Negando il temporale nell’eterno

 

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«Vi sarà l’uomo nuovo, felice, superbo. Colui al quale sarà indifferente vivere o non vivere, quello sarà l’uomo nuovo. Colui che vincerà il dolore e la paura, sarà lui Dio. E quell’altro Dio non ci sarà più». «Quindi l’altro Dio esiste secondo voi?». «Non c’è, ma c’è. Nella pietra non c’è dolore, ma nella paura della pietra c’è dolore. Dio è il dolore della paura della morte. Chi vincerà il dolore e la paura, quello diventerà Dio. Allora ci sarà una nuova vita, allora ci sarà un uomo nuovo, tutto sarà nuovo (…). L’uomo sarà Dio e si trasformerà fisicamente». (Fedor Dostoevskij, I demoni, 1873)

L’uomo nuovo – «colui al quale sarà indifferente vivere o non vivere» – si è fatto un appartamento alla periferia est di Roma, nel quartiere Collatino, e uccide in seguito a una «fredda ideazione, pianificazione ed esecuzione», con «modalità raccapriccianti», «senz’altro movente se non quello di appagare un crudele destino di malvagità». Lo scrive il giudice Riccardo Amoroso nell’ordinanza di custodia cautelare di Manuel Foffo e Marco Prato, rei confessi di avere ucciso la notte del 4 marzo, durante un party a base di alcol e coca il 23enne Luca Varani, dopo sevizie durate due ore: «Volevamo vedere l’effetto che fa».
L’uomo nuovo – «colui che vincerà il dolore e la paura, sarà lui Dio» – si è fatto una vita che si può riassumere in poche pagine di quaderno, una bordata di vizi, droghe e raccapricci sufficienti a procurar loro il capestro e far tirare il fiato alla folla: 30 tra martellate e coltellate inferte a Varani, la morte per dissanguamento in seguito a sevizie perpetrate al culmine di giorni di alcol, cocaina, crystal meth, giochi erotici, sesso a tre in tacchi a spillo, cocktail micidiali, la vittima attirata con la promessa di 120 euro per prestazioni omosessuali, ogni torbido dettaglio legato alle ore folli dell’omicidio allontana da sé il mostro travestito da trentenne di buona famiglia, tutto feste, poca università e molta movida capitolina.
L’uomo nuovo – «sarà lui Dio. E quell’altro Dio non ci sarà più» – si è fatto, si fa. È un drogato. Investe millecinquecento euro per farsi, comprare la cocaina, cercare qualcuno da ammazzare, farlo, dormire con il cadavere, uscire, inghiottire barbiturici per cercare di morire in un albergo di piazza Bologna (Prato), confessare al padre al ritorno dal funerale dello zio che «abbiamo ammazzato un uomo» (Foffo). Ecco come si fa l’uomo nuovo. Si fa Dio con le sue stesse mani.
«“Mi faccio”. Come a dire, visto che non ho ricevuto, mi costruisco da me, con le mie mani». Silvio Cattarina lo ripete da anni «quanta rabbia, ribellione e risentimento covano dietro l’unica espressione conosciuta dai tossicodipendenti per definirsi». Quando iniziò ad occuparsi di minorenni provenienti in larga parte dal mondo della droga, circa trent’anni fa, ricorda che ci fu una ragazza che si tolse la vita nel bagno della stazione Termini a Roma, lasciando scritto sul muro con una bomboletta spray «Ho avuto tutto, il necessario e il superfluo, non l’indispensabile», e lo ricorda perché per meno dell’indispensabile la sua comunità terapeutica educativa L’imprevisto di Pesaro non avrebbe nulla da insegnare ai tanti psicologi che in questi giorni hanno analizzato dalle colonne dei giornali i disturbi di personalità dei killer del Collatino.
«Abbiamo avuto ogni dettaglio, sono state dette molte cose. Tranne quelle fondamentali: non abbiamo chiamato il Male col suo nome, non abbiamo parlato di Dio. Se Dio non c’è, tutto è permesso. Se nulla riempie il cuore, le domande essenziali dell’uomo, la vita diventa solo ciò che l’uomo riesce a conquistare con le proprie mani, una grande attesa tradita a cui rispondere misurando continuamente il proprio grado di onnipotenza. Spostando i confini. E la droga aiuta. L’assenza di una responsabilità collettiva nei confronti della droga e del suo portato negativo fa tutto il resto».
Cattarina si sporca le mani con tutto questo ogni giorno dal 1990, irrompendo negli abissi dei ragazzi che popolano L’imprevisto: 22 maschi e 15 femmine, tutti tra i 15 e i 22 anni, della comunità terapeutica educativa maschile e di quella femminile, e i 10 ragazzini delle medie del centro diurno. Dove non si ha paura di chiamare il Male con il suo nome e nemmeno di chiamare Dio per nome: «Arrivano, i ragazzi, e bestemmiano. Bestemmiano il padre e la madre, bestemmiano il nome di Dio. Ed è in questo pertugio di ribellione della libertà dell’uomo che va incastonandosi la salvezza».
