Gesù ci chiama per nome

“Gesù ci chiama per nome”, “Dio ci ama così come siamo”. E’ un invito a essere protagonisti della propria vita, a sognare secondo Gesù, a non aver paura di dire sì al Signore, il filo rosso dell’omelia del Papa durante la Messa di chiusura della Gmg di Cracovia.

Nel Campus Misericordiae, Francesco, commentando l’episodio evangelico di Zaccheo, mette in guardia i giovani dai rischi dello scoraggiamento, del pensare in piccolo, del considerarsi meno di quel che sono. Soprattutto li invita a non temere “la folla mormorante” che “potrebbe ridere di voi perché credete nella forza mite della misericordia”, che “potrebbe giudicarvi dei sognatori perché credete in una nuova umanità, che non accetta l’odio tra i popoli, non vede confini dei Paesi come delle barriere”.
messa600DPS_0248a_52096320.jpg

Pericoli da conoscere, da affrontare senza paura di dire sì a Dio, un Dio vicino, che “ci invita al coraggio vero”. Ma voi, aggiunge il Pontefice “non lasciatevi anestetizzare l’anima”, non fermatevi alla superficie delle cose e diffidate dalle liturgie mondane dell’apparire”, cercate la connessione più stabile: “Quella di un cuore che vede e trasmette il bene senza stancarsi”.

L’impegno affidato ai giovani allora è quello di essere costruttori di una nuova umanità, lottando per il bene in quanto bene, senza aspettare di sentirsi dire bravi. La Gmg allora “comincia oggi e continua domani a casa perché è lì che Gesù vuole incontrarti d’ora in poi”.

sericordiae di Cracovia, predisposto per ospitare i
due eventi conclusivi della Gmg 2016: la Vegia di sabato sera e la Messa. In quest’area sono state realizzate due strutture, che resteranno a ricordo dell’evento come segno tangibile di misericordia: una Casa diurna per anziani e un Centro Caritas denominato Il pane della Misericordià. Accolto dal sindaco di Wieliczka, nel cui territorio si trova il Campus, e dal direttore della Caritas diocesana, il Papa è stato
accompagnato all’ingresso di una delle due case destinate
all’accoglienza di poveri e anziani in difficoltà. Qui ha benedetto i presenti, i locali e una statua della Madonna di Loreto. Dopo la benedizione delle case della Caritas, Bergoglio ha compiuto sulla vettura panoramica un lungo giro in tutta l’area del Campus Misericordiae.

