La tenerezza verso sè

 
mercoledì 31 agosto 2016

Tra i tanti spunti che Luca Doninelli ci ha regalato in occasione del suo bellissimo intervento al Meeting di Rimini, c’è un brano di David Foster Wallace che davvero è difficile dimenticare. È un brano tratto da una lunga intervista che lo scrittore americano aveva rilasciato ad un amico durante la tournée di lancio del suo libro più importante, Infinite Jest. Alla domanda su cosa possa vincere quella “sorta di strana insoddisfazione, di vuoto al cuore del proprio essere” che prende ogni persona, Wallace risponde facendo un percorso tutto suo, che certo non può non sorprendere chiunque lo legga. Non ha la risposta pronta, tant’è che chiede al suo interlocutore di spegnere il registratore, per poterci pensare. Poi riprende la parola dicendo che la faccenda ha a che vedere con “l’amore per se stessi”.
Dice infatti: “…se pensi a quelle volte nella vita che hai trattato le persone con un amore e una correttezza straordinari, e te ne sei preso cura in maniera totalmente disinteressata, solo perché avevano valore come esseri umani… Ecco, la capacità di fare altrettanto con noi stessi. Di trattare noi stessi come tratteremmo un buon amico, un amico prezioso. O un nostro bambino che amiamo più della vita stessa. E penso che sia possibile arrivarci. Penso che in parte il compito che abbiamo sulla terra sia imparare a fare questo”. La tenerezza verso sé come compito della vita umana, ha sintetizzato giustamente Doninelli.
Davanti ad un’intuizione così semplice, così vera, così amica della vita, così aderente alla nostra affettività, è scattato, almeno personalmente, un senso di gratitudine. Una gratitudine che torna tante volte quando capita di aprire le pagine di Foster Wallace, sin da quella prima volta che mi accadde di leggerlo: era l’anteprima di un suo racconto del 2007, pubblicata da un quotidiano. Si intitolava Brava gente, ed era una delicatissima storia che aveva a tema la gravidanza di una giovane coppia, combattuta e alla fine accettata (“Non era un ipocrita, era solo spezzato e diviso come tutti gli uomini. Tempo dopo, si sarebbe convinto che era successo questo: che per un momento aveva visto se stesso e Sheri come li vedeva Gesù: due persone cieche ma che avanzavano a tentoni, desiderose di compiacere Dio nonostante la loro innata natura imperfetta”, è lo stupendo passaggio conclusivo che Wallace legge nel pensiero del suo protagonista).
C’è in Wallace, nel modo di procedere del suo pensiero e della sua scrittura, un qualcosa di assolutamente gratuito. Gratuito perché del tutto imprevisto, se pensiamo alla complessità di un personaggio che non solo è una grandissimo scrittore ma ha avuto una vita terribilmente tormentata e che alla fine è arrivato al suicidio.
Wallace è come un grande dono che è stato fatto al nostro tempo, uno di quei doni ancor più grandi perché nessuno neanche lontanamente lo aveva messo in conto. E di cui non si possono capire le più segrete ragioni (perché uno che approccia le cose della vita in modo così libero e così umano è arrivato a togliersi la sua di vita?).
In che senso è un dono? Lo è innanzitutto per quello suo sguardo sempre amico verso chi avrebbe letto le sue pagine. Perché il suo modo di scrivere e di pensare non è mai prevaricante. Non si impone mai, ma accompagna passo a passo il suo lettore. C’è nel suo modo di essere intellettuale una pazienza, una disponibilità verso l’altro — che poi siamo noi — assolutamente rara se non unica (disse: “Un’opera davvero grande nasce probabilmente da una volontà di svelarci, di aprirci a livello spirituale ed emotivo fino a rischiare di provare davvero qualcosa di forte. Significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore”).
Wallace non è mai categorico; da narratore entra nei processi mentali dei suoi personaggi, così sembra saper entrare con delicatezza nei nostri, perché non gli fa nessun problema mettersi alla nostra stessa altezza. Non lo vediamo mai arrivare dall’alto con la forza di ragionamenti complessi, ma lo scopriamo ogni volta mentre ci affianca con ragionamenti pazienti. Lui diceva che il compito della letteratura non è più quello di rendere familiare ciò che è strano, ma di “rendere strano ciò che è familiare”. Lui stesso è stato in un certo senso un compagno “strano”, non cercato, non previsto, non classificabile. Ma sorprendentemente familiare in ogni sua parola.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2016/8/31/Un-compagno-strano-/print/721149/

