Alleati per la vita

Né eutanasia, né accanimento terapeutico. La via delle cure adeguate passa attraverso una pianificazione terapeutica condivisa. Perché nelle fasi più fragili dell’esistenza medico e paziente devono essere «alleati per la vita».

L’associazione Scienza & Vita offre il suo contributo culturale e scientifico al dibattito sul fine vita, presentando alla sala stampa della Camera dei deputati un documento in cinque punti. Come suggeriscono i giuristi Alberto Gambino e Luciano Eusebi, «la via giuridica può essere un terreno di dialogo» più costruttivo della politica. «Le considerazioni economiche – aggiunge Eusebi – possono inquinare » il dibattito, in nome di bilanci da far quadrare. «Anche un giurista laico come Luciano Violante – ricorda il giurista – ha messo in guardia sul rischio che l’eutanasia diventi ‘la morte dei poveri’, più fa- cili da convincere a scegliere una morte ‘dignitosa’». Insomma: «No alla rottamazione dei soggetti deboli».

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Alla presentazione del documento «Con dignità fino alla fine: paziente e medico ‘alleati per la vita’», introdotta dal deputato dem Edoardo Patriarca, è Maurizio Calipari, bioeticista e portavoce di Scienza & Vita, a illustrarne i contenuti. «Un contributo al dibattito in atto sui complessi temi del fine vita – spiega – in questo tempo di elaborazione legislativa delle commissioni parlamentari deputate ».

La premessa è che fin dalle origini la medicina ha costituito tra medico e paziente «un’alleanza per la vita». Prospettiva che Scienza & Vita «promuove ancora oggi per strutturare e modulare ‘a misura umana’ il rapporto paziente- medico». Il secondo punto affronta il tema della «pianificazione terapeutica condivisa». «Resta comunque in carico al paziente il diritto/dovere di assumere in coscienza la responsabilità ultima delle decisioni circa gli interventi medici», sempre «in coerenza col quadro valoriale assunto congiuntamente ». Al medico invece spetta il dovere etico e deontologico di mettere il paziente – attraverso un’adeguata e completa informazione – nelle migliori condizioni per poter esercitare questa sua responsabilità etica».

Dunque è «da incoraggiare e diffondere» ad esempio «l’istituzione in ospedale della figura del medico tutor». Il terzo punto è sulla «necessità di criteri e riferimenti valoriali nella prospettiva del bene integrale della persona ». Perché «l’adozione di una prassi di pianificazione terapeutica condivisa» è necessario che faccia riferimento a un «coerente quadro valoriale e antropologico». Per la qualità di vita del malato poi vanno valorizzati «gli strumenti della medicina palliativa». Così come «un adeguato sostegno psicologico»: «Spesso un atteggiamento rinunciatario del malato è un appello al non abbandono». Il rapporto medico-paziente infine non può «essere ridotto a puro accordo contrattualistico», ma deve sempre tendere al «bene integrale del paziente».

Come è da evitare, per il vicepresidente di Scienza & Vita Paolo Marchionni, «il paternalismo praticato per secoli da noi medici». Il quarto punto dice «sì alle cure ‘eticamente adeguate’, no all’eutanasia, no all’accanimento terapeutico», in «nome del medesimo riconoscimento della dignità» di ogni persona. Il documento si chiude con l’impegno di Scienza & Vita di farsi «promotrice di occasioni di dialogo e confronto » per «favorire decisioni operative massimamente condivise».

http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/Il-no-di-Scienza-Vita-a-eutanasia-e-accanimenti-.aspx

 

