PROSKÝNESIS

 

Per un inchino che l’ebreo Mardocheo si rifiutò di fare al suo visir, il Grande Re di Persia sigillò, per tutto il popolo di quel ribelle, un decreto di sterminio. Che punizione esagerata! Quale grave delitto comportava il mancato tributo di una proskýnesis? Non si trattava che di portare una mano alle labbra e soffiarvi un bacio. «Quando i Persiani si trovano per la strada si può capire il livello sociale delle persone che si incontrano: se uno è inferiore si inchina e tributa la proskýnesis al suo superiore» spiega Erodoto a proposito di un gesto che i greci non accettarono mai. E anche Gesù disse di no quando ebbe la proposta di avere tutti i regni della terra in cambio di una semplice, banalissima, proskýnesis! Significava, infatti, assoggettarsi a qualcuno come se fosse un dio, nella fattispecie si trattava del diavolo. Nelle nostre democrazie niente più dèi, né inchini, per fortuna. O no? Assistiamo a pubblici e onorati riti in cui perfino le statue dei santi debbono simbolicamente genuflettersi. E inchini più arcani che avvengono nell’ombra di circuiti chiusi. Capi piegati, mascherati di doveroso rispetto, baci mediatici mistificati. Nella difficile decisione di denunciare una dipendenza – verso le lobby del profitto economico – anche il silenzio val bene un inchino.
 http://www.avvenire.it/rubriche/Pagine/Aurora/PROSKÝNESIS_20160531.aspx?Rubrica=aurora
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Più che un gioiello

