Negando il temporale nell’eterno

 

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«Vi sarà l’uomo nuovo, felice, superbo. Colui al quale sarà indifferente vivere o non vivere, quello sarà l’uomo nuovo. Colui che vincerà il dolore e la paura, sarà lui Dio. E quell’altro Dio non ci sarà più». «Quindi l’altro Dio esiste secondo voi?». «Non c’è, ma c’è. Nella pietra non c’è dolore, ma nella paura della pietra c’è dolore. Dio è il dolore della paura della morte. Chi vincerà il dolore e la paura, quello diventerà Dio. Allora ci sarà una nuova vita, allora ci sarà un uomo nuovo, tutto sarà nuovo (…). L’uomo sarà Dio e si trasformerà fisicamente». (Fedor Dostoevskij, I demoni, 1873)

L’uomo nuovo – «colui al quale sarà indifferente vivere o non vivere» – si è fatto un appartamento alla periferia est di Roma, nel quartiere Collatino, e uccide in seguito a una «fredda ideazione, pianificazione ed esecuzione», con «modalità raccapriccianti», «senz’altro movente se non quello di appagare un crudele destino di malvagità». Lo scrive il giudice Riccardo Amoroso nell’ordinanza di custodia cautelare di Manuel Foffo e Marco Prato, rei confessi di avere ucciso la notte del 4 marzo, durante un party a base di alcol e coca il 23enne Luca Varani, dopo sevizie durate due ore: «Volevamo vedere l’effetto che fa».
L’uomo nuovo – «colui che vincerà il dolore e la paura, sarà lui Dio» – si è fatto una vita che si può riassumere in poche pagine di quaderno, una bordata di vizi, droghe e raccapricci sufficienti a procurar loro il capestro e far tirare il fiato alla folla: 30 tra martellate e coltellate inferte a Varani, la morte per dissanguamento in seguito a sevizie perpetrate al culmine di giorni di alcol, cocaina, crystal meth, giochi erotici, sesso a tre in tacchi a spillo, cocktail micidiali, la vittima attirata con la promessa di 120 euro per prestazioni omosessuali, ogni torbido dettaglio legato alle ore folli dell’omicidio allontana da sé il mostro travestito da trentenne di buona famiglia, tutto feste, poca università e molta movida capitolina.
L’uomo nuovo – «sarà lui Dio. E quell’altro Dio non ci sarà più» – si è fatto, si fa. È un drogato. Investe millecinquecento euro per farsi, comprare la cocaina, cercare qualcuno da ammazzare, farlo, dormire con il cadavere, uscire, inghiottire barbiturici per cercare di morire in un albergo di piazza Bologna (Prato), confessare al padre al ritorno dal funerale dello zio che «abbiamo ammazzato un uomo» (Foffo). Ecco come si fa l’uomo nuovo. Si fa Dio con le sue stesse mani.
«“Mi faccio”. Come a dire, visto che non ho ricevuto, mi costruisco da me, con le mie mani». Silvio Cattarina lo ripete da anni «quanta rabbia, ribellione e risentimento covano dietro l’unica espressione conosciuta dai tossicodipendenti per definirsi». Quando iniziò ad occuparsi di minorenni provenienti in larga parte dal mondo della droga, circa trent’anni fa, ricorda che ci fu una ragazza che si tolse la vita nel bagno della stazione Termini a Roma, lasciando scritto sul muro con una bomboletta spray «Ho avuto tutto, il necessario e il superfluo, non l’indispensabile», e lo ricorda perché per meno dell’indispensabile la sua comunità terapeutica educativa L’imprevisto di Pesaro non avrebbe nulla da insegnare ai tanti psicologi che in questi giorni hanno analizzato dalle colonne dei giornali i disturbi di personalità dei killer del Collatino.
«Abbiamo avuto ogni dettaglio, sono state dette molte cose. Tranne quelle fondamentali: non abbiamo chiamato il Male col suo nome, non abbiamo parlato di Dio. Se Dio non c’è, tutto è permesso. Se nulla riempie il cuore, le domande essenziali dell’uomo, la vita diventa solo ciò che l’uomo riesce a conquistare con le proprie mani, una grande attesa tradita a cui rispondere misurando continuamente il proprio grado di onnipotenza. Spostando i confini. E la droga aiuta. L’assenza di una responsabilità collettiva nei confronti della droga e del suo portato negativo fa tutto il resto».
Cattarina si sporca le mani con tutto questo ogni giorno dal 1990, irrompendo negli abissi dei ragazzi che popolano L’imprevisto: 22 maschi e 15 femmine, tutti tra i 15 e i 22 anni, della comunità terapeutica educativa maschile e di quella femminile, e i 10 ragazzini delle medie del centro diurno. Dove non si ha paura di chiamare il Male con il suo nome e nemmeno di chiamare Dio per nome: «Arrivano, i ragazzi, e bestemmiano. Bestemmiano il padre e la madre, bestemmiano il nome di Dio. Ed è in questo pertugio di ribellione della libertà dell’uomo che va incastonandosi la salvezza».
Se infatti negare il cielo è una eresia senza avvenire (perché domani lo riconosceranno), negare la terra è invece una grande tentazione, è questa l’eresia dei giorni nostri, «negare il temporale dentro l’eterno», diceva Péguy, «negare la presenza nel mondo di qualcuno che ti ha voluto, per una sovrabbondanza di grazia e per un miracolo. Senza il coraggio di questo annuncio forte non c’è redenzione, non c’è possibilità di salvezza. Per nessuno dei nostri ragazzi». E per nessuno degli ex ragazzi che in una notte di marzo, fatti di droga, ridotti a narcisi, privi di ogni esperienza circa le conseguenze degli atti compiuti, «si espongono improvvidamente ad ogni cosa. E il risveglio è amarissimo». È lì che Cattarina interviene, tolta la droga, tolti i piercing, tolta la morosa, la vita diventa una cosa da riconquistare, con le proprie mani, nelle mani di un Altro: «Non “io che mi faccio” ma “Tu che mi fai», ciò che è più di me, è ciò che è più me di me stesso, è ciò per cui io sono.
Non c’è altra strada oltre alla curiosità destata dal presentimento di un Altro, e questa notizia rasserena i nostri ragazzi, che pensano che la vita sia quella cosa destinata a marcire dentro di sé. Non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere. Per questo non si può parlare dei fatti di Roma senza parlare di Dio, di chi tiene acceso il fuoco. Ed è l’unico capace di salvarti». Come scrisse nel 1983 Giovanni Testori in un articolo intitolato “Cristiani, difendiamo Luca” sul caso di Luca Casati che aveva scatenato la curiosità morbosa dei giornali: «Un aiuto, oltre che nella carità e, per chi crede, nella preghiera – scrive del diciottenne brianzolo che nel marzo dell’80 aveva ucciso a martellate la madre – può venirgli proprio dal dare a lui notizia, attraverso il nostro comportamento, che quel terribile pomeriggio del 16 marzo, là, nella sua casa di Renate, non è passato solo per la vergogna dell’uomo ma anche per la sua salvezza».
tempi-copa-delitto-romaVa di moda “normare” il Male
A Roma la vergogna dell’uomo ha il volto di due uomini imprigionati al Regina Coeli che provano a spiegare «volevo uccidere mio padre per vendicarmi di lui» (Foffo), «Manuel era impazzito, ne ero infatuato e l’ho assecondato» (Prato). Frasi commentate con dovizia da esperti e tuttavia sovrastate tutte da quell’urlo volontaristico che per affermare la propria libertà contro tutto e tutti una notte di marzo ha distrutto la vita. «A urlare è stata una grande menzogna, che porta morte e distruzione. Quando Papa Francesco invita al “corpo a corpo” contro la droga non invita a ricevere un consulto psicologico, ma richiama tutti, istituzioni pubbliche e private, a prendere una posizione netta».
