L’affinità con lo spazio infinito

Alessandro Rivali
giovedì 29 settembre 2016

Abbiamo ucciso la malinconia. L’abbiamo colpita al cuore con il nostro tempo ultrarapido, così inclinato al “fare” invece che all'”essere”. È un orizzonte delineato più volte da Benedetto XVI, negli anni del suo Pontificato, ma anche nel suo precedente e inesauribile “cantiere” teologico. In Guardare a Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità (Jaca Book), un’originalissima guida per un ritiro spirituale lontano dalla frenesia del mondo, scriveva: “Il potere dell’uomo, nel senso del dominio del mondo, è giunto a proporzioni quasi vertiginose. Nel ‘fare’ siamo diventati grandi, anzi grandissimi, ma nell’essere, nell’arte dell’esistere le cose stanno diversamente. Sappiamo che cosa si può ‘fare’ delle cose e degli uomini, ma di ciò che le cose sono, di ciò che l’uomo è non parliamo neppure più”.
Potrà sembrare strano, ma per riscoprire un orizzonte autentico per la nostra vita possiamo ripartire dalla malinconia. È quanto suggeriva Romano Guardini in un libretto di appena 80 pagine intitolato Ritratto della malinconia pubblicato nel 1952 dalla Morcelliana di Brescia e da allora sempre felicemente ristampato. È quasi un opuscolo, ma con intuizioni profetiche. In apertura, Guardini scandaglia l’anima di un grande malinconico, Kierkegaard, il filosofo dal cuore martirizzato, il poeta del Diario e del Frammento contro il rigore e le strettoie del Sistema (sugli ultimi giorni del pensatore danese e sulla sua tragica relazione con Regina Olsen è uscito per Iperborea l’intenso romanzo Uomo dell’istante).
Un paio di passi dai Diari di Kierkegaard (scelti da Guardini) danno la misura del drammatico “corpo a corpo” ingaggiato con la malinconia. “Quante volte mi è già successo in passato quello che mi succede ancora una volta. Mi sento sprofondare nel tormento della malinconia più cupa; l’uno o l’altro pensiero mi si aggrovigliano talmente intorno che non so più districarmene, e poiché stanno in rapporto stretto con la mia propria esistenza, ne soffro indescrivibilmente. Poi, trascorso un po’ di tempo, il bubbone scoppia e allora vi si scopre al di sotto la più ricca e attraente produttività — proprio quella che sul momento mi serve… Sì, ma fin che la sofferenza dura, è un tormento immane”.
E ancora: “Sin da bambino sono stato in potere di una tremenda malinconia, la profondità della quale trova la sua espressione vera unicamente nella prontezza, ugualmente tremenda, che mi fu concessa, di nasconderla sotto un’apparente allegria e gioia di vivere — la mia sola gioia, per quanto io mi posso ricordare, consistendo nel fatto che nessuno fosse in grado di scoprire quanto infelice io mi sentissi. Dove l’esatto rapporto tra la malinconia e la capacità di finzione (che sono ugualmente grandi) stava a significare che io ero affidato a me stesso e al rapporto con Dio”.
Per il Kierkegaard di Guardini, l’oppressione dello spirito, quel “laccio interno” che non allenta la presa, diventava però un insostituibile indicatore della fragilità umana e una finestra aperta all’assoluto. Come era accaduto ad altri Grandi toccati dal dolore, da Giobbe a Pascal. Ecco il passaggio più ispirato del libretto che ha profonde venature di poesia (del resto Guardini era innamorato di Dante, di Rilke, di Hölderlin…): “Malinconia vuol dire affinità con lo spazio infinito; con le vuote lontananze: il mare, la brughiera, i nudi dossi montani, l’autunno che fa cadere le foglie e dirada e schiarisce gli spazi; il mito, con le sue distanze temporali, che si perdono nell’indefinito passato… Proprio l’uomo malinconico è più profondamente in rapporto con la pienezza dell’esistenza. Splendono chiari, a lui, i colori del mondo; a lui risuona con dolcezza più intima, la musica interiore. Lui, e lui solo, avverte in pieno la violenza delle forme viventi. Dall’essere del malinconico sbocca e trabocca a fiotti la vita; a lui come a nessuno, è dato di sperimentare la sfrenatezza dell’intera esistenza”.
Il silenzio, il raccoglimento, l’intimità con se stessi, possono aiutare a “leggere” a fondo la realtà, almeno così insegnavano due “contemplativi” come Kierkegaard e Guardini. A riguardo l’autore de Lo spirito della liturgiacommentava: “La spinta verso il nascondimento e il silenzio non significa già timore di scontrarsi con la realtà che facilmente ferisce, quanto significa, in ultima analisi, l’interiore gravitare dell’anima verso il grande centro; significa spinta violenta verso l’interiorità e l’approfondimento, verso quella regione, dove la vita, uscita che sia dal caos di ciò che è pura casualità, entra in sicuro porto… È la nostalgia di evadere dalla dissipazione, per ricuperarsi nel raccoglimento del tutto; di sfuggire all’abbandono di chi si sente in preda all’esistenza esteriore, e vuole stare invece nel riserbo e nella protezione del santuario; di divertire da ciò che è superficiale, e ricoverarsi nel mistero delle cause ultime”. Più che una riflessione, un programma di vita. E al termine della sua ricognizione Guardini può concludere: “la malinconia in ultima analisi, non è altro se non desiderio d’amore. Amore, in tutte le sue forme, in tutti i suoi gradi; dalla sensibilità più elementare, sino al più alto amore dello spirito”.
© Riproduzione riservata.

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