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Elohim

L’incontro con i profeti è una tappa fondamentale nel cammino spirituale e morale della persona. Molti vivono e muoiono senza raggiungere questo incontro, come molti uomini e donne terminano la propria esistenza senza aver fatto una esperienza di bellezza di fronte ad un’opera d’arte, senza aver letto una poesia, senza aver sentito il respiro dell’universo in una notte stellata, senza essersi mai innamorato, senza aver recitato una preghiera, senza aver mai lavorato. Si può vivere anche senza tutto questo, anche senza Leopardi, Fernando Pessoa e Shakespeare, ma la vita allarga i suoi orizzonti e attinge a falde più profonde quando riusciamo a incontrare questi e i tanti altri doni spirituali disseminati nel mondo, che sono lì anche per noi. Tutto ciò è solo grazia, tutta gratuità, non c’è nessun merito. Per questa ragione, la prima e più vera esperienza che facciamo quando riceviamo questi grandi doni, è sentire nella carne il dolore per i tanti, troppi, uomini e donne che restano esclusi da questa gratuità, e senza alcuna colpa. L’esistenza umana è anche, forse soprattutto, un processo di scoperta della gratuità che ci circonda, spesso ricoperta da involucri di dolore, una caccia ai tesori che terminerà solo con la morte, neanche un solo attimo prima (e uno dei doni più grandi sarà scoprire di avere imparato a morire, e non lo sapevamo).
Molti, quasi tutti, vivono senza incontrare Isaia. Anche il suo libro è un puro, grandissimo dono, da millenni custodito nel cuore della Bibbia, in compagnia degli altri profeti. Basterebbe anche un solo capitolo di questo libro per non smettere mai di ringraziare gli antichi scribi e cantori per aver salvato i testi biblici da assedi, persecuzioni, incendi, deportazioni, stermini. Solo l’esperienza del valore assoluto della parola poteva proteggere dal fuoco e dalla spada quelle fragilissime parole scritte. Avendo soltanto la parola, l’hanno potuta salvare. L’umanesimo biblico non si svela senza i profeti. Ci resta precluso senza Isaia, che tra i profeti svetta nella sua immensità. Isaia è una cima massima del genio umano. Le sue pagine più belle non dovrebbero mancare da nessuna antologia di letteratura per la scuola, dove resta invece totalmente escluso per una radicale mancanza di laicità vera, in una cultura troppo di pianura per poter vedere e anelare le vette. Senza Isaia non capiamo Cristo, neanche i personaggi del suo presepe (Isaia 1,3). I Vangeli sono stati scritti sul retro del rotolo di Isaia, e se lo dimentichiamo li trasformiamo in una raccolta di testi morali o una collezione di miracoli.

La profezia biblica è un “bene comune” dell’umanità di tutti i tempi. Tutti i profeti sono potatura, concime, sarchiatura, mietitura, raccolto, vendemmia, dello spirito e quindi della vita, che è vita umana perché spirituale. Tutti lo sono, ma prima e sopra tutti lo è Isaia. La sua meditazione è un esercizio prezioso per trovare o ritrovare il senso e la verità dell’anima, della salvezza, per cominciare o ricominciare a sperare dopo le distruzioni, le rovine, i lutti, le speranze vane e le false consolazioni che accompagnano sempre questi eventi. Accanto alla grandezza, bellezza e poesia di Isaia resistono in pochi. Giobbe è certamente tra questi, anche perché come Isaia ci aiuta molto a comprendere che cosa Dio non è e non deve diventare se non vogliamo trasformarlo in un idolo nel quale credere o non credere (come ci sono molti credenti di idoli, ci sono anche molti non-credenti di idoli).