La storia di Josè Berdini e delle Comunità Terapeutiche Pars nate nel 1990 nelle Marche, è proprio questa, la storia di un durissimo corpo a corpo con la droga di fronte alle risposte di comodo di un mondo in pantofole davanti alla tossicodipendenza, «un problema estremo e di ordine pubblico affrontato attraverso azioni svilenti la coscienza dell’uomo: chiudere il locale davanti a cui muore l’avventore drogato, calcolare gli interessi derivanti dalle eventuali tasse sulla droga legalizzata sognando gli incassi milionari di Stati come il Colorado. Normare il Male che l’uso di droga porta con sé è la nuova moda dell’Occidente. Che preferisce continuare a spendere una quantità esagerata di denaro per mantenere i siti pubblici dove vengono trattati pazienti che rischiano di diventare cronici dentro una prevalenza quasi totalizzante di terapie farmacologiche».
Questa vicenda della cronicità è per Berdini «una delle prime grandi riforme di cui si dovrebbe parlare in sede istituzionale: intervenire per trasformare i siti pubblici in luoghi realmente di cura e non di cronicità. Nulla come la cocaina rende evidente la decadenza delle politiche occidentali risolte in vani tentativi di terapie farmacologiche». Alla Pars, nelle cui residenze vivono 50 minori tra i 3 e i 24 anni e 80 adulti, la grande menzogna e l’anestesia delle istituzioni si combatte con ferocia con la forza di un’esperienza: «Luigi Giussani diceva “l’ultima conseguenza del nichilismo è l’imperdonabilità della colpa, una cosa atroce. Secondo me tutti gli psichismi, tutte le malattie psichiche derivano da questo: l’imperdonabilità della colpa”. È questo il punto: affrontare l’imperdonabilità della colpa non è possibile con i manuali, occorre un’esperienza viva, una relazione umana. Quando leggo che uno dei due killer, Prato, chiede “sempre dei lavori in questo carcere. Mi sono anche offerto di pulire per terra” invoca questo: occorre il riscatto dell’esperienza, occorre “sporcarsi le mani” nella miseria umana. Togliamo la droga al drogato, perché l’uomo torni a sentire la disperazione di quel grido e ad accorgersi che il sole sorge ogni giorno, nonostante il male».
Il male di cui è sempre capace l’uomo e che oggi a Roma, così come anni fa a Chiavenna, quando tre ragazzine ammazzarono una suora, ha sostituito l’«ispirazione diabolica» «all’assenza dei motivi per vivere», ha detto padre Gabriele Amorth. «Un uomo coraggioso: non è infatti questo il tempo di curarci con acque e profumi esotici ma di tornare a fare quello che vaghi spiritualismi, idealismi, moralismi, filosofismi, vogliono censurare: tornare a guardare il cielo per essere salvati sulla terra. Una salvezza possibile perché partecipata continuamente da un Dio buono e che è esperienza divina: “E il Signore si pentì del male che aveva detto di fare al suo popolo”, si conclude il Libro dell’Esodo».
La vulnerabilità e la droga
«Se sarà indifferente vivere o non vivere, tutti si uccideranno, ed ecco in cosa consisterà la trasformazione». È sempre I demoni, e sempre Dostoevskij, in cui continuano a ricorrere analogie inquietanti con la vicenda di Roma: anche Prato cerca di uccidersi in un albergo, proprio come il ricco e spietato Stavroghin si impicca in una stanza d’albergo in Svizzera. «Non si può dare ad un essere umano, non si può dare ad un figlio il senso dell’essere voluto, il sentimento dell’essere voluto, non si può far capire questo, se non si comunica la gioia di un destino», discuteva Giussani con Giovanni Testori ne Il senso della nascita.
«Ma lo sgretolarsi della famiglia, il suo destino sempre più incerto, ha logorato il rapporto dell’uomo con la sua origine, con la sacralità della vita e il senso della sua nascita nel mondo. Sempre più spesso registriamo disturbi legati a personalità che incontrandosi con una più facile diffusione di nuove droghe portano a progettare e realizzare azioni contro la vita stessa. Per questo a Roma non sono stati solo la droga o solo due uomini in preda a disturbi e deliri narcisistici. È stato un incontro che sempre più frequentemente segna l’insorgere di atti efferati». Commenta così Giuseppe Mammana, direttore Sert Foggia-Lucera e presidente Acudipa, l’Associazione italiana per la cura delle dipendenze patologiche.
«Un tempo questi delitti si consumavano all’interno di contesti delinquenziali, penso a certi delitti compiuti dalla banda della Magliana. Ma qui siamo di fronte a qualcosa che ammala la vita delle persone “comuni”, a una riduzione dei gradi di prossimità di ciascuno di noi dagli assassini del Collatino prima che dalla vittima. In questo le droghe e la cocaina in primis costituiscono il valore aggiunto alla maggiore o minore vulnerabilità delle persone». Nello sprofondare nel dettaglio, alla ricerca disperata di una caratterizzazione del “mostro”, «abbiamo perso di vista il cuore della vicenda di Roma: la totale perdita del valore sacro della vita, fondamento di ogni società, e l’acquisizione di aspetti voyeuristici, morbosi che sembrano annunciare l’insorgere di una società nuova, trionfante nei talk show “criminologici”, dimentica della vita e contrassegnata da aspetti decadenti e mortiferi».
I mostri e la brava gente
«Settant’anni fa – scriveva Marina Corradi su Avvenire nel 2007, all’epoca del massacro di Erba – il poeta Eliot si chiedeva se quella civiltà di cui andiamo fieri sarebbe sopravvissuta all’indebolirsi della fede in cui affonda le radici. Le ferocie insensate che con singolare frequenza squarciano la pace della nostra provincia non sono forse un segno di questo inaridimento sotterraneo? E, ovunque, che comune premura di chiamarsi fuori, di dire: sono mostri, o stranieri, o folli. Comunque, altri da noi, che siamo brava gente. Da noi, che siamo “a posto”».
Eppure, prosegue Mammana, «la gente a posto è anestetizzata di fronte agli eventi. Le istituzioni non rischiano più sull’uomo, non più il centro di politiche sociali e nemmeno destinatario di un tentativo di cura coraggiosa e integrale. Ci sono i Pietro Maso, è vero, che scontata la pena per il massacro dei genitori, torna a minacciare di morte le sorelle. Ma per ogni Maso restano migliaia di persone ancora messe in pericolo dalle droghe e dalle dipendenze. E anche migliaia di storie di redenzione».
Cattarina ricorda quella della ragazza che uccise il padre e oggi si spende con grande vergogna e dolore, ma anche gioia ritrovata, per il bene di suo marito, dei due figli, di chi era come lei prima di entrare all’Imprevisto. Berdini ricorda quella dell’ex cocainomane che oggi ha cura dell’azienda del padre e del destino delle sue decine di dipendenti. Storie ordinarie di delitti e castighi, di un Dio che c’è e di una salvezza possibile. «Rispondimi, o Dio – invoca il pastore Brand nell’omonimo dramma di Ibsen – nell’ora in cui la morte m’inghiotte: non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo per conseguire una sola parte di salvezza?».
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La domanda di padre