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Dare il cuore ai miseri

TERESA/ Kolodiejchuk: il dono di abbracciare la croce fino in fondo
Redazione
giovedì 25 agosto 2016

Madre Teresa, la religiosa scelta da papa Francesco come testimone della misericordia e che sarà canonizzata a settembre, “torna” al Meeting attraverso le parole di Brian Kolodiejchuk, postulatore della causa di canonizzazione della fondatrice delle Missionarie della Carità.

Papa Francesco ha indicato Madre Teresa come la santa da seguire per vivere pienamente quest’anno il Giubileo della misericordia. Perché questa scelta?
Il Papa ha detto che misericordia significa letteralmente dare il cuore ai miseri. Questo è esattamente quel che ha fatto Madre Teresa. Anche Benedetto XVI aveva ricordato che la misericordia non deve calare dalle ‘alto, ma richiede di dare qualcosa di sé. Madre Teresa non ha utilizzato molto la parola misericordia, l’ha messa in pratica con gesti concreti. Non parlava delle sue opere di misericordia, ma ha parlato dell’amore di Gesù verso gli ultimi. Papa Francesco a volte utilizza l’espressione “amore tenero”, sempre per indicare che il gesto parte dal cuore.

Visitando la mostra allestita al Meeting, si resta colpiti dal fatto che Madre Teresa non è stata una super-donna esente da dubbi, ma ha convissuto per cinquant’anni con l’oscurità. Questo ribalta l’immagine comune che si ha dei santi. È corretto?
Esatto. Madre Teresa era una donna concreta, con i piedi ben piantati sulla terra. Era una persona che amava donarsi agli ultimi. E allo stesso tempo era una mistica. Aveva una forte unione con Cristo, ma paradossalmente era così unita con Lui che Cristo ha voluto condividere con lei la sua sofferenza. Sulla croce Gesù si è sentito abbandonato e ha gridato questo a Dio. Madre Teresa diceva che la condivisione della sofferenza di Cristo è la più grande povertà che si può sperimentare nel mondo. Essere non amati, non voluti, provare una solitudine profonda.

Qual è nell’esperienza di Madre Teresa il valore della sofferenza umana?
Mi piace citare un fatto accaduto alla madre: una volta andò da una malata e le disse che doveva essere lieta perché era così sofferente da essere vicina a Cristo. La donna le rispose che allora desiderava allontanarsi da Cristo, perché troppo acuta la sua sofferenza. Questo spiega perché ci sono così pochi santi nel mondo. Perché non si diventa santi, non si può diventare intimi di Gesù senza abbracciare la croce. Madre Teresa non cercava la sofferenza, la accettava. Il dolore non ha valore in sé, ma ha valore se viene accettato e poi offerto in unione con Gesù.

Come è cambiato il suo giudizio su questa donna, dopo averne curato il percorso di canonizzazione?
Dopo i lavori del processo di canonizzazione ne ho una conoscenza più completa. Adesso posso dire di conoscerla meglio.

Che cosa significa per Madre Teresa dire la parola “tu”?
Madre Teresa aveva una grande capacità empatica e di commuoversi di fronte a tutti perché lei per prima ha compatito, che significa “patire con”, la sofferenza di Cristo di cui ho parlato prima. Madre Teresa aveva il dono di tirare fuori dalle persone il meglio, senza fare distinzioni di razza, cultura o religione. Ogni persona era per lei un fratello o una sorella.

