Non tolleranza, ma conoscenza dell’amato – ECUMENISMO

«La pace che nasce dalla fede». Ovvero, da un «incontro» pieno di interesse e amore per l’altro proprio perché “altro”. Un percorso nel pensiero di Nicola Cusano che, sei secoli fa, parlava del dialogo (e dell’islam) aprendo una prospettiva diversa

Sorgente: Non tolleranza, ma conoscenza dell’amato – ECUMENISMO

Chi ci insegna l’umana convivenza?

Giuseppe Botturi
martedì 20 settembre 2016

In un suo articolo apparso su queste pagine, Giorgio Chiosso ha sostenuto che la vera missione della scuola è permettere a coloro che la frequentano di “immaginare un mondo diverso da quello consegnato loro anziché pensarli come diligenti attori pronti a inserirsi dentro un copione già tutto scritto”. Io credo, in effetti, che compito fondamentale della nostra scuola attuale, di qualsiasi ordine e grado, sia proprio aiutare un giovane ad aprire gli occhi sulla realtà, interrogandosi su di essa, così da poter pensare e immaginare il nuovo. Se questo è vero, la prima strada per insegnare quest’apertura di mente e cuore è la lingua. A scuola si parla, si legge e si scrive, e ogni disciplina richiede una lingua sua propria, un lessico specifico, che è così importante far acquisire per poter instaurare una relazione libera e intelligente con il mondo.
Ce ne offre un autorevole esempio, in negativo, Hannah Arendt nella sua famosa inchiesta La banalità del male (1963). In più passaggi la Arendt dimostra come all’origine della cieca obbedienza dei funzionari nazisti a ordini disumani vi fosse uno svuotamento della coscienza, operato per mezzo di una manomissione delle parole, e di una conseguente alterazione del loro significato.
Il primo espediente era la sostituzione di termini duri con eufemismi: “(…) tutta la corrispondenza relativa alla questione [ebraica] doveva rispettare rigorosamente un determinato ‘gergo’, e se si eccettuano i rapporti degli Einsatgruppen [le unità mobili delle SS addette allo sterminio dei paesi dell’Europa orientale] è raro trovare documenti in cui figurino parole crude come ‘sterminio’, ‘liquidazione’, ‘uccisione’. Invece di dire uccisione si dovevano usare termini come ‘soluzione finale’, ‘evacuazione’ (Aussiedlung) e ‘trattamento speciale’ (Sonderbehandlung); invece di dire deportazione bisognava usare parole come ‘trasferimento’ o ‘lavoro in oriente’ (Arbeitseinsatz im Osten) (…). Del resto, il termine stesso usato dai nazisti per dire ‘gergo’ (Sprachregelung, ossia ‘regole di linguaggio’) era in fondo un termine in codice; significava quello che nel linguaggio comune si chiamerebbe menzogna” (p. 93).
Cancellati i termini che indicano il compimento del male, era modificata la percezione stessa che gli esecutori avevano del proprio operato: “Questo sistema aveva un effetto molto importante: i nazisti implicati nella ‘soluzione finale’ si rendevano ben conto di quello che facevano, ma la loro attività, ai loro occhi, non coincideva con l’idea tradizionale del ‘delitto'” (p. 94).
Dal lessico si giunge poi alla sintassi: Himmler, il comandante delle forze di sicurezza del Terzo Reich, aveva coniato degli slogan roboanti “per risolvere i problemi di coscienza”, come “il mio onore è la mia lealtà”. E così, il singolo si abituava a pensarsi come membro di un magnifico divenire storico, per il cui successo era richiesta anche la sua devota collaborazione: “Ciò che più colpiva le menti di quegli uomini che si erano trasformati in assassini, era semplicemente l’idea di essere elementi di un processo grandioso, unico nella storia del mondo (‘un compito grande, che si presenta una volta ogni duemila anni’) e perciò gravoso.” (…)
“Perciò il problema era quello di soffocare non tanto la voce della loro coscienza, quanto la pietà istintiva, animale, che ogni individuo normale prova di fronte alla sofferenza fisica degli altri. Il trucco usato da Himmler (…) era molto semplice, e, come si vide, molto efficace: consisteva nel deviare questi istinti, per così dire, verso l’io. E così, invece di pensare: che cose orribili faccio al mio prossimo!, gli assassini pensavano: che orribili cose devo vedere nell’adempimento dei miei doveri, che compito orribile grava sulle mie spalle!” (pp. 113-114).
L’imputato del processo di Gerusalemme del 1961, Adolf Eichmann, è descritto dalla Arendt come una perfetta vittima di questo sistema di ottundimento dell’identità. Direttore dell’ufficio preposto alla smistamento di ebrei verso i campi di sterminio, al suo processo Eichmann fece affermazioni non credibili, quali: “Con la liquidazione degli ebrei io non ho mai avuto a che fare; io non ho mai ucciso né un ebreo né un non ebreo, insomma non ho mai ucciso un essere umano; né ho mai dato l’ordine di uccidere un ebreo o un non ebreo: proprio, non l’ho mai fatto” (p. 30). Eppure, la Arendt deve rendersi conto che, nella mente dell’imputato, quelle dichiarazioni erano veritiere e rilasciate secondo coscienza, infatti per Eichmann “(…) il gergo burocratico era la sua lingua perché egli era veramente incapace di pronunziare frasi che non fossero clichés. (…) Quanto più lo si ascoltava, tanto più era evidente che la sua incapacità di esprimersi era strettamente legata a un’incapacità di pensare, cioè di pensare dal punto di vista di qualcun altro. Comunicare con lui era impossibile, non perché mentiva, ma perché le parole e la presenza degli altri, e quindi la realtà in quanto tale, non lo toccavano” (pp. 56-57). Infine, la Arendt sa bene che il caso da lei studiato non è che uno tra molti: “Ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali” (p. 282).
Alla ripresa dell’anno scolastico, è doveroso ricordare l’enorme potenziale educativo che, nonostante tutto, risiede nelle parole che ciascun maestro o professore potrà trasmettere in aula ai suoi studenti, introducendoli nella lingua della materia che insegna. La posta in gioco è alta, se la Arendt stessa, riflettendo sulla propria vicenda, afferma: “(…) se una cosa si può ragionevolmente pretendere, questa è che sul nostro pianeta resti un posto ove sia possibile l’umana convivenza” (p. 240).