foto di Il Sussidiario.net.

 

Roberto Persico

sabato 19 marzo 2016

FESTA DEL PAPA’. Oggi è San Giuseppe. Per festeggiarlo, vorrei raccontare una storia. Un amico. Trent’anni fa o giù di lì ha adottato due bimbi sudamericani. Crescendo, gliene hanno combinate di tutti i colori. Alcol, sesso promiscuo, droga: non si son fatti mancare niente. Per dieci anni (“e sei mesi”, precisa l’amico) uno dei due non gli ha rivolto la parola. Ora ha ripreso a parlargli, ma lo chiama solo per nome. “Solo quando beve si lascia andare e mi chiama papà”.

A lungo ha vissuto in un appartamentino che i genitori hanno preso per lui. A un certo punto ha avuto compassione di un ragazzo del suo giro, un tossico senzatetto, e l’ha preso in casa con sé.

Ma il tossico non era un tipo facile. Un giorno, quando i vicini si sono lamentati per la musica per l’ennesima volta a volume eccessivo, il tossico li ha affrontati con in mano un machete. È finito in galera. Quando ha finito di scontare la pena, il figlio ha chiesto al padre: “Non andresti tu a prenderlo? Non ha nessuno ad accoglierlo”.

Il padre va all’uscita del carcere, portando al tossico la sua tenda canadese, tutto quel che possiede. “Professore, cosa fa qui?”: l’altro non crede ai suoi occhi. Si fa accompagnare in un dato posto dove può piantare la tenda. Poi, prima che il professore se ne vada, lo abbraccia, scoppia in lacrime, non sa più come ringraziare. Quarantott’ore dopo si inietta la dose che lo porterà all’altro mondo. “Mi piace pensare — commenta il padre raccontando — che l’ultima cosa buona che ha avuto dalla vita sia stato il mio abbraccio”.

Il padre, professore, gira scuole di tutta Italia a entusiasmare i ragazzi raccontando loro della bellezza della vita. E, dice, “ringrazio di ogni giorno che mi è stato dato”. Con l’augurio a tutti i papà — me compreso – di poter essere come il mio amico.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2016/3/19/FESTA-DEL-PAPA-2016-Il-segreto-di-san-Giuseppe-tutto-in-un-abbracccio/print/689207/

 

 

Cartolina

 