http://www.avvenire.it/giovani/Pagine/messa-finale-papa-gmg-cracovia.aspx#

La bellezza è il volto stesso della libertà

Stucchi
sabato 30 luglio 2016

Ma, di preciso, a che cosa serve il latino? Alla domanda risponde Nicola Gardini, docente di Letteratura Italiana a Oxoford, con Viva il latino (Garzanti, 236 pp., 16,90 euro), provocatoriamente sottotitolato Storia e bellezza di una lingua inutile, sulla scia del successo di Nuccio Ordine con L’utilità dell’inutile. E dunque, ricorda Gardini, a generazioni di studenti è stato inculcato il mantra: “Studia latino! Sviluppa le capacità logiche!” (Ma perché, l’algebra o la chimica non bastano a rafforzare memoria e logica? Per la memoria “bastano anche solo le pagine gialle!”, p. 209); “Studiare una lingua flessiva sviluppa le capacità linguistiche” (Ma perché limitarci al latino, che di casi ne ha “solo” sei? Studiamo il sanscrito, che ne ha otto, o altre lingue, che hanno dieci, dodici, anche diciotto!).
Se la difesa del latino è questa, porta acqua al mulino degli “inutilisti” (quelli che qualche anno fa, per intenderci, sostenevano che la scuola dovesse puntare sulle tre I: Inglese, Informatica, Impresa; e, consentitemi, sulla quarta, Ignoranza): lo studio del latino, non lo nascondiamo, se fatto seriamente (non all’acqua di rose, solo con un po’ di letteratura in traduzione, come auspicano certi presidi, per tenere alto il numero delle iscrizioni) è impegnativo, agonistico, faticoso, e non va finalizzato a rendere agili le meningi. È come una bella passeggiata in montagna, ritemprante di per sé.
Dire che si studia il latino solo per sviluppare la logica e la memoria è come dire: andiamo al Louvre per acuire la vista e alla Scala per vivificare l’udito. Si studia il latino, spiega Gardini (e qui, da docente di latino, non posso che applaudire), in modo chiarissimo, perché è la lingua di una civiltà; perché nel latino si è realizzata l’Europa, la sua storia, le sue lingue (lessico, e grammatica); e il pensiero, che ha come sostegno e sostrato la lingua e che in essa si riflette. Per esemplificare: io cammino per le vie di Roma, o Vicenza o di una qualsiasi delle nostre città e non posso ignorare che sotto le vie ci sono cripte, catacombe, fondamenta e reperti archeologici, che l’impianto delle vie, i monumenti, persino il nome della città sono esito di una storia di cui anche io, con il mio modo di pensare e di parlare faccio parte. E non lo posso proprio ignorare, anche se per quel giorno decidessi di guardare unicamente le vetrine; anzi, potrei, magari, decidere di guardare per quel giorno solo le vetrine, ma se il mio orizzonte fosse quello e solo quello, sarei infinitamente più ignorante, meno consapevole, in una parola, più povera.
Inoltre (pp. 209-211), Gardini, contro gli “utilisti” come pure contro gli “inutilisti” ci ricorda un altro motivo, anche più importante, per cui studiare il latino: perché è bello e “la bellezza è il volto stesso della libertà”, tanto che, fateci caso, una delle cose che più balzano agli occhi dei regimi totalitari è la bruttezza, diffusa in ogni aspetto della vita. E dicendo che il latino è “bello”, perché è una lingua “varia, duttile, insieme facile e difficile, semplice e complicata, regolare e irregolare, chiara e oscura, dai molteplici registri e gerghi, dalle mille retoriche, dai mille stili”.
Gardini passa poi in rassegna, in una personalissima antologia che occupa buona parte del volume (pp. 53-196), filtrata attraverso gusti, aneddoti e ricordi personali, i principali autori latini: Ennio, Lucrezio, Catullo, Virglio, Seneca, Orazio, Persio e Giovenale. C’è un lodevole coraggio, di questi tempi, nel proporre i testi anche in lingua originale, e si sente la mano del traduttore e poeta, in questa selezione, che ha per ogni autore un’osservazione, una definizione di curiosa felicitas, di rara felice precisione: per esempio, sentite qui: “il mondo di Virgilio non sta tutto al sole” (p. 135, a partire dall’osservazione di quante volte ricorra la parola umbra); Tacito è l’essenza del latino: con sensazione, efficacia, pienezza, chiaroscuro. Via il troppo, via addirittura l’essenziale se è desumibile” (p. 99); “Orazio ci viene incontro come esempio di opposizione alla volgarità” (p. 198).
Altro cliché smontato da Gardini è che il latino sia una “lingua morta”, espressione infelice nata da una concezione sbagliata della vita delle lingue e della distinzione fra scritto e orale. Il latino di Quintiliano e Catullo, quello che studiamo a scuola, codificato dalle grammatiche, è la lingua della letteratura, e come tale non è mai stato parlato, nemmeno in età classica. Neanche Cicerone, per intenderci, parlava alla moglie, agli amici, e ai suoi schiavi nella lingua delle sue orazioni, nè certo Cesare non parlava ai legionari con la feroce codificazione stilistica dei commentarii. Noi, ingenuamente, identifichiamo l’espressione orale con la vita tout court.
Ma sbagliamo, e di grosso: il latino non è più parlato, ma è testimoniato da tantissimi manoscritti e nella letteratura (vi dice niente Orazio? “Ho innalzato un monumento più durevole del bronzo, e della regale mole delle piramidi…”); se dunque permane nella forma scritta più elaborata, nella letteratura, come può essere morto? È anzi vivo, vivissimo, molto più vivo di quello che diciamo agli amici al bar o al collega al lavoro. Dei miliardi di parole e frasi che si pronunciano ora nel mondo, mentre leggete queste righe, tanta mole è già sparita, e ne subentra un’altra, anch’essa deperibilissima. Perché una lingua sia viva, non basta che siano vivi i parlanti: viva è la lingua che dura e che produce, altre lingue (le lingue neolatine) o altra letteratura: Dante non avrebbe scritto la Commedia senza Virgilio; Castiglione non poteva scrivere il Cortegiano senza Cicerone alle spalle; tanta poesia inglese è intrisa di Orazio. Insomma, Viva il latino è un atto d’amore nella letteratura, nella sua dignità e importanza.
Da docente di latino, pagata (forse poco) per studiare e spiegare cose belle come Tacito e Lucrezio, lo so, parlo un pochino pro domo mea: continuiamo a studiarlo, a tradurlo, soprattutto, a preservare il liceo classico; e firmiamo la petizione taskforceperilclassico.it: probabilmente, anche Gardini la sta firmando in questo momento.