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2016/9/20/SCUOLA-Hannah-Arendt-istruzioni-per-aprire-gli-occhi/print/724225/

Quella linea tra la vita e la morte — il blog di Costanza Miriano

Originally posted on Piovono miracoli: di Stefano Bataloni? È successo alcuni giorni fa che un padre e una madre abbiano fatto varcare al loro figlio (o figlia, non si sa), malato da tempo e minorenne, quella linea che separa la vita dalla morte. Lo hanno fatto di proposito, dicono col consenso del figlio stesso. Lo…

via Quella linea tra la vita e la morte — il blog di Costanza Miriano

Un malato terminale è uno scarto

Un paziente terminale, la sua volontà di accelerare la fine, il consenso di chi gli è più caro, il via libera dei medici: lo vuole, lo vogliono tutti, soffre troppo, perché non praticargli l’iniezione letale? È l’eutanasia nella formula prevista dalla legge belga (e di quella di Olanda e Lussemburgo), con la differenza che questa volta è stata praticata su un minorenne. Solo a tarda sera si è sapauto che il paziente aveva 17 anni, non si conosce però né il nome né il sesso ma solo che era malato terminale, che si tratta del primo caso in Belgio (e nel mondo, col benestare di una legge dello Stato) e che sono stati rispettati i criteri fissati dalla revisione della legge belga sull’eutanasia del 2002 riformata nel 2014 per includere anche l’accesso all’eutanasia di minori informati e consenzienti una volta acquisito il placet dei genitori e del medico curante.

Le regole votate dal Parlamento di Bruxelles prevedono che possa chiedere l’eutanasia il minore che patisce una «sofferenza fisica insopportabile» e per il quale «la morte a breve termine» sia «inevitabile». «Esistono fortunatamente pochi casi di questo tipo, ma ciò non significa che abbiamo il diritto di negare loro il diritto a una morte dignitosa», ha dichiarato Wim Distelmans, presidente della Commissione federale sul controllo e la valutazione dell’eutanasia confermando la notizia diffusa dal giornale fiammingo «Het Nieuwsblad» e rimbalzata nel giro di poche ore sui media di tutto il mondo.