«Questa foto è da cartolina». Se te lo dicono, non è complimento. Colpa dell’inquadratura: banale, chiese e monumenti di fronte, spiagge in campo lungo, tramonti troppo infuocati, colori esagerati. Meglio le vecchie cartoline in bianco e nero, con le automobili in piazza Duomo, i tram, i vestiti buffi, le antiche insegne dei negozi. Ma che importa? Chi si ferma a guardare la fotografia? A contare è la firma. Il mittente. Le poche parole lungamente meditate al tavolino o scarabocchiate in piedi in tabaccheria. Un modo per dire: sono qui e ti sto pensando, sono lontano ma ti sono vicino. Non ha senso, vero? Non ha più senso spedire cartoline – e chissà quanto ci mettono ad arrivare, e chissà se arrivano – non ha proprio più alcun senso quando tutti abbiamo uno smartphone e con WhatsApp possiamo inviare in pochi istanti la nostra foto con il nostro messaggio, scritto o sonoro, e persino un breve filmato. Ma invece ha senso per chi ama usare tutti i sensi. Non solo la vista e l’udito, ma anche il tatto e l’olfatto. La cartolina la tocchi, la senti, la giri e rigiri tra le dita. Poi la deponi in una scatola di latta dei biscotti e ogni tanto la tiri fuori insieme a tutte le altre cartoline; e dalla scatola si dipanano storie, ricordi, pensieri, sensazioni, rimpianti, speranze. Brevi sinfonie di vita.

Quando ci si commuove la vita può cambiare

Roberto Persico

mercoledì 16 marzo 2016

Dopo aver pubblicato due o tre romanzi e un libro di racconti brevi per mettere a nudo la morte che il cinismo ha instillato nel cuore di chi crede di poter vivere bastando a se stesso, Nicola Campagnoli, insegnante in Ancona, torna sugli scaffali con una raccolta di poesie. Versi semplici, per dire le cose grandi che fanno la vita di tutti con parole piane e senz’ombra di retorica. Versi semplici, che vanno a fondo del dramma che è la vita quotidiana.

C’è il sentimento vertiginoso del vuoto che ti prende dopo che hai fatto di tutto per sistemare la giornata: «Si fatto tutto quel che si doveva fare/ E sembra che si è riusciti a star dietro/ A tutto quello che è accaduto/ Senza lasciar fuori o indietro o inevaso nulla/[…]/ Si ha anche quella certa soddisfazione/ Che viene dall’aver fatto tutto/ A dovere,/ Dall’essersi anche sacrificati/[…]/ Perché allora questo buco nel petto?/ Perché fa così male?».

C’è lo sguardo spento di chi da quel vuoto si lascia sopraffare: «Ci si isterilisce, si ispessisce la durezza della propria rassegnazione/ Il cinismo dello sguardo, si perde la speranza/ Non si spera più/ In niente».

C’è la fatica drammatica e semplice di chiedere aiuto: «La cosa più difficile/ Quando sei a terra/ È alzare il telefono/ E chiamare/[…]/ La cosa più impossibile/ È credere possibile/ che esista qualcosa di più grande del male/ Che stai vivendo».

Eppure, dal fondo di tutto, dalle profondità del male di vivere, prorompe un grido: «L’ingiustizia/ Che trama la mia vita/ E copre il mondo./ Perché una famiglia ha un figlio malato?/ E io no?/ Perché a me muore una persona cara?/ E a te no? /[…]/ Perché io ho avuto persone che mi hanno cresciuto/ E altri no?/ L’ingiustizia grida/ L’urlo/ Una voce senza termine/ Grida: perché?».

Un grido che, poco a poco, diventa preghiera: «Dammi la realtà così com’è/ Cioè tutto il tuo amore/ (la realtà così com’è è tutto il tuo amore) /[…]/ Dammi un po’ di pace./ Cioè la realtà così com’è/ (la pace è la realtà così com’è)/ Fammi sentire di volermi bene/ Così tanto/ Così tanto/ Che anch’io inizio a volermene un poco».

Fino alla scoperta che anche dal male, proprio dal male, può nascere una pace: «Io non son degno che tu entri a casa mia./ Sì è vero,/ Casa mia è un luogo inospitale/ E spinoso/ Casa mia è come il mio cuore,/ Non ci si sta/ Non ci si vive./ Ma Tu entri/ Vuoi entrare/ (e io ti lascio entrare, quasi non me ne accorgo)/[…]/ Sembra proprio che Tu sia a tuo completo agio/ A casa tua/ Qui dentro,/ E comincio a starci meglio anch’io,/ Comincio a dire anch’io:/ Non si sta male in questa casa».

Fino a che la vita può ricominciare: «Da muti, parlavamo/ Da balbuzienti (che eravamo) ora parlavamo/[…]/ Da menefreghisti, ora siamo pieni di attenzione/ Da indifferenti, appassionati/ Da cinici, bambini/ Ora siamo bambini/ Curiosi».

C’è tutto questo, e molto di più (tra l’altro, gli echi evidenti di Péguy e, per chi lo conosce, quelli più discreti di Bruno Cantarini, grande marchigiano morto poco più d’un anno fa), nelle poesie di Nicola Campagnoli, un uomo che guarda il mondo con gli occhi di un bambino (e che ha scelto, per il titolo, un’espressione tratta da un intervento di papa Francesco: «Quando si sperimenta l’abbraccio di misericordia, quando ci si lascia abbracciare, quando ci si commuove: allora la vita può cambiare, perché cerchiamo di rispondere a questo dono immenso e imprevisto, che agli occhi umani può apparire perfino “ingiusto”, per quanto è sovrabbondante»).


Nicola Campagnoli, “L’amore ingiusto”, Itacalibri 2015.

© Riproduzione riservata.

La tenerezza di un vero abbraccio

 

Caro padre Aldo, ultimamente sono “innamorata”. Metto le virgolette perché è strano per me, visto che in 21 anni credo mi sia successo una sola altra volta. Quando sei innamorata cerchi di fare bella figura con lui: poesie, le più intellettuali (cielline magari, ma comunque intellettuali); film colti; canzoni ricercate. È anche vero che quando parli tanto con una persona e lo fai con l’interesse dell’“innamorato”, inevitabilmente sei costretta a spazzare via gli intellettualismi, le erudizioni, le ricercatezze e spesso a rispondere a delle provocazioni più grandi di te e che magari derivano dalle ferite dell’altro. E rimani spiazzata.