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2016/7/30/SCUOLA-Latino-la-bellezza-e-la-vitalita-di-una-lingua-inutile/print/716631/

La giustifica di Dio

Davide Tartaglia
venerdì 29 luglio 2016

Giorgio Agamben, nella prefazione all’edizione garzantiana del 1991 di Res amissa, raccolta di poesie postuma di Giorgio Caproni, compie un’interessante digressione sul compito della poesia e sull’interesse che quest’ultima ha per la vita dell’uomo. Il filosofo romano individua due posizioni che si fronteggiano: da una parte ci sono “coloro che affermano l’importanza della poesia solo a patto di confonderla interamente con la vita”, dall’altra “coloro per i quali il suo importare è, invece, funzione esclusiva del suo isolamento da quella”. Per semplificare: da una parte la figura del poeta romantico, dell’esteta dannunziano, per il quale è la vita stessa a doversi trasformare, senza soluzione di continuità, in un’opera d’arte; dall’altra il profeta del “classicismo olimpico e del laicismo”, per il quale poesia e vita sono divise in ogni punto, così che la poesia si riduce inevitabilmente a un mero esercizio di stile, esibizione sterile di una téchne.
Entrambe le posizioni, secondo Agamben, sviliscono tanto la vita quanto la poesia: “i primi perché sacrificano la poesia alla vita in cui la risolvono; i secondi perché sanciscono in ultima analisi l’impotenza della poesia rispetto alla vita”. Ma se la figura del poeta come eroe romantico rimane un po’ lontana rispetto all’immaginario contemporaneo, l’acuta osservazione di Agamben ci suggerisce un interessante corollario, un’altra distinzione che tratteggia due modi di intendere la poesia che hanno animato il dibattito critico della seconda metà del secolo scorso e sono rintracciabili ancora oggi: da una parte i sacerdoti di una certa “poesia del quotidiano”, per i quali, in una realtà svuotata di significato e senza alcuna profondità, la parola poetica non può che limitarsi a una fredda cronaca; dall’altra i ferventi sostenitori di una poesia orfica, oracolare, una poesia che si allontana dalla realtà quotidiana e si fa strumento privilegiato per dire (evocare) un assoluto distante e ultimamente disinteressato alla vita degli uomini. Da questa divisione, ancora una volta, sembrano uscirne svuotate sia la poesia che la vita. C’è però una terza via, quella di una poesia che fa l’esperienza di un’indissolubile unità tra vissuto e poetato. Una parola che scandaglia la realtà, s’impasta con la vita e la illumina. Una poesia che non crea, ma inventa (ritrova lungo il sentiero e porta alla luce). È la via di molti poeti della cosiddetta “terza generazione” (Sereni, Luzi, Bertolucci) e che trova nel poeta livornese Giorgio Caproni un maestro inarrivabile.
Caproni, infatti, fin dalle prime prove, sperimenta un percorso umano e letterario originale rispetto alla sua generazione. È proprio per questo motivo che per anni è sfuggito alle severe griglie della critica ufficiale, e per questo fu definito da Pasolini “uno degli uomini più liberi del nostro tempo letterario”. Agli esordi, in un momento storico in cui il legame con la tradizione era rifiutato, Caproni mantiene un aggancio saldo con la poesia pre-novecentesca, pesca a piene mani nel rigore formale della classicità, attualizzando i modi del madrigale, del sonetto, della ballata alle esigenze contemporanee e alle sue urgenze espressive. La tradizione è una trama continuamente modificata, smagliata, reinventata, e la sua poesia diventa un laboratorio incessante alla ricerca della musicalità, che è il vero tratto distintivo dell’opera del poeta toscano.