Il discorso dei «pochi casi», in verità, ricorda i motivi con i quali si tentò 14 anni fa (e poi negli altri Paesi e in alcuni Stati americani dove forme di eutanasia o di suicidio assistito sono state legalizzate) di attutire l’impatto sull’opinione pubblica dell’eutanasia legale, materia nella quale sembra invece applicarsi alla lettera il teorema del “piano inclinato”: una volta imboccata una strada, per scelta anche molto ponderata e convinti di dover procedere solo in casi eccezionali, non ci si ferma più, passando in pochi anni dall’accettazione della morte a richiesta solo per pazienti adulti terminali e con sofferenze insopportabili all’attuale normativa che include anche persone con forti disagi psichici e persino i bambini.

Un ampliamento dei candidati all’eutanasia che pare inarrestabile e che è passato anche attraverso altri casi eclatanti, come il detenuto per reati gravi che ha preferito l’eutanasia al carcere a vita, ottenendo di poter morire anzitempo per mano dello Stato.

La vicenda è di soli due anni fa, ed è accaduta sempre in Belgio, a riprova che lo smantellamento di un principio – l’intangibilità della vita umana – ha conseguenze inevitabili e ormai facilmente pronosticabili.

Lo dovrebbero sapere i parlamentari che stanno sostenendo anche in Italia una legge sull’eutanasia, proposta dai radicali con una raccolta di firme e della quale la Camera ha avviato la scorsa primavera la discussione generale nelle Commissioni Giustizia e Affari sociali col supporto di Sinistra Italiana – favorevole anche all’eutanasia dei minori – e il plauso del Movimento 5 Stelle (i cui militanti si sono detti largamente favorevoli in un sondaggio online alla legalizzazione).

Il disegno di legge non sembra al momento avere chance di procedere oltre, ma intanto Montecitorio sta facendo marciare speditamente un altro progetto col quale si intendono normare le volontà di fine vita: un tema in cui l’equivoco sulle parole e le procedure è dietro l’angolo, e che potrebbe essere lo spiraglio attraverso il quale l’eutanasia entra in Italia travestita da “autodeterminazione” in “casi estremi”. Il Belgio con il primo bambino ucciso in un ospedale per decisione dei genitori e con il consenso dello Stato insegna che occorre fermarsi molto prima che sia troppo tardi.

Le reazioni
Molte le reazioni, anche in Italia.
La notizia dell’eutanasia praticata a un bambino “ci addolora e ci preoccupa: la vita è sacra e deve essere accolta, sempre, anche quando questo richiede un grande impegno”, ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei.

“Il pendio scivoloso sul quale da tempo il Belgio si è incamminato sui temi del fine vita rompe oggi un altro tabù”; sono le parole di Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita italiano. “La deriva belga dovrebbe costituire un campanello d’allarme per quanti, forse troppo superficialmente, si apprestano a promuovere la legislazione eutanasica nel Parlamento italiano. Non lascia ben sperare, purtroppo, l’esito della consultazione online degli attivisti del M5S”, prosegue Gigli.

In realtà il metodo della “democrazia diretta” ha coinvolto in questa consultazione on line 20mila votanti, di cui 19.381 hanno detto sì al testamento biologico e 18.204 sì all’eutanasia. Un po’ poco per dire, come fanno i 5 stelle, che “il Paese reale è più avanti e aperto rispetto alla politica e ai partiti”.

“Non c’è dubbio che il dolore di un figlio possa rappresentare per un genitore un vero e proprio martirio, ma proprio per questo in Italia la legge sulle cure palliative prevede una rete di centri impegnati nella lotta contro il dolore infantile. Una rete apposta per i minori, pensata per loro, capace di rispondere a tutte le loro esigenze; disposta a farsi carico delle necessità dei bambini e dei loro genitori, ma fermamente decisa a rifiutare l’eutanasia in qualunque forma possa essere proposta. E questa fermezza è anche il criterio guida che sta orientando il dibattito nel nostro Parlamento sul cosiddetto Testamento biologico o per meglio dire sulle direttive anticipate di trattamento, le cosiddette Dat”. Lo afferma l’onorevole Paola Binetti di Area popolare, presentatrice di uno dei disegni di legge attualmente in discussione alla Camera.

“L’eutanasia sui minori è maschera di un atto di volontà libero. La soppressione di una vita fragile non è mai accettabile”; è il parere di Alberto Gambino, presidente dell’Associazione Scienza & Vita. “Si realizza una vera e propria finzione: il diritto all’eutanasia del bambino, altro non significa che attribuire ad un adulto il potere di vita e di morte su un minorenne. È solo la ‘maschera’ di una vera decisione, personale, libera e consapevole – come intendono i fautori dell’eutanasia – in quanto non è in alcun modo concepibile in capo ad un soggetto che, per il diritto e per il livello di maturità, è incapace di autodeterminarsi nel compimento di scelte a contenuto legale ed esistenziale così estreme”.