Questa posizione mi porta a riconsiderare le mie ferite e a far ritornare alla mente come queste sono state trattate. È incredibile come tutto si ribalta: rimane l’interessamento verso l’innamorato e rimane il voler essere bella ai suoi occhi, ma insorgono due cose: la necessità di far passare questo interessamento attraverso te stessa (come se conoscendo me e le mie domande conoscessi meglio lui e le sue); la – amara e spaventosa, ma intrigante – consapevolezza di poter essere bella per lui soltanto giocandomi la carta dell’essere finalmente vera.

Anche se probabilmente questo ragazzo non lo sposerò, ringrazio il Signore di avermelo fatto incontrare perché se sto scrivendo questa mail a te all’una di notte vuol dire che qualche corda profonda del mio essere l’ha mossa. Lui è una persona molto bella che ha dei problemi di depressione e siccome a te scrivono i depressi, i preti innamorati, i divorziati, ho pensato di creare io una nuova categoria: gli “innamorati dei depressi”.

Sono ciellina, i miei genitori lo sono… Insomma, ti lascio immaginare. Una delle poche cose che ho ben impressa di tutti gli eventi del movimento che ho vissuto nella mia “carriera” è la tua testimonianza al triduo pasquale di Gioventù studentesca del 2010. Non ricordo esattamente le tue parole, ma ho in mente come in quel momento ho seriamente pensato di voler essere come te. Desidero ardentemente la certezza che hai tu, padre Aldo.

«Mi prenderà per pazza»
Lui non è cattolico ed è straniero, quindi parliamo in inglese. Cercando su internet qualche tua testimonianza che possa capire anche lui, ho trovato su YouTube un tuo incontro a Washington. L’ho guardato e ho capito il perché della mia reazione quel sabato santo del 2010. Io studio medicina e ho una grande voglia di venire da te e di studiare non per fare una diagnosi ma per Cristo.

Gli ho inviato quel video e credo che mi prenderà per pazza. Ma fargli vedere una cosa rivoluzionaria non è forse l’atto più grande di voler bene? Una cosa che dici in quell’incontro è che ci auguri di avere qualcuno che ci abbracci ed è a questo che serve il movimento.

Grazie anche per avermi ricordato che una compagnia del genere io ce l’ho già.

Lettera firmata

L’atto più grande del voler bene a una persona è guardarla come la guarda Gesù. Amare il suo destino, riconoscerla come proprietà di Cristo. Nella Santa Messa diciamo «per Cristo, con Cristo e in Cristo, a Te Dio Padre onnipotente, ogni onore e gloria». Ogni volta che mi impatto con queste parole provo una grande tenerezza: io sono suo, gli appartengo da sempre.

«Prima di formarti nel ventre di tua madre Io ho pronunciato il tuo nome». Amica cara, tutto il resto è spazzatura o elucubrazioni mentali che complicano la vita e rendono oscuro il cammino. Si può parlare molto bene di come vivere la vita, come vivere al meglio la vita e terminare suicidandosi.

Giustamente termini la lettera ricordando una semplice e bellissima affermazione detta al triduo di Gs: «Vi auguro di avere qualcuno che vi abbracci». Per questo il servo di Dio don Luigi Giussani ha dato vita a questa bellissima esperienza di Comunione e Liberazione che ci coinvolge e che è il cammino che ci permette di raggiungere quella granitica certezza per cui Gesù è tutto.

Infine, torno ad augurarti che cresca sempre più nella tua vita la coscienza che il movimento a cui appartieni, don Giussani l’ha sempre voluto come il luogo della tenerezza dove uno, sempre che lo voglia, possa godere della continuità del suo abbraccio, come è stato per me. Senza la sua tenerezza non esisterebbe niente di me e ancor meno di questo piccolo villaggio della carità, dichiarato dall’arcivescovo “Porta Santa” e “Santuario degli ammalati”.

paldo.trento@gmail.com

http://www.tempi.it/blog/lettera-di-una-ciellina-innamorata-e-risposta#.VuftN8csqbk

Stare davanti a Dio

 

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Mi è morto il pesciolino rosso. Anzi due. Se ne sono andati uno dopo l’altro a distanza di una settimana. Compassione, sì, anche per le bestiole che non so in quale paradiso siano andate. Proprio in questo tempo di memoria del sacrificio di Gesù si vorrebbe non sentirsi estranei a nessun pesciolino. Però il mondo non va da questa parte. Anzi. Le forze del “Bene” sono così strampalate che, per esempio, chiamano la morte “diritto riproduttivo” e “famiglia” l’industria degli orfani.

D’altra parte, è dura stare in piedi in mezzo a una cornice di macerie e di male, di scialuppe e di kamikaze, di famiglie sfollate forse per sempre e di bambini annegati per sempre. È dura. Esige il sacrificio di una dimenticanza straordinaria. Esige piegare la realtà a una vera e propria dittatura dei sentimenti. Tant’è, ci si diverte da morire. E addirittura si muore per “divertimento” (come ad esempio pare sia accaduto nel festino romano dove hanno trucidato un ventenne).

Chi sente il problema serio di questo mondo dostoevskiano, dove tolto Dio, tutto è diventato possibile? Hannah Arendt direbbe che «essere religiosi in un mondo del genere significa essere soli, non soltanto nel senso che si è soli davanti a Dio, ma anche nel senso che nessun altro sta davanti a Dio».

Stare davanti a Dio. Non è una specializzazione da preti. Sarebbe l’umanizzazione della vita. Infatti: quanta divisione e quanta malafede sarebbero cacciate di casa se fosse appena appena familiare lo stare davanti al Mistero da cui sorgono e vanno a finire tutti gli esseri e tutte le cose?

Ma questo non vale certamente oggi, al tempo in cui trionfa la clausola borghese dell’autosufficienza che riduce l’essere nel mondo al ruminare a vanvera, secondo le fiammate emozionali prodotte dai condizionamenti del vivere nel mondo, tutte le più altruistiche parole del mondo.

