di Schmöll raccontano di che cosa voglia dire oggi vivere immersi nel nulla. Il nulla è la costante del nostro tempo perché nel nulla sembra destinato a finire ogni istante. L’attimo non è più un passo verso il tutto, verso il futuro, ma è diventato uno spazio disperato in balia di un cuore che brama di essere pieno — e non sopporta il vuoto — e di una società che ha smarrito il senso della presenza di una persona, riducendola a “niente”. Il nulla porta quindi con sé il vuoto e il niente, configurando una triade esistenziale dove la depressione e la riduzione della vita a “cosa” dominano e vincono.
La questione, tuttavia, non si può risolvere più con le categorie tipiche di una certa retorica anti-moderna che prova a ravvedere nel pensiero di Nietzsche, di Marx e di Freud l’origine culturale di tutto questo. La globalizzazione iniziata negli anni novanta del secolo scorso, e supportata dalla diffusione della rete e dal collasso del sistema collettivista, ha generato un mostro nuovo, la mondializzazione del nulla e — come ama dire il Papa con sofferenza — dell’indifferenza. È sorta una nuova civiltà globale che banalizza tutto in forza di un’assenza da cui si sente minacciata e in cui si sente immersa. L’origine di tutto questo, della solitudine e dell’incomunicabilità che l’uomo di oggi sperimenta, è nella rottura col passato, nel venir meno di un’appartenenza che oggi i movimenti nazionalisti e ultraconservatori ricercano nella rivendicazione di confini e identità che sono stati ampiamente superati dalla storia.
Il giovane somalo di Schmöll è solo l’ultimo anello di una catena di volti e di storie che hanno perso il contatto con la storia e, quindi, la percezione di un loro posto nel mondo. Quello di questo tempo è un problema di “vocazione”, di consapevolezza del proprio ruolo e del proprio destino, ed è soltanto il punto finale di un effetto domino che parte nel momento in cui l’essere umano — a qualunque latitudine o longitudine di questa terra — nega la prospettiva infinita del bisogno che lo abita e delle domande che lo assillano. Cercando in cose finite l’Eterno promesso, e non avendo più una tradizione con cui confrontarsi durante il cammino di questa ricerca, l’Io avverte tutta la vertigine del vuoto, del niente e del nulla. Ed allora si può “tifare” perché un individuo si suicidi, si può filmare la scena per avere finalmente qualcosa da dire a chi ci sta vicino, e si può morire prigionieri degli inganni della propria mente.
Ripartire non è facile. La mia nonna soleva dire che “quando il Cielo si fa troppo buio, allora Dio suscita i Suoi Santi”. Non allora è un caso che tutto questo accada all’inizio della Novena della Festa di Ognissanti: sembra quasi che esso sia un monito, confuso tra tutte le voci della terra, a non smettere di cercare i volti e gli occhi di coloro che, anche nel cuore della notte, continuano ad essere fiaccole fumiganti di una luce, testimoni di una nostalgia che fa morire gli uomini e che li rende cinici e spaventati di fronte a tutto. Per la paura che alla fine la vita sia tutto qui, in questo niente che ci attanaglia e che ci toglie il gusto del vivere.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2016/10/24/SOMALO-INCITATO-AL-SUICIDIO-Quando-il-Cielo-si-fa-troppo-buio-Dio-suscita-i-suoi-santi/print/729741/

 

Il Tu a Dio

Non volle affatto che la sua Grazia abbisognasse di qualcuno. In vita sua, mai accettò di diventare proprietà-privata di alcuno, nemmeno dei suoi più fidati amici. Per questo organizzò il suo mondo-di-parabole: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano” (Lc 18,9-14). Una storia d’uomini, d’intenti. Non solo. Ai suoi attori-protagonisti non regala mai la luce solo per svagare i sensi ma perché, ridendo di loro e con loro, ognuno faccia la sua scelta: “Ascoltarla, codesta parola, non è nulla; accoglierla con amore non è nulla: custodirla è tutto. Custodirla contro lo spirito impuro, uno e molteplice, formicolante” (F. Mauriac). Dio — così duro coi farisei, così dolce coi piccoli — nel frattempo si tiene libero: non è tenuto a nessuna giustificazione in merito.
Racconta storie per raccontare di Lui, dei suoi misteri, dei modi variopinti che gli uomini hanno per ri-volgersi a Lui. Mai un tentativo, da parte sua, di fare impressione sull’uditorio. Sulle labbra solamente parole scarne, pancia-a-terra, come di chi ha udito ben affinato. Nel mondo fariseo: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini”. In quello pubblicano: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Farsi belli abbruttendo gli altri — lavando bene i piatti, pulendosi i gomiti, non mangiando carne il venerdì, carciofi a colazione — è una logica che nei Vangeli non arreca salvezza: col Cristo nessuno dev’essere generale se prima non ha prestato servizio nei ranghi. Diventare presenti a se stessi — ch’è la grande grazia della lucidità, il costringere il peccatore a rimasticare la sua vergogna — questa sì che è cagione di salvezza: “Questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato”. L’altro, a ragione di logica, non-giustificato: una mezza-condanna, dunque. A far la differenza tra salvezza e dannazione è una sfumatura nell’uso dei pronomi, quelli più elementari: l’io e il tu. Dall’io — “Io ringrazio, io non sono come lui, io digiuno, io pago” — al tu: “(Io pecco), tu perdonami”. Fino a sfidare il buon senso dando del tu a Dio: questo è il fatto serio della preghiera, la gran eversione che i bastardi annotarono sul conto del Cristo come gran-bestemmia. Un Dio per i miserabili: questo no, era troppo.
Nella guerra franco-prussiana — si viveva la stagione nella quale la Francia prendeva botte ovunque — sono in molti a bussare al convento per parlare con Bernadette: le chiedono risposte decisive, finali. Nel 1870 il cavaliere Gougenot des Mousseaux s’informò se alla grotta di Lourdes avesse avuto rivelazioni in merito al futuro della nazione.
La santa-donna disse no, nemmeno i prussiani-alle-porte le incutevano paura: “Io non temo che i cattivi cattolici” rispose. I cattivi-cattolici, l’altra faccia della cattiveria-dei-buoni: di chi vuol possedere a tutti i costi una cosa la cui bontà non è sua, di chi è disposto a tramutare anche Dio in proprietà-privata, fino ad ammazzare Dio in nome di Dio. Fino al punto da tener l’uomo in schiavitù, vendendogli come carità ciò che, in realtà, altro non è che l’egoismo di far diventare grande se stesso rimpicciolendo il fratello: “Per guadagnarsi il titolo di benefattori — scriveva, con penna ruggente, don Primo Mazzolari —, per farsi pagare il servizio di recupero, lo buttano a terra e lo fanno a pezzi, l’uomo”. In corso d’opera, l’uomo ha mostrato d’aver molti corteggiatori e ben pochi amici: Cristo gli è amico, ci parla con franchezza, con sincerità.
Più che a dare, aver fede sarà questione d’esser pronti a ricevere: non sono io che faccio-cose-per Dio — “Dio, ricorda bene cosa ho fatto per te” —, è Dio che fa-cose per me, nobis quoque peccatoribus. Iniziò così, nel paese delle parabole, il più beffardo tra gli sgarbi di Cristo ai farisei: il più piccolo, in fronte al più grande, diventerà eterno. La storia cambia verso: “Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”. Datemi il vostro nulla, vi darò il mio Tutto: il contrario — la cattiveria dei buoni — impauriva anche santa Bernadette.

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