“Eutanasia di un minore in Belgio. Quando la legge arriva a questo è il segnale che una intera società sta fallendo. Occorre un esame di coscienza nella cultura occidentale”; lo afferma Mario Marazziti, presidente della commissione Affari Sociali della Camera.

La parlamentare di IDeA, Eugenia Roccella, condanna l’episodio. “Cosa giustifica l’eutanasia ad un bambino? – si chiede Roccella -. Il dolore, si sa, oramai si può controllare efficacemente; e neppure si può invocare l’autodeterminazione, per un minore, e trincerarsi dietro la sua libertà di scelta: sono i genitori a chiedere l’eutanasia, ed è bene non nascondersi ipocritamente dietro il consenso del minore, che la legge belga richiede. Si tratta di una questione culturale – prosegue la parlamentare – dilaga ormai la cultura dello scarto, quella che Papa Francesco non si stanca mai di denunciare. Chi è gravemente malato, chi non è più autosufficiente, è già stato scartato: per la nostra società
un malato terminale non è più vivo”.

 

http://www.avvenire.it/Vita/Pagine/primo-caso-di-eutanasia-al-mondo-su-bambino-in-belgio.aspx

Quando il nulla diventa social e uccide

Massimo Introvigne
sabato 17 settembre 2016

TIZIANA CANTONE. Tutti hanno voluto dire la loro sul suicidio di Tiziana Cantone, la trentunenne che si è uccisa dopo che un video che la riprendeva durante un atto sessuale, inizialmente diffuso da lei stessa, era finito sui siti pornografici e le aveva dato una celebrità insopportabile. In contemporanea, è venuto alla luce l’episodio — in realtà diverso — di Rimini, dove una diciassettenne è stata stuprata mentre le amiche riprendevano la scena per poi diffondere le immagini tramite Whatsapp. Qualcuno ha rievocato il caso del 2013 di Carolina Picchio, una quattordicenne anche lei suicida dopo che un video che la riprendeva in atteggiamenti intimi a una festa era stato ampiamente diffuso via Internet. Il padre di Carolina è intervenuto sul Corriere della Sera del 16 settembre, con considerazioni che in gran parte condivido.
È stato scritto tutto e il contrario di tutto, e sembra non ci sia nulla da aggiungere se non la preghiera e l’umana pietà. Vorrei però proporre quattro considerazioni, che mi sembrano un po’ trascurate nel dibattito in corso.
La prima riguarda la droga, che è un filo conduttore comune di questi episodi. Andando a fondo delle cronache, si scopre che la droga c’entra sempre. Ricordiamoci di aggiungere anche questo non solo agli argomenti contro la legalizzazione della droga — legalizzandola, sono convinto che nelle discoteche e dintorni ne circolerebbe ancora di più, e rimando alle argomentazioni dell’ex sottosegretario Alfredo Mantovano nel libro di cui sono co-autore Libertà dalla droga (Sugarco) — ma anche alle campagne educative nelle scuole (ancora troppo poche) contro la droga in genere. Imbottendosi di droga non c’è solo il rischio di stare male o di finire fuori strada con l’automobile. C’è anche quello di scatenarsi in atti sessuali più o meno casuali e consapevoli, che poi di questi tempi facilmente finiscono su Internet, con conseguenze imprevedibili che purtroppo arrivano fino al suicidio.
La seconda considerazione è che gli episodi in questione sono molto diversi tra loro. Tiziana Cantone si era fatta riprendere volontariamente e aveva diffuso lei stessa le immagini via Internet, anche se poi se n’era pentita. Nel caso di Rimini una minorenne è stata violentata e ripresa durante la violenza, con un video diffuso in rete. Si tratta di una pratica purtroppo diffusa, e in altri Paesi la repressione è severissima. In molti Stati degli Stati Uniti, le cosiddette amiche della ragazzina di Rimini, anche se minorenni, sarebbero sottratte ai tribunali dei minori, processate come se fossero adulte e condannate a decine di anni di carcere, cioè a passare una buona parte della loro vita in galera. Conosco tutti i vantaggi della nostra cultura giuridica che conserva un’origine cattolica — diversa da quella anglosassone d’impronta protestante —, e tra l’altro esclude che minorenni siano processati e condannati senza tenere conto della loro età. Ma esistono anche gli eccessi del buonismo e del permissivismo.
Senza esagerazioni e isterismi: non serve a nulla che qualche politico vada sopra le righe e invochi la pena di morte per gli stupratori (magari, specie se immigrati), suscitando reazioni contrarie. Tuttavia, è necessario che chi si rende colpevole di reati particolarmente odiosi sappia che la repressione penale sarà adeguata e colpirà, nelle forme opportune ma con serietà, anche i minorenni. Questo chiede, con pacatezza, il padre della povera Carolina Picchio. Non mi sento di dargli torto.