Ma che cosa rende così originale il percorso letterario di Giorgio Caproni? Qual è il fuoco mai domo che infiamma la ricerca letteraria? Come avviene questo incontro misterioso tra “poesia” e “vita”? Se c’è un filo conduttore che attraversa tutta l’opera del poeta toscano fin dalle prime prove, è un’urgente e ineliminabile ricerca di Dio. L’amara constatazione dell’insufficienza di tutte le cose della vita, anche le più belle – come la sua Rina alla quale rimase legato fino alla morte – introduce Caproni in questa interminabile preghiera laica affinchè un Dio si mostri. C’è un testo appartenente a “Il muro della terra”, raccolta del 1975, in cui emerge lancinante l’urlo ferito di Caproni: “‘Be?’ mi fece. / Aveva paura. Rideva. / D’un tratto, il vento si alzò. / L’albero tutto intero, tremò./ Schiacciai il grilletto. Crollò./ Lo vidi, la faccia spaccata/ sui coltelli: gli scisti./ Ah, mio dio. Mio Dio./ Perché non esisti?”.
In quest’alternanza di settenari e novenari – all’interno di una struttura formale esibita e, al tempo stesso, continuamente tradita – Caproni ingaggia la sua personale “caccia a Dio”. Il colpo è andato a buon fine, la preda è a terra con la faccia spaccata, ma non si tratta del bersaglio grosso, non è il volto che Caproni attende, quel Dio che il poeta ricerca spasmodicamente. Ci sono in questi versi un po’ tutti gli elementi della poesia caproniana: quel senso tragico della vita nel quale s’insinua un’ironia amarissima, fino al culmine paradossale della chiusa, che rappresenta il grido universale dell’uomo di ogni tempo. Questo incessante dialogo è la tensione che attraversa tutte le pagine di Caproni, mantiene viva l’opera e realizza nella poesia quell’unità di vissuto e poetato di cui parlava Agamben. Il verso, infatti, è la naturale prosecuzione dell’esperienza “religiosa” di Caproni, non è qualcosa di staccato dalla vita. E la poesia attraverso la sua traduzione formale (temi, metrica, ritmo) rende l’esperienza personale accessibile a tutti.
Il versificare melodico del poeta toscano, con il passare degli anni, lascia spazio a un ritmo sempre più essenziale, scarnificato, fatto di versi brevi, lapidari. Ma dietro un’assertività apparentemente senza scampo rimane sempre l’apertura sconfinata di una domanda umana irrisolta, mai quieta: “Tonica, terza, quinta,/ settima diminuita./ Resta dunque irrisolto/ l’accordo della mia vita?”; “Il sesso. La partita/ domenicale./ La vita/ così è risolta./ Resta/ (miseria d’una sorte!)/ da risolver la morte”. La poesia di Carponi è libera da moralismi e da tesi da dover difendere, ma è piuttosto apertura sconfinata. Laddove sembra affermare, nella sua insistenza e perentorietà, invece interroga se stesso e il lettore.
Per esempio, nella caccia disperata de Il franco cacciatore: “La bestia/ che – catturata – resta/ in perpetuo distante” o nei lacerti a limite dell’assurdo di Res amissa: “Mio Dio, anche se non esisti,/ perché non ci assisti?”. Questa ineludibile distanza che nessuna parola, nessun gesto riesce ad azzerare si fa perpetua domanda. Anche la placida rassegnazione al quale il poeta sembra approdare in alcuni passaggi (“Di questo, sono certo: io/ son giunto alla disperazione,/ calma, senza sgomenti./ Scendo. Buon proseguimento”) è carica di un’amarezza e di una lealtà tale che non può che aprire un varco, non può che lasciar intendere che la partita è ancora tutta da giocare.
