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L’incredulità di Tommaso e il realismo cristiano

Pubblicato da Ass. cult. univ. A. Rosmini il 4 aprile 2016 | Inserisci un commento
Piaga_caravaggiodi Massimo Borghesi.

Abbiamo chiesto a Massimo Borghesi di tradurre in un contributo per il suo blog un testo nato come un post sulla sua pagina Facebook. Si parla degli incontri di Gesù con i suoi discepoli all’indomani della resurrezione, in particolare dell’incontro con Tommaso, a proposito del quale sant’Agostino osserva che è prezioso che Tommaso non abbia creduto. La prova “empirica” che infatti Tommaso chiede è per noi, per avere la certezza che il Risorto non è uno spettro o un’apparizione gnosticheggiante.

«La resurrezione è l’abbraccio di Dio che ama follemente». Si tratta di una definizione singolare della resurrezione udita nel giorno in cui la liturgia ricorda l’incredulità di Matteo. Se l’avesse fatta propria Caravaggio non avrebbe dipinto l’incredulità di Tommaso con il suo dito infilato nella piaga del costato di Cristo. Il Risorto è reale oppure la sua “visione” è frutto non già dell’amore “folle” ma di una fantasia “folle”. Tertium non datur. I sacerdoti che, nelle loro omelie, non sanno distinguere tra il reale e la psicologia (erotico-amorosa) non aiutano a comprendere quanto i Vangeli riportano.

Molto più sanamente Agostino scriveva che Tommaso ha dubitato per tutti noi. La sanità del dubbio di fronte a qualcosa di umanamente inconcepibile – che un morto possa tornare vivo in carne ed ossa – rende ragione di ciò che significa credere.

Dopo la morte di Gesù i discepoli erano attoniti, smarriti, increduli. Impauriti. Il dubbio su tutto ciò che avevano vissuto, sulla vera natura di Lui, era pienamente comprensibile. Dubitano anche del racconto delle donne che tornano dal sepolcro vuoto. Non si fidano, non hanno fede né nelle donne, né nella possibile verità del loro racconto. Non bisogna addolcire questo momento del dubbio. Il passaggio dal dubbio alla fede, per gli apostoli, non dipese da loro, dalla loro amicizia, dal loro amore a Lui. Dipese da qualcosa che accadde, imprevisto, inaudito: un Evento. Tra il dubbio e la fede sta un Evento accaduto. Questo è il realismo cristiano.

Gesù dichiarerà beati coloro che pur non avendo visto “hanno creduto” – al passato [aoristo] e non al futuro, come traduceva la vecchia edizione italiana della Bibbia -. Si riferisce a Giovanni il quale, dal “come” erano disposte le bende nel sepolcro vuoto, aveva creduto. Eppure, osserva Agostino, è prezioso che Tommaso non abbia creduto. La prova “empirica” che Tommaso chiede è per noi, per avere la certezza che il Risorto non è uno spettro.

Il corpo del risorto infatti è un corpo “glorioso” ma questo non significa che esso sia totalmente difforme dal corpo umano. Rimane nella sua fisicità: un fantasma non mangia, non beve, né può essere toccato da Tommaso. “Glorioso” significa che il corpo fisico non è più dominato dallo spazio-tempo, è signore dello spazio e del tempo. La diversità tra la gloria e la condizione terrena non abolisce la “fisicità” del Risorto. L’alternativa è la visione simbolica, “gnostica”, della resurrezione. La gnosi nega tanto la realtà della sofferenza e della morte di Cristo – il docetismo ripreso anche dalla concezione di Cristo nel Corano -, sia la realtà fisica del Risorto. Per la gnosi è la “carne”, mondana o gloriosa che sia, il male, l’impuro, che non può contaminare il Figlio eterno.

Il punto fermo delle dottrine gnostiche è il disprezzo della materia, opera del Dio malvagio. Nel cristianesimo la salvezza avviene attraverso un “incontro” con una realtà presente, con un “segno” sensibile che veicola, “manifesta” il Mistero. La via dell’interiorità e quella della esteriorità non si oppongono ma la prima presuppone la seconda: la fede consegue a quanto è realmente accaduto, ne è la conseguenza. Il Risorto non “appare” nella fede, come vuole tutto l’idealismo da Hegel in poi, per il quale il Cristo-Dio è l’esito della “costruzione” operata dalla prima comunità dei credenti che idealizza il Gesù morto, trasfigurandolo.

La fede non è la causa della “visione” del Risorto, è il risultato di una percezione reale: visiva-uditiva-tattile. Il tatto, cioè il toccare materialmente il corpo, come accade in Tommaso, è l’esperienza decisiva, quella che segna lo spartiacque tra il reale e l’allucinazione, tra il corpo e lo spettro. Per questo, come dice Von Balthasar, la teologia cristiana inizia, in senso proprio, con Ireneo di Lione perché è con lui che è individuato l’avversario primo del Verbum caro: non il paganesimo ma la gnosi. Una certa metafisica (platonizzante) ha tentato in tutti i modi di “attenuare” questo realismo. Lo stesso Origene e tutta la dottrina dei “sensi spirituali” non ne sono immuni. Quando Tommaso e gli altri discepoli hanno visto e toccato il Cristo risorto non si trattava di sensi “spirituali” ma dei sensi carnali. Lo hanno visto con gli occhi della carne, non dell’anima. C’è una distanza tra platonismo e cristianesimo di cui lo stesso Agostino ha dovuto prendere atto.

Massimo Borghesi

Pubblicato in Incontri, Massimo Borghesi

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