Paolo Gulisano
sabato 28 maggio 2016

L’Anello ha lasciato l’Inghilterra. Non si tratta dell’anello di Sauron distrutto a suo tempo nel fuoco di Monte Fato grazie all’eroismo degli Hobbit dell’inglese Tolkien, ma di un anello dallo straordinario significato storico che da circa 600 anni si trovava “prigioniero” oltremanica: l’anello di Giovanna d’Arco. Si tratta di un anello in metallo, molto semplice, racchiuso in una custodia in legno che i genitori avevano regalato alla futura “pulzella d’Orleans” in occasione della sua prima comunione. Al suo interno due iscrizioni, IHS (Gesù) e MAR (Maria).
Secondo quanto scrive il settimanale francese Point de vue, Giovanna d’Arco non si sarebbe mai separata dal suo anello. Lo indossava anche durante la cattura ad opera dell’esercito del regno di Borgogna, alleato degli inglesi. Questo anello rappresenta l’unica reliquia della santa che venne arsa sul rogo il 30 maggio 1431, condannata come eretica da un tribunale che emise — come noto — una sentenza di tipo politico, volendo togliere di mezzo colei che aveva risvegliato la Francia cristiana soggiogata al potere inglese.
Giovanna, mistica visionaria, guerriera che non ferì né uccise mai nessuno, occupa un posto glorioso nella storia religiosa e civile di Francia. La sua memoria venne rimossa dalla cultura ufficiale dopo la Rivoluzione del 1789, dopo gli anni di Napoleone, e ancor di più dalle repubbliche laiciste susseguitesi dall’800, ma non uscì mai dall’immaginario popolare, da un popolo fedele che alla sua memoria era rimasto profondamente legato, tanto che molti soldati dell’Armèe francese nelle trincee della prima guerra mondiale si rivolgevano in preghiera alla sua protezione. Il grande poeta Charles Péguy venne ispirato dalla sua figura e dalla sua vita per realizzare una delle sue opere più significative, Il mistero della carità di Giovanna d’Arco.
Come ebbe a dire anni fa il cardinale francese Roger Etchegaray, Giovanna secoli dopo il suo martirio continua ad esserci contemporanea, perché sono la stessa Francia e la stessa Chiesa, ambedue così straziate, a risvegliare il nostro interesse per lei. Il cuore di Giovanna d’Arco si è colmato di pietà a contatto con la miseria del suo tempo: una Francia lacerata ed incerta del proprio destino. Era mossa da pietà per il regno di Francia. E questo per umile adesione alla volontà di Dio. Si pensi alla pena con cui, mentre prendeva le armi a Vaucouleurs, ammise: “Preferirei piuttosto filare accanto alla mia povera madre, perché questo non è il mio mestiere”. “Giovanna sa che la patria non è un’astrazione o un pregiudizio, è una realtà molto concreta. Non è con le idee che si costruisce una patria, ma con la terra che si attacca alla suola delle scarpe”, disse il cardinale.
Non c’è storia più francese della sua. Non vi è un solo uomo o una sola donna francese che possa considerarsi più francese di lei per quella sua vivacità spontanea, che resta tale persino durante la sua prigionia, per quel suo meraviglioso equilibrio che ne rivela le umili origini.
Giovanna, la sua pietà di umile contadina, la simpatia e commozione che suscitò nel popolo, è l’anima profonda della Francia, quella che due secoli di violento laicismo non hanno cancellato. Così si spiega la passione con cui Philippe de Villiers, un aristocratico popolare figlio della Vandea, la terra che più venne violentata dal terrore giacobino, un uomo che ha dedicato la sua vita a difendere la memoria storica della sua terra, ad affrontare le enormi difficoltà imposte a chi in Francia cerchi di fare politica sostenendo i valori umani e cristiani, ha fortemente voluto riportare “a casa” l’anello di Giovanna. De Villiers è da sempre un ammiratore e un devoto della pulzella, ed è autore tra l’altro del libro Roman de Jeanne d’Arc, e quando nelle scorse settimane ha saputo che l’anello sarebbe stato battuto all’asta a Londra, non ha avuto esitazioni: era assolutamente necessario recuperare l’anello della santa pastorella di Domrémy. Così, insieme al figlio Nicolas, in poche ore è riuscito a mettere insieme — grazie ad offerte private e alla cospicua offerta del Parco Storico vandeano del Puy de Fou di cui è presidente — il denaro necessario per affrontare la sfida dell’asta, sfida che è stata molto difficile. Alla fine il volitivo vandeano ce l’ha fatta: per la cifra di 376mila e 830 euro è riuscito ad assicurarsi la reliquia.
”Una vittoria — ha dichiarato Philippe de Villiers — che appartiene a tutta la Francia. Abbiamo così riscattato la pulzella”. Ed ha ancora annunciato che è partita una campagna di studio e di ricerche per approfondire la “tracciabilità” dell’importante reliqua. Sembra, sempre secondo il settimanale francese Point de vue, che l’anello che indossava Giovanna d’Arco sino alla condanna al rogo fosse stato consegnato a Henri de Beaufort, vescovo di Winchester che assistette al processo. Successivamente l’anello passò al nipote, il re Enrico IV, per poi essere trasmesso ad un ramo cadetto, la famiglia Cavendish-Bentinck dei duchi di Portland, poi a lady Ottoline Morrel che l’offrì in dono al pittore Augustus John. Quest’ultimo cedette l’anello ad un collezionista inglese prima della guerra, nel 1914. Due vendite all’asta, nel 1929 e nel 1947, chez Sotheby’s. Il nuovo proprietario si chiama James Hasson ed è un medico che vive a Londra. Dopo la definitiva acquisizione di Philippe e Nicolas de Villiers ora l’anello di Giovanna d’Arco ritorna finalmente in Francia. Sarà esposto, a disposizione di tutti, dopo un esilio durato quasi 600 anni.
Giovanna, eroina della propria patria perché santa di Dio, ci indica che è la carità che viene da Dio che ci fa amare la concretezza del particolare. È proprio questa carità frutto di grazia a stabilire il limite di ogni progetto politico, così che sia alieno da pretese totalizzanti. La missione profetica della Chiesa, di tutti i suoi figli e figlie, consiste in primo luogo nell’affermare che Dio soltanto è Dio, fonte e termine della storia; una missione che Giovanna di Orléans ha perfettamente adempiuto.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/5/28/GIOVANNA-D-ARCO-Il-ritorno-dell-anello-in-una-Francia-lacerata-e-incerta/print/707699/