Amore, solidarietà, felicità eccetera. Tutte le parole più belle della vita sono fradice di menzogna nel tempo della vita totalmente irreligiosa. Vale a dire, quando la vita è fradicia di supponenza rispetto al Mistero da cui scaturiscono e vanno a finire tutti gli esseri e tutte le cose del mondo.

Proprio in questi giorni i cristiani rinnovano la memoria di Gesù che «patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto, il terzo giorno risuscitò». L’unico problema serio. Infatti, se fosse vero quello che annuncia la Pasqua, sarebbe anche vero che nel vortice del finito che ci trascina a fondo, c’è Uno che non è finito. Come fare per capire che sostanza ha, e se ha sostanza, questa pretesa impossibile di “non-finito”?

Da quanto sta scritto (e confermiamo anche noi nella nostra umile e mortale vicenda di pesciolini prossimi ai sessant’anni), solo per esperienza si può dire se sia vero o no che «dove due o tre sono uniti nel mio nome, lì sono io». Perciò, tutte le potenze di questo mondo rimangono ben concentrate a mettere a ferro e fuoco l’unità dei cristiani.

http://www.tempi.it/perche-in-un-mondo-come-il-nostro-essere-religiosi-significa-essere-soli#.VuZ_iccsqbk

Capelli spettinati

 

Nei momenti di gioia, di grazia, di felicità non si può restare pettinati. Quando corri a perdifiato con il vento in faccia; quando pedali in salita, conquisti la cima e ti getti in discesa; quando esci dall’acqua dopo una nuotata e scuoti il capo e i capelli schizzano di qua e di là e vanno dove vogliono loro perché contenti quanto te; quando offri il volto al vento e lasci a lui il compito di spettinarti, afferrandoti ogni singolo capello per fargli fare un giro di giostra; quando il compito è difficile, i conti non tornano, la formula non quadra, la traduzione s’inceppa, allora è proprio necessario passarsi le mani tra i capelli: sciogliendo loro, le idee escono dal nido e tutto si risolve. Ma se i capelli sono corti? Se ormai non ci sono più? Potrebbe essere questo un elogio per pochi fortunati ma c’è sempre il ricordo di quando eravamo giovani e, femmine e maschi, i capelli li facevamo crescere e crescere per sentirli ondeggiare, i maschi almeno una volta tra i 16 e i 22 anni han provato a farsi crescere pure la barba, lei magari non ondeggiante… I capelli spettinati sono le idee che sorridono, la fantasia che fluisce, la libertà. Quando il nostro compagno segna un gol, lo spettiniamo. Anche quando nostro figlio torna a casa con un bel voto. Se il voto è brutto, invece, gli intimiamo: almeno pèttinati!

Rivoluzioni

 

Marco Pozza
sabato 12 marzo 2016

Una corrida è quello che vogliono a tutti i costi, costi quel che costi. Tanto, quella donna è viziosa: ingrata, profanatrice, pure sgualdrina. Quasi bestia. “Tu che ne dici, Maestro?” (Gv 8,1-11). La loro è una condanna senza appello: sassi a palate, sputi alla rinfusa. Lui, Parola maiuscola, giace in posizione minuscola: per terra, silenzioso, scrivente. Loro a dare-di-clava, lui a rispondere con parole annotate sulla sabbia: poche cose arrecano odio al furioso più dell’indifferenza di chi non gli accredita minimo interesse. Doppiamente astiosa quella muta d’uomini: “Parliamo a te, Maestro, rispondi”. Lui, da par suo, tace, s’intestardisce nei suoi scarabocchi: annota appunti, scribacchia impressioni, suggerisce dei flashback. Oppure, chissà, rammenta loro il passato: “usuraio, falso, assassino, adultero, bestemmiatore da trivio, infedele”. Mica mollano.
S’alza di getto, Lui; loro, turbati, son scossi come studenti all’aprirsi del registro. Lo sguardo della Luce è una lama fendente, mette all’angolo, spoglia: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. Parla alla suocera, però capisce la nuora: nemmeno come oratore è alle prime armi. Mica dice “non lapidatela!”: si sarebbe messo contro la Legge. Mica dice “lapidatela”: nel mondo è venuto per tutelare gli stecchini di legno come lei, non gli architravi di calcestruzzo come loro.
Risponde ch’è una festa dell’udito: “Prego: chi è immune dal peccato, rompa il ghiaccio”. Poi ritorna al fatto suo: a scrivere per terra. Quando il fuoco è pronto, basta una scintilla: “Ognun di loro rivide i suoi tradimenti (…) Ogni anima fu come una fogna che, alzata la lapida, manda al cielo una zaffata d’odore” (G. Papini, Vita di Cristo). Mica li ha condannati quell’Uomo, semplicemente ne ha scoperchiato l’anima: “Se ne andarono (…) cominciando dai più anziani”. Molto di più di un piccolo particolare gettato alla rinfusa da un evangelista mai banale: quella anziana è una memoria densa. Tempo qualche attimo e l’arena si svuota, la corrida non parte, lo spettacolo è rimandato a data da definirsi.
Solo lei rimane: prostrata, piangente, umiliata. Forse sorpresa pure lei dalle parole fendenti del Maestro. Anche Lui è rimasto: Lui e lei, miseria e misericordia. Rompe il ghiaccio Lui. Siamo rimasti soli, io e te, guardami, dimmelo: “Dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. E’ un incanto la voce, un brivido la novella: “Nessuno, Maestro”. Eggià: “Neanch’io”. Punto.
Svendita totale? L’esatto suo opposto: “Va’ (…) non peccare più”. Ancora donna, ancora stagioni d’amore, ancora sguardi possibili. Nessuno seppe mai se quell’anima provò contrizione per aver spartito la carne con storie foreste. In fin dei conti a spingerla là nel mezzo fu una muta rabbiosa di cani randagi: mica scelse lei d’avvicinarsi a quell’Ebreo misterioso, misericordioso. Ne approfittò la Grazia, quella che “nelle crepe sta in agguato Dio” (Borges): diede modo e tempo a quell’anima di ravvedersi. Se vorrà, quando vorrà, come vorrà.
Di quell’incontro, mai divenuto corrida, rimase una porta socchiusa, una sorta di benvenuto perpetuo: “Il confessionale non è il luogo della tortura — suggerisce il papa —, ma il luogo della misericordia nel quale il Signore ci stimola a fare meglio che possiamo (…) Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà” (Evangelii gaudium).
A rincasare festante è la donna: ancora speranza in quella vita tribolata. Tutti-a-casa pure gli scribi e i farisei: ritenta, sarai più fortunato. A casa pure gli apostoli, quelli coi compiti più gravosi: annunceranno un Dio che tiene sempre un salvagente di bontà a disposizione di chi sbaglia, di chi pensa di non sbagliare, di chi sbaglierà. Di quest’imputata domenicale che, a fine giornata, s’è scoperta più donna che femmina: certi sguardi sono rivelazioni. Rivoluzioni.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2016/3/12/La-porta-socchiusa-della-Grazia/print/687261/