Il libro di Isaia è più grande del testo scritto da Isaia «figlio di Amoz» (Isaia 1,1). Il testo che è giunto fino a noi è il frutto di molte mani. Tre sono ormai note come quelle del primo (capitoli 1-39), del secondo (40-55) e del terzo Isaia (56-66). Ma per circa due secoli (tra l’VIII e il VI secolo avanti Cristo) una tradizione profetica ha ripreso il primo testo, lo ha arricchito facendolo dialogare con le vicende delle varie stagioni della storia di Israele e dei popoli vicini, e così lo ha reso sempre più poetico, geniale, immenso. Come è accaduto per molti grandi testi del genio umano, al termine di questo lungo processo di creazione ci siamo ritrovati con un’opera collettiva eccedente il genio del suo primo autore. L’Isaia dopo Isaia ama e arricchisce il Libro di Isaia.
È scrivendo parole più grandi degli autori dei libri che lo spirito ha ispirato la parola biblica, e tante altre parole umane. Non è necessaria l’azione di molte mani per rendere un testo grande, spesso ne basta una buona; ma per i testi biblici l’azione collettiva accresce la forza della parola, la fa diventare comunità, edifica l’ekklesia. Questa azione corale non si è mai arrestata, perché quei testi continuano ad arricchirsi tutte le volte che qualcuno tenta un nuovo commento, osa scrivere una nota, usa quelle parole per imparare a pregare. È stata questa libertà spirituale di emendare, di aggiornare, di “toccare” i testi, anche quelli immensi di Isaia, che ha fatto sì che in Israele la parola non sia diventata idolo – e poteva diventarlo, dato il suo valore assoluto.
Il libro inizia con lsaia che chiama il cielo e la terra (1,2) come testimoni per l’accusa di corruzione che YHWH, tramite la stessa parola di Isaia, inizia a rivolgere al suo popolo: «Che me ne faccio di tanti sacrifici? – dice il Signore. Sono stufo degli olocausti di montoni e del grasso di grassi vitelli. … Smettete di presentare offerte inutili. Io detesto i vostri noviluni e le vostre feste; per me sono un peso, sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi. Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue» (1, 11-15). Come Qohelet, Isaia ci dice semplicemente che i sacrifici sono inutili e sciocchi. E sono inutili e sbagliati non perché vengono offerti senza essere giusti, ma perché sono sbagliati e basta.
E lo dice all’inizio del suo canto, perché sa che non potrà annunciare la parola se prima non libera il campo dall’idea errata di Dio, affamato di sacrifici, che agisce dentro la logica contabile del dare e dell’avere. Ogni riforma religiosa inizia negando il dio economico, il dio commerciante con gli uomini, cacciando il mercato dal tempio.
I profeti non sono equilibrati, né tantomeno educati e prudenti. Diversamente da noi, loro non terminano le loro critiche e le loro accuse con i “comunque” e gli “anche se …”, al fine di smorzare con il buon senso la forza della loro denuncia. Sono sempre di parte, esagerati, eccessivi. Qui Isaia non dice, come forse vorremmo, “comunque i sacrifici vanno fatti, al tempio occorre andare”. No, Isaia non cede al buon senso religioso del suo tempo/tempio, e resiste nella sua denuncia di parte. La prima fatica della profezia è non concedere nulla al buon senso e alla prudenza: se i profeti smorzano la forza delle loro denunce anto-censurandosi per non apparire eccessivi o imprudenti, o per non essere troppo sconvenienti nei confronti delle istituzioni oggetto delle loro critiche, rinnegano la loro vocazione. L’unico modo che i profeti hanno di amare il loro popolo, incluse le istituzioni e i capi, è non attenuare la forza radicale ed eccessiva della parola. Il buon senso, la prudenza e la moderazione sono le virtù delle istituzioni, non quelle dei profeti. Ma senza l’eccesso e l’imprudenza dei profeti, le istituzioni diventano tristi uffici di burocrati, il potere solo sopruso, i poveri non si vedono più e restano abbandonati nelle periferie. I profeti con la loro voce ci fanno vedere ciò che i potenti non riescono a vedere o che non vogliono vedere. Tutti i profeti. Soprattutto Isaia.

Per sperare di poter incontrare veramente Isaia – i grandi incontri della vita non possono essere programmati: possiamo solo sperarli e attenderli -, è necessario iniziare la sua lettura come fossimo nati oggi. Dobbiamo far di tutto per cercare di liberarci dalle ideologie religiose e anti-religiose con le quali siamo cresciuti e con le quali abbiamo costruito il senso del nostro stare al mondo. Isaia è un dono per tutti, ma lo è soprattutto per chi non ha mai creduto e, soprattutto, per chi non crede più pur desiderando ancora di credere. Il suo è un canto aurorale, una brezza dell’alba, una stella mattutina. È una introduzione alla vita nel tempo delle rovine, di ogni rovina e in ogni tempo.
Nel corso dei secoli molti hanno cominciato o ricominciato a credere, a sperare, ad amare insieme ad Isaia. Dovremmo avvicinarlo ignoranti delle parole della nostra religione e della nostra non-religione. Iniziare a leggerlo come se non avessimo mai ascoltato la parola “Dio”. Tornare “nel principio”, aprire gli occhi, e insieme all’Adam sentire risuonare per la prima volta nel mondo la parola: “Elohim”. Sperimentare la forza originaria e assoluta di quella parola, pronunciata per noi da uno che l’ha “vista” (Isaia 2,1). I profeti vedono la parola che poi dicono perché anche noi vediamo.
È questa la possibilità per poter vedere sulla terra un Dio che non si può vedere, perché se lo vediamo è semplicemente un idolo. I sensi della parola sono le orecchie e gli occhi. La parola che i profeti ci annunciano non è vanitas, non è soffio, non è fiato, non è vento né nebbia: è carne.