Terza considerazione: chi dice che “è colpa di Internet” cade in quello che la sociologia chiama “determinismo tecnologico”, l’errore secondo cui la tecnologia determina di per sé effetti sociali automatici, inevitabili e irreversibili. Le stesse accuse rivolte a Internet furono rivolte al cinema, alla radio, alla televisione, e per la verità già alla stampa agli albori dell’era moderna. Certamente tutti questi strumenti amplificano la circolazione delle notizie. Ma gli strumenti sono in realtà neutrali. Posso usare Facebook o Whatsapp per l’evangelizzazione o per diffondere video pornografici. San Giovanni Paolo II aveva già detto tutto quello che c’è da dire nel suo documento su Internet per la 36esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, un testo davvero profetico se si considera che è stato scritto nel 2002. Internet, scriveva il Pontefice, “può offrire magnifiche opportunità di evangelizzazione se utilizzato con competenza e con una chiara consapevolezza della sua forza e delle sue debolezze”. Internet spesso “rende possibile un primo incontro con il messaggio cristiano, in particolare ai giovani, che sempre più ricorrono al cyberspazio quale finestra sul mondo”. Ma ci sono anche, affermava San Giovanni Paolo II, gravi rischi: “Internet ridefinisce in modo radicale il rapporto psicologico di una persona con lo spazio e con il tempo. Attrae l’attenzione su ciò che è tangibile, utile, subito disponibile. Può venire a mancare lo stimolo a un pensiero e a una riflessione più profondi, mentre gli esseri umani hanno bisogno vitale di tempo e di tranquillità interiore per ponderare ed esaminare la vita e i suoi misteri e per acquisire gradualmente un maturo dominio di sé e del mondo che li circonda. La comprensione e la saggezza sono il frutto di uno sguardo contemplativo sul mondo e non derivano dalla mera acquisizione di fatti, seppur interessanti. Sono il risultato di un’intuizione che penetra il significato più profondo delle cose in relazione fra loro e con tutta la realtà. Inoltre, quale forum in cui praticamente tutto è accettabile e quasi nulla è duraturo, Internet favorisce un modo di pensare relativistico”.
Ho voluto citare il brano, non breve, per intero, perché introduce la mia quarta osservazione. Ogni volta che accadono episodi di questo genere s’invocano più controllo sui social network, regole che impongano alle multinazionali che li controllano di vigilare e quando sbagliano di pagare i danni, più polizia postale. Tutto questo può avere un senso, specie per i casi criminali di chi diffonde in rete immagini di stupri. Ma dobbiamo anche essere consapevoli del fatto che controllare Internet è difficilissimo.
Migliaia di super-specialisti, negli Stati Uniti e altrove, lavorano a tempo pieno per impedire all’Isis di reclutare terroristi in rete, ma il reclutamento continua. Esiste un “Internet nero” che non passa per i normali canali ed è ampiamente ritenuto incontrollabile. Soprattutto, nessuno può fermare le Tiziane Cantone che postano i loro video sexy su Internet e si fanno del male da sole.
Non che la vigilanza sia inutile. Ma da sola non può risolvere il problema. Come diceva San Giovanni Paolo II, il problema è antropologico ed educativo: imparare a dominare se stessi, il rapporto con lo spazio e il tempo e i mezzi attraverso i quali ci esprimiamo, rifiutando la menzogna secondo cui una volta che siamo su Internet “tutto è accettabile”. Nelle cronache di questi giorni mi colpisce un’assenza. Dov’era la Chiesa in tutto questo? Le vittime si sono rivolte a tutti: ai giornali, agli avvocati, alle conduttrici di popolari programmi televisivi. Ma non risulta che — prima della disperazione e del suicidio — abbiano cercato conforto nella Chiesa. E questo in Italia, non — per esempio — in Francia, dove la totale assenza di contatti con la Chiesa è un fenomeno tre volte più diffuso rispetto a noi.
È uscita da poco una ricerca importante del sociologo torinese Franco Garelli, Piccoli atei crescono (il Mulino). Ne emerge che i giovani italiani hanno ancora qualche interesse di tipo religioso ma in gran parte diffidano della Chiesa cattolica. La scoperta più interessante di Garelli è che questa diffidenza non deriva da esperienze personali. Intervistati, questi giovani riferiscono in buona parte che hanno frequentato la parrocchia o l’oratorio da ragazzini e che l’esperienza è stata positiva. Nessuno degli intervistati si è imbattuto in un prete pedofilo o in un parroco moralista e senza misericordia. Molti però reinterpretano a posteriori la loro esperienza positiva come un’eccezione, perché i media li hanno convinti che la maggior parte delle parrocchie sono luoghi poco accoglienti e pericolosi, e per definizione i media ne sanno di più. Ci sarebbe molto da dire sulle ragioni per cui i grandi media hanno diffuso a piene mani intolleranza verso il cattolicesimo. Ma ora vediamo le conseguenze. Ai giovani, e ai meno giovani, è stato tolto — maliziosamente — l’ancoraggio nel reale che la Chiesa offriva ancora ai loro genitori e certamente ai loro nonni, né ce ne sono in giro molti altri. Se mancano questi ancoraggi nel reale, resta solo la cosiddetta realtà virtuale, che per molti diventa l’unica realtà. Gli ultimi episodi dimostrano che si tratta di una “realtà” che può diventare pericolosa: per colpa non della tecnologia in sé, ma del suo uso distorto. Come direbbe Papa Francesco, questi giovani e giovani adulti erano forse preoccupati di non farsi rubare il cellulare. Ma si sono fatti rubare la speranza. E, quando viene meno la speranza, restano solo la violenza e la morte.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/9/17/TIZIANA-CANTONE-Quando-il-Nulla-diventa-social-e-uccide-/print/723782/

