Libertà che si incontrano

Giorgio Vittadini
venerdì 17 giugno 2016

Sporcarsi le mani rischiando anche di fallire o restare a guardare dietro lo specchio mediatico che tutto ingoia e tutto giudica col metro del successo? La storia che raccontiamo è apparsa poco sui media, ma quel poco è stato abbastanza per gettare qualche dubbio sul lavoro di don Claudio Burgio, una persona che ha dedicato tutta l’esistenza ai reietti della società, come i ragazzi incarcerati. Il fatto che Tarik, nato in Marocco, giunto bambino in Italia e rimasto presto senza genitori, e Monsef, un altro nordafricano, anche lui passato dalla comunità di recupero di don Burgio siano fuggiti dal nostro Paese per andare a combattere in Siria con l’Isis, è stato sufficiente per far apparire il sacerdote come uno che aveva fallito la sua missione: “il baby jihadista, orfanello, cresciuto in un centro cattolico”, hanno scritto. Qualche giorno fa è arrivata la notizia, confermata dalla procura di Milano, che Tarik è morto combattendo, “martire della jihad”.
E allora la domanda torna, implacabile: quando le cose non vanno secondo l’obiettivo prefissato, quello che è stato fatto perde di valore?
Un quotidiano ha scritto che don Claudio “ha perso un’importante battaglia per l’integrazione”. In realtà la vicenda di don Burgio e di tantissimi come lui di cui non si parla mai, ci dice che non esiste un’azione educativa che non abbia un esito imprevedibile perché misterioso e quindi imprevedibile è l’essere umano.
E quindi non ci sono alternative: o ci si implica (anche solo cercando di capire) con la vita del prossimo rischiando anche un insuccesso, ma non per questo ci si tira indietro, o ci si limita a guardare da lontano, a condannare, a progettare muri da innalzare.
Soprattutto, quando accadono storie come questa, viene censurato il bene fatto: don Burgio a fronte di queste due perdite ha infatti aiutato tantissimi altri a riprendere in mano la propria vita.
Lo documenta il bellissimo libro, di cui abbiamo già parlato sul Sussidiario, “Ragazzi cattivi”, scritto dal sacerdote insieme a Domenico Zingario, che racconta storie di giovani alcuni dei quali passati dal carcere Beccaria (dove don Claudio insieme a don Gino Rigoldi è cappellano) e dalla comunità Kayròs fondata dal sacerdote nel 2000 a Vimodrone, periferia di Milano. Ladri, teppisti, qualcuno anche omicida, spacciatori, sradicati dai loro Paesi di origine, orfani. Ragazzi emarginati e incattiviti, ma che per don Claudio sono “l’immagine di una storia straordinaria di umanità”, di un “attaccamento alla vita che emoziona”. E che guardati in questo modo, possono ritrovare la fiducia in se stessi e ricominciare a ricostruirsi un’esistenza.
Come inizialmente era accaduto a Tarik che, accolto come orfano nella comunità Kayròs, si era impegnato nello studio, aveva ottenuto un diploma di scuola media, apparendo a tutti come il classico bravo ragazzo. Tarik però conosce Monsef, che a differenza di lui ha un passato tumultuoso, alcol, spaccio di droga e che, uscito dal carcere, parla solo di Islam, e in internet legge e si informa sull’Isis. Per qualche motivo Tarik gli va dietro, si lascia influenzare. Nel gennaio del 2015 i due volano in Turchia e poi entrano in Siria. La comunità denuncia la loro scomparsa alle autorità. Ma i due non tornano più indietro. Quando sono andati via Monsef manda un sms: “Ciao Burgio, stammi bene, che possa Allah portarti sulla retta via, e farti vedere la luce, Inshallah, ci vediamo in Paradiso”.
Nel corso dei mesi successivi Monsef è attivissimo a fare propaganda per l’Isis sulla Rete. Durante le stragi di Parigi pubblica una foto della bandiera del Califfato che sventola sul Colosseo. E Tarik? Una sua foto si vedrà solo il 7 aprile scorso, il viso contornato da una barbetta e il sorriso incerto di uno che sembra non sapere bene cosa sta facendo, due fasce di proiettili, una pistola nella fondina e un dito puntato al cielo, pronto al martirio. Solo diversi giorni dopo si scoprirà che quella foto di Tarik pubblicata da Monsef celebrava il suo un amico morto in battaglia.
Un’altra domanda potrebbe emergere da questa vicenda: se un’impresa educativa è così ardua e incerta perché dedicare tante energie a persone così “al limite”?
Sul suo blog, don Claudio scrive ai suoi ragazzi: “Mi sono convinto che ci sono almeno due motivi per cui vale la pena dedicare tutto me stesso a voi: primo, perché credo in ognuno di voi; secondo, perché credo in Dio”.
“Non è un motivo secondario” aggiunge “perché, senza volerlo, siete proprio voi ragazzi a permettermi di incontrare ogni giorno di più il suo Volto. Mi permettete di assaporare, con sempre rinnovato stupore, il gusto del Vangelo. Un Vangelo, attraverso i vostri volti e le vostre storie, straordinariamente reale. Senza la presenza di Dio, forse non sarebbe nata nemmeno la comunità Kayròs”. C’è anche un’altra frase, che col senno di poi sembra quasi profetica pensando alle vicende di Tarik e Monsef: “Se ci capiterà di incontrarci lungo la strada della nostra esistenza e dei nostri comuni dolori, sappi fin da ora che troverai sempre un posto nella mia vita e nel cuore di Dio”. Alla fine, al di là delle capacità di ognuno, è questo quello che conta: che nel cuore di Dio c’è posto per tutti.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2016/6/17/Educare-e-sporcarsi-le-mani/print/711275/

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