Isaia è allora il profeta del nostro tempo. Abbiamo dimenticato le prime parole, lo sappiamo. Ma questa immensa povertà può diventare la nostra ricchezza: possiamo fare l’esperienza di ascoltarle per la prima volta. E poi reimparare ad ascoltare la vita.

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/Guida-ai-tempi-delle-rovine.aspx

Il chiodo di tenerezza

Pigi Colognesi
lunedì 27 giugno 2016

Charles Péguy ha meditato spesso la parabola del figliol prodigo, che si trova nel quindicesimo capitolo del vangelo di Luca dopo quelle della pecora smarrita e della moneta perduta, costituendo la “trilogia della misericordia”, a cui spesso siamo richiamati in quest’anno giubilare.
Ne Il Portico del mistero della seconda virtù Péguy si concentra sul fatto che queste tre parabole sono in certo modo l’ultima barriera contro la disperazione; esse infatti documentano che nessun male (né la distrazione sciocca della pecora, né la meccanica ottusità della moneta, né soprattutto la libera volontà del figlio di allontanarsi dal padre) può impedire a Dio di continuare a cercare chi se ne è distaccato. Per il quale, dunque, è sempre possibile la speranza, la “seconda virtù” del titolo. La parabola del Figliol prodigo, scrive Péguy, “ha fatto piangere centinaia di migliaia di uomini, travolti dagli stessi singhiozzi”, perché ha toccato in loro “un punto unico, un punto segreto, un punto misterioso” e vi si è piantata “come un chiodo di tenerezza”. Qual è questo punto? È quello dove si insinuano il dolore, la disperazione, l’inquietudine, le “vergogne del peccato”, il dubbio di essersi perso proprio come uomo; e perciò un punto che non si vuol guardare, come una cicatrice dove “non si deve premere” perché fa male. Proprio lì la parola di speranza della parabola non teme di addentrarsi – “come una piccola suora dei poveri che non ha paura di maneggiare un malato” – e lanciare la propria sfida: “Dovunque andrai, io andrò”. Essa è come “un cane maltrattato, che torna sempre” perché deve insegnarci “che non tutto è perduto” e proprio per questo ascoltarla “in fondo alla nostra vergogna e al nostro peccato, ci rassicura un po’”.
Nella incompiuta Ballata del cuore Péguy descrive anzitutto la situazione del figlio — ognuno di noi “cattivo cristiano” — che ha dilapidato le sostanze e deve — suprema disumanizzazione — disputare il cibo ai maiali: “Mangi senza forchetta /con le dita / senza cucchiaio né piatto / quello che devi // frugare nella spazzatura / dei tuoi porci”. Quindi s’alza la voce che invita il ragazzo a fare fagotto, a lasciare la “topaia” in cui si trova e incamminarsi “sopraffatto dalla fatica / pieno di polvere, / aggrovigliato e intricato / infangato di terra” verso la casa paterna che “è là che ti guarda / e che ti custodisce”. Arrivato a casa c’è un sorprendente scatto narrativo, che purtroppo Péguy non ha sviluppato: prende la parola il Padre che, prima di tutto, dice la sua contentezza per il ritorno di “chi si era perduto”: “Venuto da mille luoghi / per rivedermi / bambino sono felice”.
La quartina è monca dell’ultimo verso e la successiva introduce uno straordinario ribaltamento della logica che ci attenderemmo; il Padre infatti prosegue: “Sono io che ho sbagliato / o mio bambino”. Forse Péguy si è reso conto dell’abisso che aveva intuito – Dio che “si giustifica” per usare una recente espressione di Benedetto XVI – da ritrarsi lasciandoci solo qualche verso balbettato: “Sono io che ti ho abbandonato. Sono io che ho peccato. Perdonami”. E poi concludere con l’abbraccio: “Respingi i singhiozzi / e le inquietudini / le grida e questo fiume / d’ardenti lacrime. // Infine tu mi dirai / buonasera questa sera / Bambino vieni nelle mie braccia / guarda il mio sguardo”.
Nel Mistero dei santi Innocenti la parabola del Figliol prodigo non è tematizzata. Ad un certo punto, però, Dio padre dice che Gesù “ha saputo sbrigarsela molto bene per legare le braccia della mia giustizia e per slegare le braccia della mia misericordia”. Come? Insegnando agli uomini il Padre nostro e quindi costringendo lui, il giusto giudice, a giudicare gli uomini come un padre fa coi suoi bambini. E aggiunge: “Si sa bene come il padre ha giudicato il figlio che se n’era andato e che è ritornato”. Ma non dice semplicemente che lo ha perdonato; ben più acutamente e misteriosamente spiega: “Ed è ancora il padre quello che piange di più”.

