La chimera della felicità

Salvatore Abbruzzese
mercoledì 3 agosto 2016

Perché molti imboccano la scorciatoia della droga per raggiungere il pieno benessere? Perché proprio oggi e perché proprio tra noi? Perché la cifre della tossicodipendenza negli ultimi trent’anni non hanno fatto che crescere e perché tutte le campagne antidroga non hanno dato che risultati estremamente modesti? Intervistando gli ex tossicodipendenti della Pars (una Onlus in provincia di Macerata che da oltre venticinque anni si occupa di accoglienza, riabilitazione e reinserimento di tossicodipendenti) si scopre che queste domande hanno ben più di una risposta.
La droga penetra per ragioni gravi e per altre che gravi non sono. Ci si può drogare per disperazione, ma anche per noia, per curiosità o per avere la stima di qualcun altro. Ci si può drogare se si è poveri, marginali e si abita nelle periferie, così come lo si può fare se si è ricchi, inseriti nelle metropoli più importanti e negli ambienti più qualificati. Ci si può drogare nel Nord opulento come nel Sud precario. In ogni caso l’obiettivo non è altro che quello della propria euforica e momentanea felicità. Qualsiasi connessione di tipo sociologico viene meno, qualsiasi ambiente sembra rivelarsi irrilevante nell’arrestare una simile espansione. La droga passa ovunque e filtra ovunque: con il suo diffondersi fa morire da dentro ogni progetto di città e di civiltà.
Proprio perché tutte le campagne di prevenzione, a distanza di trent’anni dal primo rapporto sulle tossicodipendenze realizzato dal ministero della Sanità, non hanno dato risultati minimamente apprezzabili, sta arrivando in discussione nel nostro Parlamento la proposta di liberalizzare l’uso della cannabis e di alcuni suoi derivati. Visto che non si riesce a convincere i giovani (perché di loro stiamo parlando) a evitare le droghe, almeno si cerca di recidere il legame tra queste e la cospicua rete di interessi criminali che, attraverso il commercio clandestino, vi si ricollega.
Ci sono momenti nella storia della modernità in cui il principio dell’utilità e della convenienza impongono sacrifici gravi. L’intera società moderna, strumentalmente razionale e quindi costantemente orientata a conseguire risultati più che a proclamare valori, non esita a sottoscrivere compromessi inqualificabili pur di evitare disastri peggiori. C’è tuttavia da chiedersi se accadrà veramente così.
Dopo aver raccolto le storie degli ex-tossicodipendenti della Pars, oggi padri e madri felici, ci si può chiedere quali risultati possa dare il facilitare ancora di più l’accesso a una sostanza alla quale, da decenni, ci si accosta con sempre maggiore superficialità.
E di superficialità sembra essercene veramente tanta in questa proposta parlamentare. A cominciare dalle centrali del crimine organizzato: veramente si ritiene che queste non provvederanno a diffondere veleni ancora più potenti e persuasivi, magari a un costo minore pur di allargare la propria clientela? Ma soprattutto, veramente si ritiene che quanti si sono avviati sulla strada dell’uso della cannabis eviteranno la letale droga di strada per preferire quella, velenosamente meno devastante, ma pur sempre mefitica, che lo Stato-papà offre loro dal bancone delle farmacie? Per di più: veramente una simile prossimità e un’implicita legittimazione delle droghe non incrementeranno il numero di quanti, per dolore, confusione, noia, superficialità si mettono alla ricerca di sostanze psicotrope?
Ma non basta. Da diversi anni il dramma della tossicodipendenza è sempre di più accompagnato da un’aura minimalista e riduzionista che ne nasconde costantemente gli effetti letali. A sentire queste riduzioni le droghe leggere non sono che ricostituenti dell’anima, antidepressivi eco-compatibili, espressioni di un diritto del singolo a scegliere la propria strada, in piena coscienza e adeguata conoscenza. Siamo certi che un tale riduzionismo che accompagna attualmente l’uso della cannabis non troverà nella vendita asettica delle farmacie un’ulteriore conferma alle diverse leggende che sta attualmente diffondendo? Non c’è qualcosa di sottilmente ipocrita e insopportabilmente falso in tutto questo?
Non si sta forse dimenticando come le droghe succhino la vita delle persone, li depotenzino privandoli, passo dopo passo, della loro umanità fino a trasformarli in anime morte alla deriva? Non si è forse all’ultima spiaggia di quell’individualismo esasperato che è la vera chiave di volta dello stupidario contemporaneo, uno stupidario che loda a ogni piè sospinto il soggetto libero e autonomo, anche a costo di avviarlo verso il suicidio a puntate di se stesso?
Vendere veleno a piccole dosi spacciandolo per il male minore, non è forse l’estrema beffa di una società che, decennio dopo decennio, ha smarrito la memoria della propria identità e del proprio progetto? Così, alle nuove generazioni verso le quali si è rivelata incapace di offrire un progetto di città e di vita comune, questa offre, a saldi di fine stagione, la droga in farmacia. Come a dire: non siamo stati capaci di indicarti la strada per vivere e realizzarti, ma, sta tranquillo, ti offriremo a prezzi modici le indicazioni viarie per andare a morire. In piena libertà e in consapevole autonomia.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2016/8/3/Lo-Stato-papa-che-vende-veleno/717349/

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