Luca Brambilla

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“Sarei certo di poter cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi”

Federico Pichetto
giovedì 25 agosto 2016

La morte che devasta il Centro Italia, sotto le sembianze di un terremoto, porta con sé qualcosa di forse ancora peggiore: l’abitudine al dolore — ben rodata in questi mesi dal terrorismo, dalla guerra e dalle molte crisi dell’Occidente — rischia di non far più sentire alcun dolore al punto che, a poche ore dal sisma, quello che invece si sente sono solo le solite chiacchiere di chi vorrebbe spiegare, accusare, analizzare e — proprio per questa strana abitudine a “cosificare” tutto — perdere l’occasione di stare in silenzio.
Per ritrovare un punto di vista autentico da cui guardare tutto si può però partire dalle lacrime della maestra della scuola elementare di Amatrice davanti all’edificio dove insegna e che adesso giace a terra sventrato, distrutto dalla furia della “terra che trema”. Oppure si possono ascoltare le tante voci di chi, da qualche ora, non ha più una casa, un negozio, un posto di lavoro. Tutte le nostre costruzioni sociali, che ben ci proteggono dalle domande ultime della vita, improvvisamente crollano e ci lasciano nudi davanti alla realtà. La vita, tutta la vita — dal terremoto al collega di lavoro, dalla morte di un amico a un matrimonio che non va come vorresti — ci denuda, ci spoglia delle infinite strutture e difese che non permettono alle cose di incontrarci e di disturbarci. Organizziamo ogni cosa sapientemente, con l’obiettivo di essere tranquilli e lasciati in pace. Ma poi la terra trema, l’esistenza trema. E tutto si fa più drammatico: “dove dormirò stasera?, “che ne sarà di me, dei miei sogni e dei miei progetti?”. L’incalzare delle domande ci fa arrivare, se siamo davvero liberi, fino in fondo: “Chi sono io?”, “Per che cosa è fatta la mia vita?”, “Come si fa a vivere?”.
È in quell’istante, fra le lacrime che accompagnano l’amara scoperta che tutto quello che c’era prima è finito ed è destinato a cambiare per sempre, che emerge il bisogno più grande e più vero dell’uomo: che Tu ci sia, che Io non sia solo. “Tu sei un bene per me” non è uno slogan mondialista da ripetere all’infinito, ma è la scoperta — ultima — definitiva della vita. Io ho bisogno di te per vivere, per uscire dalle macerie, per passare la notte, per ricominciare. Io senza di Te sono nulla, non posso andare da nessuna parte.
Nell’ora della debolezza, quando tutto crolla, riscopriamo così la vera natura del nostro Io. Il paradosso è che non ci sarebbe bisogno che le case si sbriciolino o che gli uomini muoiano per scoprirlo: basterebbe restare umani davanti a tutto e non illudersi di poter fare tutto da sé.
Le migliaia di volontari in fila in queste ore per dare una mano, donare il sangue o aprire le porte delle proprie case agli sfollati, sono il segno di una strada possibile, reale per l’intero paese: la vita, infatti, la si riconquista solo dentro un rapporto, dentro un’amicizia. Ed è di questo che ha bisogno l’Italia, è questo l’unico vero sogno per cui si può ricostruire l’Europa. Il fatto drammatico è che questo dato, pur essendo così fortemente presente nella nostra quotidiana esperienza, sembra emergere solo quando tutto crolla, tutto finisce e la vita ritorna ad essere nuda, vera.
“Sarei certo di poter cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi” diceva Giorgio Gaber. In quest’ora di strazio, e di grida alzate al Cielo, è la compagnia di un Tu il nuovo inizio di tutto, il punto dal quale poter ricominciare a onorare i morti, a curare i feriti, a ricostruire le macerie di tante piccole case pericolanti che poi altro non sono che l’immagine più eloquente della nostra povera esistenza. Tutto, infatti, ricomincia da te, caro edicolante, barista, marito, moglie, figlio, volontario.
Chiediamo che sia possibile, tra le lacrime di queste ore e la rabbia di questi tempi, che ciascuno di noi possa avere, semplicemente, gli occhi per vedere accanto a ciascuno questi “Tu” e trovare — ancora una volta — la pace. La pace vera di chi si sente così amato e voluto da poter perfino ricominciare, da poter perfino tornare a ricostruire. Dentro tutto, attraverso tutto. Perché nessuna notte dura davvero per sempre. E l’alba è lì, nello sguardo che non ti aspetti, ma che ha già cominciato a farti compagnia, a farti ritrovare te stesso e la tua infinita “voglia” di essere vivo.