Macondo

«Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome e per citarle bisognava indicarle col dito», inizia García Márquez. Fa strano trovarsi a Bassano del Grappa, in un pittoresco bacino abbracciato dai monti, e sapere di recarsi a “Macondo”. Il nome di quella città rotonda e sospesa tra visione e realtà, la cui favola cattura in un mulinello di storie originarie, di vite, di corpi, di colori, di fuochi che si accendono, si intrecciano e si avvicendano in Cent’anni di solitudine. Ma che c’entra Bassano con l’America latina? Occorre scoprirlo rubando con gli occhi qua e là: «Associazione per l’incontro e la relazione tra i popoli» è spiegato sui manifesti. La gente che si muove sui prati è vestita di colori accesi, le donne indossano orecchini di pietre brasiliane. Non c’è segno di omologazione. Si respira un clima di sorriso, di gentilezza, di accoglienza. C’è posto per tutti. Per stare e per vivere. Non pungono steccati materiali, né opprimono muri mentali. I bambini giocano, le donne ballano. Nella vicendevole stima, tutti ascoltano, riflettono, pensano. Quando parti senti il cuore rigenerato da quella pura e profonda empatia con il mondo. «Se una storia è niente – dice Ernst Bloch – appartiene soltanto a chi la racconta, ma se è qualche cosa appartiene a tutti».

Le curve dello spazio

«Lo spazio è un’entità che ondula, si flette, s’incurva, si storce. Non siamo contenuti in un’invisibile scaffalatura rigida: siamo immersi in un gigantesco mollusco flessibile. Il Sole piega lo spazio intorno a sé e la Terra non gli gira intorno, perché tirata da una misteriosa forza, ma perché sta correndo diritta in uno spazio che si inclina. Come una pallina che rotoli in un imbuto: è la natura curva delle pareti a farla ruotare. I pianeti girano intorno al sole e le cose cadono perché lo spazio si incurva». È questa la più bella delle teorie! Esclama ancora ammirato Carlo Rovelli, raccontando l’idea della relatività di Einstein. Quale meraviglia, davvero! Lo spazio che esce dalla sua rigidità astratta e spigolosa per diventare giri di curve quasi amorose dagli astri alla terra, dai pianeti alle palline che rotolano negli imbuti. La fisica ha un respiro mistico. E la teologia dovrebbe intrecciare ancora le sue strade con essa. Anche la scienza biblica ha scoperto che Dio non è uno spazio astratto, ma Uno che si curva sulle creature, ondula insieme a esse, si flette su di loro inclinando il suo cuore. «Quando Israele era giovinetto io l’ho amato… mi curvavo su di lui per dargli da mangiare». Sono gli spazi morbidi, duttili e teneri dei versi di Osea.

http://www.avvenire.it/rubriche/Pagine/Aurora/LE%20CURVE%20DELLO%20SPAZIO_20160622.aspx?Rubrica=aurora