La grande avventura dei genitori

Gianni Zen
martedì 24 maggio 2016

I recenti ripetuti episodi, in alcune parti d’Italia, di attacchi da parte di alcuni genitori nei confronti di docenti e presidi non possono essere lasciati passare sotto silenzio. Perché dicono tante cose: dalla crisi della famiglia alla pretesa che la scuola ricopra quel ruolo educativo a tutto tondo che, invece, deve rimanere di diretta responsabilità dei genitori.
A scuola si parla molto, giustamente, degli studenti, delle nuove generazioni, delle nuove domande, di speranze e di valori, eccetera, cioè di futuro, sapendo bene la gravità del momento. Ma poco si parla dei genitori. Nel senso delle nuove generazioni di genitori.
A parte un certo utilitarismo, cioè la mera richiesta dei voti dei propri figli, i genitori oggi, in alcune scuole, sono i grandi assenti. Solo piccole minoranze vanno oltre i voti in pagella. Guardando il panorama generale, direi che prevale, sul piano formativo, una sorta di delega in bianco. Non tutti, ma tanti sì.
Invece il vero toccasana di ogni scuola è la loro presenza attiva. Non è un caso che anche il sistema scolastico si debba ripensare in termini di “rendicontazione sociale”. Con nuove attenzioni, nuova governance e nuove risorse. Mentre oggi, senza l’aiuto dei genitori, anche finanziario, le scuole potrebbero, quasi, chiudere i battenti, a livello di costi di gestione e di organizzazione. La loro partecipazione alla vita della scuola come “sistema educativo”, quindi, è fondamentale, imprescindibile. Per questo motivo tutte le scuole dovrebbero rendere trasparente, nella forma del “bilancio sociale”, il loro servizio pubblico, in relazione alla richiesta di qualità cioè del servizio agli studenti e al contesto sociale. Oltre la vecchia autoreferenza, difesa ancora oggi, purtroppo, a livello sindacale. Perché le scuole non sono dei presidi e dei docenti, ma per gli studenti, per il loro futuro.
Ritornando agli episodi di attacco a presidi e docenti, vedo che troppi genitori si limitano a fare i sindacalisti dei propri figli. Si limitano cioè a richiedere alla scuola una prestazione, più che apprezzare lo sfondo educativo, cioè cosa vuol dire “accompagnare” un giovane alla maturazione personale e sociale.
Lo sappiamo, le famiglie sono su tanti aspetti in crisi. Anzitutto come istituzione, cioè come autorità e autorevolezza, poi come relazione educativa. Lo si vede da quell’aria, in troppi ragazzi e ragazze, di presunta autosufficienza, che preoccupa i loro “vecchi”. E allora la scuola diventa l’ultima spiaggia, l’ultima possibilità per un recupero di dialogo in casa.
Questo fa da pendant al fatto che, in troppi casi, prevale il modello del “genitore-chioccia”, causa, ce lo dicono diversi studi, di tante ansie che vengono poi scaricate sui propri figli. Quanti genitori fanno confronti esagerati tra le valutazioni del proprio figlio e quelle di un compagno, invocando la giustizia tradita? Non è per tutti così, ma sono sempre troppi.
In poche parole, le nuove generazioni di mamme e papà tendono ad essere iper-protettive: quanti ragazzi, proprio per questo, non riescono ad affrontare e superare le situazioni di paura, di conflitto, di difficoltà? Ogni anno impegno intere giornate a spiegare ai genitori che un’insufficienza, anche una bocciatura, non è un dramma infinito, ma un momento che richiede nuova convinzione ed energia positiva. “Nessuno nasce imparato”, ripeteva Totò.
Un recente studio australiano ha parlato di “genitori-elicottero”, in inglese “helicopter parenting”. Si tratta cioè di quei genitori che, proprio come gli elicotteri, “ronzano” di continuo sopra la testa, sopra la vita dei propri figli. Quindi una presenza, non solo fisica ma soprattutto psicologica, esagerata, tale da perdere il riferimento alle cose veramente essenziali della vita dei figli.
Proviamo a fare una verifica: chi sveglia ogni mattina i propri figli per andare a scuola, perché non arrivino in ritardo? Chi si è accorto che il telefonino è il “cordone ombelicale più lungo del mondo”? Tutti questi comportamenti, come è ovvio, hanno delle conseguenze. L’eccessivo protezionismo produce ansia, insicurezza, dipendenza; di converso, prima o poi, produce ribellione, ricerca del limite, anche trasgressione. La “giusta misura” invece si chiama “autonomia responsabile”, cammino, cioè, verso la maturazione, quindi il sano protagonismo, il coraggio dei propri talenti, la fiducia in se stessi e nelle mille relazioni.
Quanti genitori a scuola, ad esempio, intervengono oltre misura sui docenti, sulle loro valutazioni e programmazioni? Basterebbe chiedere se, al loro posto di lavoro, sarebbero disposti ad accettare volentieri non sempre giustificate e competenti intromissioni. Se certe cose non vanno, ovviamente, è giusto rilevarle. Ma educare i figli anche alla comprensione di queste complessità, anche alle contraddizioni, non è mai tempo perso.
I genitori sanno, o dovrebbero sapere, che è fondamentale tenere sempre un passo indietro nei confronti dei propri figli. Nel senso di una presenza discreta, non troppo distaccata, ma nemmeno troppo pressante. I ragazzi, cioè, vanno aiutati anche a sbagliare, perché è solo sbagliando, ce lo ripetiamo spesso a scuola, che si impara, che nasce la ricerca del perché dell’errore, e quindi della verità a partire dalla quale l’errore è errore. Vanno aiutati a non avere paura degli imprevisti, dell’ignoto, degli insuccessi. Così maturano più in fretta, nel senso di consapevolezza di sé e degli altri, dei “pari”, cioè delle infinite relazioni.