L’altro è un Mistero sempre grande

Giorgio Vittadini
venerdì 16 settembre 2016

La recente canonizzazione di Madre Teresa, lungi da essere un fatto che interessa solo i credenti, se guardata con attenzione rappresenta invece una sfida a molti dei luoghi comuni tipici della mentalità dominante a livello globale. Ce ne siamo accorti nei giorni scorsi ed è per questo che vale la pena tornare a fare alcune riflessioni su questo evento. Fra tanto consenso e ammirazione stupita di cui siamo stati testimoni, i media di tutto il mondo hanno fatto a gara a tirare fuori dagli archivi ricerche, libri e articoli che avevano tutti un comun denominatore: denunciare che “Madre Teresa non era affatto una santa”.
E’ così tornato alla ribalta il libro dello scomparso Christopher Hitchens, “La posizione della missionaria” pubblicato originariamente nel 1995, dove, fra le altre cose, si sostiene che la suora amasse usare i soldi ottenuti con la beneficenza per aprire conventi invece che ospedali, propagandando il no all’aborto, ai rapporti pre matrimoniali e all’uso dei preservativi, muovendosi così in modo strumentale al potere politico e teologico della Chiesa cattolica.
Altri articoli denunciavano la carenza delle sue strutture, la mancanza dei requisiti igienici e medici fondamentali, in un’ottica seconda la quale si sarebbe esaltata la sofferenza anziché combatterla.
La prima cosa che viene in mente, di fronte a questa incapacità di comprendere il significato reale della missione di Madre Teresa, è l’attualità di quanto scrisse Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas Est e cioè che “la carità sarà sempre necessaria”.
Frase che va in netto contrasto con quella tanto amata dalle ideologie del XIX e XX secolo, liberismo e comunismo: “Non serve la carità ci vuole la giustizia”.
Da una parte si disprezzava la carità, alla radice dell’insegnamento della Chiesa, perché si affermava che solo il progresso economico poteva emancipare l’umanità dalla fame, dalla malattia, dal sottosviluppo. Dall’altra si considerava ipocrita o addirittura dannoso aiutare gli uomini nei loro bisogni immediati perché distraeva dal tentativo di costruire strutture più giuste e durature per tutti.
Intendiamoci: non è che il richiamo a progresso e giustizia sociale sia sbagliato. Pensiamo alla enciclica Populorum Progressio, “Il nuovo nome della pace è lo sviluppo”, di Paolo VI, o ai continui appelli dei pontefici, in particolare papa Francesco, affinché le strutture economiche, sociali, politiche non opprimano il povero, il debole, il malato, l’emarginato. Ma cosa sono il progresso e la lotta per la giustizia senza la pratica della carità? Le innumerevoli opere presenti in tutto il mondo, nel solco tracciato da Madre Teresa, continuano a permettere a milioni di persone di affrontare l’esistenza e anche la morte nel pieno rispetto della loro dignità umana.
Lasciati dove erano, in attesa del progresso e della giustizia sociale, queste persone sarebbero vissute e morte da bestie. Non esisterà mai un regime politico in grado di eliminare totalmente la povertà, ci saranno sempre degli ultimi in mezzo a noi a cui guardare e da sostenere. Allo stesso tempo, Madre Teresa non aveva mai inteso risolvere tutti i mali del mondo ed era cosciente dei propri limiti.