 

 

Come Tantalo

Tutti conoscono il mito, ma chi ne conosce la realtà? Tantalo è immerso per metà in un fiume, sotto i rami di alberi da frutto; quando si china per bere, l’acqua si ritira; se stende le braccia i frutti si sottraggono; ed eccolo condannato a morire di sete in mezzo alla sorgente, mentre arde sempre di più dal desiderio che suscita in lui la promessa di refrigerio che gli sta davanti senza requie. Perché una tale condanna? Perché ha dato suo figlio Pelope in pasto agli dèi… Invece di accogliere la nascita umana ha brigato per favori sovrumani, dimenticando che i veri dèi del cielo sono i garanti dell’ordine sulla terra e che la dismisura che pretende di avvicinarsi all’Olimpo fa in verità sprofondare nel Tartaro. Ora, stranamente, il supplizio di Tantalo assomiglia alle delizie dell’internauta. Tutto sta sul suo schermo ma niente è realmente presente. Crede che il mondo sia diventato più piccolo, che si riversi nella sua stanza, che sia a portata di mano, quando invece non è mai stato così lontano e le sue dita non possono afferrare neanche i pulsanti della tastiera. Come suggerisce Albert Borgmann non si tratta soltanto del virtuale: si tratta dell’“opacità” degli apparecchi tecnologici. La loro sedicente trasparenza è una dissimulazione nascosta. La loro pretesa immediatezza è una mediazione occulta. Vuoi mandare un messaggio, clic, ed è partito, è già arrivato, e tutto sembra scorrere liscio come l’olio, e tuttavia per sostenere questa fulmineità occorrono centrali nucleari, satelliti, antenne giganti che emettono onde come tsunami, enormi datacenter o server farm (giacché si utilizza il termine molto contadino di “fattoria” per designare questi parchi di macchine, e credo che si potrebbe parlare anche di “stalla” dove il verbo si fa bit) con sale più soffocanti che in un sottomarino, tubature multicolori, spaghetti di cavi, fumi che salgono verso le nuvole, come sopra la città-fabbrica di Lenoir nella Carolina del Nord. Ci si può stupire dell’ignoranza di un Ray Kurzweil che sogna di immortalare la sua coscienza personale grazie a “supporti non-biologici”, come se questi supporti non fossero ancora più materiali del corpo umano, e per questo più fragili, più dipendenti dalle incertezze del mercato mondiale. Ma, conformemente al mito, occorre che il trans-umanista consegni il bimbo agli dèi digitali per avere in cambio soltanto immagini di frutti e fontane la cui realtà gli sfugge. Non è tutto. Il software ci nasconde l’hard, ed ecco qui il più hard, ecco, dietro la pseudo-immaterialità della tecnologia, la sua materialità più pesante: i minerali necessari alla fabbricazione dei suoi componenti, e dunque le miniere, giudiziosamente delocalizzate lontano dal cybersurfer, dove uomini, donne e bambini lavorano in condizioni in confronto alle quali il “Voreux” (la miniera raccontata da Emil Zola in Germinale) sembra un’attrazione di Disneyland. Ed ecco qui il più bello: come per caso, tra questi “minerali di sangue” ce n’è uno specialmente dedicato all’elettronica, ai condensatori dei nostri computer e in particolare dei cellulari, che si chiama – ve la do a mille contro uno – il tantalio. Derivato dal coltan, il tantalio proviene principalmente dalla regione del Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, dove alcuni gruppi armati da anni uccidono, saccheggiano e stuprano per avere il controllo dell’estrazione. Dal 1998 a oggi, guerre e guerriglie e le loro fatali conseguenze hanno causato non meno di 6 milioni di morti. L’industria dell’elettronica può vantare un’efficacia simile a quella dei campi di concentramento. E di averci incorporati in una specie di grande Sonderkommando mondiale. Perché i tasti che scatenano i massacri, come una volta si azionava la leva della camera a gas, sono quelli dei nostri piccoli meravigliosi apparecchi che ci aprono all’“immateriale” e all’“immediato”… Certo, ho potuto avere queste notizie tramite Google. La macchina che realmente partecipa al male è anche quella che virtualmente lo denuncia. Ma noi siamo come Tantalo alla rovescia: vediamo le vittime dei nostri schermi sui nostri schermi e le nostre mani non possono venire loro in aiuto.

http://www.avvenire.it/rubriche/Pagine/Ultime%20notizie%20dell’uomo/Il%20sangue%20dietro%20il%20mondodigitale%20non%20e%20virtuale_20160306.aspx?rubrica=Ultime%20notizie%20dell’uomo

