Macondo

«Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome e per citarle bisognava indicarle col dito», inizia García Márquez. Fa strano trovarsi a Bassano del Grappa, in un pittoresco bacino abbracciato dai monti, e sapere di recarsi a “Macondo”. Il nome di quella città rotonda e sospesa tra visione e realtà, la cui favola cattura in un mulinello di storie originarie, di vite, di corpi, di colori, di fuochi che si accendono, si intrecciano e si avvicendano in Cent’anni di solitudine. Ma che c’entra Bassano con l’America latina? Occorre scoprirlo rubando con gli occhi qua e là: «Associazione per l’incontro e la relazione tra i popoli» è spiegato sui manifesti. La gente che si muove sui prati è vestita di colori accesi, le donne indossano orecchini di pietre brasiliane. Non c’è segno di omologazione. Si respira un clima di sorriso, di gentilezza, di accoglienza. C’è posto per tutti. Per stare e per vivere. Non pungono steccati materiali, né opprimono muri mentali. I bambini giocano, le donne ballano. Nella vicendevole stima, tutti ascoltano, riflettono, pensano. Quando parti senti il cuore rigenerato da quella pura e profonda empatia con il mondo. «Se una storia è niente – dice Ernst Bloch – appartiene soltanto a chi la racconta, ma se è qualche cosa appartiene a tutti».

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