A lei che ha tanto amato

Pigi Colognesi
lunedì 20 giugno 2016

La Chiesa cattolica è molto prudente quando si tratta di mettere mano alla liturgia; essa ha infatti il senso chiaro che nelle parole che la comunità riunita usa per la propria preghiera (in special modo quella eucaristica) è descritto con precisione inarrivabile il Fatto che si vuol celebrare ed è espresso il contenuto più profondo della domanda che ogni fedele ha in cuore e magari non saprebbe dire altrettanto bene. Se, dunque, la Chiesa fa una variazione nella liturgia è per un motivo grave e adeguatamente ponderato (non come quei preti che con leggerezza pari alla presunzione cambiano le parole come vogliono, si inventano gesti e formule a piacimento, aumentando la confusione di noi poveri fedeli che già facciamo la nostra bella fatica a superare il senso di estraneità che, travolti da una mentalità opposta, sentiamo nei confronti di gesti e parole liturgici).
Tutta questa premessa per arrivare a commentare la recente decisione di papa Francesco (Decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti dello scorso 3 giugno) di iscrivere nel calendario liturgico la celebrazione di Maria Maddalena (22 luglio) non più come “memoria” ma come “festa”. In pratica — per usare termini che spero non sembrino irriverenti — si tratta di una promozione: pochissimi sono infatti i santi che hanno diritto a una festa: apostoli ed evangelisti, patroni di continenti o nazioni (Benedetto da Norcia e Caterina da Siena per esempio), alcuni martiri (Stefano, Lorenzo, gli Innocenti). Ora in questo ristretto novero entra la donna che ha incontrato Gesù “sulla pubblica strada”, colei che ha accompagnato fin sotto la croce il Maestro che l’aveva perdonata e, inconsolabile, è andata di buon mattino al sepolcro per onorare almeno il corpo morto dell’”amato del mio cuore”, colei che per prima lo ha visto risorto e ha da lui ricevuto il compito di testimoniarlo vivo anzitutto ai suoi impauriti discepoli; infatti san Tommaso d’Aquino la chiama “apostola degli apostoli”.
Il Decreto indica tre ragioni per questa “promozione”: approfondire la dignità della donna nella Chiesa, richiamare la necessità dell’annuncio della buona novella e ricordarci “la grandezza del mistero della misericordia divina”. Ed è quest’ultimo aspetto quello che commuove di più, se — anche solo per un poco — ci si immedesima nella vicenda umana di quella donna così fragile e fedele, così affettivamente intensa e consapevolmente bisognosa. Onorandola di una festa, la Chiesa ci invita a non aver paura della nostra umanità, perché il cristianesimo autentico non ne elimina neppure una briciola e tutta la purifica.
Siccome quello che la Chiesa decide sulla terra viene ratificato nei cieli, mi immagino la dantesca “candida rosa” del paradiso (una specie di immenso stadio con le gradinate) il prossimo 22 luglio: Maria Maddalena viene invitata a prendere un posto più alto, giusto a fianco degli apostoli che sono le colonne della Chiesa; lei arrossisce un po’ per tanto onore e poi sorride rispondendo all’applauso fragoroso dei beati. I quali — come Piccarda Donati ha spiegato a Dante — non sono gelosi del posto più elevato che spetta ad altri, perché nella volontà di Dio — dicono e sperimentano — “è la nostra pace”.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2016/6/20/Non-memoria-ma-festa/print/711417/