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Costruttori infallibili di storia

Foschi
mercoledì 24 agosto 2016

Oh, when the saints go marching in, Lord, how I want to be in that number. Che cosa hanno da dire i santi al nostro tempo scettico e distratto? Il legame che accomuna alcune mostre del Meeting dai contenuti apparentemente lontani attraversa come fiume nascosto il tempo degli uomini. Stiamo parlando di mostre come quella sulla restaurata basilica di Betlemme, la sorgente di tutto questo discorso sulla profondità del tempo, l’altra su Madre Teresa e infine la sorprendente esposizione di biografie di santi americani (American dream).
I santi non sono soltanto tipi straordinari, che sanno prendere la propria umanità esattamente come fa l’elettricista con il cavo elettrico, cioè per farci passare una corrente che non viene da loro. I santi sono anche coloro che hanno impiantato le loro virtù eroiche in mezzo alle contraddizioni della storia ordinaria. L’ordinario tramite loro è divenuto straordinario.
Attenzione, qui non stiamo accennando alla storia della chiesa o alla storia del cristianesimo, cioè ad una nobile articolazione della storia generale. Vogliamo proprio considerare l’utilità della santità ai fini della comprensione delle vicende umane sul piano politico-sociale. È questa l’ottica di cui in fondo si occupano i nostri gloriosi manuali di storia, che nel migliore dei casi includono nelle loro narrazioni la santità come eccezione.
Obiezione: ma può un manuale “laico” trattare argomenti che attengono al piano della comprensione del fenomeno religioso? La domanda è mal posta. Bisogna formularla così: può un manuale, qualunque esso sia, sottacere ciò che non riesce a spiegare? In realtà un libro di storia o geografia o arte non dovrebbe “spiegare” proprio nulla. Bensì mostrare, offrire alla comprensione del lettore — che non è stupido — anche ciò che non è immediatamente spiegabile.
Torniamo alla storia dei santi. Ripercorrendo a volo d’uccello il tempo li troviamo dappertutto, come il pulviscolo che vediamo solo quando una lama di luce lo attraversa. Hanno convertito i barbari, coniato lingue di cui tutti oggi ci serviamo, tracciato strade verso mondi sconosciuti, curato ferite, educato generazioni di bambini tra cui magari si trovano personaggi divenuti col tempo famosi.
Nel caso dei santi americani, di cui si cura la mostra-Meeting 2016, notiamo tre fattori che ne rappresentano l’identità e che in qualche modo hanno contribuito a rafforzare la struttura costitutiva dell’essere umano.