Se infatti negare il cielo è una eresia senza avvenire (perché domani lo riconosceranno), negare la terra è invece una grande tentazione, è questa l’eresia dei giorni nostri, «negare il temporale dentro l’eterno», diceva Péguy, «negare la presenza nel mondo di qualcuno che ti ha voluto, per una sovrabbondanza di grazia e per un miracolo. Senza il coraggio di questo annuncio forte non c’è redenzione, non c’è possibilità di salvezza. Per nessuno dei nostri ragazzi». E per nessuno degli ex ragazzi che in una notte di marzo, fatti di droga, ridotti a narcisi, privi di ogni esperienza circa le conseguenze degli atti compiuti, «si espongono improvvidamente ad ogni cosa. E il risveglio è amarissimo». È lì che Cattarina interviene, tolta la droga, tolti i piercing, tolta la morosa, la vita diventa una cosa da riconquistare, con le proprie mani, nelle mani di un Altro: «Non “io che mi faccio” ma “Tu che mi fai», ciò che è più di me, è ciò che è più me di me stesso, è ciò per cui io sono.
Non c’è altra strada oltre alla curiosità destata dal presentimento di un Altro, e questa notizia rasserena i nostri ragazzi, che pensano che la vita sia quella cosa destinata a marcire dentro di sé. Non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere. Per questo non si può parlare dei fatti di Roma senza parlare di Dio, di chi tiene acceso il fuoco. Ed è l’unico capace di salvarti». Come scrisse nel 1983 Giovanni Testori in un articolo intitolato “Cristiani, difendiamo Luca” sul caso di Luca Casati che aveva scatenato la curiosità morbosa dei giornali: «Un aiuto, oltre che nella carità e, per chi crede, nella preghiera – scrive del diciottenne brianzolo che nel marzo dell’80 aveva ucciso a martellate la madre – può venirgli proprio dal dare a lui notizia, attraverso il nostro comportamento, che quel terribile pomeriggio del 16 marzo, là, nella sua casa di Renate, non è passato solo per la vergogna dell’uomo ma anche per la sua salvezza».
tempi-copa-delitto-romaVa di moda “normare” il Male
A Roma la vergogna dell’uomo ha il volto di due uomini imprigionati al Regina Coeli che provano a spiegare «volevo uccidere mio padre per vendicarmi di lui» (Foffo), «Manuel era impazzito, ne ero infatuato e l’ho assecondato» (Prato). Frasi commentate con dovizia da esperti e tuttavia sovrastate tutte da quell’urlo volontaristico che per affermare la propria libertà contro tutto e tutti una notte di marzo ha distrutto la vita. «A urlare è stata una grande menzogna, che porta morte e distruzione. Quando Papa Francesco invita al “corpo a corpo” contro la droga non invita a ricevere un consulto psicologico, ma richiama tutti, istituzioni pubbliche e private, a prendere una posizione netta».
La storia di Josè Berdini e delle Comunità Terapeutiche Pars nate nel 1990 nelle Marche, è proprio questa, la storia di un durissimo corpo a corpo con la droga di fronte alle risposte di comodo di un mondo in pantofole davanti alla tossicodipendenza, «un problema estremo e di ordine pubblico affrontato attraverso azioni svilenti la coscienza dell’uomo: chiudere il locale davanti a cui muore l’avventore drogato, calcolare gli interessi derivanti dalle eventuali tasse sulla droga legalizzata sognando gli incassi milionari di Stati come il Colorado. Normare il Male che l’uso di droga porta con sé è la nuova moda dell’Occidente. Che preferisce continuare a spendere una quantità esagerata di denaro per mantenere i siti pubblici dove vengono trattati pazienti che rischiano di diventare cronici dentro una prevalenza quasi totalizzante di terapie farmacologiche».
Questa vicenda della cronicità è per Berdini «una delle prime grandi riforme di cui si dovrebbe parlare in sede istituzionale: intervenire per trasformare i siti pubblici in luoghi realmente di cura e non di cronicità. Nulla come la cocaina rende evidente la decadenza delle politiche occidentali risolte in vani tentativi di terapie farmacologiche». Alla Pars, nelle cui residenze vivono 50 minori tra i 3 e i 24 anni e 80 adulti, la grande menzogna e l’anestesia delle istituzioni si combatte con ferocia con la forza di un’esperienza: «Luigi Giussani diceva “l’ultima conseguenza del nichilismo è l’imperdonabilità della colpa, una cosa atroce. Secondo me tutti gli psichismi, tutte le malattie psichiche derivano da questo: l’imperdonabilità della colpa”. È questo il punto: affrontare l’imperdonabilità della colpa non è possibile con i manuali, occorre un’esperienza viva, una relazione umana. Quando leggo che uno dei due killer, Prato, chiede “sempre dei lavori in questo carcere. Mi sono anche offerto di pulire per terra” invoca questo: occorre il riscatto dell’esperienza, occorre “sporcarsi le mani” nella miseria umana. Togliamo la droga al drogato, perché l’uomo torni a sentire la disperazione di quel grido e ad accorgersi che il sole sorge ogni giorno, nonostante il male».