Lasciati dove erano, in attesa del progresso e della giustizia sociale, queste persone sarebbero vissute e morte da bestie. Non esisterà mai un regime politico in grado di eliminare totalmente la povertà, ci saranno sempre degli ultimi in mezzo a noi a cui guardare e da sostenere. Allo stesso tempo, Madre Teresa non aveva mai inteso risolvere tutti i mali del mondo ed era cosciente dei propri limiti. Ma non per questo è rimasta a guardare, andando in persona là, nelle strade e in mezzo ai moribondi, o offrendo di prendersi cura dei bambini che altrimenti sarebbero stati abortiti. In una parola, ha condiviso il dolore di chiunque, accogliendo e promuovendo la vita. La carità batte tutte le dottrine economiche e politiche, perché essa è un gesto immediato.
Se non si vive la carità, se non ci si accorge della gente gente intorno a noi, lo sbandierato progresso può diventare una trappola mortale. Abbiamo davanti, agli occhi anche se fingiamo di non accorgercene, le conseguenze del neocolonialismo economico, quello che ha scatenato “la terza guerra mondiale a pezzi”: muri per tenere lontano chi fugge dalla violenza e dalla povertà, élite di pochi ricchi sempre più ricchi, fallimento rovinoso di utopie come quella che ha fatto diventare il Venezuela, un tempo tra le nazioni più ricche del Sudamerica, un paese devastato dalla fame e dalla povertà.
Senza la carità ogni progetto politico diventa contro la gente, non per la gente.
L’esempio di Madre Teresa rappresenta infine un’altra sfida, ancora più radicale. C’è una mentalità, suffragata anche da certo moralismo cattolico, che pensa che occuparsi degli altri sia un problema etico: dobbiamo fare del bene perché è giusto essere buoni. Non basta però per spiegare l’impegno eroico delle suore di Madre Teresa, un impegno capace di trattare gli ultimi fra gli ultimi con una affezione totale.
Come si fa ad amare così?
Qualche anno fa un amico giornalista, dopo aver assistito a un incontro pubblico di Madre Teresa, colpito da quello che aveva sentito, le si avvicinò e le chiese a bruciapelo: “Ma che cosa le ha fatto mettere in piedi tutto quello che lei ha messo su?”. Racconta l’amico giornalista che la piccola suora lo guardò un po’ infastidita e rispose, indicando la gente che era lì presente: “Per me le persone sono tutte ombre di Gesù”. E’ una risposta comprensibile non solo ai cattolici e ai cristiani di altre confessioni ma anche agli islamici, agli indù, agli atei. L’altro è un bene per me: è un Mistero sempre grande, sempre bello qualunque sia il corpo che lo porti, o qualunque sia l’incoerenza con cui viviamo. Perché è riflesso di quell’Infinito di cui tutti gli uomini di tutti i tempi e tutte le culture hanno bisogno per vivere, per amare, per essere felici. La carità aiuta a vivere quella corrispondenza al cuore che tutti desideriamo. In un momento storico in cui si teorizza l’impossibilità di convivenza fra culture e religioni diverse, Madre Teresa ci sfida a vivere la carità, unica a permettere una vera convivenza e con essa la pace, perché la carità non è una dottrina, è l’inizio di una nuova civiltà.

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