Anzitutto la loro immensa capacità di sopportazione fisica e spirituale delle condizioni avverse: attraversamento di fiumi in piena, superamento di cascate, condizioni climatiche ostili; in Quebec, dove approdarono i primi gesuiti per convertire gli Uroni, era più freddo che in Siberia. Questa paziente sopportazione della sofferenza è un fattore che spesso viene omesso quando si esaminano le vicende storiche, eppure senza che i santi lo insegnassero a tutti non avremmo avuto probabilmente né i Cook, né gli Amundsen. La sopportazione delle sconfitte non è da meno, posto che ai santi è spesso capitato di vedere fallire le loro imprese, magari ad opera degli stessi superiori del loro ordine. Se oggi capiamo che una sconfitta o un evento drammatico è un’opportunità è anche per merito loro.
Secondo: la capacità di incontrare l’altro entrando nel suo territorio senza aspettare che l’altro scenda ai nostri patti. Il sacerdote belga Damien de Veuster, morto nel 1889 e canonizzato nel 2009 anche in seguito ad una vecchia petizione di Madre Teresa, scelse di andare a vivere in un lebbrosario alle Hawaii. Bello l’ambiente, pessimo l’albergo, si potrebbe dire. Infatti qui visse e trovò ancor giovane la morte. Il santo dei lebbrosi offre alla storia un fulgido esempio di come sia possibile all’uomo entrare in dialogo con l’altro: occorre spezzare le catene psicologiche della malattia (se possibile anche quelle fisiche) e rispondere alle domande che provengono dal cuore. Damien come Madre Teresa ci risolve un piccolo problema: non siamo né quello che mangiamo, per fortuna, né quello che il potere vuole che (non) siamo. I lebbrosi li avevano relegati su un’isola proprio per non vederli, come oggi non vediamo i martiri di Aleppo o della Somalia. Quando gli europei scoprirono l’America sorse la stessa questione: gli indios non vogliamo “vederli” come uomini, perciò possiamo sfruttarli. Per fortuna arrivò Las Casas a ribaltare il concetto.
Terza questione, i santi non si crogiolano nel loro brodo buonista. Sono spesso esigenti con se stessi e con gli altri. Soprattutto sono grandi costruttori. Il fenomeno delle reductiones in Paraguay e adesso possiamo dire nell’America del Nord nasce da questo impeto costruttivo finalizzato a rispondere ai bisogni materiali. Proprio quelle risposte che nella storia i rivoluzionari hanno consegnato all’abbattimento previo della società ingiusta. I santi non hanno aspettato. Ci hanno messo la faccia, come si dice. E hanno edificato scuole, ospedali, fabbriche, banche. Per tutti, non per quelli del “giro”. Accade così che Lionel Hampton abbia studiato in una scuola eretta da santa Katharine Drexel. Senza i santi, dunque, non avremmo nemmeno il grande jazz. Oh, when the saints…