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L’alta temperatura del linguaggio mistico

 
Stefano Arduinih
venerdì 20 maggio 2016

Il linguaggio dei mistici vive dell’eccesso così come eccessivo è ciò che vogliono conoscere.
I mistici vivono la grande contraddizione dovuta all’oggetto del loro discorso che è in sé non dicibile. La parola riesce a toccare l’indicibile e dunque il mistico cerca il repertorio del suo discorso non nel linguaggio astratto della speculazione ma nel linguaggio concreto dell’esperienza.
L’idea dell’esperienza e dell’indicibilità del linguaggio andranno sempre assieme nei mistici, non diversamente da quanto accadrà nei romantici tedeschi come Novalis. Santa Teresa dirà spesso: “questo lo so per esperienza” o “mi può capire chi ne ha avuto una qualche esperienza”. L’esperienza sarà la via per la lotta dei mistici con il linguaggio, contro quella che Jorge Guillen chiamava “l’insufficienza del linguaggio”. Dall’esperienza nasce la necessità di un linguaggio che abbia una condizione nuova che rompa i piani consueti della percezione prospettando una visione della realtà dall’interno del soggetto fino all’infinito dove si colloca Dio.
Nella mistica, come nella poesia romantica, per comunicare la difficoltà di esprimere l’ineffabile, l’indicibile, si ricorre all’accumulazione di piani. Sul piano linguistico si hanno strutture che si basano sull’unione di contrari, paradossi, ossimori. Ad esempio “vivo senza vivere in me” o “raggio di tenebre ” dello Pseudo Dionigi o il “sonno vigilante” di San Gregorio di Nissa. L’unione dei contrari è il risultato della ricerca di un linguaggio nuovo che permette di contemplare una nuova realtà, una realtà in cui le parole rompono il loro ordine logico.
Una rottura assolutamente originale che inaugura un’estetica dello svuotamento, dello smarrimento, dell’oscurità. San Gregorio di Nissa ha insegnato che “la vera conoscenza di Dio consiste nel comprendere che è incomprensibile, avvolti da tutte le parti, come in una nebbia, dalla sua incomprensibilità”. Anche Gerhard Tersteegen, il mistico tedesco del secolo XVII, allude all’oscuro santuario e l’oscurità, concetto su cui insiste tutta la mistica, ha a che fare con l’infinito.
Gli uomini, scriverà Wittgenstein, hanno l’impulso di gettarsi contro i limiti del linguaggio. Tale impulso porta il mistico a cercare di tradurre nel linguaggio che conosce qualcosa che comunque sempre gli appare intraducibile. Così se da un lato ritiene qualsiasi traduzione impossibile, dall’altro attinge a tutto ciò che può aiutarlo a tradurre. Interpretare il divino è possibile solo a patto di tradurlo in parole. Ma il linguaggio corrente è limitato e allora occorre attingere a tutte le lingue e a tutte le tradizioni che rigenerino quelle parole, diano loro un sapore nuovo. È la “lotta dei mistici con la lingua” di cui parlava Michel de Certeau (Fabula mistica, Bologna, Il Mulino 1987). Una lotta che tende a rompere le regole ordinarie forzando all’eccesso le strutture del discorso.
Questa idea la troviamo chiaramente esposta nell’introduzione che Diego del Gesù ha fatto alla prima edizione delle Obras espirituales, di Juan de la Cruz uscite ad Alcalà de Henares nel 1618. Diego scrive che il mistico può usare “termini imperfetti, impropri e diversi”, “viziosi per eccesso” e “abbassarsi a delle similitudini non decorose”. Questa diversità è la manifestazione della lotta interiore del mistico che è costretto a mostrare e non a dire, ma può mostrare solo dicendo. Juan de la Cruz sottolinea apertamente questo aspetto nel Prologo al Cantico spirituale dove indica le strane immagini e somiglianze, lo sproposito come cifre specifiche della sua parola ma anche come segni dell’esperienza mistica.