Il rischio della domanda/libertà

Dal Maestro volevano a tutti i costi la certezza di una risposta: non solo scribi e farisei, ma anche la gente che Gli viveva appresso. Forse s’erano messi in testa che la sequela avrebbe procurato loro la capacità di avere sempre la risposta giusta a tutte le domande che il mondo avrebbe loro rivolto. Le risposte: ecco quello che andavano cercando un po’ tutti quelli che Lo rincorrevano. Risposte e miracoli: Avanti col Cristo!
Lui, invece, era nato e venuto al mondo proprio per dare l’esatto contrario: per diventare l’Uomo delle domande. Domande nude, crude e cruente, senza arroganza né spavalderia. Domande come quella sferrata a Cesarea di Filippo: “La gente chi dice che io sia?” (Lc 9,18-24). Interrogativi che, nell’attimo stesso che li poneva, mostravano d’aver dentro anche la risposta. Lui domandava per insegnare, mica perché avesse delle lacune da colmare. Tanto meno perché gl’importasse che cosa la gente pensava di Lui. Preferiva domande larghe, meglio se aperte, a risposta multipla. Poi stringeva spaventosamente la presa e pigliava esattamente i pesci che cercava: “Ma voi, chi dite che io sia”. Mai s’interessò al pensare della gente: faceva di tutto per saggiare l’amore di chi diceva d’amarlo, d’esser pronto a tutto per Lui, anche al manicomio.
Scelse i pescatori non perché i pastori gli stessero antipatici (i suoi antenati erano tutti pastori), o perché il carpentiere fosse un mestiere noioso: a Nazareth suo padre gli portò a casa il pane sferragliando colpi sul ferro rovente. Non scelse gente di quel mestiere nemmeno perché gl’importasse di avere il pesce assicurato tutte le sere. Chiamò dei pescatori perché, lavorando in mare, conoscevano a menadito le sue logiche: la burrasca e l’alta marea, l’ora della pesca e quella del baratto, la rete piena, quella rimasta vuota. Li scelse anche perché, a conti fatti, nessuno meglio di chi pesca sa a cosa serva la domanda. Il punto interrogativo — ? — è uguale all’amo che i pescatori gettano in acqua per pigliare pesci: è un ago ricurvo a uncino. Il punto di domanda è una linea ricurva ad uncino. Serve anch’esso per pescare: risposte, invece che pesci; dubbi piuttosto che certezze; traiettorie e non arrivi. Domandare fu da sempre il tratto tipico di casa sua, rispondere lo è del casato di Lucifero. E’ dall’Egitto, però, che Israele sta ancora interrogandosi se fosse meglio la sicurezza della risposta/schiavitù piuttosto che il rischio della domanda/libertà. A quel tempo Dio strappò Israele dall’Egitto: fece metà del lavoro. L’Egitto non è ancora stato tolto dal cuore dei suoi discendenti. Della Chiesa. E’ l’altra metà da fare.
In vita sua non frequentò un opinionista che fosse uno: “(Dicono) Giovanni il Battista; altri dicono Elia, altri uno dei profeti”. Si mise in testa di braccare gli amanti, meglio se quasi-poeti: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Tanto meno volle sapere l’opinione dei suoi: gl’importava solamente capire se il loro fosse un cuore aperto oppure no. Per questo chiese, dall’inizio alla fine. Il segreto lo apprese dal Padre suo, non il carpentiere ma quello che stava lassù, all’inizio; “Adamo, dove sei?” fu la prima domanda che piombò in terra. Fu domanda d’interesse, interessante, pure imbarazzante: Dio, senza uomini, sembrava essere spaesato. A Cristo, senza i Dodici, non riusciva d’immaginare che volto poter dare alla salvezza. Per questo continuò a fare domande, fino allo sfinimento: gli amici Lui li voleva accesi, mica pieni. In cammino, non seduti: a scervellarsi sulla miseria, non a rassegnarsi su Dio, truccandone il mistero. Fece domande dappertutto, ovunque: voleva pescare cuori interessati, anche interessanti, a più non posso. Per poi, con loro, moltiplicare domande all’infinito.
Qualcuno diceva che Lui era Giovanni, altri erano convinti fosse Elia: era proprio quella la confusione che voleva risparmiare agli amici suoi, i più fidati non i più santi. Volle, da sempre, che non si lasciassero confondere da quello che la gente diceva di Lui. Che andassero alla sorgente delle questioni, alla radice dei fatti, direttamente alla fonte. Da Lui. Ecco perché, a domanda, era solito rispondere con un’altra domanda: non perché non sapesse che risposta dare. Scelse di fare così perché non voleva riempire dei cuori. Il suo sogno era di accenderli.

