Rivoluzione cristiana

TORINO
«Immaginatevi una riunione di famiglia, una decina d’anni fa. Mia nonna, sette figli e 21 nipoti, ascolta senza essere vista un dialogo tra due delle mie cugine trentenni. “Adesso – diceva una di loro – aspetto che mi modifichino il contratto di lavoro, così poi, con mio marito, riusciamo a cambiare casa e magari, tra un po’, possiamo immaginare di avere un figlio…”. Mia nonna, solitamente mite, si arrabbia moltissimo e le invita, se vogliono continuare con discorsi di quel tenore, a proseguire la conversazione sulle scale. “Ma perché nonna, cosa abbiamo detto?”. Lei le guarda e poi scandisce: “Se io avessi ragionato così, i vostri genitori – nati durante la guerra, nelle condizioni peggiori – non sarebbero mai venuti al mondo e non ci sareste neppure voi. E oggi questa festa non sarebbe così bella…». Ha voluto prendere spunto da un ricordo personale Mario Calabresi, direttore di Repubblica, nel dialogo avvenuto ieri sera, 19 settembre, al teatro Alfieri di Torino con don Julián Carrón in occasione della presentazione del libro del sacerdote spagnolo “La bellezza disarmata”.

«Questo episodio – ha osservato il giornalista – illustra bene com’è diventata la nostra società: bloccata dalla paura, incapace di rischiare, di scommettere…».
«La nonna di Mario – ha riflettuto don Carrón – aveva qualcosa per affrontare le sfide, era “attrezzata” con qualcosa che i giovani non hanno più. Noi, con tutta la nostra tecnologia, siamo meno attrezzati di quella nonna. Il fatto è che per rischiare, per lavorare, per avere il coraggio di fare dei figli, occorre un motivo, una ragione. Una ragione affascinante, capace di mobilitare la nostra libertà».

Quella ragione, spiegherà più tardi il sacerdote spagnolo, è Gesù Cristo. La “bellezza disarmata” è quella della fede in lui. «Dio ha voluto dare una mano agli uomini: invece di armarsi si è disarmato della sua divinità fino a diventare un uomo». «Ma noi cristiani – ha proseguito la guida di CL – abbiamo ancora la certezza della bellezza disarmata della nostra fede? Domandiamoci, per esempio, cosa trovano i migranti che arrivano da noi? Cosa testimoniamo loro? La bellezza o il nulla? Non dimentichiamo che proprio il nulla è la condizione migliore per scatenare la violenza…».

Ma è un’utopia, la fede? «Spesso – ha ripreso Carrón – noi crediamo che siano decisive solo le cose che riteniamo “concrete” e releghiamo la fede nell’ambito dell’”astratto”. Vi faccio un esempio. C’è una nostra amica a Kampala, in Uganda, che segue le donne sieropositive, abbandonate dai mariti. All’inizio, appena arrivata, si è chiesta quali fossero le cose concrete di cui quelle donne avevano bisogno. Ha subito pensato alle medicine. Bene, lei ha fornito loro i farmaci, ma poco dopo tempo queste donne non li hanno più presi. Si lasciavano morire. Lei ha dovuto far riscoprire a quelle persone la loro dignità, il fatto di essere volute bene. Solo a quel punto hanno cominciato a riprendere i farmaci… ». Eccola, dunque,la concretezza dell’ideale.

E c’è bisogno di riscoprire alcune parole. «Termini come fatica e pazienza – nota il direttore Calabresi – sono stati espulsi dal nostro dizionario, ma sono fondamentali. Occorre ritrovare la profondità, la capacità di farsi domande, di ricercare la verità senza lasciarsi sedurre dal demone della semplificazione». Come si fa? Per Carrón c’è un solo modo: lui la chiama “rivoluzione cristiana”, la «più grande rivoluzione della storia».

http://www.lastampa.it/2016/09/20/vaticaninsider/ita/documenti/carrn-ma-i-cristiani-cosa-testimoniano-ai-migranti-che-giungono-in-europa-cViTOBmBbA2G1YAoGAZ3mM/pagina.html

 

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