Il male di cui è sempre capace l’uomo e che oggi a Roma, così come anni fa a Chiavenna, quando tre ragazzine ammazzarono una suora, ha sostituito l’«ispirazione diabolica» «all’assenza dei motivi per vivere», ha detto padre Gabriele Amorth. «Un uomo coraggioso: non è infatti questo il tempo di curarci con acque e profumi esotici ma di tornare a fare quello che vaghi spiritualismi, idealismi, moralismi, filosofismi, vogliono censurare: tornare a guardare il cielo per essere salvati sulla terra. Una salvezza possibile perché partecipata continuamente da un Dio buono e che è esperienza divina: “E il Signore si pentì del male che aveva detto di fare al suo popolo”, si conclude il Libro dell’Esodo».
La vulnerabilità e la droga
«Se sarà indifferente vivere o non vivere, tutti si uccideranno, ed ecco in cosa consisterà la trasformazione». È sempre I demoni, e sempre Dostoevskij, in cui continuano a ricorrere analogie inquietanti con la vicenda di Roma: anche Prato cerca di uccidersi in un albergo, proprio come il ricco e spietato Stavroghin si impicca in una stanza d’albergo in Svizzera. «Non si può dare ad un essere umano, non si può dare ad un figlio il senso dell’essere voluto, il sentimento dell’essere voluto, non si può far capire questo, se non si comunica la gioia di un destino», discuteva Giussani con Giovanni Testori ne Il senso della nascita.
«Ma lo sgretolarsi della famiglia, il suo destino sempre più incerto, ha logorato il rapporto dell’uomo con la sua origine, con la sacralità della vita e il senso della sua nascita nel mondo. Sempre più spesso registriamo disturbi legati a personalità che incontrandosi con una più facile diffusione di nuove droghe portano a progettare e realizzare azioni contro la vita stessa. Per questo a Roma non sono stati solo la droga o solo due uomini in preda a disturbi e deliri narcisistici. È stato un incontro che sempre più frequentemente segna l’insorgere di atti efferati». Commenta così Giuseppe Mammana, direttore Sert Foggia-Lucera e presidente Acudipa, l’Associazione italiana per la cura delle dipendenze patologiche.
«Un tempo questi delitti si consumavano all’interno di contesti delinquenziali, penso a certi delitti compiuti dalla banda della Magliana. Ma qui siamo di fronte a qualcosa che ammala la vita delle persone “comuni”, a una riduzione dei gradi di prossimità di ciascuno di noi dagli assassini del Collatino prima che dalla vittima. In questo le droghe e la cocaina in primis costituiscono il valore aggiunto alla maggiore o minore vulnerabilità delle persone». Nello sprofondare nel dettaglio, alla ricerca disperata di una caratterizzazione del “mostro”, «abbiamo perso di vista il cuore della vicenda di Roma: la totale perdita del valore sacro della vita, fondamento di ogni società, e l’acquisizione di aspetti voyeuristici, morbosi che sembrano annunciare l’insorgere di una società nuova, trionfante nei talk show “criminologici”, dimentica della vita e contrassegnata da aspetti decadenti e mortiferi».
I mostri e la brava gente
«Settant’anni fa – scriveva Marina Corradi su Avvenire nel 2007, all’epoca del massacro di Erba – il poeta Eliot si chiedeva se quella civiltà di cui andiamo fieri sarebbe sopravvissuta all’indebolirsi della fede in cui affonda le radici. Le ferocie insensate che con singolare frequenza squarciano la pace della nostra provincia non sono forse un segno di questo inaridimento sotterraneo? E, ovunque, che comune premura di chiamarsi fuori, di dire: sono mostri, o stranieri, o folli. Comunque, altri da noi, che siamo brava gente. Da noi, che siamo “a posto”».
Eppure, prosegue Mammana, «la gente a posto è anestetizzata di fronte agli eventi. Le istituzioni non rischiano più sull’uomo, non più il centro di politiche sociali e nemmeno destinatario di un tentativo di cura coraggiosa e integrale. Ci sono i Pietro Maso, è vero, che scontata la pena per il massacro dei genitori, torna a minacciare di morte le sorelle. Ma per ogni Maso restano migliaia di persone ancora messe in pericolo dalle droghe e dalle dipendenze. E anche migliaia di storie di redenzione».
Cattarina ricorda quella della ragazza che uccise il padre e oggi si spende con grande vergogna e dolore, ma anche gioia ritrovata, per il bene di suo marito, dei due figli, di chi era come lei prima di entrare all’Imprevisto. Berdini ricorda quella dell’ex cocainomane che oggi ha cura dell’azienda del padre e del destino delle sue decine di dipendenti. Storie ordinarie di delitti e castighi, di un Dio che c’è e di una salvezza possibile. «Rispondimi, o Dio – invoca il pastore Brand nell’omonimo dramma di Ibsen – nell’ora in cui la morte m’inghiotte: non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo per conseguire una sola parte di salvezza?».
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