Libertà che si incontrano

Giorgio Vittadini
venerdì 17 giugno 2016

Sporcarsi le mani rischiando anche di fallire o restare a guardare dietro lo specchio mediatico che tutto ingoia e tutto giudica col metro del successo? La storia che raccontiamo è apparsa poco sui media, ma quel poco è stato abbastanza per gettare qualche dubbio sul lavoro di don Claudio Burgio, una persona che ha dedicato tutta l’esistenza ai reietti della società, come i ragazzi incarcerati. Il fatto che Tarik, nato in Marocco, giunto bambino in Italia e rimasto presto senza genitori, e Monsef, un altro nordafricano, anche lui passato dalla comunità di recupero di don Burgio siano fuggiti dal nostro Paese per andare a combattere in Siria con l’Isis, è stato sufficiente per far apparire il sacerdote come uno che aveva fallito la sua missione: “il baby jihadista, orfanello, cresciuto in un centro cattolico”, hanno scritto. Qualche giorno fa è arrivata la notizia, confermata dalla procura di Milano, che Tarik è morto combattendo, “martire della jihad”.
E allora la domanda torna, implacabile: quando le cose non vanno secondo l’obiettivo prefissato, quello che è stato fatto perde di valore?
Un quotidiano ha scritto che don Claudio “ha perso un’importante battaglia per l’integrazione”. In realtà la vicenda di don Burgio e di tantissimi come lui di cui non si parla mai, ci dice che non esiste un’azione educativa che non abbia un esito imprevedibile perché misterioso e quindi imprevedibile è l’essere umano.
E quindi non ci sono alternative: o ci si implica (anche solo cercando di capire) con la vita del prossimo rischiando anche un insuccesso, ma non per questo ci si tira indietro, o ci si limita a guardare da lontano, a condannare, a progettare muri da innalzare.
Soprattutto, quando accadono storie come questa, viene censurato il bene fatto: don Burgio a fronte di queste due perdite ha infatti aiutato tantissimi altri a riprendere in mano la propria vita.
Lo documenta il bellissimo libro, di cui abbiamo già parlato sul Sussidiario, “Ragazzi cattivi”, scritto dal sacerdote insieme a Domenico Zingario, che racconta storie di giovani alcuni dei quali passati dal carcere Beccaria (dove don Claudio insieme a don Gino Rigoldi è cappellano) e dalla comunità Kayròs fondata dal sacerdote nel 2000 a Vimodrone, periferia di Milano. Ladri, teppisti, qualcuno anche omicida, spacciatori, sradicati dai loro Paesi di origine, orfani. Ragazzi emarginati e incattiviti, ma che per don Claudio sono “l’immagine di una storia straordinaria di umanità”, di un “attaccamento alla vita che emoziona”. E che guardati in questo modo, possono ritrovare la fiducia in se stessi e ricominciare a ricostruirsi un’esistenza.
Come inizialmente era accaduto a Tarik che, accolto come orfano nella comunità Kayròs, si era impegnato nello studio, aveva ottenuto un diploma di scuola media, apparendo a tutti come il classico bravo ragazzo. Tarik però conosce Monsef, che a differenza di lui ha un passato tumultuoso, alcol, spaccio di droga e che, uscito dal carcere, parla solo di Islam, e in internet legge e si informa sull’Isis. Per qualche motivo Tarik gli va dietro, si lascia influenzare. Nel gennaio del 2015 i due volano in Turchia e poi entrano in Siria. La comunità denuncia la loro scomparsa alle autorità. Ma i due non tornano più indietro. Quando sono andati via Monsef manda un sms: “Ciao Burgio, stammi bene, che possa Allah portarti sulla retta via, e farti vedere la luce, Inshallah, ci vediamo in Paradiso”.
Nel corso dei mesi successivi Monsef è attivissimo a fare propaganda per l’Isis sulla Rete. Durante le stragi di Parigi pubblica una foto della bandiera del Califfato che sventola sul Colosseo. E Tarik? Una sua foto si vedrà solo il 7 aprile scorso, il viso contornato da una barbetta e il sorriso incerto di uno che sembra non sapere bene cosa sta facendo, due fasce di proiettili, una pistola nella fondina e un dito puntato al cielo, pronto al martirio. Solo diversi giorni dopo si scoprirà che quella foto di Tarik pubblicata da Monsef celebrava il suo un amico morto in battaglia.
Un’altra domanda potrebbe emergere da questa vicenda: se un’impresa educativa è così ardua e incerta perché dedicare tante energie a persone così “al limite”?
Sul suo blog, don Claudio scrive ai suoi ragazzi: “Mi sono convinto che ci sono almeno due motivi per cui vale la pena dedicare tutto me stesso a voi: primo, perché credo in ognuno di voi; secondo, perché credo in Dio”.
“Non è un motivo secondario” aggiunge “perché, senza volerlo, siete proprio voi ragazzi a permettermi di incontrare ogni giorno di più il suo Volto. Mi permettete di assaporare, con sempre rinnovato stupore, il gusto del Vangelo. Un Vangelo, attraverso i vostri volti e le vostre storie, straordinariamente reale. Senza la presenza di Dio, forse non sarebbe nata nemmeno la comunità Kayròs”. C’è anche un’altra frase, che col senno di poi sembra quasi profetica pensando alle vicende di Tarik e Monsef: “Se ci capiterà di incontrarci lungo la strada della nostra esistenza e dei nostri comuni dolori, sappi fin da ora che troverai sempre un posto nella mia vita e nel cuore di Dio”. Alla fine, al di là delle capacità di ognuno, è questo quello che conta: che nel cuore di Dio c’è posto per tutti.

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