La poesia di Caproni è una continua pro-vocazione a Dio, nel senso etimologico di “chiamare fuori”, chiamare Dio allo scoperto affinchè si mostri e si lasci afferrare, abbracciare. Ma cosa può alimentare la speranza quando nulla sembra rispondere? La realtà, l’inspiegabile bellezza di tutto ciò che vive attorno e che sembra ribellarsi all’oblio. La bellezza della moglie Rina: “Per lei,/ e solo grazie a lei, esiste/ dunque uno spiraglio ancora/ di qua d’ogni inerte speranza?…” o la bellezza della natura: “Per quanto tu ragioni, c’è sempre un topo – un fiore – a scombinare la logica. Direi che tutto nel tuo ragionamento è perfetto, se non avessi davanti questo prato di trifoglio. E sarei anche d’accordo con te, se nella mente non mi bruciasse (se non mi bruciasse la mente – con dolcezza) quest’odore di tannino che viene dalla segheria sotto la pioggia: quest’odore di tronchi sbucciati (d’alba e d’alburno), e non ci fosse il fresco delle foglie bagnate come tanti lunghi occhi, e il persistente (ma sembre più sbiadito) blu della notte”.
Ma il vertice di questa ricerca, il punto più alto in cui la ragione sembra compiersi, si trova in questi versi sempre appartenenti al suo libro postumo: “Tutti riceviamo un dono./ Poi, non ricordiamo più né da chi né che sia./ Soltanto, ne conserviamo/ – pungente e senza condono – la spina della nostalgia”. Qui Caproni è come se intuisse che la nostalgia, quella Bestia che ha provato ad assassinare, è invece la più grande risorsa, l’unica vera introduzione al mistero dell’Essere, al principio che fa tutte le cose. Sfondare il muro è riconoscere il “chi”, l’autore di questo dono affascinante e contraddittorio che è la vita. E’ questo il vero compito della poesia.
E proprio per questo, Testori, in un’analisi illuminata, risponde a chi fa di Caproni uno dei vessilli dell’ateismo (definizione che lo stesso Caproni ha sempre rifiutato su di sé): “Mai, credo, la negazione di Dio è stata, come in queste poesie di Caproni, sua affermazione: quasi che Caproni avesse ingaggiato, con Dio, una battaglia, un ultimativo corpo a corpo. Ne “Il franco cacciatore” la poesia tocca uno dei suoi vertici: un vertice che è, insieme una vertigine. Anche il “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, su cui Montale aveva costruito l’intera sua opera […], vien qui accusato di essere rimasto aldiqua del rischio cui pure alludeva; insomma, di non aver portato i termini sul bordo ultimo e estremo della pagina. Caproni ha, invece, fatto questo, e proprio perché ha scritto le sue parole su quel bordo esse, vorticosamente mosse dalla forza centripeta che le innerva, sono tornate al centro; a far come da perno”.
Il dialogo insistito, la domanda continua che nasce dalla nostalgia, anche quando nega è la più alta affermazione di un Dio, di un interlocutore. “Non lo chiederesti se non lo avessi già trovato” diceva Agostino; “qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? e allora perché attendiamo?” diceva Pavese. Ma questa domanda evidentemente non basta. Questo raggiungimento ultimo della ragione non è sufficiente. Che cosa manca? Quale vera domanda contiene la ricerca assillante di Caproni? Cosa è capace di vincere la resistenza dell’uomo con Dio? Di cosa c’è davvero bisogno? Anche in questo caso, con una genialità e lealtà disarmante, Caproni coglie il nodo cruciale della questione: “Se Dio c’è o non c’è è questione secondaria. Il difficile è stabilire, ammessane l’esistenza, il suo rapporto con l’uomo”.
È allora questo il vero tarlo caproniano che attraversa tutta l’opera realizzando quell’unità impossibile tra poesia e vita, ed è questo l’unica vera ricerca per cui spendere il tempo che ci viene concesso: scoprire se c’è, se mai è accaduto nella storia un fatto, un avvenimento che abbia rotto il muro della terra. Se sia mai esistito e sia presente oggi un anello di congiunzione tra Dio e l’uomo che si possa toccare, guardare, amare e con cui poter camminare.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/7/29/LETTURE-Caproni-e-quel-bisogno-di-Dio-che-tiene-desta-la-vita/print/716627/