Le figure straordinarie sono il luogo della contraddizione. Il luogo in cui il linguaggio raggiunge un’altra temperatura perché riesce solo in questo modo a testimoniare l’esperienza del divino. È un modo di significare che permette di vedere in modo inattuale il mondo. Non è un caso che Juan de la Cruz predilige, per indicare il contatto con il divino, la metafora della “sobria ebrietas”. È una metafora antica. Possiamo farla risalire almeno a Filone di Alessandria che usa spesso l’ossimoro (De ebrietate 146-149; De fuga et inventione 166).
Le figure legate alla contraddizione mettono alla prova la comprensione e per questo sono alcune delle figure preferite da tutti i mistici. Producono uno schianto conoscitivo che rompe certezze definite e illumina le cose. Secondo questa tradizione le espressioni linguistiche che riguardano Dio sono destinate a diventare paradossali. Il paradosso crea una lacerazione perché mette a prova la pigrizia intellettuale, perché assume il rischio dell’assurdo per esprimere le nostre contraddizioni.
Questo portare il linguaggio alle estreme conseguenze si manifesta esemplarmente nell’uso che Juan de la Cruz fa della metafora. Metafora creatrice, che si apre all’abisso della alterità indicibile del divino. Una indicibilità a cui accennava lo Pseudo Dionigi. Scrive lo Pseudo Dionigi nel De divinis nominibus che Dio è, nella sua totale alterità, totalmente ineffabile. Ciò che più si avvicina alla sua comprensione è un vuoto privo di parole. Nessun nome può essere predicato di Dio che è al di là di ogni conoscenza razionale. Dunque ogni tentativo positivo di avvicinarsi a Dio è fallace. Unica via è quella di uno svuotamento totale di parole e pensieri che porti all’esperienza dell’unione.
Una unione che è anche sentire fisico di Dio, unione spirituale che implica una completa identità corporea. L’esperienza umana deve essere portata al limite per poter incontrare l’esperienza divina, è solo in questo processo creativo che Dio può manifestarsi.
Juan de la Cruz ha ben presente questa tradizione quando scrive nel prologo di Cantico spirituale:
“…perché lo Spirito del Signore che, dimorando in noi, viene in aiuto alla nostra debolezza, come dice San Paolo (Rom 8, 26) chiede per noi con gemiti inesprimibili quello che noi non possiamo ben intendere né comprendere chiaramente. Infatti, chi potrà scrivere quello che Egli fa intendere alle anime innamorate, presso cui dimora? E chi potrà manifestare con parole quello che fa sentire loro? Chi quello che fa loro desiderare? Certo, nessuno lo può, e non lo possono neppure le anime che Egli tocca. Questo è il motivo per cui con figure, comparazioni e similitudini, quelle anime fanno intendere qualcosa di quello che sentono e dall’abbondanza dello spirito versano segreti e misteri piuttosto che offrire una spiegazione razionale.
Il simbolo e le figure diventano allora il modo per mostrare un’esperienza che è l’unica alternativa al silenzio. Juan de la Cruz lo riconosce esplicitamente quando scrive che gli enunciati mistici non possono essere interpretati secondo una logica lineare perché quella sapienza non ha bisogno di essere compresa distintamente per suscitare un sentimento nell’anima.
È in questo senso che la poesia in Juan de la Cruz è interpretabile come un vero e proprio processo di traduzione dei significati consueti in linguaggio dell’esperienza, fatto di immagini e sensazioni non verbali. Si tratta di uno svuotamento della comunicazione ordinaria a favore di una comunicazione superiore e straordinaria. L’unica comunicazione possibile è quella per via negativa, ma questa può avvenire solo attraverso materiali che provengono da altri codici che non possono essere solo verbali e sono attinti dalla realtà. Questi possono tradursi verbalmente solo in simboli e metafore.
Un gettarsi appunto contro i limiti del linguaggio.