Un’ amicizia , la vera patria

Giuseppe Bonvegna
mercoledì 9 marzo 2016

Nel 1925, Stefan Zweig, nella Lotta col demone (un saggio su Hölderlin, Kleist e Nietzsche), ipotizzava che Friedrich Nietzsche, nei suoi frequenti spostamenti verso l’Europa del sud, cercasse, nella luminosità del Mediterraneo, la risposta a una domanda di significato che il solo sforzo della ragione aveva lasciato inevasa. Nello stesso anno, Joseph Roth tornava nella sua Austria dalle “città bianche” della Provenza, portando con sé l’idea che ciò che di più prezioso una patria può donare fosse la nostalgia.
Era stato dunque proprio il Mediterraneo a far scoprire a Roth non solo la nostalgia, ma anche e soprattutto il fatto che essa, essendo appunto ciò che di meglio ogni patria può donare, fosse probabilmente un metodo per vivere ovunque. Anche in Austria o in quelle altre città europee da dove egli, tra il 1833 e il 1838, mandava lettere all’amico viennese Zweig (recentemente pubblicate da Castelvecchi), nelle quali prendeva le distanze dalla sua rassegnazione di fronte all’avanzata del nazismo: Josef Roth e Stefan Zweig, L’amicizia è la vera patria, Castelvecchi, Roma 2015.
Secondo Roth, la causa principale della disperazione socio-politica di Zweig era il fatto che egli credeva nell’umanità e non “completamente e fermamente in Dio”. La nostalgia rothiana era quindi un metodo, proprio nella misura in cui consisteva in una sorta di ricordo di Dio, che, secondo Roth, rappresentava l’unica via attraverso la quale Zweig si sarebbe potuto salvare dalla disillusione cinica che lo contraddistingueva (“solo Dio può aiutarla”).
Zweig riteneva tuttavia più saggio non affidarsi a Dio, ma accusare Roth di cedere, nella sua opposizione al nazismo, a una violenza intellettuale che lo avrebbe portato a compiere lo stesso errore a cui voleva opporsi. Il motivo per cui, invece, Roth credeva nell’opportunità di combattere, anche a fronte di scarse garanzie di vittoria, era probabilmente da ricondurre al fatto che egli, a differenza di Zweig, era “vicino al diventare un cattolico ortodosso, forse perfino militante” e cominciava quindi a credere in Dio nella forma di un’amicizia (alternativa all’umanitarismo astratto e impotente) che poteva essere “la vera patria”. La sua arma continuava certamente a restare una “spada della ragione” che lo portava anche ad auspicare un “impero cattolico di impronta tedesca e romana” che si sarebbe potuto realizzare attraverso il ritorno degli Asburgo; ma l’amicizia della quale parlava come soluzione anche politica, essendo alternativa all’umanitarismo, portava dentro di sé un punto di fuga verso la Rivelazione.
Perché, se è vero che si è cristiani soltanto se si crede che, per avere fede in Cristo, la ragione naturale è solo una condizione necessaria e che dunque la condizione sufficiente consiste nell’incontrarlo e seguirlo nel mistero della Chiesa, è forse anche altrettanto vero che la ragione di Roth, rispetto a quella di Zweig, era più aperta all’incontro: l’amicizia di Roth “superava” infatti l’umanitarismo di Zweig nello stesso modo in cui il Lebezjàtnikov di Delitto e castigo, che “arrivava di corsa” a soccorrere la madre di Sonja in preda alla disperazione per le strade di Pietroburgo, può essere la risposta alla ricerca romantica della verità attraverso il solo sforzo della ragione presente nel preludio del Lohengrin di Wagner.
L’accostamento del tema del divino in Dostoevskij ci conduce, però, a parlare di misericordia: innanzitutto perché consente di capire in che senso quest’ultima si accompagna più alla ragione “cattolica” (alla Roth) e meno a quella “romantica” (alla Zweig). Ciò infatti da cui la misericordia non può mai essere separata è il senso del peccato, vale a dire un tipo di autocoscienza che manca del tutto alla ragione romantica e la radice cristiana della quale Dostoevskij descriveva, nei Demoni, attraverso le parole dell’ateo Kirillov, nei termini di un “dolore della paura della morte”.
Kirillov aveva capito che il suo tentativo di dimostrare la non esistenza di Dio non sarebbe riuscito se egli non avesse saputo sconfiggere il dolore per la paura della morte: proprio nel dolore per quella paura passa infatti la misericordia di Dio, sotto forma delle lacrime che l’uomo prova di fronte alla non accettazione (la paura) del limite invalicabile (la morte) che lo costituisce.
Siamo ai vertici, oggi forse non ripetibili, della letteratura e della riflessione non solo cristiana di tutti i tempi, preceduti sicuramente dal “lagrimar” di Dante di fronte a Virgilio nel primo canto dell’Inferno e dall’appello lanciato nel 1848 da John Henry Newman, in Loss and Gain, a non lasciar morire il cristianesimo, perché, senza di esso, l’uomo non avrebbe saputo dove andare, non avrebbe cioè più saputo conoscersi come bisognoso di salvezza.
La negazione del fatto che l’uomo, se vuole conoscersi, deve, in qualche modo, dispiacersi di negare il proprio limite (il proprio dover morire) porta all’affermazione di una sorta di auto-divinizzazione dell’uomo, con la quale il limite viene eliminato con mezzi umani: nel romanzo di Dostoevskij, è il suicidio di Kirillov e, nell’ateismo contemporaneo, il tentativo di rendere immortale l’uomo attraverso lo stravolgimento tecnologico della sua natura (Marx, Nietzsche, Sartre, Deleuze).
Ma il sentiero per risalire alla sorgenti della propria consapevolezza di essere qualcuno il cui limite non può essere umanamente redento resterà ancora aperto anche per l’uomo di oggi, in coloro i quali oltrepasseranno i propri peccati non per sostituirsi a Dio, ma per tornare a Lui e per affermare, con le parole di Stepan Trofimovic nei Demoni: “Non riconosco più nulla… Ma i nostri tempi torneranno e ricondurranno sulla via sicura tutta questa roba vacillante, roba di oggigiorno. Altrimenti che sarà mai?”.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/3/9/LETTURE-Zwig-Roth-e-Dostoevskij-quale-ragione-ci-vuole-per-credere-in-Dio-/print/686305/