Tu non morirai

Federico Pichetto
mercoledì 27 luglio 2016

In questa lunga estate del terrore e della follia la rabbia sembra davvero difficile da contenere. Dopo “il martirio di Rouen”, che ha riportato sul continente europeo il sangue di un sacerdote ucciso solo perché cristiano, il quadro che si va dipingendo è lugubre e triste. Il terrorismo islamico ha come innescato un circolo mortale in cui un uomo può uccidere a Tokyo 19 disabili gridandone la loro “inutilità” come negli States si uccidono agenti e persone di colore in una carneficina razziale che riporta il mondo quarant’anni indietro.
Improvvisamente sembra che l’eterna soluzione facile di ogni problema, ossia la sua stessa eliminazione, sia tornata la strada maestra per affrontare le circostanze della vita col vento dell’ideologia e di una meschina violenza. “Tu sei un male per me”; “Se tu muori la mia vita sarà migliore”; “Io ti odio”.
In un crescendo di risentimento verso l’altro – vero ostacolo alla mia felicità – l’odio, al netto di tutte le matrici religiose, politiche e psichiche che pur esistono e devono essere guardate per quello che sono, invade anzitutto noi stessi e ci riguarda.
Così la percezione che chiunque attorno a noi potrebbe decidersi ad agire in questi modo diventa un incubo, una psicosi che fa chiudere metrò, stazioni, luoghi pubblici e che ci condanna a pensare che “io non mi posso fidare di te”. Tutto questo parte prima del terrorismo: è il tarlo che si insinua tra uomo e donna, tra amici, tra colleghi di lavoro, tra genitori e figli.
La sfiducia, figlia di una sfiducia lontana covata nel giardino dell’Eden tanto tempo fa, racconta qualcosa di ancora più atroce e inconfessabile: la nostra inconsapevole percezione di non sentirci amati, di sentirci soli e abbandonati. La violenza sorge sempre dalla solitudine, dall’assenza di un affetto che si prenda cura del nostro dolore. Noi non ci sentiamo “amabili”, non ci sentiamo giusti, aspettiamo – in fondo – che la vita ce la faccia pagare.
Perchè? Da dove nasce questa tua tristezza, fratello mio? Da dove prende le mosse questa condanna già scritta che temi possa eseguire chiunque, dal controllore del bus al tuo capo, da tua moglie al tuo amico di una vita? Chi ti ha detto che eri nudo? Chi ti ha detto che sei condannato a morire? Proprio in queste ore, in cui sarebbe facile cedere al populismo e alla “voglia di vendetta”, è necessario ripartire da qui, dal bisogno che siamo e che ci portiamo dietro. Ovunque e comunque.
Poi su questo bisogno attecchisce la follia di una religiosità impazzita, il nichilismo di una società a fine corsa, il celato sadismo che trova piacere nel percepire fisicamente il dolore che ciascuno si porta con sé. Già, ma tutto questo arriva poi. Prima ci sono io, ci sei tu, c’è questa vita che senti non essere “promessa di felicità”, ma “sentenza in attesa di esecuzione”. Per tutto questo l’unica medicina è la Misericordia. Non il perdono a buon mercato o il giustificazionismo ad ogni costo, ma un Bene che viene prima di ogni altro male, prima di ogni percezione di me. Dove posso prendere quest’acqua? Dove posso trovare tutto questo? Fino alle lacrime abbiamo bisogno di sentirci dire che “Non è così: tu non morirai”.
Amare – diceva Gabriel Marcel – è proprio dire all’altro “tu non morirai”. Ma dove possiamo attingere questa certezza?
C’è un uomo vestito di bianco che non smette in queste ore di pregare quando potrebbe incendiare l’Europa, c’è un popolo di due milioni di ragazzi che sta andando a Cracovia a far festa perché la vita c’è. Ma c’è anche Carla, che ogni giorno cambia il pannolone a sua madre anziana, o Roberto, che non smette di vegliare sul suo piccolo figlio down. “Che cosa c’è d’allegro in questo maledetto paese?” si domanda l’Innominato al sorgere di un’alba totalmente inattesa.
C’è che il Figlio dell’Uomo non si è dimenticato di te e di me. E ha deciso di salvarci. “Signore svegliati! Non ti preoccupa che affondiamo?” “Perché avete paura, uomini di poca fede?” Possono sgozzarvi, farvi male, ferirvi. Ma anche se una madre si dimenticasse del suo bambino “Io non ti dimenticherò”.
È su questa certezza, che giorno dopo giorno può diventare sempre più mia solo mendicando, guardando e seguendo, che si gioca tutto. E che, misteriosamente, ora dopo ora, viene alla luce un nuovo mondo. Il mondo di coloro che, finalmente, si ridestano al sole del giorno, semplicemente “perdonati”. Questa guerra finisce solo così. Solo se permetti, solo se permettiamo, a Lui di vincere. E di farci suoi.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2016/7/27/ATTENTATI-A-bambini-preti-disabili-questo-odio-risponde-alla-nostra-domanda-di-senso-/print/716560/

GMG Cracovia

Messaggio di don Julián Carrón ai partecipanti alla Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia (26-31 luglio)