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La bellezza di essere se stessi

In «Dio ha bisogno degli uomini. Preti per il terzo millennio» (Rizzoli, pp. 230, euro 13), il cardinale Angelo Scola (nella foto) raccoglie una serie di interventi, omelie e discorsi pronunciati in questi anni per i seminaristi e i sacerdoti della diocesi di Milano. In appendice sono trascritti (senza revisione dell’autore) anche gli incontri colloquiali dell’arcivescovo con i giovani delle comunità vocazionali ambrosiane; ne proponiamo in questa pagina uno. Il volume, curato dal rettore del seminario di Venegono Inferiore (Varese) monsignor Michele Di Tolve, viene offerto in occasione del 25° dell’ordinazione episcopale di Scola, avvenuta il 21 settembre 1991 nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.

Ho avuto occasione di imparare cosa sia il sacramento della riconciliazione accostando un libro che considero, ancora oggi, uno strumento fondamentale e che consiglio sempre a tutti i sacerdoti. Il libro è La confessione di Adrienne von Speyr. Adrienne von Speyr fu una mistica svizzera, convertitasi dopo aver incontrato Hans Urs von Balthasar, con il quale diede vita a una comunità speciale di triplice consacrazione: per le donne, per gli uomini e anche per i sacerdoti che, pur restando incardinati nella loro diocesi, vivono un’esperienza di questo tipo. Il libro sulla confessione è impressionante per profondità e per attualità, benché sia stato scritto per la prima volta nel 1960.

La lettura di questo testo (da non farsi in maniera corsiva dalla prima all’ultima pagina) è un consiglio che vi lascio per il futuro, qualunque sia ciò che Dio vi riserva, perché in esso sono sviluppati tutti gli elementi della confessione e, soprattutto, quello che è impressionante è che il tema del sacramento è preceduto da quello che lei chiama «l’atteggiamento della confessione» e che fa risalire addirittura all’interno della Trinità, per poi spostarlo sul Crocifisso. Adrienne von Speyr dice che Dio, nella Trinità, non può stare davanti a sé se non come Dio: il Padre è Dio, il Figlio è eternamente Dio, lo Spirito è Dio. Lì, allora, si vedrebbe l’atteggiamento di confessione, così come lo si vede nelle braccia allargate del Crocifisso, e che consiste nel mostrarsi così come si è. Questo è il valore della confessione: mostrarsi come si è, perché per poter fare un’esperienza di salvezza, di conversione, di liberazione radicale e di pace bisogna avere il coraggio di mostrarsi come si è. Noi viviamo in un tempo in cui tutti parlano di dialogo, di importanza del dialogo, ma raramente il dialogo giunge fino a questo vertice. Spesse volte il dialogo è un mono-logo, un monologo mascherato, un monologo sotto mentite spoglie; oppure, spesso, il dialogo è da noi usato come uno strumento di conferma di ciò che si pensa di sé e di ciò che si vorrebbe essere. Non come la grande occasione del mostrarsi come si è. Questo atteggiamento di confessione è ciò che manca di più nell’esperienza comune di vita di tutte le nostre comunità. Di qualunque natura: parrocchie, comunità religiose, associazioni, movimenti, gruppi… di tutti! Manca dappertutto. Mi ricordo, al Sinodo sui laici nell’87, un intervento del padre gesuita Georges Chantraine nel quale, davanti a tutti i cardinali e i vescovi del Sinodo, disse di aver sentito tanti ragionamenti e tanti discorsi (lui era uno degli esperti e anch’io lo ero), ma di non aver visto nessun atteggiamento di confessione nel dialogo tra noi, come se uno non avesse avuto il coraggio di stare di fronte al Padre che è nei cieli, di stare di fronte al Crocifisso, mostrandosi per quello che è. Tutti avevano da dire su come bisogna fare A, come bisogna fare B… Era necessario questo, sarebbe stato necessario quello (come avviene spesso nei nostri incontri)… Ma questo atteggiamento mancava. E quindi l’assemblea sinodale, da assemblea ecclesiale, si trasformava in una sorta di riunione come se ne possono fare tante altre, anche nella società civile.