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/8/24/AMERICAN-DREAM-Da-Santa-Teresa-a-Damien-de-Veuster-quegli-infallibili-costruttori-di-storia/print/720170/

Con l’avvenimento di Dio che chiama l’uomo, nasce l’io

CRISTIANI/ Con l’avvenimento di Dio che chiama l’uomo, nasce l’io
Maurizio Vitali
martedì 23 agosto 2016

In un mondo di guerre le religioni non sono parte del problema, ma parte della soluzione. In questo senso possono e debbono collaborare. Ma tra cristiani ed ebrei il rapporto è specialissimo e non rubricabile sotto il titolo del dialogo religioso. Al punto che ci sono le basi, solide ed esplicite, per un vero e proprio “partenariato” di valore epocale. Si tratta di una svolta storica: che ieri al Meeting è stata presentata e addirittura incrementata attraverso il dialogo fra il rabbino Eugene Korn e il teologo Ignacio Carbajosa.
La base di lavoro è il documento sottoscritto a fine 2015 da 25 rabbini, tra cui lo stesso Korn, intitolato “Fare la volontà del Padre Nostro nei Cieli: verso un partenariato tra ebrei e cristiani”. “Riconosciamo — vi è scritto — che il cristianesimo non è né un incidente né un errore, ma un frutto della volontà divina e un dono per le nazioni. Noi ebrei possiamo riconoscere il perdurante valore costruttivo del cristianesimo come nostro partner nella redenzione del mondo”.
Per secoli, se non per millenni, ebrei e cristiani si sono guardati in cagnesco. C’è voluta una shoah perché la cristianità europea si rendesse conto del livello di barbarie cui il mostro nazista aveva condotto l’anti-semitismo; e ci sono voluti 50 anni di riflessione e di lavoro, nel mondo ebraico, per assimilare, apprezzare e tirare le conseguenze della novità espressa dal Concilio Vaticano II nella dichiarazione Nostra Aetate. Ieri è stato il rabbino a rileggere la “rivoluzione copernicana” del magistero conciliare: “Il Concilio ha condannato l’antisemitismo, ha cancellato l’accusa di deicidio e l’affermazione che la religione ebraica è falsa e annullata dal cristianesimo, riconoscendo invece che il cristianesimo trae linfa dalle radici ebraiche”.
Carbajosa ha indagato la “radice dell’atteggiamento ingiusto”, individuando “la svalutazione dell’Antico Testamento” che ha percorso la cultura teologica e poi filosofica europea, dall’utopia di Giacchino da Fiore, passando per Lutero fino all’illuminismo di Lessing e di Harnack. “Per il primo — ha detto il teologo spagnolo — l’antico testamento è il libro della fase infantile dell’umanità. Harnack tagliò corto: il tempo dell’ebraismo è finito. Una sentenza che, dopo Auschwitz, mette i brividi”. Carbajosa ha anche sottolineato però che “all’inizio non fu così” perché la fede di San Paolo come dei Padri della Chiesa “non conteneva avversione agli ebrei ma desiderio di penetrare insieme il mistero divino, sino alla partecipazione totale ad esso”. Ogni vera religiosità — ha detto ancora in sostanza Carbajosa — è non violenta perché accetta il mistero e non fa dire: io sono dio.
Ma tra veri ebrei e cristiani il legame profondissimo è molto più che con le altre religioni: perché “il mistero di Dio — ha notato Carbajosa — ha fatto irruzione nella storia con Abramo. E lì, con l’avvenimento di Dio che chiama un uomo, che nasce nella civiltà umana l’io”. Per Korn ebrei e cristiani possono come nessun altro affermare la dignità della persona perché immagine di Dio, la sacralità della vita perché il Creatore non è un Dio di morte, la certezza che è una follia irreligiosa uccidere in nome di Dio”.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/8/23/EBREI-E-CRISTIANI-Con-l-avvenimento-di-Dio-che-chiama-l-uomo-nasce-l-io/print/720020/

American dream

American Dream.
In viaggio con i Santi americani

Venerdì 19 agosto 2016 – Giovedì 25 agosto 2016 Piazza A5

A cura di un team di professori e studenti universitari di Stati Uniti, Canada e Svizzera.

La mostra presenta la storia di un “sogno americano” che non è stato ancora raccontato.
Da sempre l’America è stata la meta prediletta di tanti uomini e donne in cerca di libertà, lavoro e speranza; ma è stata anche la meta di uomini e donne mossi dal desiderio di far conoscere Cristo e condividere la bellezza della fede. Si tratta di Santi, cioè uomini veri.
La mostra racconta la vita di alcuni Santi, uomini e donne vissuti in America del nord tra il XVII e il XX secolo: i martiri americani Jean de Brébeuf (1593-1639), Isaac Jogues (1607-46) e Charles Garnier (1606-49), insieme a Kateri Tekakwitha (1656-80), canonizzata da Benedetto XVI; Junípero Serra (1713-1784) padre delle missioni in California, canonizzato da Papa Francesco; Damien de Veuster (1840-89), a servizio dei lebbrosi alle Hawaii; e Katharine Drexel (1858-1955), grande educatrice e costruttrice di scuole e di opere sociali. Il percorso si conclude con la storia delle apparizioni mariane presso il santuario di Our Lady of Good Help, in Wisconsin.

 

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=904&item=6507