La vita è piena di imprevisti. «Il mondo è stato conquistato al cristianesimo ultimamente da questa parola riassuntiva: “misericordia”» (don Giussani). Chi avrebbe scommesso sulla misericordia per “conquistare” il mondo?
Per non finire nello smarrimento la Chiesa sempre ci propone dei gesti, che offre alla verifica della nostra esperienza. Voi avete accettato una di queste proposte: partecipare alla GMG di Cracovia insieme ai giovani di tutto il mondo.
Non dimenticate a che cosa avete detto di sì: al Papa che vi ha invitati tutti. Il vostro sì è per educarvi a un legame che per noi non è opinabile, ma sostanziale: il legame con Pietro, argine stabilito da Cristo per la sicurezza del nostro cammino. Quanti andranno a Cracovia lo fanno per scoprire ancora di più il valore della Chiesa, l’appartenenza a qualcosa di stabile, con un punto di riferimento che ha un nome preciso: papa Francesco. Senza questa coscienza la nostra appartenenza sarebbe fragile.
Andate a Cracovia con una ragione precisa: una domanda a Cristo che ci liberi. Andate a chiedere in ginocchio, a mendicare da Lui − come poveracci − la Sua misericordia. Qualcuno può forse pensare di non avere bisogno della Sua misericordia? Vorrebbe dire non riconoscere la vastità del proprio bisogno, al quale solo Cristo è risposta adeguata: «Gesù Cristo è venuto ad annunciare e realizzare il tempo perenne della grazia del Signore, portando la liberazione» (Messaggio per la GMG).
Il Papa ci invita a immergerci nell’Anno Santo della Misericordia, riconoscendo che il Signore continua ad avere pietà di noi. Noi siamo oggetto del Suo amore viscerale che non ci abbandona e si preoccupa del nostro destino. «Lasciatevi raggiungere dal suo sguardo misericordioso, che sazia la sete profonda che dimora nei vostri giovani cuori: sete di amore, di pace, di gioia, e di felicità vera» (Messaggio per la GMG).
Andando alla GMG, non abbiate fretta di trovare una risposta alle vostre domande; la fretta è segno di quella insicurezza che ci spinge a voler afferrare subito qualcosa. Come capita con la scelta dello stato di vita: devo sposarmi o no? Devo fare il prete, il monaco o il memor Domini? Preoccupatevi innanzitutto di fare la strada. Se uno fa la strada, troverà la risposta. Una risposta che il Mistero darà quando ciascuno sarà pronto a riceverla, quando sarà veramente disponibile. Domandiamo questa disponibilità del cuore. Il Mistero dà a te la vocazione – a te! – e ti farà cogliere pian piano i fattori, i dati per decidere, perché alla fine sarai tu a decidere, nessuno potrà sostituirsi a te, genitori, amici, preti o capi. Nessuno! Per questo dobbiamo domandare costantemente, imparando ad abbandonarci al Mistero che ci dà tutto il tempo di cui abbiamo bisogno.
«Signore, svegliati, non ti preoccupa che affondiamo?». «Perché avete paura, uomini di poca fede?» (cfr. Mt 8,25-27), dice Gesù ai suoi discepoli terrorizzati sul lago in tempesta. Loro sono spaventati e Lui dorme pacificamente nella barca agitata dalle onde. Oppure immaginate quando Gesù viene preso nell’orto degli ulivi e Pietro dice: «No, no, questo non può essere!». Tira fuori la spada e comincia a tagliare orecchie (cfr. Gv 18,10-11). E Gesù: «Ma sei matto?». Da dove nasce la reazione di Pietro? Dalla sua insicurezza. E la reazione opposta di Gesù? Dalla sua sicurezza: Gesù si affida al Padre. Chi aveva più fattori della realtà? Pietro o Gesù? Ma noi pensiamo di essere più intelligenti di Dio. Perché Pietro si sente da solo e smarrito nell’orto degli ulivi e Gesù no? «Il Padre e io siamo una cosa sola, il Padre non mi abbandona mai» (cfr. Gv 10,30). Gesù guarda l’essenziale, ha la consapevolezza chiara di Chi è la compagnia profonda al suo cammino nel mondo.
Prendere coscienza di questo è già introdursi alla GMG, il primo passo è aiutarsi a questo. E ricordate: chi vi aiuta a fare un passo, quello è un amico. Perché l’amicizia, ci ha detto sempre don Giussani, è camminare al destino, è una «compagnia guidata al destino».
Vi auguro di vivere le giornate della GMG come obbedienza a Cristo, alla modalità con cui il Mistero vi raggiunge oggi, bussa alla porta della vostra giovinezza e vi chiede sommessamente di poter entrare per compiere in voi la promessa che siete.
Come allenamento alla GMG vi invito a guardare in faccia le domande che il Papa vi ha rivolto nel suo Messaggio: «E tu, caro giovane, cara giovane, hai mai sentito posare su di te questo sguardo d’amore infinito, che al di là di tutti i tuoi peccati, limiti, fallimenti, continua a fidarsi di te e guardare la tua esistenza con speranza? Sei consapevole del valore che hai al cospetto di un Dio che per amore ti ha dato tutto? Come ci insegna san Paolo, “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5, 8). Ma capiamo davvero la forza di queste parole?».
Vi auguro che le parole del Papa vibrino in voi, così che al vostro ritorno possiamo riconoscere in voi degli amici veri, testimoni di ciò che a Gesù piace di più: «Lasciatevi toccare dalla sua misericordia senza limiti per diventare a vostra volta apostoli della misericordia mediante le opere, le parole e la preghiera, nel nostro mondo ferito dall’egoismo, dall’odio, e da tanta disperazione, negli ambienti della vostra vita quotidiana e sino ai confini della terra. In questa missione, io vi accompagno».

Vi accompagno anch’io, offrendo le mie giornate per il vostro cammino.