Questo è il primo elemento che intendo sottolineare. Ed è anche la radice della bellezza, perché, come ci insegna san Tommaso, la bellezza è lo splendore della verità. Laddove non c’è verità, non c’è bellezza. C’è artificio, ci può essere qualcosa che colpisce, ci può essere una forma che colpisce o, come in certa pittura contemporanea, un accostamento di colori o un gioco di movimenti, ma bellezza in senso pieno non c’è. Bellezza in senso pieno non c’è nemmeno in certe forme perfette: ci sono dei Raffaello che sono, formalmente parlando, bellissimi, tecnicamente bellissimi, ma non ti dicono niente del dramma dell’uomo, della verità dell’uomo. Mi spiego? Invece ci sono nature morte di Cézanne che sono religiosissime, perché dicono la verità della mela, della pera, della pesca che è lì secondo una genialità attraverso la quale tu vedi che il pittore si è giocato con la realtà e ha cercato di dire cosa la realtà comunicava a lui. La radice della bellezza è la verità. La confessione, allora, da questo punto di vista, è il grande dono dell’amore permanente di Dio. Questa esperienza straordinaria di amore è il culmine della verità che dà pace e dà felicità, perché è la possibilità di mostrarsi senza infingimenti, fino in fondo, come si è.

È una domanda di verità di sé, a cui l’uomo anela in ogni istante della sua vita ma che non riesce mai compiutamente a perseguire: ha bisogno dell’iniziativa di amore di un altro, soprattutto di un Altro, con la «A» maiuscola, per aprirsi e per spalancarsi a questa esperienza di verità che dà bellezza, dà bontà, dà gioia, dà pace. Così io sento la bellezza: non la posso dissociare da questa domanda, da questo grido di verità che abbiamo nel cuore, che subito si infrange come un’onda forte contro gli scogli di tutte le nostre resistenze e di tutti i nostri scantonamenti che possono diventare anche menzogna, perché il nostro peccato ci fa paura. Voi avete parlato della difficoltà della confessione. Vi leggo una frase di Adrienne von Speyr per aiutarvi a capire bene la differenza tra il peccato e la confessione. Lei dice a un certo punto: Dio sta davanti a se stesso nell’atteggiamento di Dio, quindi si mostra così come è. Il Padre si svela totalmente al Figlio al punto che si dà tutto al Figlio, gli passa tutta la sostanza divina; il Figlio, nello stesso istante, eternamente gliela rende. È così perfetto lo scambio di amore tra i due che genera lo Spirito che è esso stesso Dio: è lo scambio e il dono tra i due.

Quindi, Dio sta davanti a se stesso nell’atteggiamento di Dio, in un atteggiamento di fiducia, di ringraziamento, di donazione e di accettazione, totalmente spalancato. Istituendo a Pasqua, sulla croce, la confessione, il Figlio vorrebbe far comprendere agli uomini, cioè a noi, l’atteggiamento divino (non ho mai trovato nessun teologo che abbia portato la radice della confessione nella cristologia e nella trinitaria), vorrebbe far partecipare ad essi qualche cosa della vita trinitaria. Nella confessione partecipiamo a qualcosa della vita trinitaria (si può dire misericordia, se la si intende, però, in tutta la sua ampiezza: non soltanto come il piegarsi di Dio verso di me, ma come la vita stessa che è in Dio trinitario che viene verso di me).