Julián Carrón

Amo la tua presenza

EDITORIALE
Contare le pecore o parlare col pastore
Marco Pozza
sabato 23 luglio 2016

Li allenò, quand’era con loro, alla testardaggine di Dio. Di quell’Amico che, all’indomani di ogni caduta della sua creatura più amata, sceglierà di non scegliere mai nessun altro all’infuori di coloro che già scelse agli inizi: il suo cruccio rimarrà, nei secoli, la creatura slabbrata. Tra chi gli fu discepolo, quasi nessuno afferrò ciò che significavano le parole del Maestro. Chi ne capì qualcosa, lo fece solo all’indomani della Pasqua: deformati dallo stupore, si capacitarono che il loro Dio era affidabile. Che l’inaffidabile era Lucifero, che, negli anni della loro amicizia con Lui, s’avventurò a più riprese nel dare dell’inaffidabile a quell’amico che, quando se li scelse, li amò per com’erano, senza volerli affatto cambiare: gente rotta, di sobborgo, mari in tempesta.
Mai parlò loro in maniera compulsiva del Dio che gli era Padre, ma visse in maniera tale che, vedendolo all’opera, era impossibile tenergli nascosto il sommo desiderio che bruciava nei petti: “Signore, insegnaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli” (Lc 11,1-13). Mica glielo chiesero in un attimo qualunque: attesero “quando ebbe finito (di pregare)” (liturgia della XVII domenica del tempo ordinario). S’accorgevano, infatti, che dopo quegli attimi di riservatezza l’Amico riappariva diverso: più fine nel guardare, più clemente nel parlare, più mite nell’essere loro compagno. Vollero, a tutti i costi, conoscere il segreto del suo mestiere d’essere uomo appieno. Pur figli di casati avvezzi alla pesca, la pastorizia non era loro foresta: ad andare per mari tumultuosi, infatti, s’impara a camminare sulle onde. Intuirono, pecore-disperse com’erano, che quando di notte non si riesce a dormire, c’è qualcuno che conta le pecore. C’è anche qualcuno che cessa di contare le pecore per iniziare a parlare col pastore delle pecore, il bel-Pastore: “Signore, insegnaci a pregare”.
Loro glielo chiesero come di chi ha una sete pazzesca, Lui rispose come di chi attendeva esattamente quella domanda. Insegnò loro, dunque, il come della preghiera: “Quando pregate dite: Padre nostro”. Poi basta: meno sono le parole, migliore è la preghiera. Loro, per una volta, oltre al come intuirono anche il perché di un animo orante: “Gli antichi dicevano che pregare è respirare. Qui si vede quanto sia sciocco voler parlare di un perché. Perché respiro? Perché altrimenti morirei. Così è la preghiera” (S. Kierkegaard).
Avanzarono ancora oltre il come, il perché: appresero il quanto della preghiera, la misura dell’insistenza: fino a che Cristo non crollerà dalla croce, “chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. Come in quella storia di pani, di notti e d’apparente molestia: “Vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono”.
Ancora una volta la giusta misura mostra essere la non-misura, addirittura l’invadenza: insistenti a più-non-posso, come se tutto dipendesse da Dio, convinti che tutto dipenda da noi. Con addosso una bisaccia di poche parole: la santificazione del nome, l’attesa del mondo come lo sogna Dio, l’urgenza di un pane che vinca la fame, di una pietà che profumi di misericordia, l’auspicio di sentirsi preservare dalle fauci della tentazione. Dopo quella volta, nessun’altra preghiera è più sorta su labbra d’uomo che non fosse già racchiusa nel mistero stringato del Padre nostro: la bellezza racchiusa in una preghiera, non in un dogma. A governare con la paura han dimostrato d’essere capaci in tanti: a governare con la gioia è roba-da-Dio.
Per chi è padre, la gioia è stare con i figli. Cristo lo sa: “Ci sono momenti in cui non ho più niente da dire a Dio. Se continuassi a pregare con le parole, dovrei ripetere quanto già detto. In questi momenti è bello dire: “Posso stare insieme a te? Non ho più niente da dirti, ma amo la tua presenza” (O. Hallesby). A gente esperta di solitudini marine, un giorno l’amico Nazareno confidò loro la dolcezza dello sfogarsi in sua compagnia. Narrò loro, con parole bambine piuttosto che rabbine, di una compagnia che non falla: l’amicizia con Dio. Che non cambia le cose, ma muta lo stare dell’uomo di fronte alle cose. Uno stare con-Dio, da-Dio.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2016/7/23/Contare-le-pecore-o-parlare-col-pastore/print/716113/