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/VON-SPEYR-.aspx

Riportare al cuore

Marco Pozza

sabato 14 maggio 2016

Desiderò che la sua vita tra gli uomini restasse un lavoro-incompiuto. Lo annunciò prima che accadesse, anticipando gli eventi: “Molte cose ho ancora da dirvi“. Chi ha altre cose da dire, è solito intrattenersi ancora un po’. Lui, da parte sua, siccome ha ancora delle cose-da-dire, che fa? Ascende al Cielo: se ne va. Perché è questo che noi capiamo nell’Ascensione: che prima Lui c’era e adesso non c’è più. Il Crocifisso, al confronto, pur trapanato di chiodi era una presenza: da piangere, da celebrare, da profumare. Una presenza defunta, pur sempre presenza, però. Meglio di un’assenza che impaurisce. Il sospetto che la confidenza di Lucifero fosse veritiera — E’ un Dio geloso quello che vi ha detto di non mangiare dell’albero. Non fidatevi di lui! — ruggisce fuori dal cenacolo.

S’alza in volo verso il cielo, pur confidando — senza imbarazzi — che aveva ancora delle confidenze da fare, forse le migliori. Le più robuste, quelle che “per il momento non siete capaci di portane il peso (Gv 16,12). Parte, dunque, per andare dal Padre e pregarlo di sbloccare il loro immenso capitale custodito nel forziere del Cielo: lo Spirito Santo, il Paraclito. Alla faccia di quel coccodrillo di Lucifero: altro che Dio geloso, quello che si svela tra l’Ascensione e la Pentecoste è un Dio altruista, prosperoso, perdutamente innamorato delle sue creature. Per loro, esige sempre il massimo. E il massimo, nelle sue logiche, è fidarsi di loro. Per questo sale, lasciando il lavoro-incompiuto: a Lui interessava pronunciare la prima-parola, non aspirò mai ad avere l’ultima-parola su tutto. Alle risposte secche e decise preferì le domande aperte, d’evocazione. Quando gli chiesero il perché della morte, scelse di piangere l’amico morto. Nei giorni in cui gli chiedevano l’amore, lui porse delle occasioni per amare. Gli fecero domande a torrenti, lui rispose con domande ulteriori: è genio divino. Quando gli chiesero di restare, partì: vi scorse l’attimo giusto per iniziare a dipendere dalle sue creature. E’ stile d’impareggiabile disarmo.

Lo Spirito che scende è amore: forse per questo nessuno è ancora riuscito a spiegarlo, a dargli una fisionomia che non fosse una colomba tramandataci di pittore in artista. L’amore, per sua natura, è percezione: due amanti che si spiegano, stanno scrivendo i titoli di coda della loro storia. E’ amore lo Spirito: perciò “vi ricorderà tutto quello che vi ho detto (14,26). Non è il ricordo di chi si sforza di tenere a memoria: il ricordo (re-cordare) è amore allo stato grezzo. Riportare al cuore, rimettere al centro. Nell’Ascensione Cristo lascia incompiuta la sua opera “fino a quel sacro dì, quando su te lo Spirito Rinnovator discese, e l’inconsunta fiaccola nella tua destra accese” (A. Manzoni, La Pentecoste).

Parte Lui, per far partire la sua Chiesa. Vado e torno, non mi vedrete più e mi vedrete ancora, salgo e scendo: Pentecoste è una modestia guerriera, un silenzio assordante. Una rivoluzione ch’è rivelazione: ciò che prima pareva follia oggi pare melodia cortese: “Noi t’imploriam! Placabile Spirto discendi ancora”.

A ciascuno la sua caparra di Spirito, su ciascuno la giusta dose di grazia e beltà: che ciascuno — “dall’Ande algenti al Libano, sparsi per tutti i lidi” (A. Manzoni) — sia autore della sua storia. Che l’uomo divenga attore della grande storia. L’Ascensione senza Pentecoste è una truffa: se n’è andato, lasciando tutto non-finito. La Pentecoste, dopo l’Ascensione, è garanzia d’affidabilità: se n’è andato, lasciando tutto in mano nostra. Dio non mente, non si smentisce: alla faccia di ciò che volle far credere il Satanasso. Ancora una volta Dio s’è spinto fin dove nessuno aveva ancora osato: scelse di farsi da parte per fare spazio agli uomini. Fino a far (di)pendere il destino della storia di quaggiù dalle loro gesta, grandi o infami che siano. Pentecoste è l’inizio del più grande azzardo della storia. Nasce la Chiesa, l’azzardo di Dio.

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